Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 09
Part 10
[103] Quest'alternativa che merita attenzione è stata conservata da Giovanni Malala (t. II, p. 63, edit. di Ven. 1733), il quale è sempre più degno di fede verso la fine della sua opera: dopo aver fatto l'enumerazione dei Nestoriani e degli Eutichiani ec., _ne expectent_, dice Giustiniano, _ut digni venia judicentur; jubemus enim ut... convicti et aperti haeretici justae et idoneae animadversioni subjiciantur._ Questo editto del codice è riferito con elogio da Baronio (A. D. 527, n. 39-40).
[104] _Vedi_ il carattere e le massime dei Montanisti in Mosemio, (_De rebus Christ. ante Costantinum_, p. 410-424).
[105] _Sono nati i Cristiani eretici detti Montanisti da Montano loro Capo, cui si unirono Priscilla, e Massimilla che abbandonarono i loro mariti; i Montanisti erano visionarii, e fanatici oltre modo._ (Nota di N. N.)
[106] Teofane (_Chronique_ p. 153). Da Giovanni il Monofisita, Vescovo asiatico, ci è data una delle più autentiche testimonianze che aver si possano in questo proposito, poichè impiegato all'uopo dall'Imperatore (Assemani, _Bibl. orient._ t. II, pag. 85).
[107] Si confronti Procopio (_Hist. Arcan._ c. 28 e le _note_ d'Alemanno), con Teofane (_Chron._ p. 190). Il Concilio di Nicea aveva commessa al Patriarca, o piuttosto agli astronomi d'Alessandria, l'annua pubblicazione della Pasqua; ed ancora oggi noi leggiamo, o piuttosto non leggiamo mai, le lettere Pasquali di S. Cirillo, di cui ne rimane un buon numero. Dopo il regno del Monofisismo in Egitto, furono i Cattolici assai impacciati da un pregiudizio tanto irragionevole, quanto quello per cui i Protestanti non han voluto per lungo tempo accettare lo stile Gregoriano.
[108] _Vedi_ su la Religione e la storia dei Samaritani, _l'Histoire des Juifs_, del Basnagio, opera dotta e imparziale.
[109] Sichem, Neapoli, Naplous, ch'è la residenza antica e moderna dei Samaritani, giace in una valle fra lo sterile Ebal, il monte delle Maledizioni al Nort, e il fertile Garizim, o sia monte delle Maledizioni al Sud, distante da Gerusalemme dieci od undici ore di viaggio. Vedi Maundrel, (_Journey from Aleppo_ etc. p. 59-63).
[110] Procopio (_Anecdot._ c. II); Teofane, (_Chron._ pag. 152), Giovanni Malala, (t. II, pag. 62). Mi ricordo d'aver letto questa osservazione mezzo filosofica, e mezzo superstiziosa, cioè che la provincia devastata dal fanatismo di Giustiniano fu quella stessa, per cui i Musulmani entrarono nell'impero.
[111] Le espressioni di Procopio sono notabili: ου γαρ οι εδοκει φονος ανθρωπον εινακ, ην γε μη τηςαυτου δοξην οι τελευτωντες τυχοιεν οντες, _imperocchè non gli pareva che fosse un fare strage degli uomini, se gli uccisi non erano della sua fede (Anecdot. c. 13)._
[112] _Vedi_ la Cronaca di Vittore p. 328, e la testimonianza originale delle leggi di Giustiniano. Pei primi anni del regno di costui Baronio è molto di buon umore con esso, poichè accarezzò i Papi sino a tanto che li tenne soggetti alla sua volontà.
[113] Procopio _Anecdot._ c. 13. Evagrio l. IV, c. 10. Se l'Istorico ecclesiastico non ha letto l'Istorico secreto, provano almeno i lor sospetti comuni, che l'odio del Pubblico era generale.
