Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 08
Part 26
Il pontificato di Gregorio il Grande che durò tredici anni sei mesi e dieci giorni, è uno de' più edificanti periodi dell'istoria della Chiesa. Le sue virtù ed anche i suoi errori formano un singolar miscuglio di semplicità e di scaltrezza, di orgoglio e di umiltà, di buon senso e di superstizione, che molto bene si confà alla posizione di quel Pontefice ed all'indole de' suoi tempi. Nel suo rivale, il Patriarca di Costantinopoli, egli condannò il titolo anticristiano di Vescovo universale, titolo che il successore di San Pietro era troppo superbo per concedere, e troppo debole per assumere; e l'ecclesiastica giurisdizione di Gregorio era limitata al triplice carattere di Vescovo di Roma, Primate dell'Italia, ed Apostolo d'Occidente. Di frequente egli montava sul pulpito, ed accendeva colla sua rozza, ma patetica eloquenza le passioni, conformi alle sue, dei suoi ascoltatori. Egli interpretava ed applicava il linguaggio de' Profeti ebrei, ed il popolo, oppresso dalle presenti calamità, si volgeva alle speranze ed ai timori del mondo invisibile. I suoi precetti ed esempj determinarono il modello della liturgia Romana[473], la distribuzione delle parrocchie, il calendario delle feste, l'ordine delle processioni, il servizio dei Sacerdoti e dei Diaconi, la varietà ed il cangiamento delle vesti sacerdotali. Sino agli ultimi giorni del viver suo, egli uffiziò nel canone della messa, che durava più di tre ore; il canto Gregoriano[474] ci ha conservato la musica vocale ed istrumentale del teatro, e le rozze voci de' Barbari si sforzarono ad imitare la melodia della scuola Romana[475]. L'esperienza gli avea dimostrato l'efficacia di que' riti solenni e pomposi, per confortar la sventura, confermar la fede, temperar la fierezza e dissipare il cupo entusiasmo del volgo; ed agevolmente egli perdonò la tendenza ch'essi hanno a promovere il regno de' preti e la superstizione. I Vescovi dell'Italia e delle Isole addiacenti riconoscevano il Pontefice di Roma per loro metropolitano speciale. L'esistenza stessa, l'unione o la traslazione delle Sedi vescovili veniva decisa dalla sua discrezione assoluta; e le fortunate sue incursioni nelle province della Grecia, della Spagna e della Gallia, poterono dar peso alle più alte pretensioni de' Papi che gli succedettero. Egli interpose la sua autorità per impedire gli abusi delle elezioni popolari; la gelosa sua cura mantenne la purità della fede e della disciplina; ed il pastore apostolico assiduamente invigilava sopra la fede e la disciplina de' subordinati pastori. Sotto il suo regno, gli Arriani dell'Italia e della Spagna si raccostarono alla Chiesa cattolica, e la conquista della Britannia tramanda men lustro sul nome di Giulio Cesare che su quello di Gregorio I. Invece di sei legioni, s'imbarcarono quaranta monaci per quell'isola remota, ed il Pontefice si dolse degli austeri doveri che vietavano di partecipare a' pericoli della spirituale lor guerra. In meno di due anni egli fu in grado di significare all'Arcivescovo di Alessandria, ch'essi avevano battezzato il Re di Kent con diecimila de' suoi Anglosassoni, e che i missionarj Romani, come quelli della primitiva Chiesa, non d'altro erano armati se non se di poteri spirituali e soprannaturali. La credulità o la prudenza di Gregorio era sempre disposta a confermare la verità della relazione colle prove degli spettri, de' miracoli e delle risurrezioni[476]; e la posterità ha pagato alla sua memoria lo stesso tributo ch'egli liberamente concedeva alle virtù della sua o delle precedenti generazioni. Gli onori celesti furono liberalmente compartiti dall'autorità de' Pontefici; ma Gregorio è l'ultimo del loro ordine ch'essi abbian ardito d'inscrivere nel calendario de' Santi.
