Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 08
Part 28
La Persia era stata tratta a rovina da un Re; essa fu salvata da un eroe. Dopo la sua rivolta, Varane o Bahram potè ben essere tacciato di schiavo sconoscente dal figlio di Ormuz, senza che questo rimprovero provi altra cosa che l'orgoglio di un despota, perocchè Bahram discendeva dagli antichi Principi di Rei[489], una delle sette famiglie che per le splendide e proficue lor prerogative erano poste in cima della nobiltà Persiana[490]. Nell'assedio di Dara, il valore di Bahram s'era segnalato sotto gli occhi di Nushirvan, e sì il padre che il figlio successivamente lo promossero al comando degli eserciti, al governo della Media, ed alla sovrantendenza della Reggia. La predizione popolare che lo indicava come il liberator della Persia, poteva essere inspirata dalle sue passate vittorie, e dalla sua straordinaria figura: l'epiteto di _Giubin_ che gli era applicato, significa la qualità di _legno secco_; egli aveva la forza e la statura di un gigante, e la fiera sua sembianza veniva fantasticamente paragonata a quella di un gatto selvaggio. Mentre la nazione tremava, mentre Ormuz velava i suoi terrori sotto il nome di sospetti, ed i suoi servi nascondevano la loro slealtà colla maschera del timore, il solo Bahram facea prova dell'imperterrito suo coraggio e di apparente fedeltà: e trovando che non più di dodicimila soldati volevano seguirlo contro il nemico, accortamente dichiarò che a questo numero fatale il cielo avea destinato gli onori della vittoria. La scoscesa ed angusta discesa dal Pule Rudbar[491], ossia balzo Ircanio, è il solo passo per cui un esercito possa penetrare nel territorio di Rei e nelle pianure della Media. Una mano d'uomini risoluti, posta sulle dominanti alture, poteva con sassi e dardi schiacciare le miriadi dell'oste Turchesca: il loro Imperatore ed il suo figlio furono trafitti da frecce: ed i fuggiaschi rimasero abbandonati, senza consiglio o viveri, in preda alla vendetta di un popolo offeso. Il patriottismo del Generale persiano era spronato dall'amore ch'egli portava alla città de' suoi antenati; nell'ora della vittoria ogni contadino divenne un soldato, ed ogni soldato un eroe: ed il loro ardore venne infiammato dal sontuoso spettacolo di talami e di troni e di tavole di oro massiccio, spoglio dell'Asia, e lusso del campo nemico. Un Principe di indole meno maligna non avrebbe facilmente dimenticato il benefattore; e l'odio secreto di Ormuz fu invelenito dal malizioso rapporto che Bahram avesse ritenuto per sè i più preziosi frutti della vittoria riportata sui Turchi. Ma l'approssimarsi di un esercito Romano dal lato dell'Arasse, costrinse l'implacabil tiranno a sorridere e ad applaudire; e i travagli di Bahram ebbero per mercede la permissione di andar incontro ad un nuovo nemico, dalla sua perizia e disciplina fatto più formidabile di una moltitudine Scita. Altero pel recente trionfo, egli spedì un araldo a portare un'audace disfida al campo de' Romani, chiedendo che stabilissero il giorno della battaglia, e scegliessero se volevano passare essi il fiume, ovvero concedere un libero passo all'esercito del Gran Re. Il luogotenente dell'Imperatore Maurizio preferì l'alternativa più sicura, e questa circostanza locale, che avrebbe dato più lustro alla vittoria de' Persiani, ne rendè più sanguinosa la rotta, e più difficile lo scampo. Ma la perdita de' suoi sudditi ed i pericoli del suo Regno si equilibrarono nella mente di Ormuz collo scorno del suo personale nemico; ed appena Bahram ebbe di nuovo raccolto e passato in rassegna le sue forze che ricevette da un messaggiero del Re l'oltraggioso dono di una rocca, di un filatoio, e di un compiuto abbigliamento da donna. Piegandosi alla volontà del Sovrano, egli comparve dinanzi ai soldati in quest'indegno apparecchio; essi risentirono l'ignominia di lui e la propria; un grido di ribellione levossi traverso le file, ed il Generale accettò il loro giuramento di fedeltà, ed i voti della vendetta. Un secondo messaggiero, che avea l'ordine di condur seco il ribelle in catene, fu schiacciato sotto i piedi di un elefante e si fecero premurosamente girar attorno bandi, ch'esortavano i Persiani a ricovrare la lor libertà, conculcata da odioso e dispregevol tiranno. Rapido ed universale fu l'abbandono: gli schiavi fedeli al Re caddero immolati dal pubblico furore; le truppe, disertando, si raccolsero sotto i vessilli di Bahram; e le province per la seconda volta salutarono in lui il liberatore della patria. Siccome i passi erano fedelmente guardati, Ormuz non potea noverare i suoi nemici altrimenti che con la testimonianza di una coscienza colpevole, e la giornaliera diserzione di quelli i quali, nell'ora del suo infortunio, vendicavano i lor torti o dimenticavano gli obblighi loro. Superbamente spiegare ei volle le insegne della dignità reale; ma la città e la reggia di Modain s'erano già sottratte al poter del tiranno. Tra le vittime della sua crudeltà vi avea