Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 08
Part 31
Dalle rive lungamente contese del Tigri e dell'Eufrate, il regno del nipote di Nushirvan subitamente si estese all'Ellesponto ed al Nilo, antichi limiti della monarchia Persiana. Ma le province, foggiate da una consuetudine di sei secoli alle virtù ed ai vizi de' Romani, sopportavano di mal animo il giogo de' Barbari. L'idea di una Repubblica era tenuta ognor viva dalle instituzioni, od almeno dagli scritti de' Greci e de' Romani, ed i sudditi di Eraclio aveano sin dall'infanzia imparato a profferire i vocaboli di libertà e di legge. Ma i Principi dell'Oriente, per orgoglio o per politica, usarono in ogni tempo di spiegare i titoli e gli attributi dell'onnipotenza loro; di far sentire alle nazioni la schiavitù e l'abbiezione in cui giacciono, e di aggravare, con crudeli ed insolenti minacce, il rigore de' loro comandi assoluti. Scandalezzati erano i Cristiani dell'Oriente dall'adorazione del fuoco, e dall'empia dottrina dei due Principi: nè i Magi erano meno intolleranti de' Vescovi, ed il martirio di alcuni Persiani nativi, che abbandonata aveano la religione di Zoroastro[542], apparve come il preludio di una fiera e generale persecuzione. Le leggi oppressive di Giustiniano aveano cangiato in nemici dello Stato gli avversari della Chiesa; la lega degli Ebrei, de' Nestoriani e de' Giacobiti, avea contribuito alle vittorie di Cosroe, ed il favore ch'egli parzialmente compartiva ai settari, suscitò l'odio ed i timori del clero cattolico. Consapevole di quell'odio e di questi timori, il conquistatore Persiano governò con uno scettro di ferro i nuovi suoi sudditi; e come se poco fidasse nella stabilità del suo dominio, egli dispogliò l'opulenza loro con gli smoderati tributi e la licenziosa rapina; denudò o demolì i templi dell'Oriente, e trasportò negli ereditari suoi regni l'oro e l'argento, i marmi preziosi, le arti e gli artefici delle città asiatiche. Nell'oscuro dipinto delle calamità dell'Impero[543] non è agevole di scorgere la figura di Cosroe stesso, di sceverare le sue azioni da quelle de' suoi luogotenenti, o di determinare il personale suo merito in mezzo al general bagliore della gloria e della magnificenza. Con ostentazione egli godeva i frutti della vittoria, e frequentemente dai travagli della guerra si rifuggiva alla voluttà della Reggia. Ma per lo spazio di ventiquattro anni, qualche idea di superstizione o di dispetto lo rattenne dall'avvicinarsi alle mura di Ctesifonte; e la favorita sua residenza di Artemita o Dastagerda, giaceva di là dal Tigri[544], sessanta miglia circa a settentrione della capitale. Gli addiacenti pascoli erano coperti di greggi e di armenti: il paradiso ossia il parco fra pieno di fagiani, di pavoni, di struzzi, di caprioli e di cignali, ed alle volte si discioglievano delle tigri e de' leoni per somministrare il piacere di una caccia più ardimentosa: si mantenevano novecento e sessanta elefanti per l'uso e il fasto del Gran Re: i suoi padiglioni ed il suo bagaglio erano portati in campo da dodicimila cammelli di razza grande e da ottomila di razza più piccola[545]: e le stalle reali contenevano seimila muli e cavalli, tra' quali i nomi di Shebdiz e di Barid eran rinomati per l'agilità o la bellezza loro. Seimila guardie successivamente facevano la scolta innanzi il palazzo; al servizio degli appartamenti interni . vegliavano dodicimila schiavi, e nel novero di tremila vergini, le più bello dell'Asia, qualche fortunata concubina consolava talvolta il suo Signore della vecchiezza o dell'indifferenza di Sira. I vari tesori d'oro, d'argento, di gemme, di seta e di aromati, stavano rinchiusi in cento sotterraneo volte, e la camera _Badaverde_ denotava l'accidentale dono dei venti che recato aveano le spoglie di Eraclio in uno de' porti della Siria occupati dal suo rivale. La voce dell'adulazione, e forse della finzione, non arrossisce di contare i trentamila ricchi tappeti onde le pareti erano adorne; le quarantamila colonne di argento, o più probabilmente di marmo e di legno coperte di lastre di argento, che sostenevano i tetti; ed i mille globi d'oro sospesi da una cupola, ad imitare i moti de' pianeti e le costellazioni del zodiaco[546]. Intanto che il monarca Persiano stava contemplando le meraviglie della sua arte e del suo potere, egli ricevè una lettera da un oscuro cittadino della Mecca, che lo invitava a riconoscere Maometto come l'apostolo di Dio. Il Re disdegnò l'invito, e fece a pezzi la lettera. «Ed in questa guisa,» sclamò il profeta Arabo, «Iddio farà a pezzi il regno, e disdegnerà le suppliche di Cosroe». Posto sui limiti dei due vasti Imperi dell'Oriente[547], Maometto osservava con secreta gioia il progresso della reciproca lor distruzione; e nel mezzo appunto dei trionfi della Persia, egli si avventurò a predire, come innanzi che passasser molt'anni, la vittoria avrebbe fatto ritorno ai vessilli Romani[548].