La potestà temporale dei Papi nacque appoco appoco dalle calamità dei tempi, ed i Vescovi Romani che dappoi hanno inondato l'Europa e l'Asia di sangue, erano allora costretti a regnare quai ministri di carità e di pace. I. La Chiesa di Roma, come s'è innanzi osservato, era dotata di ampie possessioni in Italia, in Sicilia e nelle più lontane province, ed i suoi agenti, che comunemente erano suddiaconi, avevano acquistato una giurisdizione civile ed anche criminale sopra i loro dipendenti e coloni. Il successore di San Pietro amministrava il suo patrimonio colle cure di un vigilante e moderato proprietario[477], e le Pistole di San Gregorio sono piene di salutari avvisi di astenersi da processi dubbiosi e molesti; di serbare l'integrità de' pesi e delle misure; di concedere ogni ragionevole dilazione, e di alleggerire la capitazione degli schiavi della gleba, i quali compravano il diritto di maritarsi col pagamento di un'arbitraria tassa[478].
La rendita e il prodotto di questi stabili era trasportata alla foce del Tevere, a rischio ed a spese del Papa; egli usava delle sue ricchezze come un fedele castaldo della Chiesa e del povero, e liberamente applicava a' loro bisogni gl'inesauribli compensi dell'astinenza e dell'ordine. Si tennero per più di trecento anni nel Laterano i voluminosi conti dell'entrate e delle spese, come il modello dell'economia Cristiana. Nelle quattro grandi festività, il Papa distribuiva il quartiere dell'assegnamento al clero, a' suoi domestici, ai monasteri, alle chiese, ai cimiteri, alle limosinerie ed agli spedali di Roma e del resto della Diocesi. Nel primo giorno di ciascun mese, egli dispensava ai poveri, secondo la stagione, la porzione lor fissa di grano, di vino, di caccio, di erbaggi, di olio, di pesce, di provigioni fresche, di vestimenta e di denaro; ed i suoi tesorieri continuamente ricevevan ordine di soddisfare, in suo nome, alle straordinarie richieste dell'indigenza e del merito. La carità di ogni giorno e di ogni ora sollevava le urgenti necessità degli infermi e de' disagiati, degli stranieri e de' pellegrini; nè si accostava il Pontefice stesso al frugale suo pasto se non dopo aver mandato alcuni piatti della sua tavola a qualche infelice meritevole della sua pietà. La miseria de' tempi avea ridotto i nobili e le matrone di Roma ad accettare, senza rossore, le beneficenze della Chiesa: tre mila vergini ricevevano il vitto e le vesti dalle mani del loro benefattore; e molti Vescovi dell'Italia, fuggendo dai Barbari si ripararono alle soglie ospitali del Vaticano. Gregorio perciò giustamente era chiamato il Padre della Patria; e tale era l'estrema sensività della sua coscienza, che in pena della morte di un accattone, ch'era perito sulla strada, egli s'interdisse per più giorni l'esercizio delle funzioni sacerdotali. II. Le sciagure di Roma involgevano il Pastore apostolico nelle pratiche della pace e della guerra; e forse Gregorio non sapeva egli stesso se la pietà e l'ambizione lo traesse a far le veci del suo assente Sovrano. Egli scosse l'Imperatore da un troppo lungo letargo; gli espose la reità e l'incapacità dell'Esarca e de' suoi ministri inferiori, si lagnò che i veterani fossero tratti da Roma per la difesa di Spoleto, confortò gl'Italiani a difendere le loro città e i loro altari; e condiscese, nella crisi del pericolo, a nominare i Tribuni, ed a reggere le operazioni delle truppe provinciali. Ma lo spirito marziale del Papa era frenato dagli scrupoli dell'umanità