Bindoe, principe Sassanide, ch'era stato cacciato in una segreta; si ruppero i suoi ceppi dallo zelo e dal coraggio di un suo fratello, ed egli comparve dinanzi al Re alla testa di quelle guardie fedeli ch'erano state scelte per ministri della sua carcerazione e forse della sua morte. Atterrito da tal inaspettata vista e dai fieri rimproveri del prigioniere, Ormuz cercò indarno attorno a sè chi gli desse aiuto o consiglio: egli conobbe che la sua forza consisteva nella obbedienza altrui, e rassegnatamente cedette al solo braccio di Bindoe, il quale dal trono lo trasse a quella stessa carcere in cui egli era stato sin allora rinchiuso. Allo scoppiare del primo tumulto, Cosroe, primogenito di Ormuz, fuggì di città; Bindoe con pressante ed amichevole invito lo persuase a tornarvi, e gli promise di riporlo sul trono del padre, confidando egli di regnare sotto il nome di un giovinetto inesperto. Giustamente persuaso che i suoi complici non potevano perdonare nè sperare perdono, e che ogni Persiano essendo il nemico, poteva essere il giudice del suo tiranno, Bindoe instituì un pubblico giudizio di cui negli annali dell'Oriente non trovasi esempio nè prima nè dopo. Il figlio di Nushirvan che area chiesto di difendersi da se stesso, fu introdotto come un reo nella piena assemblea de' Nobili e dei Satrapi[492]. Egli fu ascoltato con decente attenzione per tutto il tempo che aggirossi intorno ai vantaggi dell'ordine e della obbedienza, al pericolo dei mutamenti ed all'inevitabil discordia di coloro che si sono animati l'un l'altro a conculcare il legittimo ed ereditario lor Sovrano. Volgendosi poscia con patetico stile all'umanità loro, egli destò quella pietà che di rado vien ricusata alla caduta fortuna di un Re, e nel mirare l'abbietta positura e lo squallido aspetto del prigioniero, le sue lagrime, le sue catene e le impronte degli ignominiosi colpi, era impossibile ch'essi obbliassero come di recente avevano adorato il divino splendore della sua porpora e del suo diadema. Ma un cruccioso mormorio si levò nell'assemblea, tosto che egli presunse di giustificare la sua condotta, e di vantare le vittorie del suo regno. Egli definì i doveri di un Re, ed i nobili Persiani lo ascoltarono con un sorriso di spregio: infiammati essi furono di sdegno, quando ardì di avvilire il carattere di Cosroe; e coll'indiscreta offerta di rimettere lo scettro al secondo de' suoi figliuoli, egli sottoscrisse la propria condanna, e sacrificò la vita dell'innocente suo favorito. Si esposero ai pubblici sguardi i laceri cadaveri del fanciullo e della sua madre; si traforarono gli occhi ad Ormuz con un ago infuocato, ed il punimento del padre fu seguìto dal coronamento del suo figlio maggiore. Cosroe era salito al trono senza delitto, e la sua pietà cercò di alleviar la miseria dell'abdicato monarca; egli trasse Ormuz di prigione, lo pose in un appartamento della reggia, liberamente il provvide di tutti i sensuali conforti, e pazientemente sostenne i furiosi impeti del suo dispetto e della sua disperazione. Dispregiare ei poteva lo sdegno di un cieco ed odiato tiranno; ma vacillante era sul suo capo la tiara, sinchè non avesse sovvertito il potere od acquistata l'amicizia del gran Bahram, il quale fieramente impugnava la giustizia di una rivoluzione in cui egli stesso ed i suoi soldati, veri rappresentanti della Persia, non erano stati consultati. All'offerta di un'amnistia generale e del secondo posto nel regno, fatta da Cosroe, rispose Bahram con una lettera in cui si denominava l'amico degli Dei, il conquistatore degli Uomini, ed il nemico dei Tiranni, il Satrapo dei Satrapi, il Generale degli eserciti Persiani ed un Principe ornato del titolo di undici virtù[493]. Egli comanda a Cosroe figlio di Ormuz di fuggire l'esempio e il destino del padre, di ricacciare in prigione i traditori usciti dalle catene, di deporre in qualche sacro luogo il diadema da lui usurpato, e di accettare dal grazioso suo benefattore il perdono de' suoi falli ed il governo di una provincia. Il ribelle poteva non essere superbo, ed il Re certissimamente non falliva per umiltà; ma il primo era consapevole della sua forza, ed il secondo non sentiva che la sua debolezza, ed altresì il modesto linguaggio della risposta del Re lasciava tuttavia aperto il campo alle pratiche ed all'accordo. Cosroe condusse in campo gli schiavi della reggia e la plebe della Capitale; con terrore essi mirarono i vessilli di un esercito veterano; circondati e sorpresi essi furono dalle evoluzioni del Generale, ed i Satrapi che aveano deposto Ormuz, ricevettero la punizione della loro rivolta, od espiarono il loro tradimento con un secondo e più colpevole atto di slealtà. In salvo fu la vita e la libertà di Cosroe: ma ridotto ei trovossi alla necessità d'implorare ajuto e rifugio in paese straniero, e l'implacabil Bindoe, ansioso di assicurarsi un titolo ineluttabile, precipitosamente ritornò alla reggia, e colla corda di un arco pose fine ai miseri giorni del figlio di Nushirvan[494].