Il tempo in cui dicesi che seguisse questa profezia, era certamente quello in cui più lontano ne parea l'adempimento, poichè i primi dodici anni del regno di Eraclio annunziavano la prossima dissoluzione dell'Impero. Se puri ed onorevoli fossero stati i motivi di Cosroe, egli avrebbe dovuto por fine alla contesa quando Foca fu spento, ed abbracciare, come il miglior suo alleato, quel fortunato Affricano che sì generosamente avea vendicato gli oltraggi del suo benefattore Maurizio. La continuazione della guerra chiarì il vero carattere del Barbaro, e le supplichevoli ambasciate di Eraclio onde implorare dalla sua clemenza che risparmiasse gli innocenti, accettasse un tributo, e donasse al mondo la pace, rigettate furono con dispregevol silenzio o con insolenti minacce. La Siria, l'Egitto e le province dell'Asia, erano soggiogate dalle armi Persiane, mentre l'Europa da' confini dell'Istria sino alla lunga muraglia della Tracia, era oppressa dagli Avari non saziati dal sangue o dalla rapina della guerra Italiana. Con freddo animo essi avean trucidato i loro prigionieri maschi, nel campo sacro della Pannonia; ridotte a servitù furono le donne e i fanciulli, e le più nobili vergini si videro abbandonate alla indistinta lussuria de' Barbari. L'amorosa matrona che avea aperto le porte del Friuli, passò una breve notte nelle braccia del suo drudo reale: la sera appresso, Romilda fu condannata agli abbracciamenti di dodici Avari, ed il terzo giorno la principessa Lombarda fu impalata al cospetto del campo, mentre il Cacano con crudele sorriso avvertiva che un simigliante marito era la degna ricompensa della sua dissolutezza e perfidia[549]. Questi formidabili nemici insultavano ed assediavano Eraclio da tutte le bande, e ridotto era il Romano Impero alle mura di Costantinopoli, con qualche avanzo della Grecia, dell'Italia e dell'Affrica, e con qualche città marittima della costa Asiatica da Tiro a Trebisonda sulle coste dell'Asia. Dopo la perdita dell'Egitto, la capitale patì la carestia e la peste; e l'Imperatore, inabile a resistere e fuor di speranza di ricever soccorso, avea deliberato di trasferire se stesso ed il governo nella più sicura residenza di Cartagine. Già cariche erano le sue navi de' tesori della Reggia, ma rattenuta ne venne la fuga per opera del Patriarca il quale armò i poteri della Religione in difesa della patria; condusse Eraclio all'altare di S. Sofia, e ne riscosse un solenne giuramento di vivere e di morire insieme col popolo che Iddio aveva affidato alle sue cure. Nelle pianure della Tracia accampava il Cacano, ma dissimulava i perfidi suoi disegni, e chiedeva un abboccamento coll'Imperatore presso la città di Eraclea. Con equestri giuochi si celebrò la riconciliazione loro; il Senato ed il Popolo nelle più allegre lor vesti accorsero alla festività della pace, e gli Avari mirarono con invidia e desiderio, lo spettacolo del lusso Romano. In un subito, l'Ippodromo fu circondato dai cavalli Scitici, che aveano accelerato la secreta e notturna lor marcia. Il tremendo suono della frusta del Cacano diede il segnal dell'assalto; ed Eraclio, ravvolgendosi il diadema intorno al braccio, scampò, per somma ventura, mercè della velocità del suo cavallo. Così rapido fu l'inseguire degli Avari, ch'essi quasi entrarono per la porta aurea di Costantinopoli in una colle turbe fuggenti[550]; ma il saccheggio de' sobborghi premiò il lor tradimento, ed essi trasportarono di là dal Danubio dugento e settantamila prigioni. Sul lido di Calcedonia, l'Imperatore tenne un più sicuro congresso con un più onorato nemico, il quale, prima che Eraclio scendesse dalla galea, salutò con riverenza e pietà la maestà della porpora. L'amichevole offerta, fatta da Sain, generale Persiano, di condurre un'ambasceria alla presenza del Gran Re, con fervida riconoscenza fu accolta, e la preghiera di perdono e di pace umilmente fu presentata dal Prefetto del Pretorio, dal Prefetto della città, e da uno de' primi ecclesiastici della chiesa patriarcale[551]. Ma il luogotenente di Cosroe avea fatalmente interpretato a rovescio le intenzioni del suo Signore. «Non già Ambasciatori» disse il tiranno dell'Asia, «ma bensì la stessa persona di Eraclio, avvinto in catene, egli doveva trarre al piè del mio