[114] _Vedi_ sui tre Capitoli gli Atti originali del quinto Concilio generale tenuto a Costantinopoli; vi si trovano molti fatti autentici, ma inutili (_Concil._ t. VI, p. 1-419). Evagrio autor greco, è meno minuzioso e meno esatto (l. IV, c. 38) dei tre zelanti Affricani, Facondo (ne' suoi dodici libri _De tribus capitulis_, pubblicati da Sirmond in modo correttissimo), Liberato (nel suo _Breviarum_, c. 22, 23, 24), e Vittorio Tunnunense (nella sua _Chron. in t. I, antiq. Lect. Canisii_, pag. 330-334). Il _Liber pontificalis_ od Anastasio (_in Vigilio, Pelagio_, etc.), è una prova originale, ma tutta in favore degli Italiani. Potrà il lettor moderno ricavar qualche notizia dal Dupin (_Bibl. ecclésiast._ t. V, p. 189-207), e dal Basnagio (_Hist. de l'Eglise_, t. I, p. 519-541); ma il secondo disprezza troppo l'autorità e il carattere de' Papi.
[115] Origene era di fatto assai propenso ad imitare la πλανη _l'errore_, e la δυσσεβεια _l'empietà_ degli antichi Filosofi (Giustiniano _ad Mennam, in Concil._ t. VI, p. 356); mal s'accordavano collo zelo ecclesiastico le sue opinioni moderate, e fu trovato reo dell'eresia della ragione.
[116] Basnagio (_Praefect._ p. 11-14 ad tom I; _Antiq. Lect. Canis._) ha benissimo pesato la colpa e l'innocenza di Teodoro di Mopsuesta: se compose diecimila volumi, vuole la carità che se gli perdonino diecimila errori. Egli è registrato, ma senza i suoi due confratelli nei cataloghi degli Eresiarchi, formati dopo di lui; ed Assemani (_Bibl. orient._ t. IV p. 203-207), manca al suo impegno di giustificare quel decreto.
[117] Vedi le doglianze di Liberato e di Vittore, e le esortazioni di Papa Pelagio al conquistatore ed all'Esarca d'Italia. _Schisma.... per potestates pubblicas opprimatur._ etc. (_Concil._ t. VI, p. 467, etc.). Si teneva un esercito a reprimere la sedizione in una città dell'Illiria. Vedi Procopio (_De Bell. Goth._ l. IV, c. 25) ων περ ενεκα σφισιν αυτοις οι Χριςιανοι διαμαχονται, _per queste cagioni i Cristiani si facean guerra fra loro._ Par che prometta una storia della Chiesa: sarebbe stata curiosa e imparziale.
[118] Papa Onorio riconciliò colla Chiesa, (A. D. 638), i Vescovi del patriarcato d'Aquileia; (Muratori, _Annal. d'Ital._ t. V, p. 376); ma ricaddero nello scisma, il quale non s'estinse al tutto che nel 698. Quattordici anni prima tacitamente non avea voluto la chiesa di Spagna sottomettersi al quinto Concilio generale (_XIII Concil. Toletan. in Concil._ t. VII, p. 487-494).
[119] Nicezio, vescovo di Treveri. (_Concil._, t. IV, pag. 511-513) pel suo rifiuto di condannare i tre Capitoli, fu separato dalla comunione dei quattro Patriarchi, non che la maggior parte dei prelati della Chiesa gallicana (San Gregor. _epist. l. VII; epist. 5 in Concil. t. VI,_ p. 1007). Baronio quasi quasi pronuncia la dannazione di Giustiniano (A. D. 565, n. 6).
[120] Dopo avere Evagrio narrata l'ultima eresia di Giustiniano (l. IV, c. 39, 40, 41), e l'editto del suo successore, (l. V, c. 3), non mette più nella sua storia fatti ecclesiastici, ma solamente civili.
