Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 08

Part 32

Chapter 323,625 wordsPublic domain

In mezzo alle glorie della successiva campagna, Eraclio dileguasi quasi affatto a' nostri occhi ed a quelli degli Storici bizantini[570]. Staccandosi dalle spaziose e feconde pianure dell'Albania, pare che l'Imperatore seguisse la catena de' monti Ircani, scendesse nella provincia di Media o d'Irak, e portasse le vittoriose sue armi fino alle città regali di Casbin e d'Ispahan, a cui mai non s'era avvicinato alcun conquistatore Romano. Sbigottito sul pericolo del suo reame, Cosroe richiamò le sue forze dal Nilo e dal Bosforo, e tre formidabili armate circondarono, in terra lontana e nemica, il campo dell'Imperatore. Gli abitanti della Colchide, alleati di Eraclio si apprestavano ad abbandonare le sue insegne; ed i timori dei veterani più prodi si esprimevano, dal loro stesso sfiduciato silenzio. «Non vi sia di terrore» sclamò l'intrepido Eraclio «la moltitudine de' vostri nemici; coll'ajuto del Cielo, un Romano può trionfare di mille Barbari. Ma se noi consacriamo la vita per la salvezza de' nostri fratelli, noi otterremo la corona del martirio, e l'immortal nostra ricompensa ci sarà largamente pagata da Iddio e dalla posterità». Questi magnanimi sensi furono sostenuti dal vigor delle azioni. Egli ributtò il triplice attacco dei Persiani; approfittò delle scissure de' lor Capi, e mediante una serie ben concertata di mosse, di ritirate e di azzuffamenti felici, pervenne a cacciarli dal campo ed a confinarli nelle città fortificate della Media e dell'Assiria. Nel fitto del verno, Sarabaza si reputava sicuro dentro le mura di Salban: egli vi fu sorpreso dall'instancabile Eraclio, il quale divise le sue truppe e fece una faticosa marcia nel silenzio notturno. I tetti piatti delle case furono con inutil valore difesi contro i dardi e le fiaccole de' Romani: i Satrapi ed i Nobili della Persia, insieme con le mogli ed i figli loro ed il fiore della marzial loro gioventù, o caddero uccisi o rimasero prigionieri. Una precipitosa fuga salvò il Generale, ma l'aurea sua armatura fu preda del vincitore; ed i soldati di Eraclio gioirono l'opulenza ed il riposo che sì nobilmente s'erano meritati. Al tornare della primavera, l'Imperatore attraversò in sette giorni i monti del Curdistan, e passò senza resistenza il rapido corrente del Tigri. Oppressa dal peso delle spoglie e de' prigionieri, l'armata Romana fece alto sotto le mura di Amida; ed Eraclio informò il senato di Costantinopoli ch'egli era salvo e vittorioso, del che già aveano avuto sentore per la ritirata degli assedianti. I Persiani distrussero i ponti sull'Eufrate: ma tosto che l'Imperatore ebbe scoperto un guado, frettolosamente si ritirarono a difendere le rive del Saro[571] nella Cilicia. Questo fiume, od impetuoso torrente, era largo forse trecento piedi: fortificato con alte torri era il ponte, e le sponde erano coperte di Barbarici arcieri. Dopo un sanguinoso conflitto, che durò fino a sera, i Romani prevalsero nell'assalto, ed un Persiano di gigantesca statura fu ucciso e gettato nel Saro dalla mano stessa dell'Imperatore. Si sbandarono scoraggiati i nemici, Eraclio proseguì la sua marcia fino a Sebaste in Cappadocia, ed in capo a tre anni, la stessa costa dell'Eussino applaudì il suo ritorno da una spedizione lunga e vittoriosa[572].

