Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 08
Part 23
Alboino, nel tempo che militava sotto le bandiere del padre, incontrò in battaglia, e trapassò colla lancia da parte a parte il Principe de' Gepidi, suo competitore. I Lombardi, plaudendo a tale prodezza, chiesero con unanimi acclamazioni al genitore che l'eroico garzone, il quale avea avuto a comune i pericoli della battaglia, fosse ammesso alla festa della vittoria. «Vi sovvenga» replicò l'inflessibile Audoino, «delle sagge costumanze de' nostri maggiori. Qualunque sia il merito di un Principe, egli non può sedere a mensa col prode, sinchè non abbia ricevuto le sue armi da una mano straniera e regale». Alboino piegò la fronte con riverenza alle istituzioni della sua patria; scelse quaranta compagni, ed animosamente portossi alla Corte di Turisondo re dei Gepidi, il quale abbracciò ed accolse, secondo le leggi dell'ospitalità, l'uccisore del proprio suo figlio. Durante il banchetto, mentre Alboino occupava il seggio del giovane ch'egli avea spento, una tenera rimembranza sorse nell'animo di Turisondo. «Come caro è quel posto! — come odioso è chi il tiene! —» Tali furono le parole che sfuggirono, accompagnate d'un sospiro, dal labbro del padre addolorato. Il suo cordoglio inasprì il risentimento nazionale de' Gepidi; e Cunimondo, figlio che gli restava, fu provocato dal vino, o dal fraterno amore, al desiderio della vendetta. «I Lombardi,» disse il rozzo Barbaro, «rassomigliano, nell'aspetto e nell'odore, alle giumente delle nostre pianure sarmatiche». E quest'insulto era una grossolana allusione alle bianche bende di cui i Lombardi portavano avviluppate le gambe. «Aggiungi un'altra rassomiglianza,» replicò un baldanzoso Lombardo; «che tu sai come tirano calci. Visita la pianura di Asfeld, ed ivi cerca le ossa di tuo fratello; esse vi sono miste con quelle degli animali più vili». I Gepidi, nazione di guerrieri, balzarono da' loro scanni, e l'intrepido Alboino, co' suoi quaranta compagni, pose mano alla spada. Pacificata fu la rissa dalla venerabile interposizione di Turisondo. Egli salvò il proprio onore e la vita del suo ospite; e poscia ch'ebbe compito i solenni riti dell'investitura, licenziò lo straniero, cinto delle insanguinate armi del figlio, dono di un genitor lacrimoso. Tornossene Alboino in trionfo, ed i Lombardi nel celebrare l'incomparabile sua intrepidezza, furono costretti a lodare le virtù di un nemico[412]. È probabile che in quella straordinaria visita egli vedesse la figlia di Cunimondo, il quale ben tosto salì sul trono de' Gepidi. Rosamonda o Rosmunda ella chiamavasi, nome ben atto ad esprimere femminile bellezza, e consacrato dall'istoria e dal romanzo alle novelle di amore. Il re de' Lombardi, chè il padre di Alboino più non viveva, era promesso sposo alla figlia di Clodoveo; ma i legami della fede e della politica immantinente cederono alla speranza di possedere la bella Rosmunda, e d'insultare la famiglia e la nazione di lei. Si sperimentarono vanamente le arti della persuasione; e l'impaziente amatore, con la forza e lo stratagemma, conseguì l'intento de' suoi desiderj. La guerra era la conseguenza ch'ei prevedeva e cercava; ma i Lombardi non potevano per gran pezza reggere al furibondo assalto de' Gepidi, spalleggiati da un esercito Romano. E siccome l'offerta del matrimonio con disprezzo fu rigettata, Alboino si vide astretto ad abbandonar la sua preda, ed a partecipare del disonore che impresso egli avea sulla casa di Cunimondo[413].
