Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 08
Part 27
[452] _Script. rer. Ital._ t. 1 part. II p. 129. Si è la 16. legge dell'Imperatore Luigi il Pio. Falconieri e cacciatori formavano parte del servizio della casa di Carlo Magno suo padre (Mem. sull'antica Cavalleria del sig. di Saint-Palaye, t. III p. 175). Le leggi di Rotario parlano dell'arte della falconeria in un'epoca anteriore (n. 322); e sino dal quinto secolo, Sidonio Apollinare l'annoverava fra i talenti del Gallo Avito (202-207).
[453] A parecchi de' suoi compatriotti si può applicare l'epitaffio di Droctulfo (Paolo, l. III c. 19).
_Terribilis visu facies, sed corde benignus,_ _Longaque robusto pectore barba fuit._
Nel palazzo di Monza distante dieci miglia da Milano si mirano ancora oggi giorno i ritratti degli antichi Lombardi; quel palazzo fu fabbricato o restaurato dalla Regina Teodolinda (l. IV, 22, 23).
[454] Paolo (l. III c. 29, 34) riferisce la Storia d'Autario e di Teodolinda; ed ogni frammento degli antichi Annali della Baviera anima le instancabili ricerche del conte di Buat (_Histoire des Peuples de l'Europe_, t. XI p. 595-635; t. XII p. 1, 53).
[455] Giannone (Storia civile di Napoli, t. I p. 263) biasima con ragione l'impertinenza del Boccaccio (Giorn. III, Nov. 2), il quale senza motivo, o pretesto, e contro ogni verità, presenta la Regina Teodolinda nelle braccia d'un mulattiere.
[456] Paolo, l. III c. 16. Si consultino sullo Stato del Regno d'Italia le prime Dissertazioni del Muratori, ed il primo volume della Storia di Giannone.
[457] La più esatta edizione delle leggi Lombarde è quella dei _Script. rer. Italic._ t. 1 part. II p. 1-181. È stata collazionata sul manoscritto più antico, ed illustrata da annotazioni critiche del Muratori.
[458] Montesquieu (_Esprit des Lois_, l. XXVIII c. 1): «Abbastanza giudiziose sono le leggi dei Borghignoni, ma più ancora lo sono quelle di Rotario, o di altri principi Lombardi.»
[459] Vedi le leggi di Rotario, n. 379 p. 49. Striga è usato come il nome di una strega. Questo vocabolo è figlio del più puro latino (Orazio, _Epod._ V, 20; Petronio, c. 134). Pare che un passo di quest'ultimo autore, _Quae striges comederunt nervos tuos?_ comprovi che un tal pregiudizio fosse di origine italiana, anzi che barbara.
[460] _Quia incerti sumus de iudicio Dei, et multos audivimus per pugnam sine iusta causa, suam causam perdere. Sed propter consuetudinem gentem nostram Langobardorum legem impiam vetare non possumus._ Vedi p. 74 n. 65 delle Leggi di Luitprando, promulgate A. D. 724.
[461] Leggi la Storia di Paolo Warnefrido, e specialmente il libro III c. 16. Il Baronio non vuol acconsentire a questo fatto che pare in contraddizione colle invettive di Papa Gregorio il Grande; ma il Muratori (Annali d'Italia, t. V p. 217) ha il coraggio di far sentire che il Santo può benissimo avere esagerato i falli imputati agli Arriani ed ai nemici.
[462] Il Baronio ha copiato ne' suoi Annali (A. D. 590 n. 16; A. D. 595 n. 2 ec.) i passi delle Omelie di San Gregorio, che mettono in chiaro lo stato sciagurato della città e della campagna di Roma.
[463] Un Diacono che da San Gregorio di Tours venne spedito a Roma, per procurarsi reliquie, fa una descrizione dell'inondazione e della peste. Lo spiritoso deputato abbellisce il suo racconto coll'arricchire il fiume d'un gran drago accompagnato da una coorte di piccole serpi (S. Greg. di Tours, l. X c. 1).
[464] San Gregorio di Roma (Dialog. l. II c. 15) riferisce una predizione memorabile di San Benedetto. _Roma a gentilibus non exterminabitur, sed tempestatibus, coruscis turbinibus ac terrae motu in semeptisa marcescet._ Questa profezia, col testificare il fatto per cui e con cui è stata inventata, rientra nel dominio della Storia.