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In vece di scaramucciare sulle frontiere, i due monarchi che si contendevano l'Impero dell'Oriente, dirizzarono i disperati lor colpi al cuore del loro rivale. Le forze militari della Persia aveano sofferto assai per le marce ed i combattimenti di vent'anni; e molti veterani, sopravvissuti ai perigli della spada e del clima, erano tuttor rinchiusi nelle fortezze dell'Egitto e della Siria. Ma la vendetta e l'ambizione di Cosroe esaurirono il suo regno, e le nuove leve di sudditi, di stranieri e di schiavi, gli fornirono ancora tre formidabili corpi[573]. La prima armata, illustre per l'ornamento ed il titolo di _lance d'oro_ fu destinata a muovere contro di Eraclio; fu stanziata la seconda ad impedire la sua congiunzione colle truppe del suo fratello Teodoro; e la terza ebbe ordine di assediare Costantinopoli, o di secondare le operazioni del Cacano, col quale il Re di Persia avea ratificato un accordo di alleanza e di spartimento. Sarbar, Generale della terza armata, penetrò per le province dell'Asia fino al ben noto campo di Calcidonia, e si divertì nel distruggere gli edifizi sacri e profani de' sobborghi Asiatici di Costantinopoli, intanto che con impazienza aspettava l'arrivo de' Sciti suoi amici sull'opposta riva del Bosforo. Ai ventinove di giugno, trentamila Barbari, vanguardia degli Avari, sforzarono la lunga muraglia, e cacciarono nella capitale una promiscua folla di agricoltori, di cittadini e di soldati. Il Cacano, alla testa di ottantamila uomini[574], composti di Avari, suoi sudditi naturali, di Gepidi, di Russi, di Bulgari e di Schiavoni suoi vassalli, spiegò poscia il suo stendardo; si consumò un mese in marce od in trattative, ma il dì trentuno di luglio tutta la città fu investita dai sobborghi di Pera e di Calata, fino allo Blacherne ed alle sette Torri; e gli abitanti osservarono con terrore i fiammeggianti segnali della costa Europea e dell'Asiatica. In que' frangenti i magistrati di Costantinopoli iteratamente cercarono di comperare la ritirata del Cacano; ma ributtati ed insultati furono i lor messaggeri; ed egli permise che i Patrizi stessero in piè dinanzi al suo trono, mentre gl'inviati Persiani, in vestimenta di seta, erano assisi al suo fianco: «Voi scorgete», disse l'altero Barbaro, «le prove della mia perfetta unione col Gran Re: ed il suo luogotenente è pronto a mandar nel mio campo un'eletta schiera di tremila guerrieri. Non allettate più a lungo la presunzione di tentare il vostro Signore coll'offerta di un riscatto parziale e non adeguato: le vostre ricchezze e la vostra città sono i soli presenti degni d'esser accettati da me. Quanto a voi, io permetterò che partiate con una sottoveste ed una camicia, ed invitato da me, il mio amico Sarbar non vi ricuserà il passo a traverso delle sue file. Il vostro Principe assente, ora prigioniero o fuggiasco, ha abbandonato Costantinopoli al suo destino; nè voi potete fuggire dalle armi degli Avari e de' Persiani, a meno che poggiaste per l'aria a guisa di uccelli, o che a guisa di pesci sapeste tuffarvi nell'acque»[575]. Per dieci giorni consecutivi, la capitale fu assaltata dagli Avari, i quali avean fatto qualche avanzamento nell'arte di attaccare le piazze; s'innoltravano essi a scavare o batter le mura, sotto il coperto dell'impenetrabil testuggine; le macchine loro lanciavano una continua salva di pietre e di dardi; e dodici eminenti torri di legno sollevavano i combattenti all'altezza de' vicini bastioni. Ma il Senato ed il Popolo erano animati dallo spirito di Eraclio, il quale avea distaccato in loro soccorso un corpo di dodicimila corazzieri; tutti gli spedienti del fuoco e della meccanica furono con grandissim'arte e successo posti in opera per la difesa di Costantinopoli, mentre le galee, a due o tre ordini di remi, dominavano il Bosforo, e rendevano i Persiani oziosi spettatori della disfatta de' loro alleati. Gli Avari tornaron respinti; una flotta di barche Schiavone fu distrutta nel porto; i vassalli del Cacano minacciavano di disertare; le sue provvigioni erano in fondo, e poi ch'ebbe posto a fuoco le macchine, egli diede il segnale di una lenta e formidabil partenza. La devozione de' Romani attribuì questa memorabil liberazione alla vergine Maria; ma la madre di Cristo avrebbe sicuramente condannato l'inumana uccisione degli inviati Persiani, i quali aveano ogni titolo ai diritti dell'umanità, quand'anche non fossero stati protetti dalle leggi delle nazioni[576].