[A. D. 566]
Ogni volta che da private ingiurie attossicata viene una contesa pubblica, un colpo che mortale o decisivo non sia, altro non produce che una breve tregua, la quale permette a' combattenti di affilare le armi per azzuffarsi di nuovo. La forza di Alboino non era sufficiente ad appagare la sua sete di amore, di ambizione e di vendetta; egli piegossi ad implorare il formidabile aiuto del Cacano; e gli argomenti, da lui usati, ci chiariscono la politica e l'arte de' Barbari. Nell'attaccare i Gepidi, egli era stato mosso, dicea, dal giusto desiderio di estirpare un popolo, la cui alleanza col Romano Impero lo avea fatto il comune inimico delle nazioni, ed il nemico personale del Cacano. Se le forze degli Avari e de' Lombardi si collegavano in questa gloriosa contesa, sicura diveniva la vittoria, ed inestimabile il premio: il Danubio, l'Ebro, l'Italia e Costantinopoli sarebbero senza ostacolo, esposte alle armi loro invincibili. Ma se esitavano od indugiavan essi a prevenire la tristizia de' Romani, lo stesso spirito che avea oltraggiato gli Avari, gli avrebbe perseguitati sino all'estremità della terra. Il Cacano ascoltò con freddezza e disdegno queste ragioni speciose: egli ritenne gli ambasciatori Lombardi nel suo campo, trasse in lungo le pratiche, ed alternamente venne allegando la sua mancanza di volontà, o la sua mancanza di attitudine ad assumere la rilevante impresa. In fine egli dichiarò che l'ultimo prezzo della sua alleanza era, che i Lombardi dovessero immantinente fargli dono della decima dei loro armenti; che le spoglie ed i prigionieri si avessero da dividere a parti eguali; ma che le terre dei Gepidi diverrebbero unicamente il patrimonio degli Avari. Le passioni di Alboino gli fecero premurosamente accettare tali ardui patti; e siccome i Romani erano malcontenti della ingratitudine e perfidia de' Gepidi, Giustino abbandonò quell'incorreggibile popolo al proprio destino, e rimase tranquillo spettatore del disuguale conflitto. Cunimondo, spinto a disperazione, divenne più infaticabile e più fiero. Egli sapea che gli Avari erano entrati sul suo territorio; ma tenendo per fermo che, rotti i Lombardi, que' stranieri invasori verrebbero facilmente respinti, mosse rapidamente ad affrontare l'implacabil nemico del suo nome e della sua stirpe. Ma il coraggio de' Gepidi non fruttò ad essi che una morte onorata. I più valorosi della nazione caddero sul campo di battaglia; il re de' Lombardi contemplò con diletto la testa di Cunimondo, ed il cranio di questo Re fu convertito in una coppa per saziare l'odio del conquistatore, o, forse, per conformarsi ai selvaggi usi della sua patria[414]. Dopo questa vittoria, nessuno ulteriore inciampo potè frenare i progressi de' collegati, e fedelmente essi tennero i patti del loro accordo[415]. Le belle contrade della Valachia, della Moldavia, della Transilvania e le parti dell'Ungheria di là dal Danubio, furono occupate senza resistenza da una nuova colonia di Sciti, e l'impero Dace del Cacano fiorì con lustro per più di dugento e trent'anni. Disciolta venne la nazione dei Gepidi; ma nella distribuzione de' prigionieri, gli schiavi degli Avari furono men fortunati che i compagni de' Lombardi, la cui generosità adottò un valoroso nemico, e la cui libertà non poteva accordarsi colla fredda e deliberata tirannide. Una metà delle spoglie introdusse nel campo di Alboino più dovizie di quanto un Barbaro potesse computare co' rozzi e lenti suoi calcoli. La bella Rosmunda fu persuasa e costretta a riconoscere i diritti del vittorioso suo amante, e la figlia di Cunimondo parve mettere in dimenticanza que' delitti che imputar si potevano alle irresistibili sue attrattive.
