Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 08

Part 30

Chapter 303,388 wordsPublic domain

Nondimeno se Costantinopoli fosse rimasta ferma e fedele, l'assassino avrebbe consumato il suo furore contro le mura; e l'esercito ribelle a poco a poco si sarebbe sminuito o riconciliato mediante il senno dell'Imperatore. Durante i giuochi del Circo, ch'egli ripeteva con insolita pompa, Maurizio occultò sotto il sorriso della sicurezza, l'ansietà del suo cuore; egli condiscese a ricercare gli applausi delle _fazioni_, e ne blandì l'orgoglio coll'accettare da' rispettivi loro Tribuni una lista di novecento _Azzurri_ e di mille cinquecento _Verdi_, ch'egli affettò di risguardare come le salde colonne del suo trono. Il proditorio o fiacco loro sostegno pose in piena luce la sua debolezza e ne accelerò la caduta. Que' della fazion verde erano i secreti complici de' ribelli, e gli Azzurri raccomandavano dolcezza e moderazione in una contesa co' Romani loro fratelli. Le rigide ed economiche virtù di Maurizio aveano da gran pezza alienato il cuor de' suoi sudditi. Mentre a piedi ignudi egli camminava in una processione religiosa, fu aspramente assalito a colpi di sassi, e le sue guardie furono costrette a sporgere le ferrate lor mazze in difesa della sua persona. Un monaco fanatico scorreva le strade con una spada sguainata, intimando contro di Maurizio l'ira e la sentenza di Dio, ed un vile plebeo, vestito e foggiato come l'Imperatore fu posto a seder sopra un asino, ed inseguito dalle imprecazioni della moltitudine[522]. L'Imperatore prese sospetto dell'amore che portavano a Germano i soldati ed i cittadini: egli temette, minacciò, ma differì nel vibrare il colpo: il Patrizio si riparò nel santuario della Chiesa; il popolo si levò in sua difesa; le guardie disertaron le mura, e la città senza legge fu abbandonata alle fiamme ed al saccheggio di un tumulto in tempo di notte. Lo sfortunato Maurizio, appiattato insieme con la moglie ed i figli dentro di una barchetta, cercò di ricovrarsi alla spiaggia Asiatica, ma la violenza del vento lo costrinse a pigliar terra alla chiesa di S. Autonomo[523] presso Calcedonia, d'onde spedì Teodosio, suo primonato, ad implorare la gratitudine e l'amicizia del Monarca persiano. Quanto a lui, ricusò di fuggire: tormentato era il suo corpo dai dolori sciatici[524]; la superstizione gli aveva indebolito la mente; rassegnatamente egli aspettò l'evento della rivoluzione, e volse una fervente e pubblica preghiera all'Altissimo, onde gli fosse dato il castigo de' suoi peccati piuttosto in questa vita che nell'altra. Dopo l'abdicazione di Maurizio, le due fazioni si contendevano la scelta di un Imperatore; ma il favorito degli Azzurri fu rigettato dalla gelosia de' loro antagonisti, e Germano egli stesso fu trascinato dalla frotta la quale corse al palazzo di Ebdomone, sette miglia distante dalla città, ad adorare la maestà di Foca il Centurione. Al modesto desiderio mostrato da Foca di cedere la porpora al grado ed al merito di Germano, si oppose la risoluzione dello stesso Germano, più ostinata ed egualmente sincera. Il Senato ed il Clero obbedirono alla chiamata del nuovo Principe ed il Patriarca tosto che si fu accertato della sua fede ortodossa consacrò il fortunato usurpatore nella chiesa di S. Giovanni Battista. Il terzo giorno, Foca, tra le acclamazioni di un popolo spensierato, fece