Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 08

Part 25

Chapter 253,271 wordsPublic domain

Volendo paragonare la proporzione tra il popolo vittorioso ed il vinto, dal cangiamento della lingua si possono trarre i più probabili indizi. Secondo questa norma apparisce che i Lombardi dell'Italia e i Visigoti della Spagna erano men numerosi che i Franchi od i Borgognoni; ed i conquistatori della Gallia a lor volta, debbono cedere alla moltitudine de' Sassoni ed Angli che quasi sradicarono l'idioma de' Britanni. La favella Italiana moderna si è formata appoco appoco, mediante il mescolamento delle nazioni; la goffaggine de' Barbari nel delicato maneggio delle declinazioni e delle coniugazioni, li ridusse ad usare gli articoli ed i verbi ausiliari; e molte nuove idee furono espresse con voci Teutoniche. Non pertanto il fondo principale de' termini tecnici e familiari si scorge derivato dal Latino[442]; e se avessimo sufficiente contezza degli obsoleti, rustici e municipali dialetti dell'antica Italia potremmo rintracciar l'origine di molti vocaboli che forse erano rigettati dalla classica purità di Roma. Un numeroso esercito non costituisce che una picciola nazione, e le forze de' Lombardi furon tosto diminuite dal ritirarsi che fecero i ventimila Sassoni, i quali, spregiando una dipendente condizione, se ne tornarono, dopo molte audaci e pericolose avventure, alla nativa lor terra[443]. Formidabile era l'estensione del campo di Alboino; ma l'ampiezza di un campo facilmente si conterrebbe nella circonferenza di una città, ed i marziali abitanti di esso si troverebbero radamente sparsi sopra la superficie di un vasto paese. Alboino nel calar giù dalle Alpi, conferì al suo nipote, primo Duca del Friuli, il comando di quella provincia e del Popolo, ma il prudente Gisulfo avrebbe scansato il pericoloso uffizio se non gli fosse stato concesso di scegliere, tra i nobili Lombardi, un numero di famiglie[444] sufficiente a formare una perpetua colonia di soldati e di sudditi. Nel progresso della conquista non fu possibile compartire la stessa facoltà ai Duchi di Brescia o di Bergamo, di Pavia o di Torino, di Spoleto o di Benevento; ma ciascuno di questi, e ciascuno de' loro colleghi, si stabilì nel distretto assegnatogli con una mano di seguaci che si raccoglievano sotto il suo stendardo in tempo di guerra, e comparivano dinanzi al suo tribunale in tempo di pace. Libera ed onorata era la dipendenza loro: restituendo i doni ed i beneficj che avevano accettato, essi potevano passare, insieme colle famiglie loro, nella giurisdizione di un altro Duca; ma l'assenza loro dal regno veniva punita di morte come delitto di diserzione militare[445]. La posterità de' primi conquistatori gettò profonde radici nel suolo, cui per ogni motivo d'interesse e d'onore erano vincolati a difendere. Un Lombardo nasceva soldato del suo Re e del suo Duca; e le assemblee civili della nazione spiegavano le bandiere, e prendevano il nome di un esercito regolare. Le paghe e le ricompense di quest'esercito si ritraevano dalle province conquistate, e le triste impronte dell'ingiustizia e della rapina ne disonorarono la distribuzione, la quale non venne effettuata sin dopo la morte di Alboino. Molti fra i più ricchi Italiani furono spenti o banditi: diviso andò il rimanente fra gli stranieri, e sotto il nome di ospitalità s'impose un tributo, che obbligava i nativi a pagare ai Lombardi una terza parte de' frutti della terra. In meno di settant'anni questo sistema artificiale fu abolito e si soggettarono i fondi stabili ad una dipendenza più semplice e solida[446]. O il proprietario Romano era cacciato via dal più forte ed insolente suo ospite; ovvero l'annuo pagamento del terzo del prodotto si permutava, con più equo accordo, in una proporzionata cessione di terreni. Sotto il dominio di questi stranieri padroni, le faccende dell'agricoltura nella coltivazione del grano, delle viti e degli ulivi erano esercitate con degenerata perizia ed industria dalla mano degli schiavi e dei natii. Ma le occupazioni di una vita pastorale erano più confacenti all'indolenza de' Barbari. Nelle ricche praterie della Venezia essi ristorarono ed immegliarono la razza de' cavalli, pe' quali quella provincia era stata illustre una volta[447], e gl'Italiani mirarono con istupore una razza di buoi o di bufali[448]. La spopolazione della Lombardia, e l'ampliazione delle foreste, somministrarono un vasto campo ai piaceri della caccia[449]. Quell'arte maravigliosa che ammaestra gli uccelli dell'aria a riconoscere la voce e ad eseguire i comandi del loro signore, era rimasta incognita al raffinato ingegno de' Greci e de' Romani[450]. La Scandinavia e la Scizia producono i più animosi e più trattabili falconi[451]; ammansati essi vennero ed educati da questi erranti abitatori, sempre usi a stare a cavallo e nel campo. Questo favorito passatempo dei nostri antenati, fu introdotto dai Barbari nelle province Romane: e le leggi d'Italia reputavano la spada, ed il falcone come d'egual dignità ed importanza nelle mani di un nobile Lombardo[452].