[465] _Quia in uno se ore cum Jovis laudibus, Christi laudes non capiunt, et quam grave nefandumque sit episcopis canere, quod nec laico religioso conveniat, ipse considera_ (l. IX, epist. 4). Gli scritti di San Gregorio fanno testimonianza della sua innocenza intorno al gusto ed alla letteratura dei classici.
[466] Bayle (Dizionario critico t. II p. 598, 599) in un eccellente articolo relativo a Gregorio I cita Platina sulla distruzione de' fabbricati e delle statue, di cui si fa rimprovero a Gregorio I; quanto alla Biblioteca Palatina egli allega Giovanni di Salisbury (_De nugis curialium_, l. II c. 26); e per Tito Livio cita Antonio Fiorentino: il più antico di codesti tre testimonj viveva nel secolo dodicesimo.
[467] San Gregorio, l. III, _epist._ 24, _indict._ 12 ec. Dalle epistole di S. Gregorio e dall'ottavo volume degli Annali di Baronio, i pii lettori potranno conoscere quali particelle delle catene di S. Paolo amalgamate con oro e fabbricate sotto forma di chiavi o di croci venissero disseminate nella Brettagna, la Gallia, la Spagna, a Costantinopoli ed in Egitto. Il fabbro pontificio che adoperò la lima dovè per certo aver contezza de' miracoli che avea il potere di fare o d'impedire; il che, a spese della veracità di S. Gregorio, deve scemare l'idea della sua superstizione.
[468] Oltre alle epistole di S. Gregorio classificate da Dupin (_Bibl. eccles._ t. V p. 103-126), abbiamo tre vite di questo Papa. Le due prime furono scritte nell'ottavo e nono secolo (_De triplici vita S. Gregor._ _Prefazione_ del 4. volume dell'ediz. dei Benedettini) dai Diaconi Paolo (p. 1-18) o Giovanni (p. 19-188); esse contengono molte testimonianze originali ma dubbie. La terza vita è un lungo o fastidioso epilogo degli editori Benedettini (p. 199-305). Gli Annali del Baronio somministrano una Storia copiosa ma parziale. Il buon senso di Fleury (_Hist. eccles._ t. VIII) corregge i pregiudizj papali di questo scrittore, e Pagi e Muratori hanno rettificato le sue date.
[469] Il Diacono Giovanni parla di questo ritratto che avea veduto (l. IV c. 83, 84); ed Angelo Rocca antiquario romano ha illustrato la sua descrizione (San Gregorio, Opere, t. IV p. 312-326). Quest'autore (p. 321-323) asserisce che in alcune antiche Chiese di Roma si conservano mosaici dei Papi del settimo secolo. Le mura che per lo passato rappresentavano la famiglia di San Gregorio, offrono ora il martirio di S. Andrea, ove il genio del Dominichino ha gareggiato col genio del Guido.
[470] _Disciplinis vero liberalibus, hoc est grammatica, rethorica, dialectica, ita a puero est institutus, ut quamvis eo tempore florerent adhuc Romae studia litterarum, tamen nulli in urbe ipsa secundus putaretur_ (Paolo Diacono, _in vita. S. Gregor._ c. 2).
[471] I Benedettini (_in vit. sanct. Greg._ l. I p. 205-208) fanno tutti gli sforzi onde provare che S. Gregorio pei proprj Monasteri adottò la regola del loro Ordine; ma da che confessano avere il fatto qualche dubbiezza, è evidente che la pretensione di questi potenti Monaci è totalmente falsa. Vedi Butler, _Lives of the Saints_, vol. III p. 145, opera di merito: il buon senso ed il sapere sono dell'Autore, ed i pregiudizj che vi si incontrano appartengono alla sua professione.