trono. Io non farò mai pace coll'Imperator de' Romani, sintantochè egli abbia abbiurato il suo Dio crocifisso, ed abbracciato il culto del Sole». Sain fu scorticato vivo, giusta la pratica disumana del suo paese; ed il separato e rigoroso confino degli ambasciatori, tradì la legge delle nazioni, e la fede di un'espressa stipulazione. Tuttavia sei anni di sperienza avvertirono il monarca Persiano che rinunziare ei dovea finalmente all'idea di conquistare Costantinopoli, e lo mossero a specificare l'annuo tributo o riscatto dell'Imperio Romano, consistente in mille talenti d'oro, mille talenti di argento, mille vesti di seta, mille cavalli e mille vergini. Eraclio sottoscrisse questi ignominiosi patti; ma il tempo e lo spazio ch'egli ottenne per raccogliere que' tesori dalla povertà dell'Oriente, avvedutamente furono impiegati ne' preparativi di un audace e disperato attacco.
[A. D. 621]
Fra tutti i caratteri luminosamente notati dall'Istoria, quello di Eraclio è forse uno de' più straordinari ed incoerenti. Ne' primi e negli ultimi anni di un lungo regno, l'Imperatore si mostra quale schiavo dell'ozio, del piacere e della superstizione, qual negligente ed impotente spettatore delle pubbliche calamità. Ma le languide nebbie del mattino e della sera, sono separate dal folgore del Sole al merigge. L'Arcadio della reggia, sorge il Cesare del campo, e l'onore di Roma e di Eraclio viene gloriosamente riparato dalle imprese e da trofei di sei campagne piene di baldanza e di rischio. Era dovere degli Storici Bizantini il rivelarci le cagioni del suo letargo e della sua vigilanza. Così distanti da que' tempi, noi possiamo soltanto congetturare che dotato ei fosse più di personal coraggio che di politica risoluzione; che rattenuto fosse dai vezzi e forse dagli artifizi di sua nipote Martina, colla quale, dopo la morte di Eudossia, egli contrasse un incestuoso maritaggio[552], e che cedesse ai codardi avvisi de' consiglieri, i quali sostenevano qual legge fondamentale, che l'Imperatore non doveva mai cimentarsi nel campo[553]. Forse egli si riscosse dal letargo all'ultima insolente domanda del conquistatore Persiano; ma nel momento in cui Eraclio sfolgorò come un eroe, le sole speranze dei Romani eran poste nelle vicende della fortuna, che potea minacciare l'orgogliosa prosperità di Cosroe, e mostrarsi favorevole a quelli ch'erano aggiunti all'ultimo periodo della depressione[554]. Prima cura dello Imperatore fu il provvedere alle spese della guerra; ed affine di raccogliere il tributo invocò la benevolenza delle province Orientali. Ma l'entrata più non discorreva per gli usati canali; il credito di un Principe arbitrario è annichilato dal suo stesso potere; ed il coraggio di Eraclio si spiegò prima di tutto nel prendere in prestito le consacrate ricchezze delle Chiese col voto solenne di restituire, con usura, tuttociò che sarebbe costretto ad impiegare in servizio della Religione e dell'Impero. Pare che il clero istesso fosse commosso dalla pubblica infelicità, e l'oculato Patriarca d'Alessandria, senza voler permettere un sacrilegio assistette il suo sovrano, mediante la miracolosa od opportuna rivelazione di un tesoro secreto[555]. Dei soldati che avean cospirato insieme con Foca, si trovò che due soltanto erano sopravvissuti ai colpi del tempo e dei Barbari[556]. La perdita eziandio di questi sediziosi veterani, venne imperfettamente riparata dalle nuove leve di Eraclio, e l'oro del Santuario raccolse in uno stesso campo i nomi e le armi e la favella dell'Oriente e dell'Occidente. L'Imperatore sarebbe stato pago se gli Avari si fossero tenuti neutrali; e l'amichevole invito ch'egli fece al Cacano di non diportarsi come nemico, ma come custode dell'Impero, fu accompagnato dal più persuadente donativo di dugentomila monete d'oro. Due giorni dopo la festa di Pasqua, l'Imperatore cangiata la porpora nel semplice abito di un penitente e di un guerriero[557], diede il segnale della dipartenza. Alla fede del popolo, Eraclio raccomandò i suoi figliuoli, commise il poter civile ed il militare alle mani più degne; e nella prudenza del Patriarca e del Senato pose l'autorità di salvare o di arrendere Costantinopoli ove durante la sua lontananza, forse oppressa dalle forze superiori dell'inimico.