Così rapido fu l'influsso del clima e dell'esempio, che i Lombardi della quarta generazione rimiravano con curiosità e timore i ritratti de' selvaggi loro antenati[453]. Raso era di dietro il lor capo, ma le ispide ciocche ricadevano sugli occhi e sulla bocca, ed una lunga barba rappresentava il nome ed il carattere della nazione. Consisteva il loro vestire in larghi abiti di tela, giusta la foggia degli Anglo-Sassoni, ornati al loro modo di larghe striscie di svariati colori. Portavano le gambe ed i piedi avvolti, in lunghi calzari ed in sandali aperti, ed eziandio nella serenità della pace la fedele spada continuamente pendeva al lor fianco. Eppure questo strano apparato e l'orrido aspetto sovente ricoprivano una buona, gentile e generosa indole; e come cessata era la furia del terrore, i prigionieri ed i sudditi rimanevano alle volte sorpresi dell'umanità del vincitore. I vizi de' Lombardi erano l'effetto delle passioni, dell'ignoranza o dell'ebbrietà; più lodevoli erano le virtù loro, come quelle che non venivano infettate dall'ipocrisia de' sociali costumi, nè imposte dai rigorosi freni delle leggi e della educazione. Io non temerei di uscire del mio soggetto, se fosse in mio potere il delineare la vita privata dei conquistatori dell'Italia, e riferirò con piacere la galante avventura di Autari, la quale respira il vero genio della cavalleria e del romanzo[454]. Dopo la morte di una principessa Merovingia promessagli in isposa, egli chiese in matrimonio una figlia del Re di Baviera; e Garibaldo accettò l'alleanza del Monarca Italiano. Mal tollerando i tardi progressi della trattativa il fervido amatore si tolse al suo palazzo, e si trasferì alla corte di Baviera nella comitiva della sua propria ambasceria. In una pubblica udienza l'incognito straniero si avanzò verso il trono ed informò Garibaldo che l'ambasciatore era veramente il ministro di Stato, ma ch'egli era l'amico di Autari, il quale gli aveva affidata la dilicata commissione di dargli un fedele ragguaglio de' vezzi della sua sposa. Fu chiamata Teodolinda a sostenere quest'importante esame, e dopo un momento di silenziosa estasi, egli la salutò Regina d'Italia, ed umilmente richiese che, secondo il costume della nazione, essa presentasse una coppa di vino al primo de' nuovi suoi sudditi. Per comando del padre, ella obbedì. Autari ricevè la coppa, come venne il suo giro, e nell'atto di restituirla alla principessa, furtivamente lo toccò la mano, e si pose il dito sul labbro. Alla sera Teodolinda raccontò alla sua nudrice l'indiscreta famigliarità dello straniero, e l'antica donna la confortò colla sicurezza, che un tale ardire non potea provenire che dal Re suo consorte, il quale per la sua bellezza ed il suo coraggio, meritevole appariva dell'amore di lei. Gli Ambasciatori ebber comiato; ma appena giunti furono sul confina d'Italia, Autari, sollevandosi sul suo cavallo, scagliò la scure di guerra contro di un albero, con incomparabil forza e destrezza: «Tali, egli disse agli stupefatti Bavari, tali sono i colpi che vibra il Re dei Lombardi». All'avvicinarsi di un esercito francese, Garibaldo e la sua figlia cercarono un asilo ne' dominj del loro alleato: e nel palazzo di Verona si consumò il matrimonio. In capo ad un anno esso fu disciolto per la morte di Autari: ma le virtù di Teodolinda[455] l'avevano fatta amare dalla nazione in modo che le fu concesso di donare, insieme colla sua mano, lo scettro del Regno d'Italia.