[472] _Monasterium Gregorianum in eiusdem beati Gregorii aedibus ad clivum Scauri prope ecclesiam SS. Johannis et Pauli in honorem S. Andreae_ (Gio. _in vit. S. Greg._ l. 1, c. 6; S. Gregorio, l. VII, epist. 13). Questa casa e questo Monastero erano collocati sul fianco del Monte Celio che sta rimpetto al Monte Palatino; in oggi è posseduta dai Camaldolesi. San Gregorio trionfa e Sant'Andrea si è ritirato in un'angusta Cappella (Nardini, Roma antica, l. III c. 6 p. 100; Descrizione di Roma t. I p. 442-446).
[473] Tutto il _Pater noster_ non è costituito che da cinque o sei linee; invece il _Sacramentarius_ e l'_Antiphonarius_ di San Gregorio riempiono 880 pag. in fol. (t. III part. I p. 1-880); eppure non formano che una sola parte dell'_Ordo Romanus_ che Mabillon ha spiegato, e che è stato compendiato da Fleury (_Hist. eccl._ t. VIII p. 139-152).
[474] L'Abbate Dubos (Riflessioni sulla poesia e la pittura, t. III p. 174, 175) osserva che il canto Ambrosiano è tanto semplice, che non impiega che quattro tuoni; e che la più perfetta armonia del canto di San Gregorio comprendeva gli otto tuoni, ossiano le quindici corde della musica antica. E soggiunge (p. 332) che gli intelligenti ammirano la prefazione e parecchi pezzi dell'officio Gregoriano.
[475] Giovanni il Diacono (_in vit. S. Greg._ l. III c. 7) ci dà a conoscere il disprezzo dimostrato fin di buon'ora dagli Italiani pel canto all'uso oltramontano. _Alpina scilicet corpora vocum suarum tonitruis altisona perstrepentia, susceptae modulationis dulcedinem proprie non resultant; quia bibuli gutturis barbara feritas dum inflexionibus et repercussionibus mitem nititur edere cantilenam, naturali quodam fragore quasi plaustra per gradus confuse sonantia rigidas voces iactat_, ec. Sotto il Regno di Carlo Magno, i Franchi convenivano, benchè alquanto ritrosamente, della giustizia di questo rimprovero (Muratori, Dissert. 25).
[476] Un critico francese (P. Gussainv. _Op._ t. II, p. 105-112) ha vendicato il diritto di S. Gregorio all'intera assurdità dei Dialoghi. Dupin (t. V p. 138) dubita nemmeno che siavi chi non abbia a garantire la verità di tutti questi miracoli. Io però sarei ben curioso di sapere _quanti_ egli stesso ne adottava.
[477] Il Baronio non ama di fermarsi su questi dominj ecclesiastici, perchè teme di far vedere che erano composti di _fattorie o poderi_ e non di _regni_. Gli scrittori francesi, i Benedettini (t. IV l. III p. 272 ec.) e Fleury (t. VIII p. 29 ec.) non temono d'internarsi in queste modeste ma utili particolarità, e l'umanità di Fleury insiste sulle virtù sociali di San Gregorio.
[478] Mi vien tutta la tentazione di credere che questa pecuniaria ammenda sui matrimonj dei _villani_ sia quella che ha prodotto il famoso e bene spesso favoloso diritto di _cuissage_, di _marquette_, ec. È possibile che una vaga sposa, col consentimento del marito, commutasse il pagamento fra le braccia di un giovane signore, e che questo mutuo favore abbia potuto servire ad esempio onde autorizzare qualche atto tirannico locale, senza alcuna legalità.
[479] Il Sigonio espone abilmente il temporale governo di Gregorio I. Vedi il libro primo De _Regno Italiae_, t. II della raccolta delle sue Opere, p. 44-75.
CAPITOLO XLVI.