[A. D. 567]
La distruzione di un potente regno stabilì la fama di Alboino. Ne' giorni di Carlomagno, i Bavari, i Sassoni e le altre tribù di favella Teutonica ripetevano ancora i canti in cui si esaltavano le eroiche virtù, il valore, la liberalità e la fortuna del re de' Lombardi[416]. Ma la sua ambizione non era soddisfatta per anco: ed il conquistatore de' Gepidi dal Danubio rivolse gli occhi alle più ricche rive del Po e del Tevere. Quindici anni non erano corsi ancora, dacchè i suoi sudditi, confederati di Narsete, avevano visitato il dolce clima d'Italia; i monti, i fiumi, le strade maestre n'erano familiari alla memoria loro; la narrazione delle loro vittorie, e forse l'aspetto del loro bottino, avea acceso nella generazione sorgente la fiamma dell'emulazione e dell'intrapresa. Lo spirito e l'eloquenza di Alboino ne rinvigorì le speranze, e si racconta ch'egli ragionasse a' loro sensi, col far imbandire sulla mensa reale le più belle e più squisite frutta che spontaneamente vengono nel giardino del mondo. Non sì tosto ebbe egli spiegato all'aure i vessilli, che la natia forza dei Lombardi fu moltiplicata dalla gioventù, vaga di avventure, della Germania e della Scizia. I robusti contadini della Pannonia avevano ripigliato i costumi de' Barbari; ed i nomi dei Gepidi, dei Bulgari, dei Sarmati e dei Bavari distintamente si possono rintracciare ancora nelle province d'Italia[417]. Della nazione dei Sassoni, antichi alleati de' Lombardi, ventimila guerrieri, con le mogli ed i figli accettarono l'invito di Alboino. Il loro valore contribuì al buon successo delle sue armi; ma tale era il numero del suo esercito, che la presenza o l'assenza loro appena scorgevasi in esso. Ogni modo di religione liberamente veniva praticato dai suoi rispettivi seguaci. Il re de' Lombardi era stato educato nell'eresia Arriana, ma si concedeva a' Cattolici di pregare pubblicamente nelle chiese loro per la conversione di essi; mentre i più ostinati Barbari sagrificavano una capra, o forse un prigioniero, agli Dei de' loro antenati[418]. I Lombardi ed i loro confederati, erano uniti dal comune amore che portavano ad un Capo, il quale tutte in sè accoglieva le virtù ed i vizi di un eroe selvaggio. La vigilanza di lui provvide un ampio magazzino di armi offensive e difensive per l'uso della spedizione. La ricchezza portatile de' Lombardi seguiva le mosse del loro campo. Allegramente essi abbandonarono agli Avari i loro terreni mediante la solenne promessa fatta ed accettata senza sorriderne, che non riuscendo nella conquista dell'Italia, que' volontarj esuli sarebbero tornati al possesso degli antichi lor beni.
Ed a vuoto sarebbero andati i loro disegni se Narsete fosse stato l'antagonista de' Lombardi, ed i veterani guerrieri, i compagni della sua vittoria Gotica avrebbero, con ripugnanza, affrontato un nemico che stimavano e paventavano. Ma la debolezza della corte di Bisanzio giovò la causa dei Barbari; e fu appunto per la rovina dell'Italia che l'Imperatore diede una volta ascolto alle querele dei sudditi. Le virtù di Narsete erano macchiate dall'avarizia, e nel suo regno provinciale di quindici anni, egli accumulò un tesoro d'oro e d'argento eccedente la modestia di una sostanza privata. Il suo governo era oppressivo ed in odio al popolo, e i deputati di Roma con libertà esposero il generale disgusto. Innanzi al trono di Giustiniano essi arditamente dichiararono che il servaggio gotico era stato più comportabile ad essi che non il dispotismo di un eunuco Greco; e che se il loro tiranno immantinente non veniva rimosso, essi avrebbero consultato il loro bene nella scelta di un nuovo Signore. Il timore della ribellione era avvalorato dalla voce dell'invidia e della calunnia che sì di recente avea trionfato del merito di Belisario. Un nuovo Esarca, Longino, fu mandato a prendere il posto del