Dopo aver diviso il suo esercito, Eraclio prudentemente ritirossi alle rive del Fasi, d'onde sostenne una guerra difensiva contro le cinquantamila lance d'oro della Persia. Tolto ei fu d'ansietà per la notizia della liberazione di Costantinopoli; si confermarono le sue speranze mediante una vittoria di suo fratello Teodoro; ed alla lega ostile di Cosroe cogli Avari, l'Imperator Romano, oppose l'utile ed onorevole alleanza co' Turchi. Secondando il liberale suo invito, l'orda de' Cozari[577] trasportò le sue tende dalle pianure del Volga al monte della Georgia, Eraclio gli accolse in vicinanza di Teflis, ed il Kan Ziebel co' suoi Nobili smontò di cavallo, se possiam dar fede ai Greci, e cadde prosteso al suolo, ad adorar la porpora del Cesare. Tal volontario omaggio e sì importante aiuto meritavano il più vivo contraccambio; e l'Imperatore, levandosi il proprio diadema, lo pose sul capo del Principe Turco, ch'egli salutò con tenero amplesso e col nome di figlio. Al fine di un sontuoso banchetto, egli fece regalo a Ziebel de' vasi, degli ornamenti, dell'oro, delle gemme e della seta che aveano servito all'uso della mensa Imperiale, e di propria mano distribuì ricchi gioielli ed orecchini a' suoi nuovi alleati. In un secreto colloquio, egli trasse fuori il ritratto della sua figlia Eudossia[578], condiscese a lusingare il Barbaro colla promessa di una bella ed _augusta_ sposa, ottenne un immediato soccorso di quarantamila cavalli, e negoziò una potente diversione delle armi Turche dal lato dell'Oso[579]. I Persiani, a lor volta, si ritirarono a precipizio: Eraclio passò a rassegna, nel campo di Edessa, un esercito di settantamila Romani e stranieri, ed impiegò qualche mese con buon successo a riprendere le città della Siria, della Mesopotamia o dell'Armenia, le cui fortificazioni imperfettamente erano state racconce. Sarban teneva tuttora l'importante posizione di Calcedonia; ma la diffidenza di Cosroe, o l'artifizio di Eraclio non tardò ad alienar l'animo di quel possente Satrapo dal servizio del suo Re e del suo paese. Fu intercettato un messaggio apportatore di un reale o finto ordine al _Cadarigan_ ossia secondo nel comando, che gl'imponeva di spedire, senza indugio, al trono la testa del colpevole o sfortunato Generale. I dispacci vennero trasmessi allo stesso Sarbar, il quale come ebbe letto la sentenza della propria morte, destramente v'inserì il nome di quattrocento ufficiali, poi adunò un consiglio militare, e chiese al _Cadarigan_, s'era disposto ad eseguire i comandi del loro tiranno? I Persiani dichiararono con voce concorde, che Cosroe era scaduto dal trono; si conchiuse un separato accordo col governatore di Costantinopoli; e se qualche considerazione di onore o di politica rattenne Sarbar dall'unirsi alle bandiere di Eraclio, l'Imperatore n'ebbe però la sicurezza che egli potea proseguire, senza interrompimento, i suoi disegni di vittoria e di pace.