e della religione; liberamente egli condannò come odiosa ed oppressiva l'imposizione del tributo, quantunque venisse impiegato in servigio della guerra Italiana, e protesse contro gli editti Imperiali la devota codardia de' soldati che dalla vita militare disertavano alla vita monastica. Se vogliamo dar fede alle sue dichiarazioni, Gregorio avrebbe potuto agevolmente sterminare i Lombardi per mezzo delle domestiche lor fazioni, senza lasciar vivo un Re, un Duca od un Conte, e salvare quella sfortunata nazione dalla vendetta de' loro nemici. In qualità di Vescovo cristiano, egli preferì i salutevoli uffizi di pace; la sua mediazione sedò il tumulto delle armi; ma troppo conoscente egli era delle arti de' Greci e delle passioni de' Lombardi, per impegnare la sacra sua promessa che la tregua sarebbe osservata. Deluso nella speranza che avea nutrito di una generale e durevol concordia, gli bastò l'animo di salvar la sua patria senza il consentimento dell'Imperatore e dell'Esarca. Sospesa sopra di Roma era la spada dell'inimico; essa ne fu stornata dalla dolce eloquenza e dagli opportuni donativi del Pontefice, il quale si attraeva il rispetto de' Barbari e degli Eretici. I meriti di Gregorio furono contraccambiati dalla corte di Bisanzio con rampogne ed insulti: ma nell'amore di un Popolo riconoscente, egli trovò il più puro guiderdone di un cittadino, ed i migliori titoli dell'autorità di un sovrano[479].
NOTE:
[405] Vedi nelle _Familiae byzantinae_ di Ducange (p. 89-101), quanto si riferisce alla famiglia di Giustino e di Giustiniano. Ludewig (_in vit. Justinian_. p. 131) ed Eineccio (_Hist. iuris rom_. p. 374), giureconsulti devoti, hanno spiegata la genealogia del favorito lor principe.
[406] Per raccontare come è salito al trono Giustino, ho tradotto in semplice e concisa prosa gli ottocento versi dei due primi libri di Corippo, _De laudibus Justini_ (_Appendix Hist. bizant_. p. 401-416, Roma, 1777).
[407] Fa meraviglia che Pagi (_Critica in Annal. Baron_. t. II p. 639) sulla fede di qualche cronaca siasi tratto a contraddire il chiaro e decisivo testo di Corippo (_Vicina dona_l. II, 354; _Vicina dies_, l. IV), ed a posporre il consolato di Giustino, sino all'A. D. 567.
[408] Teofane, _Chronograph_. p. 205. È inutile di allegare la testimonianza di Cedreno e di Zonara, mentre essi non sono che semplici compilatori.
[409] Corippo, l. III, 390. Si tratta incontestabilmente dei Turchi vincitori degli Avari; ma la parola _scultor_ sembra non aver senso; e l'unico manoscritto esistente di Corippo, sul quale fu pubblicata la prima edizione di questo scrittore (1581, _apud_ Plantin), non si trova più. L'ultimo editore, Foggini di Roma, congetturò che tal parola dovesse esser corretta in quella di Soldano; ma le ragioni allegate dal Ducange (Joinville, _Dissertat_. 16 p. 238-240) per provare che questo titolo fu assai di buon'ora adoperato dai Turchi e dai Persiani, sono deboli od equivoche; ed io mi trovo più disposto in favore di Herbelot (Bibl. orient. p. 825) che attribuisce a quel vocabolo un'origine araba o caldea, e lo fa incominciare nell'undecimo secolo, in cui il califfo di Bagdad l'accordò a Mahmud, principe di Gazna e vincitore dell'India.
[410] Su questi caratteristici discorsi si paragonino i versi di Corippo (l. III, 251-401) colla prosa di Menandro (_Excerpt. legat_. p. 102, 103). La loro diversità prova che non furono copiati l'uno dall'altro, e la loro rassomiglianza che furono attinti alla stessa fonte.