[A. D. 622]
Di tende e d'armi vedeansi coperte le vicine alture di Calcedonia, ma se temerariamente condotte si fossero le nuove leve di Eraclio all'attacco, una vittoria de' Persiani alla vista di Costantinopoli, sarebbe stato l'ultimo giorno del Romano Impero. Nè meno imprudente partito doveva riuscir quello d'innoltrarsi nelle province dell'Asia, lasciando l'innumerevole cavalleria libera di tagliar fuori i convogli e di tribolar del continuo la stanca e disordinata retroguardia. Ma i Greci erano ancora padroni del mare: una flotta di galee, di navi da trasporto, di barche da vettovaglie era adunata nel porto; i Barbari al soldo di Eraclio consentirono ad imbarcarsi; un buon vento gli portò fuori dell'Ellesponto; le coste occidentali e meridionali dell'Asia Minore stendevansi alla sinistra loro, l'intrepidezza del loro Capo si mostrò all'aperto in una tempesta, e perfino gli eunuchi della sua comitiva furono dall'esempio del loro Signore tratti a soffrire e ad operare. Egli sbarcò le sue truppe sui confini della Siria e della Cilicia, nel golfo di Scanderoon, dove la costa tutto ad un tratto volge a mezzogiorno[558], e la scelta di questo porto importante fece prova del suo discernimento[559]. Da tutte le parti, le sparse guernigioni delle città marittime e de' monti potean raccogliersi con prontezza e sicurezza intorno all'imperiale vessillo. Le fortificazioni naturali della Cilicia difendevano e quasi occultavano il campo di Eraclio ch'era piantato presso all'Isso sul terreno medesimo, dove Alessandro sconfisse l'armata di Dario. L'angolo occupato dall'Imperatore era profondamente internato in un vasto semicircolo composto dalle province Asiatiche, Armene e Siriache, ed a qualunque punto della circonferenza egli volesse dirizzare l'attacco, agevole gli riusciva dissimulare le sue mosse ed antivenire quelle del nemico. Nel campo d'Isso, il Generale romano riformò la scioperaggine ed il disordine de' veterani, ed ammaestrò le nuove reclute nel conoscimento e nella pratica delle militari virtù. Spiegando all'aure la miracolosa immagine di Cristo, gli esortò a _vendicare_ i sacri altari, profanati dagli adoratori del fuoco, e chiamandoli co' dolci nomi di figli e di fratelli, deplorò le pubbliche e private traversie della Nazione. I sudditi di un monarca si lasciaron persuadere che combattevano per la libertà, ed un somigliante entusiasmo passò nell'animo de' mercenarj stranieri, i quali con eguale indifferenza dovean mirare gl'interessi di Roma o que' della Persia. Eraclio egli stesso, coll'abilità e colla pazienza di un Centurione, inculcava i precetti della tattica, ed i soldati venivano assiduamente addestrati nell'uso delle armi, negli esercizj e nelle evoluzioni del campo. La cavalleria e l'infanteria, grave armata o leggiera, era divisa in due parti. Le trombe occupavano il centro, ed il loro suono regolava la marcia, la carica, la ritirata o l'inseguimento, l'ordine diretto o l'obbliquo, la falange profonda od estesa; e si rappresentavano le operazioni della vera guerra con fittizj combattimenti. Qualunque travaglio dall'Imperatore si prescrivesse alle truppe, vi si sommetteva con eguale severità egli stesso; il lavoro, il vitto, il sonno de' soldati era misurato dalle inflessibili leggi della disciplina, e, senza dispregiare il nemico, essi impararono a porre un'implicita fidanza nel proprio valore e nella saggezza del lor condottiere. La Cilicia tostamente fu circondata dalle armi Persiane; ma la cavalleria loro esitò a cacciarsi dentro le gole del monte Tauro, sinchè non furono presi alle spalle dalle evoluzioni di Eraclio, il quale insensibilmente circondò la retroguardia nemica, mentre pareva presentar la sua fronte in ordine di battaglia. Mediante un falso movimento, col quale faceva le viste di minacciar l'Armenia, ei gli trasse, contro lor voglia, ad una battaglia generale. Adescati essi furono dall'artificioso disordine del suo campo; ma quando si avanzarono per combattere, il terreno, il sole, e l'aspettativa de' due eserciti, si trovarono contrarii ai Barbari. I Romani con buon successo rinnovarono sul campo di battaglia i loro guerrieri esercizj[560], e l'evento della giornata chiarì al mondo, che i Persiani non erano invincibili, e che un eroe vestiva la porpora. Forte per la vittoria e la fama acquistata, Eraclio arditamente ascese i gioghi del monte Tauro, mosse il campo verso le pianure della Cappadocia, e stabilì le sue truppe, per la stagione invernale, in sicuri e ben provveduti alloggiamenti sulle rive del fiume Ali[561]. Superiore era il suo animo alla vanità di sfoggiare in Costantinopoli un imperfetto trionfo: ma indispensabilmente facea mestieri della presenza dell'Imperatore per calmare l'irrequieto e rapace ardire degli Avari.