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Privo del suo più fermo appoggio, e dubbioso intorno alla fedeltà de' suoi sudditi, Cosroe mostrò che luminosa era la sua grandezza, anche in mezzo della rovina. Può interpretarsi come una metafora Orientale il numero di cinquecentomila usato per descrivere gli uomini o le armi, i cavalli e gli elefanti che coprirono la Media e l'Assiria contro l'invasione di Eraclio. Con tuttociò i Romani animosamente si avanzarono dall'Arasse al Tigri, e la timida prudenza di Razate contentossi di tenere lor dietro con forzate mosse per un desolato paese, sintantochè ricevette uno speciale comando di avventurare il fatto della Persia in una decisiva battaglia. All'Oriente del Tigri, ed in capo al ponte di Mosul, sorgeva la gran Ninive[580] ne' tempi antichi: la città e le sue stesse rovine erano da lungo tempo scomparse[581]; lo spazio vacante offriva un vasto campo alle operazioni de' due eserciti. Ma queste operazioni furon neglette da' Bizantini scrittori, ed essi, come gli autori di un'epopea o di un romanzo, attribuiscono la vittoria non alla condotta militare, ma al valore individuale del loro eroe prediletto. In quel memorabil giorno, Eraclio, sul suo cavallo Fallante, superò nell'intrepidezza i guerrieri più intrepidi: traforato gli fu un labbro da un'asta, il cavallo fu piagato in una coscia; ma esso portò il suo Signore salvo e vittorioso a traverso la triplice falange de' Barbari. Nel fervor della mischia, tre prodi Capi successivamente caddero spenti dalla spada e dalla lancia dell'Imperatore; tra questi fuvvi Razate istesso: egli morì da soldato, ma l'aspetto della sua testa, staccata dal busto e portata in trionfo sparse il dolore e la disperazione per le disanimate file de' Persiani. La sua armatura d'oro puro e massiccio, lo scudo di cento e venti falde, la spada e il fermaglio, la sella e la corazza, adornarono il trionfo di Eraclio; e se non si fosse serbato fedele a Cristo ed alla sua Madre, il campione di Roma avrebbe potuto offrire la quarta parte delle spoglie opime al Giove del Campidoglio[582]. Nella battaglia di Ninive, che fieramente fu combattuta, dal romper del giorno sino all'ora undecima, i Persiani perderono ventotto Stendardi, oltre quelli che andarono a brani; la maggior parte del loro esercito fu tagliata a pezzi, ed i vincitori, nascondendo la propria perdita, passarono la notte sul campo. Essi confessarono che in quest'occasione riuscì loro meno difficile uccidere che sconfiggere i soldati di Cosroe. In mezzo a' cadaveri de' loro commilitoni, e non più di due tiri d'arco lungi dall'inimico, l'avanzo della cavalleria Persiana tenne saldo fino all'ora settima della notte. Intorno all'ora ottava, essi ritiraronsi nell'intatto lor campo, raccolsero il lor bagaglio, e si dispersero da tutte le bande, più per mancanza di ordini che di ardire. Non meno mirabile fu la diligenza di Eraclio nell'usare della vittoria. Mediante una marcia di quarant'otto miglia in ventiquattr'ore, la sua vanguardia occupò i ponti del grande e del piccolo Zab; e le città ed i palagi dell'Assiria si dischiusero per la prima volta ai Romani. Per una continuata gradazione di magnifiche scene, essi penetrarono fino nella sede reale di Dastagerda, e tuttochè gran parte del tesoro ne fosse stata rimossa, e molta consumata in ispese, tuttavia pare che le ricchezze restatevi eccedessero le speranze dell'esercito Romano, ed anche ne satollassero l'avarizia. Essi diedero alle fiamme tutto ciò che portar via non poteasi, a tal che Cosroe dovè sentire l'angoscia di quelle ferite, con cui sì spesso avea lacerato le province dell'Impero; e la giustizia avrebbe potuto porgere una scusa, se confinata si fosse la depredazione alle opere del lusso regale, e se l'odio nazionale, la militar licenza e lo zelo di religione non avessero con egual rabbia devastato le abitazioni ed i templi de' sudditi innocenti. La ricuperazione di trecento stendardi Romani, e la liberazione de' numerosi prigionieri di Edessa e di Alessandria, riflettono una gloria più pura sulle armi di Eraclio. Dal palazzo di Dastagerda egli continuò la sua marcia sino alla distanza di poche miglia da Modain o Ctesifonte, sinchè fu arrestato, sulle rive dell'Arba, dalla difficoltà del passaggio, dal rigore della stagione, e forse dalla celebrità di un'inespugnabile capitale. Il ritorno dell'Imperatore vien segnato dal nome moderno di Sherhzour; fortunatamente egli passò il monte Zara, prima della neve, che cadde per trentaquattro giorni continui; ed i cittadini di Gandzaca o Tauride, furono astretti a mantenere con ospitali accoglienze i soldati di Eraclio coi loro cavalli[583].