[A. D. 590]
Nell'atto di apprestarsi alla ritirata, Cosroe pose in deliberazione cogli amici che gli rimanevano[495], se dovesse tenersi occulto ed in agguato dentro le valli del Monte Caucaso, o ripararsi alle tende dei Turchi, ovvero cercare la protezione dell'Imperatore. La lunga emulazione de' successori di Artaserse e di Costantino accresceva la sua ripugnanza a comparir come supplice in una Corte rivale, ma egli pesò le forze dei Romani e giudiziosamente considerò che la vicinanza della Siria renderebbe più agevole la sua fuga, e più efficaci i loro soccorsi. Non accompagnato che dalle sue concubine, e da un drappello di trenta guardie, secretamente egli partì dalla capitale, seguì le rive dell'Eufrate, varcò il deserto, e fece alto in distanza di dieci miglia da Circesio. Intorno alla terza veglia della notte il Prefetto Romano fu ragguagliato del suo avvicinarsi, ed egli ammise il regale straniero dentro della Fortezza allo schiarire del giorno. Di quinci il re di Persia fu condotto alla più nobile residenza di Gerapoli, e Maurizio dissimulò il suo orgoglio, e fece mostra di bontà al ricevere le lettere e gli ambasciatori del nipote di Nushirvan. Questi umilmente rappresentarono le vicende della fortuna ed il comune interesse de' Principi, esagerarono l'ingratitudine di Bahram, agente del Principio cattivo, si adoperarono con argomenti speciosi a mostrare che lo stesso interesse dei Romani volea che si sostenessero le due monarchie, le quali contrappesavano il mondo, i due luminari, dal cui salutare influsso esso era vivificato ed adorno. L'inquietudine di Cosroe fu ben tosto confortata dal sentire che l'Imperatore avea sposato la causa della giustizia e della dignità regale: ma avvedutamente Maurizio scansò la spesa e la dilazione dell'inutile andata di Cosroe a Costantinopoli. Il generoso benefattore fece presentare al Principe fuggitivo un ricco diadema con un inestimabil dono di gemme e d'oro. Si raccolse un poderoso esercito sulle frontiere della Siria e dell'Armenia, sotto il comando del valoroso e fedele Narsete[496], ed a questo Generale, della nazione di Cosroe e di sua scelta, fu dato l'ordine di passare il Tigri, e di non mai riporre la spada nel fodero, finchè ristabilito non avesse il legittimo Re sul trono del suoi antenati. L'impresa, benchè splendida, era meno ardua di quel che apparisse. La Persia era già pentita della fatale sua temerità, che aveva abbandonato l'erede della casa di Sassan in preda all'ambizione di un suddito ribelle; e l'ardito rifiuto fatto, da' Magi di consacrarne la usurpazione, costrinse Bahram a pigliarsi lo scettro, senza riguardo alle leggi ed ai pregiudizj della nazione. La reggia fu bentosto agitata dalle congiure, e la città da' tumulti; arse nelle province la fiamma della sollevazione; ed il crudele supplizio dei colpevoli e dei sospetti, servì ad irritare anzi che a soffocare il pubblico disgusto. Non sì tosto il nipote di Nushirvan ebbe spiegate le sue e le romane bandiere di là dal Tigri, che di giorno in giorno egli si vide raggiunto dalla crescente folla della nobiltà e del popolo; ed a misura che inoltravasi, riceveva da ogni canto la gradita offerta delle chiavi delle città e delle teste de' suoi nemici. Appena Modain fu libera dalla presenza dell'usurpatore, i leali cittadini obbedirono alla prima intimazione che lor fece Mebode alla testa di non più di dugento cavalli, e Cosroe accettò i sacri e preziosi ornamenti della reggia, come pegni della lor fede, e presagj del vicino successo felice. Operata che fu la congiunzione delle truppe Imperiali, che Bahram vanamente si sforzò d'impedire, fu decisa la gran contesa in due battaglie sulle rive del Zab, e su i confini della Media. I Romani, uniti ai Persiani fedeli al lor Re, montavano a sessantamila, mentre tutta la forza dell'usurpatore non passava quarantamila soldati; i due Generali fecero chiara prova di abilità e di valore; ma la vittoria finalmente fu determinata dalla prevalenza del numero e della disciplina. Cogli avanzi di un'armata in rotta, Bahram fuggì verso le province Orientali dell'Oxo: la nimistà della Persia lo riconciliò coi Turchi; ma accorciati furono dal veleno i suoi giorni, dal più incurabile forse di tutti i veleni, la puntura del rimorso e della disperazione, e la più amara rimembranza della gloria perduta. Non pertanto i moderni Persiani tuttora rammemorano le imprese di Bahram, ed alcune leggi eccellenti hanno prolungato la durata del turbolento e transitorio suo regno.