[A. D. 643]

Questo fatto, e simiglianti eventi[456] dimostrano che i Lombardi possedevano la libertà di eleggere il loro Sovrano, ed avevano il buon senso di non usare ad ogni volta di questo pericoloso privilegio. Le pubbliche loro entrate derivavano dai prodotti della terra e dagli emolumenti della giustizia. Allorquando gl'indipendenti Duchi consentirono che Autari salisse sul trono del suo genitore, essi dotarono l'uffizio regale colla metà netta de' rispettivi loro dominj. I più orgogliosi nobili aspiravano all'onore di servire presso la persona del loro Principe. Egli rimunerava la fedeltà de' suoi vassalli col precario donativo di pensioni e di benefizj, ed espiava i mali della guerra, con ricche fondazioni di monasterj e di chiese. Giudice in tempo di pace, Generale in tempo di guerra, egli mai non usurpava i poteri di legislatore solo ed assoluto. Il re d'Italia convocava le assemblee nazionali nel palazzo, o più probabilmente ne' campi di Pavia: il suo gran Consiglio era composto degl'individui più eminenti pei natali e per le dignità loro; ma la validità, non meno che l'esecuzione de' suoi decreti, dipendeva dall'approvazione del popolo _fedele_, del _fortunato_ esercito de' Lombardi. Circa ottant'anni dopo la conquista dell'Italia, le costumanze loro, conservate dalla tradizione, furono trascritte in Latino Teutonico[457], e ratificate dal consentimento del Principe e del popolo, s'introdussero alcuni nuovi regolamenti, più conformi alla attuale lor condizione; l'esempio di Autari fu imitato da' più saggi suoi successori, e le leggi de' Lombardi si son riputate le meno imperfette de' codici Barbari[458]. Fatti dal loro coraggio sicuri di possedere la lor libertà, que' rozzi ed impazienti legislatori erano incapaci di contrappesare i poteri della costituzione, o di discutere le delicate teorie del governo politico. Degni di morte venivano giudicati i delitti che minacciavano la vita del Sovrano o la salvezza dello Stato, ma l'attenzione delle leggi era specialmente volta a difendere le persone e le proprietà de' sudditi. Secondo la strana giurisprudenza di que' tempi, il delitto di sangue poteva redimersi con una multa; non pertanto l'alto prezzo di novecento monete d'oro dimostra il giusto sentimento che avevano del valore della vita di un semplice cittadino. Le ingiurie meno atroci, come una ferita, una rottura, un colpo, una parola di vilipendio, venivano misurate con diligenza scrupolosa e quasi ridicola; e la prudenza del legislatore incoraggiava l'ignobil pratica di barattare l'onore e la vendetta con una compensazione in denaro. L'ignoranza de' Lombardi, sia nello stato di Pagani che di Cristiani, porse un implicito credito alla perversità e ai danni della stregoneria; ma i giudici del secolo decimosettimo avrebbero potuto esser ammaestrati e confusi dalla sapienza di Rotari; il quale decide l'assurda superstizione, e protegge le sfortunate vittime della popolare e giudiziale crudeltà[459]. Lo stesso spirito di un legislatore, superiore al suo secolo ed al suo paese, può rinvenirsi in Luitprando, il quale condanna, nell'atto che lo tollera, l'empio ed inveterato abuso dei duelli[460], osservando per la sua propria esperienza, che la causa più giusta viene sovente oppressa da una fortunata violenza. Qualunque merito scoprir si possa nelle leggi de' Lombardi, sono esse il genuino frutto della ragione de' Barbari, che mai non ammisero i Vescovi d'Italia a sedere ne' loro Consigli legislativi. La successione de' lor Re si contraddistinse per abilità e valore; la turbata serie dei loro annali è adorna di grati intervalli di pace, di ordine, di domestica felicità, e gl'Italiani godettero un più mite e più equo governo, che non verun altro de' regni fondati sulle rovine dell'Impero Occidentale[461],