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Dappoi che l'ambizione di Cosroe fu ridotta a difendere l'ereditario suo regno, l'amor della gloria, anzi il senso della vergogna dovea trarlo ad affrontare il suo rivale nel campo. Alla battaglia di Ninive, il suo coraggio avrebbe dovuto insegnare ai Persiani come si vince, ovvero cadere con onore sotto la lancia dell'Imperatore Romano. Il successore di Ciro prescelse di aspettare, in sicura distanza, l'evento; di raunare le reliquie della disfatta, e di ritirarsi a misurati passi innanzi il marciare di Eraclio, insino a che mirò con sospiro le sedi una volta sì amate di Dastagerda. I suoi amici e nemici credevano del pari che Cosroe intendesse di seppellire se stesso sotto le rovine della città e della reggia: e siccome tanto questi che quelli si sarebbero opposti alla sua fuga, il Monarca dell'Asia, insieme con Sira, e tre concubine, fuggì per un pertugio di muro, nove giorni prima che i Romani arrivassero. La lenta e magnifica processione con che il monarca Persiano solea mostrarsi alla turba prostrata, cangiossi allora in un rapido viaggio secreto; e la prima sera egli alloggiò nella capanna di un bifolco, il cui umile uscio appena poteva dar accesso al Gran Re[584]. La sua superstizione fu vinta dal timore; egli entrò, dopo tre giorni, con gioia nelle fortificazioni di Ctesifonte: nè tuttavia si reputò ben securo finchè non ebbe opposto la corrente del Tigri alle incalzanti armi Romane. La scoperta della sua fuga ingombrò di terrore e di tumulto la reggia, la città ed il campo di Dastagerda: i Satrapi esitarono se dovessero più temere del loro sovrano o del nemico, e le donne del suo Serraglio rimasero stupefatte e dilettate all'aspetto di volti umani, sinchè il geloso marito di tremila mogli le confinò di bel nuovo in un più distante castello. Per suo comando, l'esercito di Dastagerda si ritirò in un nuovo campo: coperta n'era la fronte dall'Arba e da una linea di ducento elefanti; le truppe delle più distanti province successivamente arrivarono, e si arruolarono i più vili servi del Re e de' Satrapi per l'estrema difesa del trono. Era tuttora in potere di Cosroe l'ottenere una ragionevol pace; ed iteratamente egli fu spinto dai messi di Eraclio a risparmiare il sangue de' suoi sudditi, ed a sollevare un conquistatore umano dal penoso dovere di portare il ferro e il fuoco per le più belle contrade dell'Asia. Ma l'orgoglio del Re di Persia non s'era ancora abbassato al livello della sua fortuna. Egli attinse una momentanea fidanza dalla ritirata dell'Imperatore; pianse con impotente rabbia sopra la rovina de' suoi palazzi Assiri, ed ebbe per troppo tempo in non cale il crescente mormorare della nazione, la quale lagnavasi che le vite e le sostanze di tutti venissero immolate all'ostinazione di un solo vecchiardo. Questo disavventurato vecchio era tormentato egli stesso dalle più pungenti pene della mente e del corpo; e, consapevole della sua prossima fine, deliberò di porre la tiara sul capo di Merdaza, il più diletto de' suoi figliuoli. Ma il volere di Cosroe non era più ormai tenuto in rispetto; e Siroe che vantava il grado ed il merito della sua madre Sina, avea cospirato co' malcontenti per sostenere ed anticipare i diritti della primogenitura[585]. Ventidue Satrapi, che prendevano il nome di amici della patria, si lasciarono adescare dall'opulenza e dagli onori di un nuovo regno; ai soldati l'erede di Cosroe promise un accrescimento di soldo; ai Cristiani promise il libero esercizio della lor religione; ai prigionieri, libertà e mercede; ed alla nazione, una subita pace e la diminuzione delle imposte. Si determinò da' cospiratori che Siroe, colle insegne della dignità reale, comparirebbe nel campo; e che se l'impresa andasse a male, gli sarebbe aperto uno scampo alla corte