[A. D. 591-603]
La restaurazione di Cosroe fu celebrata con feste e con supplizj; e la musica del banchetto regale spesse volte venne perturbata da gemiti de' rei che spiravano fra i tormenti o spasimavano mutilati. Un perdono generale avrebbe recato il conforto e la tranquillità ad un paese ch'era stato messo sossopra dall'ultima rivoluzione; tuttavia prima di biasimare la sanguinaria indole di Cosroe, converrebbe sapere se i Persiani non s'erano avvezzati all'alternativa di temere il rigore; o di sprezzare la debolezza del loro sovrano. La rivolta di Bahram e la cospirazione de' Satrapi furono egualmente punite dalla vendetta o dalla giustizia del conquistatore; i meriti di Bindoe stesso non poterono purificar la sua mano dal sangue reale versato, ed il figlio di Ormuz era desideroso di mostrare la sua propria innocenza, e di vendicare la santità dei Re. Durante il vigore della potenza Romana, le armi e l'autorità de' primi Cesari avevano stabilito più di un Principe sul trono di Persia. Ma i nuovi lor sudditi erano ben presto disgustati de' vizi o delle virtù che quelli avevano attinto in una terra straniera; l'instabilità del loro dominio diede origine a quell'osservazione volgare che la scelta di Roma era invocata e rigettata con eguale ardore dalla capricciosa leggerezza degli schiavi Orientali[497]. Ma splendida fu la gloria di Maurizio nel lungo e fortunato regno del suo figlio ed alleato. Una schiera di mille Romani, che continuò a fare la guardia alla persona di Cosroe, manifestò la sicurezza da lui posta nella fedeltà degli stranieri. L'accrescimento delle sue forze gli permise di licenziare quest'ajuto poco gradito al popolo, ma tenace egli mostrossi nel professare la stessa gratitudine e reverenza all'adottivo suo padre; e sino alla morte di Maurizio, la pace e l'alleanza fra i due Imperj fedelmente fu mantenuta. Non di meno la venale amicizia del Principe romano s'era mercata con doni importanti e preziosi. Il Re di Persia restituì le due forti città di Martiropoli e Dara, ed i Persarmeni divennero con piacere i sudditi di un Imperio, i cui limiti orientali si stendevano, oltre l'esempio de' tempi antichi, sino alle rive dell'Arasse ed alle addiacenze del Mar Caspio. Si allettava una pia speranza che la Chiesa non men che lo Stato dovesse trionfare in quella rivoluzione; ma se Cosroe avea con sincerità dato ascolto ai Vescovi cristiani, cancellata ne fu l'impressione dallo zelo e dall'eloquenza de' Magi: e se di filosofica indifferenza era armato, egli accomodò o parve accomodare la sua fede, o per meglio dire la sua professione di fede, alle varie circostanze di un esule e di un sovrano. L'immaginaria conversione del Re di Persia si ridusse ad una locale e superstiziosa venerazione per Sergio,[498] uno de' Santi di Antiochia, che esaudiva le sue preghiere e gli appariva ne' sogni. Egli arricchì d'oro e d'argento l'urna di questo Santo, ed ascrisse all'invisibile suo patrocinio i prosperi successi delle sue armi, e la fecondità di Sira, Cristiana zelante, e la prediletta delle sue mogli[499]. La bellezza di Sira, o Schirin,[500] l'ingegno, la musicale abilità di lei, vivono tuttora famose nelle istorie o più veramente ne' romanzi dell'Oriente: il suo nome, in lingua persiana, significa grazia e salvezza, e l'epiteto di Parviz allude alle attrattive del reale suo amante. Ma Sira mai non sentì la passione ch'ella inspirava, e la felicità di Cosroe fu tormentata dal dubbio geloso che mentre egli ne possedeva la persona, ella avesse compartito i suoi affetti ad un più basso amatore[501].
[A. D. 570-600]