[411] Sulle guerre degli Avari contro gli Austrasiani, vedasi Menandro (_Excerpt. legat_. p. 110), San Gregorio di Tours (_Hist. Franc_. l. IV c. 29), e Paolo Diacono (_De gest. Langob_. l. II c. 10).
[412] Paolo Warnefrido, Diacono del Friuli (_De gest. Langob_. l. I c. 23, 24). I suoi quadri de' nazionali costumi, quantunque grossolanamente abbozzati, sono più animati ed esatti di quelli di Beda o di San Gregorio di Tours.
[413] Questa istoria è raccontata da un impostore (Teofilatto Simocat. l. VI c. 10); il quale però ebbe l'accortezza di stabilire le sue finzioni su fatti pubblici e notorj
[414] Dopo le osservazioni di Strabone, di Plinio e d'Ammiano Marcellino, sembra che questo fosse un uso comune fra le tribù degli Sciti (Muratori, _Script. rer. italicar_. t. I p. 424). Le chiome dell'America settentrionale sono esse pure trofei di valore; i Lombardi conservarono per più di due secoli il cranio di Cunimondo; e lo stesso Paolo intervenne al banchetto, in cui il duca Radechisio fece portar fuori questa coppa destinata alle grandi solennità.
[415] Paolo, l. 1 c. 27; Menandro, in _Excerpt. legat_. p. 110, 111.
[416] _Ut hactenus etiam jam apud Bajoariorum gentem quam et Saxonum sed et alios ejusdem linguae homines..... in eorum carminibus celebretur_ (Paolo, l. 1 c. 27). Esso morì, A. D. 799 (Muratori, _in Praefat_. t. 1 p. 397). Queste canzoni de' Germani, alcune delle quali potevano risalire ai tempi di Tacito (_De morib. Germ_. c. 2), furono compilate e trascritte per ordine di Carlo Magno. _Barbara et antiquissima carmina, quibus veterum regum actus et bella canebantur scripsit memoriaeque mandavit_ (Eginardo, _in vit. Car. Magn_. c. 29 p. 130, 131). I poemi di cui fa elogio Goldast (_Animad. ad_ Eginard. p. 207) sembrano essere romanzi moderni e spregevoli.
[417] Paolo (l. II c. 6-26) parla delle altre nazioni. Muratori (Antich. Ital. t. I, Dissert. 1 p. 4) ha scoperto il villaggio de' Bavari alla distanza di tre miglia da Modena.
[418] Gregorio il Romano (Dialog. l. III c. 27, 28, _apud_ Baron. _Annal. eccles_. A. D. 579 n. 10) suppone che essi adorassero una capra. Io non conosco che una religione in cui la Divinità sia ad un tempo stesso la vittima.
[419] I rimproveri che dal Diacono Paolo (l. II c. 5) vengono fatti a Narsete, possono essere senza fondamento; ma le migliori critiche rifiutano la debole apologia pubblicata dal Cardinale Baronio (_Annali Eccles._ A. D. 567 n. 8-12). Fra questi critici io indicherò il Pagi (tom. II p. 639, 640), il Muratori (Annali d'Ital. t, V p. 160-163), e gli ultimi editori, Orazio Bianco (_Script. rer. Italic._ t. I p. 427, 428), e Filippo Argelato (Sigon. Opera, t. II p. 11, 12). È certo che quel Narsete che assistette alla coronazione di Giustino (Corippo, l. III, 221) era un'altra persona dello stesso nome.
[420] Paolo (l. II c. 11), Anastasio (_in vit. Johan_. III p. 43), Agnello (_Liber pontifical. Raven. in Script. rer. Ital_. t. II part, 1 p. 114-124) fanno menzione della morte di Narsete. Ma non posso convenire con Agnello che questo Generale avesse novantacinque anni. Com'è probabile che agli ottant'anni cominci l'epoca delle gloriose sue imprese?
[421] Paolo Diacono nell'ultimo capitolo del suo primo libro, e ne' sette primi del secondo, ci fa conoscere i disegni di Narsete e dei Lombardi intorno all'invasione dell'Italia.