conquistatore dell'Italia, e si espressero i bassi motivi del suo richiamo nell'insultante mandato della Imperatrice Sofia. «Ch'egli dovesse lasciare agli uomini l'esercizio delle armi, e tornasse al posto che gli conveniva tra le ancelle del palazzo, ove di nuovo si porrebbe una rocca nelle mani dell'Eunuco.» — «Io le tesserò un tal filo ch'ella non saprà facilmente disvolgerlo»! Cotesta dicono fu la risposta, che lo sdegno e la conoscenza del proprio valore trassero di bocca all'Eroe. In vece di presentarsi, quale schiavo e vittima allo soglie del palazzo di Bisanzio, egli ritirossi in Napoli, d'onde, (se può darsi fede a quanto si credette a que' tempi) Narsete invitò i Lombardi a punire l'ingratitudine del Principe e del Popolo[419]. Ma le passioni del Popolo sono furiose e volubili ed i Romani tosto si rammentarono i meriti o temettero il risentimento del virtuoso lor Generale. Per la mediazione del Papa il quale intraprese un pellegrinaggio a Napoli a quest'effetto, accettato fu il pentimento de' Romani; e Narsete, prendendo un sembiante più mite ed un più sommesso linguaggio, consentì a porre la sua dimora nel Campidoglio. Ma sebbene giunto egli fosse all'estremo periodo della vecchiaia[420], intempestiva pure e prematura ne riuscì la morte, perocchè il solo suo genio avrebbe potuto riparare l'ultimo e funesto errore della sua vita. La realtà o il sospetto di una cospirazione disarmò e disunì gl'italiani. I soldati sentirono i torti fatti al loro Generale, e ne lamentarono la perdita. Essi non conoscevano il nuovo Esarca, e Longino ignorava egli stesso lo stato dell'esercito e della provincia. Negli anni precedenti, l'Italia era stata desolata dalla pestilenza e dalla fame; ed un popolo disaffezionato attribuiva le calamità della natura alle colpe od alla stoltezza de' suoi reggitori[421].
[A. D. 562-570]
Qualunque si fossero i motivi della sua sicurezza, Alboino non s'aspettò d'avvenirsi, nè si avvenne in alcun esercito Romano in campo. Egli salì le Alpi Giulie, e con disprezzo e desiderio giù volse gli occhi sulle fertili pianure, a cui la sua vittoria conferì il perpetuo nome di Lombardia. Un capitano fedele ed uno scelto drappello erano stanziati nel Foro di Giulio, il moderno Friuli, per guardare i passi de' monti. I Lombardi rispettarono la forza di Pavia, e porsero ascolto alle preghiere de' Trevigiani. La tarda e pesante lor moltitudine si avanzò ad occupare il palazzo e la città di Verona; e Milano che allora sorgea dalle sue ceneri, fu investita dalle forze di Alboino, cinque mesi dopo la sua partenza dalla Pannonia. Il terrore precedeva il suo campo; egli trovò o lasciò per ogni dove una solitudine spaventosa; ed i pusillanimi Italiani giudicarono, senza cimentarsi, che lo straniero era invincibile. Fuggendo pe' laghi, su i monti, in seno alle paludi, le turbe atterrite nascondevano alcuni brani della loro ricchezza e procrastinavano il momento del loro servaggio. Paolino, patriarca di Antiochia, trasportò i suoi tesori sacri e profani nell'isole di Grado[422] ed i suoi successori furono adottati dalla nascente Repubblica di Venezia, che del continuo arricchivasi per le pubbliche calamità dell'Italia. Onorato, che teneva la cattedra di S. Ambrogio, avea credulamente accettato le infide offerte di una capitolazione; l'Arcivescovo in una col clero e coi nobili di Milano, fu tratto dalla perfidia di Alboino a ricercare un asilo nei meno accessibili ripari di Genova. Lungo la costa marittima, sostenuto era il coraggio degli abitanti dalla facilità di procacciarsi vettovaglie, dalla speranza di ricevere soccorsi e dalla facoltà di scampare colla fuga. Ma dai colli di Trento sino alle porte di Ravenna e di Roma, le regioni mediterranee dell'Italia divennero, senza una battaglia od un assedio, il patrimonio dei Lombardi. La sommissione del popolo invitò i Barbari