In mezzo alle armi de' Lombardi, e sotto il dispotismo de' Greci, noi investigheremo di nuovo il destino di Roma[462], che avea aggiunto, verso il fine del sesto secolo, il più tristo periodo della sua abbiezione. La traslazione della sede dell'Impero a Costantinopoli, e la perdita successiva delle province, aveano disseccato le sorgenti della pubblica e della privata opulenza. Il grand'albero, sotto la cui ombra le nazioni, della terra s'erano riposate, nudo ormai trovavasi di fronde e di rami, e l'arido suo tronco era lasciato marcir sul terreno. I ministri del comando, ed i messaggeri delle vittorie, più non s'incontravano sulla via Appia o sulla Flaminia: e l'ostile avvicinarsi de' Lombardi era frequentemente sentito, e continuamente temuto. Gli abitanti di una potente e pacifica capitale, che visitano senza inquieti pensieri i giardini dell'addiacente contrada, difficilmente si faranno un'immaginazione della infelicità dei Romani. Con mano tremante essi aprivano e chiudevan le porte; scorgevano dall'alto delle mura le fiamme delle campestri lor case, ed udivano i lamenti de' loro fratelli, che venivano appaiati come cani, e trascinati in distante schiavitù al di là del mare e de' monti. Tali perpetui terrori doveano annichilare i diletti, ed interrompere i lavori della vita rustica; e la campagna di Roma fu prestamente ridotta allo stato di uno spaventoso deserto, in cui sterile è la terra, impure son l'acque, e l'acre spira insalubre. La curiosità e l'ambizione più non traevano le nazioni alla Capitale del mondo: ma se il caso e la necessità volgeva ivi i passi di un errante straniero, con orrore egli contemplava il vuoto e la solitudine della città, e poteva indursi a chiedere. «Dov'è il Senato, e dov'è il Popolo?» In una stagione di eccessive pioggie, il Tebro straripò, e con irresistibil violenza si sparse per le valli de' Sette Colli. Nacque una malattia pestilenziale dall'allagamento stagnante dell'acque, e così rapido fu il contagio, che ottanta persone morirono in un'ora nel mezzo di una solenne processione, che si faceva per implorare la divina mercede[463]. Una società, nella quale il matrimonio viene incoraggiato e l'industria fiorisce, ben tosto ripara le accidentali perdite della peste e della guerra; ma siccome la massima parte de' Romani era condannata ad un'indigenza senza speranza ed al celibato, così la spopolazione era continua e visibile, ed i cupi entusiasti potevano aspettare la vicina fine del mondo. Nulladimeno il numero de' cittadini tuttora superava[464] la misura de' viveri: il precario lor nutrimento veniva somministrato dalle messi della Sicilia o dall'Egitto; ed il frequente ritorno della carestia mostra la poca sollecitudine dell'Imperatore per una distante provincia. All'istessa decadenza e rovina erano esposti gli edifizj di Roma: le cadenti fabbriche venivano facilmente rovesciate dalle inondazioni, dalle tempeste e da tremuoti, ed i monaci che avevano occupato i siti più vantaggiosi, esultavano con vile trionfo sopra le rovine dell'antichità[465]. Viene comunemente creduto, che papa Gregorio I attaccasse i templi, e mutilasse le statue della città; che per comando di questo Barbaro si riducesse in ceneri la libreria Palatina, e che l'istoria di Tito Livio fosse in particolare il bersaglio dell'assurdo e maligno suo fanatismo. Gli scritti di esso Gregorio attestano l'implacabile avversione ch'ei portava ai monumenti del genio classico, ed egli scaglia la più severa censura contro un Vescovo, il quale insegnava l'arte della grammatica, studiava i poeti Latini, e cantava con una stessa voce le lodi di Giove e quelle di Cristo. Ma le prove della distruttiva sua rabbia sono dubbiose e recenti, il Tempio della Pace, e il Teatro di Marcello furono demoliti dalla lenta opera de' secoli, ed una proscrizione formale avrebbe moltiplicato le copie di Virgilio e di Tito Livio ne' paesi che non erano soggetti a quell'ecclesiastico dittatore[466].