il solenne suo ingresso assiso in un carro tirato da quattro bianchi destrieri; ricompensata fu la rivolta delle sue truppe con un largo donativo, ed il nuovo sovrano, poi ch'ebbe visitato il palazzo, assistè, dall'alto del suo trono, ai giuochi dell'Ippodromo. In una disputa di preferenza tra le due fazioni, il parziale suo giudizio piegossi in favore dei Verdi, «Sovvengati che Maurizio vive tuttora!» tale fu il grido che dalla parte opposta suonò; e l'indiscreto clamore degli Azzurri avvertì e spronò la crudeltà del tiranno. Furono spediti i ministri della morte a Calcedonia: essi trassero fuori l'Imperatore dal santuario: ed i cinque figliuoli di Maurizio vennero successivamente posti a morte sotto gli occhi dell'angosciato lor genitore. Ad ogni colpo che gli piombava sul cuore, egli trovava forza bastante ad esclamare con umile pietà. «Tu sei giusto, o Signore, ed i tuoi giudizj sono pieni di rettitudine.» Tale fu anzi, negli ultimi momenti, il rigoroso suo attaccamento alla verità ed alla giustizia, che rivelò ai soldati la pietosa frode di una nutrice la quale presentò il proprio suo figlio in cambio del bambino reale[525]. Chiusa finalmente fu la tragica scena coll'esecuzione dell'Imperatore stesso nel ventesimo anno del suo regno, e sessantesimoterzo dell'età sua. I corpi del padre e de' cinque suoi figli furono gettati in mare, ed esposte le teste in Costantinopoli agl'insulti ed alla compassione del popolo; nè prima che apparissero indizii di putrefazione, Foca volle consentire che si desse privata sepoltura a que' venerabili avanzi. In quella tomba umanamente si sotterrarono i falli e gli errori di Maurizio. Più non si rimembrò che il suo misero fato, ed in capo a vent'anni, nel leggersi l'istoria di Teofilatto, il doglioso racconto fu interrotto dalle lagrime degli ascoltatori[526]. Lagrime siffatte scorsero certamente in secreto, e colpevole si sarebbe reputata una tale pietà, durante il regno di Foca, il quale pacificamente fu riconosciuto sovrano dalle province dell'Oriente e dell'Occidente. Le immagini dell'Imperatore e di sua moglie Leonzia furono esposte nel Laterano alla venerazione del Clero e del Senato di Roma, poi depositate nel palazzo de' Cesari, tra quelle di Costantino e di Teodosio. Era dovere di Gregorio, come suddito e come Cristiano, di sottoporsi al governo stabilito; ma il lieto applauso, con che egli saluta la fortuna dell'assassino, ha bruttato d'indelebil macchia il carattere del Santo. Il successore degli Apostoli avrebbe potuto con dicevol fermezza inculcare il delitto del sangue sparso e la necessità del pentimento; ma egli godè nel celebrare la liberazione del popolo e la caduta dell'oppressore; nel rallegrarsi che la provvidenza abbia innalzata la pietà e la benignità di Foca al trono imperiale; nel pregare che le mani di lui possano esser fortificate contro i suoi nemici, e nell'esprimere un desiderio, forse una profezia, che dopo un lungo e trionfante Impero, egli possa esser trasportato da un regno temporale ad un regno celeste[527]. Io ho già descritto i progressi di una rivoluzione così gradita, nell'opinione di Gregorio, al cielo ed alla terra, e Foca non si mostrò men odioso nell'esercizio che nell'acquisto del potere. Il pennello di uno storico imparziale ha delineato il ritratto di un mostro[528]; la piccola e deforme sua persona, gli ispidi cigli