[A. D. 623-624-625]
Da' giorni di Scipione e di Annibale in poi, non si era tentata un'impresa più audace di quella che Eraclio mandò ad effetto per liberare l'Impero[562]. Ei lasciò che i Persiani opprimessero per qualche tempo le province, ed impunemente insultassero la capitale dell'Oriente: mentre l'Imperatore romano s'apriva la perigliosa sua strada a traverso il Mar Nero[563] ed i monti dell'Armenia; s'internava nel cuor della Persia[564] e richiamava gli eserciti del Gran Re alla difesa della straziata lor patria. Con una scelta mano di cinquemila soldati, Eraclio navigò da Costantinopoli a Trebisonda; raccolse le sue forze che aveano svernato nelle regioni del Ponto; e dalla foce del Fasi fino al Mar Caspio confortò i suoi sudditi ed alleati a muovere col successore di Costantino sotto il fedele e vittorioso vessillo della Croce. Allorquando le legioni di Lucullo e di Pompeo passarono per la prima volta l'Eufrate, esse arrossirono della facile lor vittoria sopra i natii dell'Armenia. Ma la lunga sperienza della guerra aveva indurato gli animi ed i corpi di quel popolo effeminato; si mostrò l'ardore e l'intrepidezza loro nella difesa di un decadente Impero; essi abborrivano e paventavano l'usurpazione della casa di Sassan, e la memoria della persecuzione inveleniva il pio lor odio contro i nemici di Cristo. I limiti dell'Armenia, come era stata ceduta all'Imperatore Maurizio si stendevano sino all'Arasse; il fiume si sommise all'oltraggio di un ponte[565], ed Eraclio, premendo i vestigi di Marc'Antonio, si dirizzò verso la città di Tauride o Gandzaca,[566] antica e moderna capitale di una delle province della Media. Cosroe stesso, alla testa di quarantamila uomini, era tornato da qualche spedizione lontana per opporsi ai progressi delle armi Romane; ma egli ritirossi all'avvicinarsi di Eraclio, non accettando la generosa alternativa della pace o della battaglia. In luogo di un mezzo milione di abitatori che attribuiti vennero a Tauride sotto il regno dei Sofi, la città non conteneva più di tremila case; ma il valsente de' tesori reali in essa rinchiusi consideravansi di gran valore, attesa la tradizione ch'essi fossero le spoglie di Creso, ivi trasportate per opera di Ciro dalla cittadella di Sardi. Le rapide conquiste di Eraclio non furono sospese che dalla stagione d'inverno; un motivo di prudenza, o di superstizione[567] lo determinò a ritirarsi nella provincia di Albania, lungo i lidi del Caspio; e le sue tende probabilmente si piantarono nelle pianure di Mogan[568], accampamento favorito de' Principi Orientali. Nel corso di questa fortunata incursione, segnalò egli lo zelo e la vendetta di un Imperatore Cristiano; per suo cenno i soldati estinsero il fuoco, e distrussero i templi de' Magi: le statue di Cosroe, che aspirava agli onori divini, furono date alle fiamme, e le rovine di Tebarma od Ormia[569], che avea dato i natali a Zoroastro, servirono in qualche modo ad espiare gli oltraggi fatti al santo Sepolcro. Uno spirito di religione più puro spiccò nel sollievo e nella liberazione di cinquantamila prigionieri. Ricompensato fu Eraclio dalle lagrime e dalle grate acclamazioni di essi; ma questa saggia operazione, che sparse la fama della sua bontà, destò altamente le querele dei Persiani contro l'orgoglio e l'ostinazione del loro monarca.