_Rivoluzioni di Persia dopo la morte di Cosroe o Nushirvan. Il tiranno Ormuz, suo figlio, è deposto. Usurpazione di Bahram. Fuga e restaurazione di Cosroe II: sua gratitudine verso i Romani. Il Cacano degli Avari. Ribellione dell'esercito contro Maurizio: sua morte. Tirannia di Foca. Esaltamento di Eraclio. Guerra Persiana. Cosroe soggioga la Siria, l'Egitto e l'Asia Minore. Assedio di Costantinopoli fatto da' Persiani e dagli Avari. Spedizioni Persiane. Vittorie e trionfo di Eraclio._
Il conflitto tra Roma e la Persia s'era prolungato dalla morte di Crasso fino al regno di Eraclio. Una sperienza di settecento anni potea convincere le nazioni rivali dell'impossibilità in cui erano di mantenere le loro conquiste al di là de' fatali termini del Tigri e dell'Eufrate. Eppure i trofei di Alessandro destarono l'emulazione di Traiano e di Giuliano; ed i sovrani della Persia nudrivano l'ambiziosa speranza di ristabilire l'impero di Ciro[480]. Tali straordinarj sforzi della potenza e del coraggio sempre riscuotono l'attenzione della posterità; ma gli eventi che materialmente non cangiano il destino delle nazioni, lasciano una debole impronta sulla pagina dell'istoria, e la pazienza del lettore si stanca nel sentire a ripetere le stesse ostilità, intraprese senza cagione, proseguite senza gloria, e terminate senza effetto. Le arti della trattativa, sconosciute alla semplice grandezza del Senato e de' Cesari, venivano assiduamente coltivate dai Principi bizantini: e le relazioni delle perpetue loro ambascerie[481] ripetono, colla stessa uniforme prolissità, il linguaggio della fallacia e della declamazione, l'insolenza de' Barbari, e la servile natura de' tributarj Greci. Deplorando la nuda superfluità de' materiali, io mi sono studiato di compendiare il racconto di queste pratiche poco importanti. Ma il giusto Nushirvan è tuttora applaudito come il modello dei Re Orientali, e l'ambizione del suo nipote Cosroe ha preparato la rivoluzione dell'Oriente, che tosto dopo venne operata dalle armi e dalla religione de' successori di Maometto.
[A. D. 570]
Nelle inutili altercazioni che precedono e giustificano le contese de' Principi, i Greci ed i Barbari si accusarono a vicenda di aver infranto la pace ch'era stata conchiusa tra i due Imperi, circa quattr'anni prima della morte di Giustiniano. Il Sovrano della Persia e dell'India aspirava a ridurre nella sua obbedienza la provincia d'Yemen ossia l'Arabia Felice[482], la lontana terra della mirra e dell'incenso, ch'era sfuggita anzi che avesse resistito, ai conquistatori dell'Oriente. Dopo la disfatta di Abrahah sotto le mura della Mecca, la discordia de' suoi figli e fratelli aperse un facile ingresso ai Persiani. Questi cacciarono gli stranieri dell'Abissinia oltre il Mar Rosso; ed un Principe natio, discendente dagli antichi Omeriti, fu riposto sul trono, come vassallo o vicerè del gran Nushirvan[483]. Ma il nipote di Giustiniano dichiarò la risoluzione in cui era di vendicare gli oltraggi del suo alleato cristiano il principe dell'Abissinia, togliendo con ciò un decente pretesto per non più pagare l'annuo tributo che meschinamente travisavasi sotto il nome di pensione. Le chiese della Persarmenia erano oppresse dallo spirito intollerante dei Magi; secretamente esse invocavano il protettore de' Cristiani, ed i ribelli, dopo la pia uccisione de' loro satrapi, erano riguardati e sostenuti come i fratelli od i sudditi dell'Imperatore Romano. Le lagnanze di Nushirvan non trovarono ascolto presso la Corte di Bisanzio; Giustino cedette all'importunità de' Turchi, i quali offrivano di collegarsi contro il comune inimico; e la monarchia Persiana fu minacciata ad un tempo stesso dalle forze riunite dell'Europa, dell'Etiopia e della Scizia. Il Sovrano dell'Oriente, giunto all'età di ottant'anni, avrebbe forse prescelto di gioire pacificamente la sua gloria e grandezza: ma appena egli vide che inevitabil era divenuta la guerra, scese in campo colla vivacità di un