da niun intervallo disgiunti, i capelli rossi, il mento senza barba, e la gota disfigurata e scolorata da una formidabile cicatrice. Ignorava le lettere, le leggi ed eziandio le armi: egli nella dignità suprema non vide che un più ampio privilegio di darsi alla lussuria ed all'ubbriachezza, ed i brutali suoi piaceri erano od oltraggiosi pe' suoi sudditi o vituperevoli ad esso. Senza assumere l'uffizio di un Principe, egli abbandonò la professione di soldato; ed il regno di Foca afflisse l'Europa con una pace ignominiosa, e l'Asia con una guerra desolatrice. Il selvaggio suo naturale veniva acceso dalle passioni, indurito dal timore, esacerbato dalla resistenza o dal rimprovero. La fuga di Teodosio alla corte di Persia era stata impedita da un rapido inseguimento e da un ingannevol messaggio: questi fu decapitato a Nicea, e le ultime ore del giovane Principe ebbero a raddolcimento i conforti della religione e la consapevolezza dell'innocenza. Con tuttociò il suo fantasma perturbava il riposo dell'usurpatore: si sparse per l'Oriente una voce che il figlio di Maurizio vivesse tuttora; il popolo aspettava il suo vendicatore, e la vedova e le figlie dell'ultimo Imperatore avrebbero adottato per loro figlio e fratello il più abbietto degli uomini. Nel macello della famiglia Imperiale[529] la clemenza, o piuttosto la prudenza di Foca avea risparmiato queste donne infelici che decentemente furono confinate in una casa privata. Ma nell'animo dell'Imperatrice Costantina vivea mai sempre la memoria del padre, del fratello, e de' figli, ond'ella aspirava alla libertà ed alla vendetta. Nell'orror di una notte ella fuggissene al santuario di S. Sofia, ma le sue lagrime, e l'oro di Germano, suo cooperatore, non valsero ad eccitare una sollevazione. La vita di lei diveniva sacra alla vendetta, anzi alla giustizia; ma il Patriarca, ne ottenne la salvezza, facendosene mallevadore con giuramento: e la vedova di Maurizio consentì a profittare e ad abusare della clemenza del suo assassino. La scoperta od il sospetto di una seconda cospirazione, sciolse l'impegno, e raccese il furore di Foca. Una matrona che comandava il rispetto e la pietà degli uomini, figlia, moglie e madre d'Imperatori, venne posta alla tortura, come il malfattore più vile, per forzarla a confessare i suoi disegni ed i suoi compiici. L'Imperatrice Costantina fu decapitata, insieme con tre figlie innocenti, a Calcedonia su quel suolo istesso che lordato era ancora dal sangue di suo marito e de' suoi cinque figliuoli. Dopo un tale esempio, riuscirebbe superfluo il noverare i nomi ed i patimenti delle vittime meno illustri. Di rado la condanna loro era preceduta dalle forme di un processo, ed attossicato n'era il supplizio dai raffinamenti della crudeltà: si traforavano gli occhi, si strappava la lingua dalle fauci, si troncavano i piedi e le mani. Alcuni spiravano sotto il flagello, altri in mezzo alle fiamme, altri a colpi di frecce; ed una semplice morte spedita era un atto di clemenza che di rado si poteva ottenere. L'Ippodromo, il sacro asilo de' piaceri e della libertà de' Romani, fu contaminato di teste e di membra e di cadaveri sbranati; e gli antichi compagni di Foca ben sentirono che il suo favore od i loro servizj non potevano camparli dal furore di un tiranno[530] che degnamente gareggiava co' Caligola o co' Domiziani del primo secolo dell'Impero.