[121] La Croze (_Christian. des Indes_, t. I, p. 19, 20) ha notato questa straordinaria e forse inconseguente dottrina dei Nestoriani; vien'essa esposta più minutamente da Abulfaragio (_Bibl. orient._ t. II, 292; _Hist. dynast._, pag. 91, vers. lat., Pocock), e dall'istesso Assemani (t. IV, p. 218); pare che ignorino, ch'essi poteano allegare l'autorità positiva dell'Ectesi. Ο μιαρος Νεςοριος καιπερδιαιρων ιην θειαν του Κυριου ενανθρωπησιν, και δυο εισαγων υιους δυο θελεματα τουτων ειπειν ουν ετολμησε, τουναντιον δε ταυτο βουλιαν των... δωο προσωπων εδοξασε, _l'iniquo Nestorio, benchè col dividere la divina Umanità del Signore e introdurre due Nature_, (rimprovero ordinario dei Monofisiti) non _ebbe coraggio di asserire due volontà in esse, e per l'opposito opinò esser una la volontà delle due Persone._ (_Concil._ t. VII, p. 205).
[122] _Vedi_ la dottrina ortodossa in Petavio: (_Dogmata Theolog._ t. V, l. IX, c. 6-10, p. 433-447). Tutte le profondità di queste controversie si scontrano nel dialogo greco tra Massimo e Pirro (_ad calcem_, tom. VIII _Annal._ Baron. pag. 755-794); e di fatto questo dialogo era stato tenuto in una conferenza che originò una conversione di poca durata.
[123] _Impiissimam Ecthesim... scelerosum typum_ (Concil. t. VII, pag. 366), _diabolicae operationis genimina_ (forse _germina_, o altrimenti secondo la greca parola γενεματα, _frutti, produzioni_, dell'originale), _Concil._ pag. 363-364. Parole son queste del XVIII anatema. L'epistola di Martino ad Amando, un de' Vescovi della Gallia, maltratta con pari acerbità i Monoteliti, e la loro eresia. (p. 392).
[124] I mali di Martino e di Massimo son descritti con una semplicità patetica nelle lor lettere, e ne' loro Atti originali. (_Concil._ t. VII, p. 63-68. Baron. _Annal. eccles._ A. D. 656 n. 2 _et annos subsequent._) Il gastigo per altro della lor disubbidienza, εξορια e σωματος αικιςμος, _l'esilio_ e _i tormenti corporali_, era minacciato nel tipo di Costanzo (_Concil._ t. VII, pag. 240).
[125] Eutichio (_Annal._ t. II, p. 368), malamente suppone, che i cento ventiquattro Vescovi del Sinodo romano si trasportassero a Costantinopoli; e aggiuntili ai cento sessant'otto Greci, viene così componendo di duecentonovantadue Padri il sesto Concilio ecumenico.
[126] Costanzo, attaccato alla dottrina dei Monoteliti, era odiato da tutti, δια τοι καυτα, (dice Teofane, _Chron._ p. 292), εμισισθη σφαδρα παρα παντων. Quando il monaco monotelita non riuscì a fare il miracolo che aveva promesso, il Popolo fece alto schiamazzo, ο λαος ανεβοησε _il popolo esclamò_ (_Concil._ t. VII, p. 1022). Ma questa fu un'emozion naturale e momentanea, e temo assai non sia stata quest'ultima un'anticipazione d'ortodossia nel buon popolo di Costantinopoli.