Imperiale. Ma da unanimi acclamazioni fu salutato il novello Monarca; la fuga di Cosroe (e dove sarebbe egli fuggito?) venne duramente impedita; diciotto suoi figliuoli gli furono trucidati in faccia, e cacciato fu egli dentro una segreta, dove spirò al quinto giorno. I Greci ed i Persiani moderni minutamente descrivono il modo con che Cosroe fu vilipeso, affamato, straziato con tormenti, per comando dell'inumano suo figlio, il quale avanzò d'assai l'esempio del genitore. Ma al tempo della morte di Cosroe, qual lingua avrebbe riferito l'istoria del parricidio? Qual occhio potea penetrare nella _torre dell'oscurità_? Secondo la fede e la misericordia dei Cristiani suoi inimici, egli affondò senza speranza in un abisso più cupo[586], nè vuol negarsi che i tiranni di ogni età e di ogni setta meritano sopra di tutti quelle infernali dimore. La gloria della casa di Sassan finì colla vita di Cosroe: lo snaturato suo figlio non godè che per otto mesi il frutto de' suoi delitti; e nello spazio di quattro anni, il titolo reale fu assunto da nove candidati, i quali si contesero colla spada o col pugnale, i frammenti di un'esausta monarchia. Ogni provincia ed ogni città della Persia divenne il teatro dell'indipendenza, della discordia, e del sangue; e lo stato di anarchia prevalse per circa ott'anni ancora, sinchè attutate le fazioni vennero ridotte al silenzio e riunite sotto il comune giogo de' Califfi arabi[587].

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Tosto che praticabile fu la strada de' monti, l'Imperatore ricevè la gradita notizia del buon successo della cospirazione, della morte di Cosroe, e dell'innalzamento del suo figlio maggiore al trono di Persia. Gli autori della rivoluzione, bramosi di far pompa de' loro meriti nella Corte o nel campo di Tauride precedettero gli ambasciatori di Siroe, i quali consegnarono le lettere del loro signore al suo _fratello_, l'Imperator de' Romani[588]. A norma del linguaggio usato dagli usurpatori di tutti i secoli, egli imputa alla Divinità i suoi propri misfatti; e, senza degradare la sua regal maestà, offre di riconciliare la lunga discordia delle due nazioni, mediante un trattato di pace e di alleanza, più perenne del ferro e del bronzo. Le condizioni dell'accordo vennero definite con facilità, e con fedeltà eseguite. Nel ricovrare gli stendardi ed i prigionieri, caduti in mano a' Persiani, l'Imperatore imitò l'esempio di Augusto; la cura avuta da ambidue della nazional dignità, fu celebrata da' poeti del lor tempo: ma si può misurare la decadenza dell'ingegno dalla distanza che corre tra Orazio e Giorgio di Pisidia. I sudditi e confratelli di Eraclio furono redenti dalla persecuzione, dalla schiavitù e dall'esilio; ma in luogo delle aquile Romane, le calde dimande del successore di Costantino si fecero restituire il vero legno della Santa Croce. Il vincitore non ambiva di estendere la' debolezza dall'Impero; il figlio di Cosroe abbandonò senza rammarico le conquiste del padre; i Persiani che sgomberarono le città della Siria e dell'Egitto, furono onorevolmente condotti alla frontiera, ed una guerra che avea intaccato le parti vitali delle due monarchie non partorì alcun cangiamento nella loro situazione relativa ed esterna. Il ritorno di Eraclio da Tauride a Costantinopoli, fu un trionfo perpetuo; e dopo le imprese di sei gloriose campagne, egli pacificamente godè il sabbato delle sue fatiche. Il Senato, il Clero ed il Popolo andarono all'incontro dell'eroe lungamente aspettato, spargendo lagrime, alzando applausi, portando rami d'olivo ed innumerevoli fiaccole. Egli entrò nella capitale in un cocchio tirato da quattro elefanti; e tosto che l'Imperatore potè sbrigarsi dal tumulto della pubblica gioia, egli assaporò un più verace contento negli abbracciamenti della sua madre e del suo figliuolo[589].