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Foca diede la figlia, unica sua prole, in matrimonio al patrizio Crispo[531] e le regali immagini dello sposo e della sposa sconsigliatamente furono collocate nel Circo, accanto all'Imperatore. Il padre potea desiderare che la sua posterità godesse il frutto de' suoi delitti: ma il monarca si offese di questa prematura e popolare associazione. I Tribuni della fazion verde che accusarono i loro scultori dell'officioso errore, furono condannati ad instantanea morte. Le preghiere del popolo ottennero la grazia loro; ma Crispo dovea ragionevolmente dubitare che un usurpator geloso non dimenticherebbe, nè perdonerebbe l'involontaria sua competenza. La fazion verde era disgustata per l'ingratitudine di Foca, e la perdita de' suoi privilegi; ogni provincia dell'Imperio era matura per la ribellione; ed Eraclio, Esarca d'Affrica, persisteva da quasi due anni in ricusare ogni obbedienza o tributo al Centurione che disonorava il trono di Costantinopoli. I secreti messi di Crispo e del Senato sollecitarono l'indipendente Esarca a salvare ed a governar la sua patria. Ma l'ambizione in lui era raffreddata dagli anni, onde commise la pericolosa impresa al suo figlio Eraclio, ed a Niceta, figlio di Gregorio, suo luogotenente ed amico. Si armarono da due giovani avventurieri le forze dell'Affrica; essi andarono intesi che uno navigherebbe un'armata da Cartagine a Costantinopoli, mentre l'altro condurrebbe un esercito per l'Egitto e l'Asia, e che la porpora imperiale sarebbe il guiderdone della sollecitudine e della vittoria. Venne un debil romore de' lor disegni all'orecchio di Foca, e la moglie e la madre del giovane Eraclio furono soprattenute, ad ostaggi della fede di esso: ma le traditoresche arti di Crispo impicciolirono il lontano pericolo; si trascurarono o ritardarono i mezzi della difesa; ed il tiranno dormì nell'indolenza, sino al momento in cui l'armata Affricana gettò l'ancora nell'Ellesponto. Sotto il stendardo di Eraclio si raccolsero i fuggitivi e gli esuli che sete aveano di vendetta; i suoi vascelli la cui alta poppa era adorna de' sacri simboli della religione[532], volsero il trionfante corso verso la Propontide; e Foca, dalle finestre del suo palagio, vide il soprastante, inevitabil suo fato. La fazione verde si lasciò trarre con doni e promesse ad opporre una debole e vana resistenza allo sbarco degli Affricani; ma il popolo e le guardie stesse furono determinate dal tempestivo passaggio di Crispo alla parte contraria; ed il tiranno fu arrestato da un semplice cittadino, il quale audacemente invase la solitudine del palazzo. Spogliato del diadema e dell'ostro, avvolto in misere vesti, e carico di catene egli venne trasportato in un barchetto alla galea imperiale di Eraclio, il quale gli rinfacciò i misfatti dell'abbominevol suo regno. «Governerai tu meglio»? Furono le estreme parole mandate dalla disperazione di Foca. Poscia che sofferto egli ebbe ogni maniera di tormenti e di vilipendj, gli fu reciso il capo; ed il mutilato busto fu dato alle fiamme, nè diversamente si videro trattate le statue del superbo usurpatore, e la sediziosa bandiera della fazion verde. La voce del Clero, del Senato e del Popolo invitò Eraclio a salir sopra il trono che purificato egli avea dal delitto e dall'ignominia; dopo un qualche grazioso esitare, egli si arrese a' loro desiri. La sua incoronazione fu accompagnata da quella di sua moglie Eudossia; e la discendenza loro fino alla quarta generazione, continuò a reggere l'Impero orientale. Facile e prospero era stato il viaggio di Eraclio; Niceta non trasse a fine la tediosa sua marcia prima che decisa fosse la lite; ma senza mormorare ei si sommise alla fortuna del suo amico, e premiate ne furono le lodevoli intenzioni con una statua equestre, e colla mano della figlia dell'Imperatore. Più difficile era il por sicurezza nella fedeltà di Crispo, di cui s'erano ricompensati i recenti servigj col comando dell'esercito di Cappadocia. La sua arroganza tosto provocò, e parve scusare l'ingratitudine del suo nuovo Sovrano. In presenza del Senato, il genero di Foca fu condannato ad abbracciare la vita monastica; e si giustificò la sentenza dall'autorevole osservazione di Eraclio, che l'uomo il quale avea tradito il suo padre, non poteva essere fedele al suo amico[533].