Al pari di Tebe, di Babilonia e di Cartagine, il nome di Roma si sarebbe cancellato di sopra la terra, se la città non fosse stata animata da un vitale principio, che di nuovo la restituì agli onori e al dominio. Una vaga tradizione era invalsa che due Apostoli ebrei, uno facitor di tende, l'altro pescatore, fossero stati anticamente posti a morte nel Circo di Nerone, ed in capo a cinquecent'anni le genuine o fittizie reliquie loro vennero adorate come il Palladio di Roma Cristiana. I pellegrini dell'Oriente e dell'Occidente accorsero a prostrarsi innanzi al limitar sacrosanto; ma da miracoli e da terrori invisibili erano custodite le urne degli Apostoli; nè senza sbigottimento il pio Cattolico si avvicinava all'oggetto del suo culto. Fatale era il toccare, pericoloso il riguardare i corpi dei santi; e coloro che, anche spinti da' più puri motivi, ardivano di turbare il riposo del santuario, venivano spaventati da visioni, o perivano di subitanea morte. L'irragionevole domanda di un'Imperatrice, la quale desiderò di privare i Romani del loro sacro tesoro, la testa di S. Paolo, fu col massimo orror rigettata, ed il Papa asserì, probabilissimamente senza mentire, che un pannolino santificato per la vicinanza del corpo del santo, o la limatura della sua catena, che alle volte era facile, alle volte impossibile di ottenere, possedevano un grado eguale di miracolosa virtù[467]. Ma il potere, egualmente che la virtù degli Apostoli risiedeva con vivente energia nel petto de' lor successori; e la cattedra di san Pietro[468] era occupata, nel regno di Maurizio, dal primo e più grande Pontefice del nome di Gregorio. Il suo avo Felice era stato Papa egli pure, e come i vescovi erano già vincolati dalla legge del celibato, conviene che la morte della sua moglie avesse preceduto la sua consacrazione. I genitori di Gregorio, Silvia e Gordiano erano de' più notabili tra le famiglie del Senato, ed i più devoti che vantasse la Chiesa di Roma. Tra le sue parenti, si annoveravano delle sante e delle vergini; e la sua effigie, unitamente a quella di suo padre e di sua madre si vedeva espressa, quasi trent'anni dopo, in un ritratto di famiglia, ch'egli donò al monastero di S. Andrea[469]. Il disegno e il colorito di questo dipinto porgono una testimonianza onorevole che l'arte del pingere era coltivata dagl'Italiani del sesto secolo; ma possiamo formarci il più meschino concetto del gusto e della dottrina loro, in veggendo che l'epistole di S. Gregorio, i suoi sermoni ed i suoi dialoghi sono l'opera di un uomo che in erudizione non era secondo ad alcuno de' suoi contemporanei[470]. La sua nascita e la sua abilità lo avevano innalzato al posto di prefetto della città, ed egli godè il merito di rinunziare alle pompe ed alle vanità del mondo. L'ampio suo patrimonio fu dedicato a fondare sette monasteri[471], uno in Roma[472], e sei in Sicilia; e l'unico desiderio di Gregorio era di vivere sconosciuto in quella vita e glorioso nell'altra. Non pertanto, la sua devozione, e forse era sincera, calcò il sentiero che si sarebbe scelto da un astuto ed ambizioso politico. I talenti di Gregorio, e lo splendore che accompagnò la sua ritirata, lo renderono caro ed utile alla Chiesa; e l'implicita obbedienza si è sempre inculcata come il primo dovere di un monaco. Tosto ch'ebbe ricevuto il carattere di Diacono, Gregorio fu mandato a risiedere alla corte di Bisanzio in qualità di nunzio o ministro della Sede apostolica; ed egli arditamente prese in nome di S. Pietro uno stile d'indipendente dignità, che il più illustre laico dell'Impero non avrebbe potuto usare senza delitto e pericolo. Egli tornossene a Roma con una riputazione giustamente accresciuta, e dopo un breve esercizio delle monastiche virtù, fu tratto dal chiostro ed innalzato alla Sedia pontificale per l'unanime suffragio del Clero, del Senato e del Popolo. Egli solo si oppose, o parve opporsi al suo esaltamento, e l'umile preghiera che fece a Maurizio onde si degnasse di non approvare la scelta dei Romani, non servì che a fare spiccar maggiormente il suo carattere agli occhi dell'Imperatore e del Popolo. Quando fu pubblicata la fatal conferma del Principe, Gregorio ricorse all'aiuto di alcuni mercatanti suoi amici, per farsi trasportare in un paniere fuor delle porte di Roma, e modestamente si nascose per alcuni giorni fra i boschi ed i monti, finchè discoperto, a quanto dicesi, fu da una celeste luce il suo ritiro.

[A. D. 590-604]