giovine, nel tempo che l'aggressore tremava nel palazzo di Costantinopoli. Nushirvan, o Cosroe, condusse in persona l'assedio di Dara; e sebbene questa importante fortezza si fosse lasciata sfornita di truppe e di magazzini, tuttavia il valore de' cittadini fece fronte per più di cinque mesi agli arcieri, agli elefanti ed alle macchine militari del Gran Re. In quel mezzo, il suo generale Adarman mosse da Babilonia, valicò il deserto, passò l'Eufrate, insultò i sobborghi di Antiochia, ridusse in cenere la città di Apamea, e depose le spoglie della Siria al piè del suo Signore, la cui perseveranza nel cuor del verno rovesciò finalmente il baluardo dell'Oriente. Ma queste perdite che sbigottirono le Province e la Corte, produssero un salutare effetto col cagionare il pentimento e l'abdicazione dell'Imperatore Giustino. Da un nuovo spirito furono animati i Bizantini consiglj, e la prudenza di Tiberio ottenne una tregua di tre anni. Si spese questo opportuno intervallo nei preparativi di guerra; e si fece spargere il grido che dalle distanti contrade delle Alpi e del Reno, dalla Scizia, dalla Mesia, dalla Pannonia, dall'Illirico e dall'Isauria, la forza della cavalleria Imperiale veniva rinforzata di cento e cinquantamila soldati. Ciò nonostante il Re di Persia, o impavido o incredulo, deliberò di prevenire l'assalto del nemico. Egli passò l'Eufrate, e licenziando gli ambasciatori di Tiberio, arrogantemente ad essi comandò di aspettare il suo arrivo in Cesarea, metropoli delle province della Cappadocia. I due eserciti si scontrarono nella battaglia di Melitene: i Barbari, che oscuravano l'aere con un nembo di frecce, prolungarono la linea ed estesero le corna loro nella pianura; mentre i Romani, serrati in profondi e solidi corpi, aspettavano di aver il vantaggio nell'azzuffamento più da vicino, mediante il peso delle spade e delle aste loro. Un capitano Scita, che comandava l'ala destra, improvvisamente voltò il fianco dell'inimico, ne attaccò la retroguardia al cospetto di Cosroe, penetrò nel mezzo del campo, saccheggiò il padiglione reale, profanò il fuoco eterno, caricò una fila di cammelli colle spoglie dell'Asia, si aperse a viva forza la strada a traverso l'oste Persiana, e ritornò, intuonando cantici di vittoria, a' suoi amici che consumato aveano il giorno in singolari conflitti od in piccioli abbattimenti di nessun rilievo. L'oscurità della notte, e la separazione dei Romani porsero al monarca Persiano l'opportunità della vendetta; egli piombò impetuosamente sopra uno de' loro campi che prese d'assalto. Ma l'esame delle sue perdite, e la consapevolezza del suo pericolo, trassero Cosroe ad una pronta ritirata; egli arse, passando, la vuota città di Melitene; e, senza consultare la salvezza delle sue truppe, arditamente valicò l'Eufrate a nuoto sul dorso di un elefante. Dopo questa sventurata campagna, la mancanza di magazzini, e forse qualche incursione de' Turchi, obbligarono il Re a sbandare e dividere le sue forze; i Romani rimasero padroni del campo, ed il loro generale Giustiniano, movendo a soccorso de' ribelli Persarmeni, piantò il suo stendardo sulle rive dell'Arasse. Il gran Pompeo aveva anticamente fatto alto in distanza di tre giorni di marcia dal mar Caspio[484]; una flotta nemica[485] esplorò per la prima volta quel mare circondato da terre; e settantamila prigionieri furono trapiantati dall'Ircania nell'isola di Cipro. Al tornare della primavera, Giustiniano discese nelle fertili pianure dell'Assiria; l'incendio della guerra avvicinossi alla residenza di Nushirvan; il corrucciato monarca precipitò nella tomba, e l'ultimo suo editto inibì ai suoi successori di esporre la loro persona in una battaglia contro i Romani. Tuttavia la memoria di questo passeggiero affronto si smarrì fra le glorie di un lungo regno, ed i formidabili suoi nemici, poscia che si furono pasciuti de' sogni della conquista, chiesero nuovamente di respirare per qualche tempo dalle calamità della guerra[486].