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Anche dopo la morte di Foca, la Repubblica gemè travagliata pe' suoi delitti, i quali armarono del pretesto di una pia causa il più formidabile de' suoi nemici. Secondo le amichevoli ed eguali formalità, stabilite tra la corte Bizantina e la Persiana, egli annunziò a Cosroe il suo esaltamento al trono; e Lilio che presentato gli avea le teste di Maurizio e de' suoi figliuoli, gli parve idoneo a descrivere le circostanze di quella tragica scena[534]. Checchè si facesse dalla finzione e dal sofisma per colorare il racconto, Cosroe torse con orrore gli sguardi dall'assassino, fece porre in ceppi il preteso ambasciatore, non riconobbe l'usurpatore, e si dichiarò il vindice del suo padre e benefattore. I sensi di dolore e di sdegno che l'umanità dovea provare, e dettare l'onore, si univano in quell'occasione a promovere l'interesse del Re Persiano; e quest'interesse era altamente magnificato dai pregiudizj nazionali e religiosi dei Magi e dei Satrapi. In uno stile di adulazione artificiosa, che usurpava la favella della libertà, essi ardirono di biasimare l'eccesso della sua gratitudine ed amicizia verso i Greci, nazione con cui era pericoloso lo stringere pace o alleanza; la cui superstizione andava priva di verità e di giustizia, e che incapace esser dovea di ogni virtù, poichè potevano commettere il più atroce di tutti i delitti, l'empio assassinio del proprio sovrano[535]. Pel delitto di un Centurione ambizioso, la nazione, che egli oppresse, fu punita colla calamità della guerra; e le stesse calamità, in capo a vent'anni, si riversarono raddoppiate sopra le teste de' Persiani[536]. Il Generale che avea riposto Cosroe in trono, comandava tuttora in Oriente, ed il nome di Narsete era il formidabil suono, con cui le madri dell'Assiria solevano impaurire i loro fanciulli. Non è improbabile che Narsete, natìo della Persia, animasse il suo Signore ed amico a liberare e possedere le province dell'Asia. Più probabile è ancora che Cosroe confortasse le sue truppe colla sicurezza, che la spada cui più paventavano si rimarrebbe nel fodero, o verrebbe snudata in lor favore. L'eroe non potea por sicurtà nella fede di un tiranno; ed il tiranno conosceva quanto poco ei si meritasse l'obbedienza di un eroe. Narsete fu spogliato del comando militare; egli innalzò lo stendardo dell'indipendenza a Gerapoli in Siria; fu tradito da promesse fallaci, ed arso vivo sulla piazza del mercato in Costantinopoli. Prive del solo Capo che potessero temere o estimare le schiere che guidate egli avea alla vittoria, furono per ben due volte rotte dalla cavalleria, calpestate dagli elefanti, e trafitte dagli strali de' Barbari; ed un gran numero di prigionieri fu decapitato sul campo di battaglia per sentenza del vincitore, il quale potea giustamente condannare que' sediziosi mercenarj, come gli autori od i complici della morte di Maurizio. Durante il regno di Foca, le fortificazioni di Merdino, di Dara, di Amida e di Edessa, successivamente vennero assediate, espugnate e distrutte dal monarca Persiano, il quale passò l'Eufrate, occupò Gerapoli, Calcide e Berrea od Aleppo, città della Siria, poi cinse le mura di Antiochia delle sue irresistibili armi. Sì rapidi successi manifestarono la decadenza dell'Impero, l'incapacità di Foca, e il disamor de' suoi sudditi. Un impostore che si diceva il figlio di Maurizio[537], ed il legittimo erede dell'Impero seguiva il campo di Cosroe, il quale offeriva, di tal guisa, alle province un decente pretesto di sommissione o di rivolta.