[127] _È disapprovabile la franchezza dell'Autore nel dar torto (senza presentare lo stato della questione, e senza addurre le ragioni teologiche) ai Concilii di Roma, ed anche al Concilio generale VI tenuto in Costantinopoli contro i Monoteliti, ossia contro i sostenitori di una sola volontà in Gesù Cristo: questi Concilii hanno decretato, contro molti Vescovi ed ecclesiastici, essere in Gesù Cristo due volontà, concordanti per altro fra loro, e questo è ciò che si deve credere. Questa fede poi ha anche il motivo di credibilità. Era stato deciso prima dal Concilio generale III e d'Efeso I, anno 431, non essere in Gesù Cristo che una persona contro Nestorio Patriarca di Costantinopoli, e contra i Vescovi, e preti d'Oriente suoi compagni. Sosteneva egli l'Eretico, essere il Verbo (che vuol dire l'Intelligenza, o parola di Dio) e l'Uomo due persone, e quindi non poter dirsi che Maria fosse Madre di Dio, ma bensì soltanto Madre di Cristo: asseriva, che la Natura divina si è unita colla umana come un uomo che fa un'opera, è unito all'istromento di cui si serve per farla; che l'uomo a cui si unì il Verbo è un tempio nel quale abita il Verbo, il quale lo dirige, e lo anima, e non fa che un tutto con lui, e che questa era la sola unione possibile tra la Natura umana e la divina; non ammetteva che un'unione morale fra il Verbo, e la natura umana; asseriva non potersi ammettere tra la natura umana e la divina unione tale, che rendendo la Divinità soggetta alle passioni, e alle debolezze dell'umanità formi in Gesù Cristo una sola persona; negava in somma l'unione ipostatica del Verbo colla umana natura ossia l'Incarnazione, e diceva essere due persone in Gesù Cristo: soggiungeva che la frase_ Madre di Dio _era un ostacolo alla conversione dei Gentili: imperciocchè, diceva, come si potranno impugnare le loro Divinità quando si ammetta un Dio ch'è nato, un Dio che ha sofferto, un Dio ch'è morto? L'errore di Nestorio, il quale non supponeva, che un'unione morale tra la Natura divina ed umana, asserendo essere due persone in Gesù Cristo, distruggeva tutta l'economia dalla religione cristiana, poichè egli è evidente, che in tal caso ne seguirebbe, che Gesù Cristo nostro Mediatore, e Redentore, non fosse che un semplice uomo, lo che distrugge il fondamento della religione cristiana. Il dogma dell'unione ipostatica vale a dire dell'Incarnazione, fu spiegato, e determinato dal Concilio generale III e d'Efeso I presieduto da S. Cirillo Patriarca d'Alessandria: cotal dogma non è una speculazione inutile come pretendono i liberi pensatori; serve a darci l'esempio di tutte le virtù, ad istruirci con autorità, ed a prevenire infiniti abusi, ne' quali sarebbero caduti gli uomini, quando non avessero avuto per modello, e per mediatore, fra Dio ed essi, che un semplice uomo. In questa vista i S. S. Padri hanno mirato il dogma dell'Incarnazione: ma non è questo il luogo di trattare a lungo di ciò (Vedi S. Agostino De Doctr. Christ. S. Greg. Moral. l. 6, 7). Era stato deciso, secondo gli scritti de' S. S. Padri, dal Concilio generale IV di Calcedonia l'anno 451, che in Gesù Cristo figlio di Dio perfetto nella sua Divinità, e perfetto nella sua Umanità, consustanziale al Padre secondo la Divinità, ed a noi secondo l'umanità, vi furono due Nature unite senza cangiamento, senza separazione, di modo, che le proprietà delle due Nature sussistono, e convengono ad una medesima sola persona, che non è in niun modo divisa in due, ma che è un solo Gesù Cristo figlio di Dio come era stato espresso nel Credo scritto nel Concilio generale I di Nicea, l'anno 325, e ciò contro il Monaco eretico Eutiche, Capo degli Eutichiani, il quale per fuggire l'errore del Nestorianismo delle due persone in Gesù Cristo figlio di Dio, perchè vi sono due Nature, sosteneva che le due Nature fossero talmente unite da non formarne che una sola, e confuse le due Nature in una sola spiegando ciò col dire, che la Natura umana era stata assorbita dalla divina, come una gocciola dal Mare; e così spogliava Gesù Cristo della qualità di Mediatore, e distruggeva i patimenti, la morte e la resurrezione, mentre tutte queste cose s'appartengono alla natura umana, ed alla esistenza di un'anima umana, e di un corpo umano uniti alla Persona del Verbo, e non appartengono in niun modo al solo Verbo. Se dunque era stato prima deciso dal Concilio generale IV di Calcedonia, nell'anno 451, esservi in Gesù Cristo due Nature unite, ma non confuse, ne veniva di conseguenza ch'egli dovesse avere due volontà siccome appunto decise il Concilio generale IV contro i Monoteliti, che sostenevano aver Cristo una sola volontà. Serva questa nota d'istruzione dogmatica a' lettori per que' luoghi tutti ove l'Autore fa parola della Natura, e della persona di Gesù Cristo._ (Nota di N. N.)