[422] In seguito a questa translazione, l'Isola di Grado prese il nome di Nuova Aquileja (_Chron. Venet_. p. 3). Il Patriarca di Grado non tardò molto a diventare il primo cittadino della Repubblica (p. 9 ec.); ma la sua sede non si trasferì a Venezia che nel 1450, e presentemente è carico di titoli e di onori. Ma il genio della Chiesa s'abbassò innanzi al genio dello Stato, ed il governo di Venezia cattolica è presbiteriano in tutto il rigor del termine (Tomassino, _Discip. de l'Eglise_, t. 1 p. 156, 157, 161-165; Amelot da la Houssaye, _Gouvernement de Venise_, t. 1 p. 256-261).
[423] Paolo fece una descrizione delle diciotto regioni in cui l'Italia era allora divisa (l. II c. 14-24). La _Dissertatio chorographica de Italia medii aevi_ del Padre Beretti, religioso Benedettino e professore Reale a Pavia, è stata consultata con molto profitto.
[424] Veggansi i materiali raccolti da Paolo sulla conquista d'Italia (l. II c. 7-10, 12, 14, 25, 26, 27), l'eloquente racconto di Sigonio (t. II, De regno Italiae, l. I p. 13-19), e le esatte critiche Dissertazioni del Muratori (Annali d'Italia, t. V p. 164-180).
[425] Il lettore ricorderà la storia della moglie di Candaulo e l'assassinio di questo sposo che viene narrato da Erodoto in un modo sì piccante nel primo libro della sua Storia. La scelta di Gige αιρεεται αυτος περιειναί può servire d'una specie di scusa a Peredeo; ed i migliori scrittori dell'antichità si sono serviti di questa blanda insinuazione di un'idea odiosa (_Graevius, ad Ciceron. Orat. pro Milone_, c. 10).
[426] Vedi l'Istoria di Paolo, l. II c. 28-32. Ho cavato parecchie interessanti particolarità dal _Liber pontificalis_ d'Agnello, _in Script. rer. Ital_. t. II p. 124. Fra tutte le guide cronologiche, la più sicura è il Muratori.
[427] Gli autori originali sul Regno di Giustino il Giovine sono Evagrio (_Hist. eccl_. l. V c. 1-12), Teofane (_Chronograph_. p. 204-210), Zonara (t. II l. XIV p. 70-72), Cedreno (_in Compend_. p. 388-392).
[428]
_Dispositorque novus sacrae Baduarius aulae;_ _Successor soceri mox factus Cura palati_.
CORIPPO.
Fra i discendenti e gli alleati della casa di Giustiniano contasi Badoario. Una casa Badoero nel nono secolo, famiglia nobile di Venezia, vi ha fabbricato chiese e dato alcuni Duchi alla Repubblica; e se la di lei genealogia è comprovata come si conviene, in Europa non v'ha Re che vantarne possa una tanto antica ed illustre (Ducange, _Fam. Byzant_. p. 99, Amelot de la Houssaye, _Gouvern. de Venise_, t. 11 p. 555).
[429] Gli elogi più puri e più autorevoli sono quelli che ricevono i Principi prima del loro esaltamento. Mentre si innalzava Giustino al trono, Corippo avea encomiato Tiberio (l. I p. 212-222). Del resto un Capitano stesso delle guardie poteva instigare l'adulazione d'un Affricano esigliato.
[430] Evagrio (l. V c. 13) ha aggiunto il rimprovero di Giustino a' suoi Ministri. Egli applica questo discorso alla cerimonia, in cui fu conferita a Tiberio la dignità Cesarea. Non per un vero sbaglio, ma per le loro vaghe espressioni, Teofane ed alcuni altri fecero pensare che si avesse a riferire all'epoca in cui Tiberio fu decorato del titolo d'Augusto, subito dopo la morte di Giustino.