Il trono di Cosroe Nushirvan fu occupato da Ormuz o Ormisda, il primogenito o il prediletto de' suoi figliuoli. Insieme co' regni della Persia e dell'India, egli ereditò la fama e l'esempio del padre, il servizio, in ogni grado, de' valenti e sperimentati uffiziali di esso, ed un sistema generale di amministrazione, che il tempo e l'accorgimento politico aveano posto in armonia per promuovere la felicità del Principe e del Popolo. Ma il garzone reale gioì un benefizio anche più prezioso, nell'amicizia di un savio che avea presieduto alla sua educazione, e che sempre anteponeva l'onore all'interesse del suo pupillo, il suo interesse alla sua inclinazione. In una disputa coi filosofi Greci ed Indiani, Buzurg[487] avea una volta sostenuto che la più grave sventura della vita è la vecchiezza scevra delle ricordanze della virtù; e ci giova credere che lo stesso principio lo abbia mosso, per tre anni, a dirigere i consiglj dell'Impero Persiano. Ricompensato fu il suo zelo dalla gratitudine e docilità di Ormuz, il quale confessò di essere maggiormente tenuto al precettore che al padre; ma quando l'età e la fatica ebbero infiacchito le forze e forse le facoltà di questo prudente consigliere, egli si ritirò dalla Corte, ed abbandonò il giovine monarca alla proprie passioni ed a quelle de' suoi favoriti. Pel fatale avvicendamento delle cose umane, si rinnovarono in Ctesifonte le medesime scene che si erano vedute in Roma alla morte di Marco Antonino. I ministri della piacenteria e della corruzione, ch'erano stati banditi dal padre, vennero richiamati ed accarezzati dal figlio; la disgrazia e l'esilio degli amici di Nushirvan stabilì la tirannia di costoro; e la virtù, a grado a grado, si dipartì dal cuore di Ormuz, dalla reggia di lui, e dal governo del suoi Stati. I fedeli agenti, occhi ed orecchie del Re, lo ragguagliarono del crescente disordine, lo avvertirono che i governatori provinciali piombavano sulla preda loro colla ferocità de' leoni e delle aquile, e che la rapina e l'ingiustizia loro trarrebbero i più fedeli de' suoi sudditi ad abborrire il nome e l'autorità del loro Sovrano. Punita colla morte fu la sincerità di questo consiglio; s'ebbero in non cale le mormorazioni delle città; se ne acchetarono con esecuzioni militari i tumulti; furono aboliti i poteri intermediarj tra il trono ed il Popolo; e la fanciullesca vanità di Ormuz, che affettava l'uso giornaliero della tiara, lo spinse a dichiarar ch'egli solo era il giudice, come solo era il padrone del regno. In ogni detto ed atto il figlio di Nushirvan degenerò dalle virtù del genitore. La sua avarizia fraudò le truppe de' loro stipendj; i gelosi suoi capricci avvilirono i Satrapi: il palazzo, i tribunali, i flutti del Tigri furono macchiati del sangue dell'innocente, ed il tiranno esultò ne' tormenti e ne' supplizj di tredicimila vittime. Per discolparsi della sua crudeltà, egli talvolta degnavasi di osservare che i timori de' Persiani partorivano il loro odio e che l'odio loro potea terminare in ribellione; ma egli scordavasi che i suoi misfatti e la sua stoltezza avevano ispirato i sentimenti ch'egli deplorava, e preparavano l'avvenimento che così giustamente paventava. Esacerbate da una lunga e disperata oppressione le province di Babilonia, di Susa e di Carmania, innalzarono il vessillo della ribellione; ed i Principi dell'Arabia, della Scizia e dell'India ricusarono di pagare il consueto tributo all'indegno successore di Nushirvan. Le armi de' Romani, con lenti assedj e frequenti incursioni, affliggevano le frontiere della Mesopotamia e dell'Assiria; uno de' loro Generali dichiarò di voler imitare Scipione, ed i soldati furono inanimiti da una miracolosa immagine di Cristo, la cui mite effigie non dovrebbe mai farsi segnacolo da spiegare in battaglia[488]. Al tempo stesso, le province orientali della Persia furono invase dal Gran Cane, il quale passò l'Oxo alla testa di tre o quattro centomila Turchi. L'imprudente Ormuz accettò il perfido e formidabile loro soccorso; egli ordinò alle città del Korasan e della Battriana di aprir le porte a quei Barbari; la marcia loro verso i monti dell'Ircania svelò la corrispondenza tra le armi Turchesche e le Romane; e la congiunzione loro avrebbe mandato sossopra il trono de' Sassanidi.