[128] L'istoria del Monotelismo sta negli Atti dei Concilii di Roma (t. VII, pag. 77-395, 601-608), e di Costantinopoli (p. 609-1429). Baronio ha tratto alcuni documenti originali dalla Biblioteca vaticana, e le accurate ricerche del Pagi hanno retificata la sua cronologia. Dupin istesso (_Bibliot. ecclés._, t. VI, pag. 57-71), e Basnagio (_Hist. de l'Eglise_, t. I, p. 541-555) ne danno un compendio assai pregevole.
[129] Nel Concilio Lateranense nel 679, Wilfrido vescovo Anglo-sassone sottoscrisse _pro omni Aquilonati parte Britanniae et Hiberniae, quae ab Anglorum et Brittonum, necnon Scotorum et Pictorum gentibus colebantur_ (Eddio, _in vita S. Wifrido_, c. 31 _apud_ Pagi, _Critica_, t. III, p. 88). Teodoro (_magnae insulae Britanniae archiepiscopus et philosophus_) fu aspettato a Roma lungamente (_Concil._ tom. VII, p. 714); ma si contentò di tenere (A. D. 680) il suo Sinodo provinciale in Hatfield, ove ricevè i decreti di Papa Martino e del primo Concilio di Laterano contro i Monoteliti (_Concil._ t. VII, pag. 597 etc.), Teodoro, monaco di Tarso in Cilicia, era stato nominato da Papa Vitaliano primate della Brettagna (A. D. 668); _Vedi_ Baronio e Pagi che ne lodano il suo sapere e la pietà, ma diffidano del suo carattere nazionale; _ne quid contrarium veritatis fidei, graecorum more in Ecclesiam cui praeesset, introduceret._ Il monaco di Cilicia fu mandato da Roma a Cantorbery accompagnato da una guida affricana (Beda, _Hist. eccles. Anglorum_, l. IV, c. 1). Egli aderì alla Dottrina romana; e lo stesso domma dell'Incarnazione si è trasmesso senza cangiamento da Teodoro ai primati dei tempi moderni, che dottati di più sodo giudizio, s'imbarazzano, cred'io, rare volte dei labirinti di quel astratto Mistero.
[130] Pare che questo nome ignoto, sino al decimo secolo, sia di origine siriaca. Fu inventato dai Giacobiti, e con ardore accolto dai Nestoriani e dai Musulmani; ma i Cattolici lo accettarono senza rossore, e sovente si trova negli Annali di Eutichio (Assemani, _Biblioth. orient._ t. II, p. 507, etc. t. III, pag. 355; Renaudot _Hist. patriar. Alexan._ pag. 119). Ημεις δουλοι του βασιλεως, _noi siam sudditi del re_, fu l'acclamazion dei Padri di Costantinopoli (_Concil.___ t. VII, p. 765).
[131] Il siriaco tenuto per lingua primitiva dagli originarii della Siria avea tre dialetti: 1. l'_arameo_, che si parlava in Edessa, e nelle città della Mesopotamia; 2. il _palestino_, usato in Gerusalemme, in Damasco, e nel resto della Siria; 3. il _nabateo_, idioma rustico delle montagne dell'Assiria e de' villaggi dell'Irak (Gregor. Abulfarag. _Hist. dynast._, pag. 11). _Vedi_ sul siriaco, Ebed-Gesù (Assemani, t. III, pag. 326, etc.), il quale solamente per animo preoccupato ha potuto preferirlo all'arabo.
[132] Io non velerò la mia ignoranza sotto i manti di Simone, di Walton, di Mill, di Wetstein, d'Assemani, di Lodolfo, o di La Croze da me diligentemente consultati. Pare 1. non esser certo, che noi ogni abbiamo nella primiera integrità versione veruna di quelle decantate dai Padri della Chiesa; 2. la version siriaca esser quella, che sembra aver più titoli d'autenticità, e che per confession delle Sette d'Oriente è più antica del loro scisma.