[431] Teofilatto Simocatta (l. III c. 11) attesta formalmente, che trasmette ai posteri l'aringa di Giustino quale la pronunziò, e senza voler correggere gli errori di lingua e di rettorica. Probabilmente questo futile sofista non sarebbe stato capace di farne una simile.
[432] Vedi, sul carattere ed il regno di Tiberio, Evagrio (l. V c. 13), Teofilatto (l. III c. 12 ecc.), Teofane (in Chron. p. 210-213), Zonara (t. II l. XIV p. 22), Cedreno (p. 392), Paolo Warnefrido (_De gestis Longobard_. l. III c. 11, 12). Il Diacono del _Forum Julii_ pare che abbia avuto veramente cognizione di alcuni fatti curiosi ed autentici.
[433] È singolare che Paolo (l. III c. 15) lo distingue come il primo fra gli Imperatori greci, _primus ex graecorum genere in imperio constitutus_. È vero che i suoi immediati predecessori erano nati nelle province latine d'Europa: e nel testo di Paolo bisogna forse leggere _in Graecorum imperio_; ciò che applicherebbe l'espressione all'impero anzi che al Principe.
[434] Sul carattere e regno di Maurizio vedi il quinto e sesto libro d'Evagrio, e specialmente il libro VI c. 1, gli otto libri della prolissa ed ampollosa istoria di Teofilatto Simocatta, Teofane (p. 213 ec.), Zonara (t. II l. XIV p. 73), Cedreno (p. 394).
[435] Αυτοκρατωρ οντως γενομενος την μεν οχλοκρατειαν των παθων εκ της οικειας εξενηλατησε ψυκης: αρισοκρατειαν δε εν τοις εαυτου λογισμοις κατασησαμενος. Evagrio compose la sua storia nel duodecimo anno del regno di Maurizio, ed egli era stato così saggiamente indiscreto, che l'Imperatore conobbe e ricompensò le sue favorevoli opinioni (l. VI c. 24).
[436] I geografi antichi fanno spesso menzione della _columna rhegina_, situata nella più stretta parte del Faro di Messina, alla distanza di cento stadj dalla città di Reggio. Vedi Cluvier (_Ital. antiq._ t. II p. 1295), Luca Olstenio (_Annot. ad_ Cluvier, p. 301) e Wesseling (Itiner. p. 106).
[437] Gli storici Greci non ispargono che una debole luce sulle guerre d'Italia (Menandro, in _Excerpt. legat._ p. 124-126; Teofilatto, l. III c. 4). I Latini, e specialmente Paolo Warnefrido (l. III c. 13-34), che aveva lette le anteriori istorie di Secondo e di Gregorio di Tours, sono più soddisfacenti. Il Baronio cita alcune lettere de' Papi ec., e si trovano stabilite le epoche nell'esatta Cronologia del Pagi e del Muratori.
[438] Zacagni e Fontanini, difensori della causa de' Papi, hanno potuto a giusto titolo reclamare le valli e le paludi di Comacchio come una parte dell'Esarcato; ma nella loro ambizione, essi hanno voluto comprendere anche Modena, Reggio, Parma e Piacenza, ed hanno ottenebrata una questione di geografia, già dubbiosa ed oscura per se stessa. Anche il Muratori, come servitore della casa d'Este, non va esente di parzialità e di prevenzione.
[439] Vedi Brenckmann, _Dissert. prima de republica Amalphitana_, p. 1-42, _ad calcem Hist. Pandect. Florent._
[440] Gregorio Magno, l. III, epist. 23, 25, 26, 27.
[441] Io ho descritto l'Italia colla scorta dell'eccellente Dissertazione del Beretti. Il Giannone (Istoria Civile, t. I p. 374-387), nella geografia del Regno di Napoli, ha seguìto il dotto Camillo Pellegrino. Quando l'Impero ebbe perduto la Calabria propriamente detta, la vanità de' Greci sostituì il nome di Calabria all'ignobile denominazione di Bruzio; e sembra che questa alterazione abbia avuto luogo prima del Regno di Carlo Magno (Eginardo, p. 75).