ad assumere il carattere di Sovrani legittimi, e lo sconcertato Esarca fu ridotto alle funzioni di significare all'Imperatore Giustino la rapida ed irreparabil perdita delle città e delle province[423]. Una città ch'era stata diligentemente fortificata dai Goti, tenne saldo contro le armi del nuovo invasore; e mentre soggiogata veniva l'Italia dai volanti drappelli dei Lombardi, il campo reale per tre anni non si mosse dinanzi la porta occidentale di Ticinum o Pavia. Quel coraggio istesso che ottiene la stima di un nemico incivilito, risvegliò il furore di un selvaggio, e l'impaziente assediatore si era vincolato con terribile giuramento a lasciare che l'età, il sesso ed il grado confusi andassero in un generale macello. L'aiuto della fame finalmente gli porse il destro di eseguire il suo sanguinoso disegno; ma nel punto in cui Alboino passava la porta, il suo cavallo inciampò, cadde, e non potè levarsi. La compassione o la devozione mosse uno de' suoi seguaci ad interpretare questo come un miracoloso segno dell'ira del cielo. Il conquistatore fermossi e s'impietosì, ripose la spada nella guaina, e placidamente riposando nel palazzo di Teodorico, significò alla moltitudine paventosa che dovesse vivere ed obbedire. Dilettato dal situamento della città, che più cara era fatta al suo orgoglio per la difficoltà dell'acquisto, il principe de' Lombardi disdegnò le antiche glorie di Milano; e Pavia per alcuni secoli fu rispettata come la capitale di tutto il reame d'Italia[424].
[A. D. 573]
Il regno del fondatore fu splendido ma di breve durata. Prima che potesse regolare le sue nuove conquiste, Alboino perì vittima del tradimento domestico e della femminile vendetta. In un palazzo presso Verona, che non era stato eretto pei Barbari, egli banchettava i suoi compagni d'armi: l'ubbriachezza era la ricompensa del valore, ed il Re stesso si lasciò trarre dall'appetito o dalla vanità ad eccedere l'ordinaria misura della sua intemperanza. Poscia ch'ebbe vuotate molte capaci tazze di vin Retico o di Falerno, egli comandò che gli si recasse il cranio di Cunimondo, ch'era il più nobile e più prezioso ornamento della sua credenza. La coppa della vittoria con orrido applauso passò in giro tra i capi Lombardi. «Colmatela nuovamente di vino, sclamò il conquistatore inumano, colmatela fino all'orlo; portate questo calice alla reina, e pregatela in mio nome di festeggiar con suo padre». Rosmunda, trambasciata dal dolore e dall'ira, appena ebbe forza di profferire. «Sia fatto il volere del Signor mio!» e toccando colle labbra la coppa, pronunziò nel fondo del suo cuore il giuramento che quell'insulto sarebbe lavato nel sangue di Alboino. Il risentimento di una figlia sarebbe di qualche indulgenza degno, se trasgredito ella già non avesse i doveri di una moglie. Implacabile nella inimicizia, od incostante nell'amore, la regina d'Italia era scesa dal trono nelle braccia di un suddito, ed Elmichi, port'arme del Re, fu il secreto ministro de' suoi piaceri e della sua vendetta. Egli non poteva più addurre scrupoli di fedeltà e di gratitudine onde ribattere la proposta dell'assassinio; ma Elmichi tremò nel volgere in mente il pericolo al par che il delitto, e nel rammentare l'incomparabil forza e bravura di un guerriero, a cui sì spesso era stato vicino nel campo della battaglia. A forza d'istanze egli ottenne che uno de' più intrepidi campioni de' Lombardi venisse collegato all'impresa. Ma dall'intrepido Peredeo altro non si potè conseguire fuor che una promessa di mantenere il secreto, e la forma di seduzione, usata da Rosmunda, mette in vergognosa mostra il nessun conto in che ella teneva l'onore e l'amore. Ella si fe' cedere il posto nel letto da una delle sue ancelle ch'era amata da Peredeo, e seppe con qualche pretesto spiegare l'oscurità ed il silenzio del loro congresso, finchè non fu in grado