[133] In ciò, che riguarda i Monofisiti e i Nestoriani io debbo moltissimo alla _Bibliotheca orientalis Clementino-Vaticana_ di Giuseppe Simone Assemani. Questo dotto Maronita andò nel 1715, per ordine di Papa Clemente XI, a visitare i monasteri dell'Egitto e della Siria in cerca di MS. I quattro volumi in foglio da lui pubblicati a Roma nel 1719 non contengono che una parte dell'esecuzione del suo vasto disegno; ma forse è la più preziosa. Nato egli in Siria conosceva benissimo la letteratura siriaca, e si vede, che quantunque dependesse dalla Corte romana s'ingegna d'essere moderato e sincero.
[134] _Vedi_ i Canoni arabi del Concilio di Nicea nella traduzione d'Abramo Ecchelense, n. 37, 38, 39, 40. _Concil._ t. II, p. 335, 336, ediz. di Venezia. Que' titoli, conosciuti di _Canoni di Nicea_ e di _Canoni arabi_ sono ambedue apocrifi. Il Concilio di Nicea non fece più di venti Canoni (Theod. _Hist. eccles._ l. I, c. 8); i settanta o ottanta che vi si aggiunsero, furono estratti dai Sinodi della Chiesa greca. L'edizione siriaca di Maruta non sussiste più (Assemani, _Bibl. orient._ t. I, p. 195, t. III, p. 74); e nella version araba havvi diverse alterazioni recenti. Questo codice per altro racchiude preziosi avanzi della disciplina ecclesiastica; ed essendo stimato da tutte le comunioni dell'Oriente, è probabile ch'ei sia stato finito prima dello scisma dei Nestoriani e dei Giacobiti (Fabric., _Bibliot. graec._ t. XI, p. 363-367).
[135] Teodoro il Lettore (l. II, c. 5-49, _ad calcem. Hist. ecclesiast._) ha fatto menzione di questa scuola persiana d'Edessa. Assemani (_Bibliot. orient._, t. II, p. 402, t. III, p. 376-378, t. IV, p. 70-924), discute con molta chiarezza ciò che riguarda il suo antico splendore, e le due epoche della sua caduta.
[136] Una dissertazione sullo stato dei Nestoriani è divenuta in mano d'Assemani un volume in foglio di 950 facciate, ove egli ha disposto in ordine chiarissimo le sue dotte ricerche. Oltre a questo quarto volume della _Bibliotheca orientalis_, gioverà consultare gli estratti che stanno nei tre primi tomi (t. I. p. 203, t. II, p. 321-463, t. III, p. 64-70, 378-395, ec. 403-408, 580-589).
[137] _Vedi_ la _Topographia christiana_ di Cosma, soprannominato Indicopleuste, ossia navigatore indiano l. III, p. 178, 179, l. XI, p. 337. L'intiera opera, della quale si trovano degli estratti curiosi in Fozio (cod. XXXVI, p. 6, 10; ediz. Hoeschel), in Thevenot, (prima parte delle sue _Relations des voyages_ ec.), e in Fabrizio (_Biblioth. graec._, l. III, c. 25; t. II, p. 603-617), fu pubblicata dal padre Montfaucon, Parigi 1707, nella _Nova collectio Patrum_, (t. II, p. 113-346). Era intenzione dell'autore di confutar l'eresia di coloro, i quali sostengono che la Terra è un globo, e non una superficie piatta e bislunga, come è rappresentata dalla Scrittura (l. II, p. 138). Ma l'assurdità del monaco si trova mescolata colle cognizioni pratiche del viaggiatore, che partì, A. D. 522, e pubblicò un libro in Alessandria A. D. 547. (l. II, p. 140, 141; Montfaucon, _Praefat._ c. 2). Il Nestorianismo di Cosma, di cui non s'accorse il suo dotto editore, è stato scoperto dal La Croze (_Christianisme des Indes_, t. I, pag. 40-55), e questa cosa è confermata da Assemani (_Bibl. orient._, t. IV, p. 605, 606).