[442] Maffei (Verona illustrata, part. I p. 310-321) e Muratori (_Antich. Ital._ t. II, Dissert. 32, 33 p. 71-365), il primo col massimo entusiasmo, ed il secondo colla più gran moderazione, hanno ambedue sostenuto le pretensioni della lingua latina, e spiegato molto sapere, spirito ed esattezza in questa discussione.
[443] Paolo, _De gest. Longobard._ l. III c. 5, 6, 7.
[444] Paolo, (l. II c. 9) applica a queste famiglie o a queste generazioni il nome teutonico di _Faras_, che si rinviene eziandio nelle leggi dei Lombardi. Il Diacono con tutta la sua modestia non era insensibile alla nobiltà della sua razza. Vedi L. IV c. 39.
[445] Si confrontino il num. 3 ed il num. 177 delle leggi di Rotario.
[446] Paolo, l. II c. 31, 32; l. III c. 16. Le leggi di Rotario pubblicate A. D. 643 non contengono alcun'orma di questo tributo del terzo dei prodotti; ma ci danno parecchie minute e curiose particolarità intorno lo stato dell'Italia ed i costumi dei Lombardi.
[447] Le razze di Dionigi di Siracusa, e le frequenti sue vittorie nei giuochi Olimpici, aveano divulgata fra i Greci la fama dei cavalli della Venezia; ma la loro razza erasi perduta ai tempi di Strabone (l. V p. 325). Gisulfo da suo zio ottenne _generosarum equarum greges_ (Paolo, l. II c. 9). Successivamente i Lombardi introdussero in Italia _caballi sylvatici_, cavalli selvaggi (Paolo, l. IV c. 11).
[448] _Tunc_ (A. D. 596) _primum_, Bubali _in Italiam delati Italiae populis miracula fuere_ (Paolo Warnefridio, l. IV, c. 11). I bufali che paiono essere originarj dell'Affrica e dell'India, non si conoscono in Europa, eccetto in Italia, dove sono numerosi ed utili: gli antichi non avevano la menoma idea di questi animali, a meno che Aristotile (_Hist. anim._ l. III c. 1 p. 58, Parigi, 1783) non abbia inteso darne una descrizione sotto il nome di buoi selvaggi d'Aracosia (Vedi Buffon, _Hist. nat._ t. XI, e supplem. t. VI; _Hist. gen. des Voyages_, t. I p. 7, 481; II, 105; III, 291; IV, 234, 461; V, 195; VI, 491; VIII, 400; X, 666; Pennant's _Quadrupedes_, p. 24; _Dictionn. d'Hist. nat. par_ Valmont de Bomare, t. II p. 74). Del resto non devo tacere che Paolo, verisimilmente per un errore invaso nel volgo, ha dato il nome di _bubalus_, all'auroco, o toro selvaggio dell'antica Germania.
[449] Vedi la ventesima Dissertazione di Muratori.
[450] Se ne ha una prova nel silenzio stesso degli autori che hanno scritto sulla caccia e la storia delle bestie. Aristotile (_Hist. animal._ l. IX c. 36 t. 1 p. 586, e le Annotazioni del sig. Camus che ne è l'ultimo editore, t. II p. 314), Plinio (_Hist. nat._ l. X c. 10), Eliano (_De nat. animal._ l. II c. 42), e forse Omero (_Odyss._ XXII, 302-306), parlano con istupore d'una tacita lega e d'una caccia comune fra i falconi ed i cacciatori della Tracia.
[451] Specialmente il girifalco od il _gyrfalcon_, che ha la stessa grossezza d'una piccola aquila. Vedi la descrizione animata che ne fa il sig. di Buffon (_Hist. nat._ t. XVI p. 239).