di palesare al suo compagno ch'egli era giaciuto colla reina de' Lombardi, e che la morte di lui o quella di Alboino, esser dovea la conseguenza di quel traditoresco adulterio. Posto nell'alternativa, Peredeo antepose di essere il complice anzi che la vittima di Rosmunda[425] il cui imperterrito animo era incapace di timore o di rimorso. Ella aspettò e trovò ben tosto un favorevol momento. Il Re, oppresso dal vino, era uscito di tavola, per prendere il pomeridiano suo sonno. L'infedele mogliera si mostrò sollecita della salute e del riposo di esso: si chiusero le porte del palazzo, si allontanarono le armi, si mandarono lungo i seguaci, e Rosmunda, poi che l'ebbe lusingato al sonno con tenere e dolci carezze, aprì l'uscio della stanza, e spinse i ripugnanti congiurati a dargli immediatamente la morte. Al primo strepito, il guerriero balzò giù dal letto; il suo brando, ch'egli tentò di snudare, era stato legato alla guaina per man di Rosmunda; ed un picciolo sgabello, unica arma che avesse, non potè per lungo tempo difenderlo dalle lancie degli assassini. La figlia di Cunimondo sorrise in vederlo a cadere; il corpo di Alboino fu seppellito sotto lo scalone del palazzo, e la riconoscente posterità dei Lombardi riverì per gran tempo la tomba e la memoria del vittorioso lor condottiero.
L'ambiziosa Rosmunda aspirava a regnare sotto il nome del suo amante; la città e la reggia di Verona paventavano il suo potere, ed una fedel banda de' nativi suoi Gepidi era presta ad applaudire la vendetta, ed a secondare i desiderj della loro sovrana. Ma i capi Lombardi, che fuggirono ne' primi momenti di costernazione e di scompiglio, avevano ripreso il coraggio e raccolto le forze loro; e la nazione, invece di sottoporsi al regno di lei, chiese con unanimi grida, che si facesse giustizia della moglie colpevole e degli assassini del Re. Ella cercò asilo tra i nemici della sua patria, ed una ribalda che meritava l'abborrimento degli uomini, fu protetta dall'interessata politica dell'Esarca. Rosmunda, insieme con la sua figlia, erede del trono Lombardo, i suoi due amanti, i fedeli suoi Gepidi, e le spoglie della reggia di Verona, discese l'Adige e il Po, e fu trasportata da un vascello Greco nel sicuro porto di Ravenna. Longino vagheggiò con diletto i vezzi ed i tesori della vedova di Alboino: la sorte presente, e la passata condotta di lei, potevano giustificare le più licenziose proposte; ed ella agevolmente diede ascolto alla passione di un ministro, il quale, eziandio nel declino dell'Impero, era rispettato come l'eguale dei Re. La morte di un drudo geloso era un sacrifizio facile e grato, ed Elmichi, uscendo dal bagno, ricevè la bevanda letale dalle mani della sua amante. Il gusto del liquore, i suoi rapidi effetti, e la sperienza ch'egli avea del carattere di Rosmunda, ben presto lo convinsero che avvelenato egli era. Elmichi mise la punta del pugnale sul petto di Rosmunda, la costrinse a vuotare il rimanente della tazza, e spirò in pochi minuti, colla consolazione ch'ella non sarebbe sopravvissuta a godere i frutti della sua perversità.
[A. D. 573]
La figlia di Alboino e di Rosmunda fu imbarcata per Costantinopoli, unitamente alle più ricche spoglie de' Lombardi. La mirabil gagliardia di Peredeo divertì ed atterrì la corte Imperiale: la sua cecità e la sua vendetta offrirono un'imperfetta copia delle avventure di Sansone. I liberi suffragi della nazione, nell'assemblea di Pavia, elessero Clefone, uno de' più nobili capi Lombardi, a successor di Alboino. Ma diciotto mesi non erano ancora trascorsi, che il trono venne contaminato da un secondo assassinio. Clefone fu trafitto dalla mano di un suo famigliare. L'ufficio regale rimase per dieci anni sospeso, durante l'età minore del suo figlio Autari, e l'Italia languì divisa ed oppressa sotto l'aristocrazia ducale di trenta tiranni[426].