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Il primiero messaggio che Eraclio ricevè dall'Oriente[538], gli annunziò che Antiochia era perduta, ma l'attempata metropoli, sì spesso rovesciata da tremuoti o saccheggiata da' nemici, offrì a' Persiani pochi tesori da predare, e poco sangue da spargere. Egualmente vittoriosi e più fortunati essi furono nel sacco di Cesarea, capitale della Cappadocia; e quanto più avanzavano oltre i baluardi della frontiera, limite dell'antica guerra, tanto meno di resistenza e tanto più copiosa messe incontravano. La dilettosa valle di Damasco è stata in ogni tempo adorna di una regale città; l'oscura felicità di essa ha sfuggito finora allo storico dell'Impero Romano. Ma Cosroe riposò le sue truppe nel paradiso di Damasco, prima di salire i balzi del Libano, o d'invadere le città della costa Fenicia.

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La conquista di Gerusalemme[539], meditata altra volta da Nushirwan, fu tratta a fine dallo zelo e dall'avarizia del suo nipote. Lo spirito intollerante dei Magi chiedeva a tutto potere la rovina del più augusto monumento della Cristianità; e Cosroe potè arruolare per quella santa guerra un esercito di ventiseimila Ebrei, che supplirono in qualche modo col furor dello zelo alla mancanza del valore e della disciplina. Soggiogata che fu la Galilea e la regione di là del Giordano, per la cui resistenza pare che si ritardasse il fato della capitale, Gerusalemme stessa fu presa di assalto. Il sepolcro di Cristo, e le magnifiche Chiese di Elena e di Costantino, vennero consumate od almeno guaste dalle fiamme; ed un solo giorno sacrilego vide poste a sacco le devote offerto di trecent'anni; il vincitore fece trasportare in Persia il Patriarca Zaccaria e la _Vera Croce_, e lo scempio di novantamila Cristiani viene imputato agli Ebrei ed agli Arabi che aumentavano il disordine della marcia Persiana. I fuggitivi della Palestina furono accolti in Alessandria dalla carità dell'Arcivescovo Giovanni, il quale fra la turba de' Santi vien distinto coll'epiteto di _Elemosiniere_[540], e le rendite della Chiesa, insieme con un tesoro di trecentomila lire sterline, furono restituite ai veri loro proprietarj, i poveri di ogni paese e d'ogni denominazione. Ma l'Egitto medesimo, la sola provincia, che, dal tempo di Diocleziano in poi, fosse andata esente dalla guerra straniera ed interna, fu di nuovo soggiogato dai successori di Ciro. Pelusio, la chiave di quell'impenetrabil paese si lasciò sorprendere dalla cavalleria de' Persiani; impunemente essi varcarono gl'innumerabili canali del Delta e scorsero la lunga valle del Nilo, dalle piramidi di Menfi sino ai confini dell'Etiopia. Alessandria avrebbe potuto venir soccorsa da una forza navale, ma l'Arcivescovo ed il Prefetto s'imbarcarono alla volta di Cipro, e Cosroe entrò nella seconda città dell'Impero, che ancor serbava un dovizioso avanzo d'industria e di commercio. L'occidentale trofeo del Gran Re fu innalzato, non sulle mura di Cartagine[541], ma nelle vicinanze di Tripoli le colonne greche di Cirene furono finalmente estirpate; ed il conquistatore, calcando le orme di Alessandro, ritornò in trionfo per le arene del deserto Libico.

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Nella prima campagna, un altro esercito si avanzò dall'Eufrate al Bosforo Tracio: Calcedonia si arrese dopo un lungo assedio, ed un campo Persiano si mantenne per più di dieci anni al cospetto di Costantinopoli. La spiaggia del Ponto, la città di Ancira, e l'isola di Rodi si annoverarono fra le ultime conquiste del Gran Re; e se Cosroe avesse posseduto qualche forza marittima, l'illimitata sua ambizione avrebbe sparso la schiavitù e la desolazione sopra le province dell'Europa.