[138] L'Istoria del prete Gianni nel suo lungo cammino per Mosul, Gerusalemme, Roma, ec. divenne una mostruosa favola, alcuni passi della quale son tolti dal Lama del Thibet, (_Hist. généalogique des Tartares_, par. II, 42. _Hist. de Gengis-Khan_, p. 31 ec.), e che poi con un error madornale fu dai Portoghesi applicata all'imperator d'Abissinia. (Ludolfo _Hist. Aethiop. Comment._, l. II, c. 1). È per altro probabile, che nell'undecimo e duodecimo secolo la _orda_ dei Cheraiti professasse il Cristianesimo secondo i dommi dei Nestoriani (D'Herbelot, p. 256, 915, 959. Assemani t. IV, p. 468-504).
[139] Il Cristianesimo della Cina fra il settimo e tredicesimo secolo, è provato in una maniera incontrastabile da documenti cinesi, arabi, siriaci e latini (Assemani _Bibl. orient._, t. IV, p. 502-552. _Mem. da l'Accad. des inscript._, t. XXX, p. 802-819). La Croze, Voltaire ec., sono stati ingannati dalla propria furberia, quando, per guardarsi da una frode gesuitica, han voluto considerar per supposta l'iscrizione del Sigan-Fu, la quale manifesta la gloria della Chiesa nestoriana dopo la prima missione (A. D. 636), sino all'anno 781, che è quello dell'iscrizione.
[140] _Jacobitae et nestorianae plures quam graeci et latini._ Giacomo di Vitry, _Stor. Geros._ l. II, c. 76 pag. 1093, nelle _Gesta Dei per Francos__._ Ne segna il numero il Tomassino, _Discipline de l'Eglise_, t. I, p. 172.
[141] Si può tener dietro alla division del patriarcato nella _Bibl. orient._, d'Assemani, t. I, p. 523-549, t. II, p. 457 ec., t. III, pag. 603, 621-623, t. IV, pag. 164-169, 423, 622, 629, ec.
[142] Fra Paolo nel settimo libro elegantemente presenta il pomposo linguaggio, che dalla Corte di Roma si adopera, quando se le sottomette un Patriarca nestoriano. Ebbe cura il Papa di usare le grandi parole di Babilonia, di Ninive, d'Arbela, i trofei d'Alessandro, Tauride ed Ecbatana, il Tigri e l'Indo.
[143] S. Tommaso, che predicò nell'India, di cui parlano alcuni come d'un semplice missionario, altri come d'un manicheo, ed altri finalmente come d'un mercadante armeno (La Croze, _Christian. des Indes_, t. I, p. 57-70), era per altro celebre anche ai tempi di S. Girolamo (_ad Marcellam, epist. 148_). Marco Polo seppe colà, che S. Tommaso avea sofferto il martirio nella città di Maabar, ovvero di Meliapour, lontana una sola lega da Madras (D'Anville, _Eclaircissemens sur l'Inde_, p. 125), là dove i Portoghesi fondarono un vescovado sotto il nome di S. Thomé, e dove il Santo ha fatto ogni anno un miracolo, sino a tanto che non fu interrotto dalla profana vicinanza degl'Inglesi (La Croze, t. II, p. 7-16).
[144] Nè l'autor della cronaca sassone (A. D. 883), nè Guglielmo di Malmsbury (_De gestis regum Angliae_, l. II, c. 4, p. 44), non poteano inventare nel dodicesimo secolo questo fatto straordinario. Non seppero nemmeno spiegare i motivi e il procedere d'Alfredo, e quel che ne dicono di fuga non serve che a stuzzicar la nostra curiosità. Guglielmo di Malmsbury sente la difficoltà dell'impresa, _quod quivis in hoc saeculo miretur_; e son tentato a credere, che in Egitto prendessero gli ambasciatori inglesi quelle mercanzie e quella leggenda. Alfredo che nel suo Orosio narra un viaggio nella Scandinavia (_Vedi_ Barrington's Miscellanies), non fa menzione d'un altro nell'India.