Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 08

Part 22

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[360] _Primo 12 Tabulis sancitum est, ne quis unciario foenore amplius exerceret_ (Tacito, Annali, VI. 16). _Pour peu_, dice Montesquieu (Esprit des Lois, l. XXII c. 22), _qu'on soit versé dans l'histoire de Rome, on verra qu'une pareille loi ne devait pas être l'ouvrage des Décemvirs._ Dunque Tacito era ignorante o stupido? I più savj e virtuosi patrizj potevano sagrificare la loro avarizia alla loro ambizione, e tentare di annullare un costume vizioso, con fissare un interesse, al quale nessun mutuante avrebbe voluto esporsi a tali pene a cui niun debitore avrebbe voluto andar incontro.

[361] Giustiniano non si è degnato di parlare delle usure nelle sue Institute; ma le regole e le restrizioni su questa materia si trovano nelle Pandette (l. XXII tit. 1, 2) e nel Codice (l. IV tit. 32, 33).

[362] Su questo punto l'opinione de' Padri della Chiesa è unanime (Barbeyrac, _Morales des Pères_, p. 144 ec.). Vedi San Cipriano, Lattanzio, San Basilio, San Crisostomo (i suoi frivoli argomenti si ritrovano in Noodt, l. I c. 7 p. 188), San Gregorio di Nissa, Sant'Ambrogio, San Gerolamo, Santo Agostino, ed una moltitudine di Concilii e di Casuisti.

[363] Catone, Seneca e Plutarco hanno altamente condannato l'uso o l'abuso dell'usura. Secondo l'etimologia di _foenus_ e di τοκος, si suppone che il principale generi l'interesse. _Posterità d'uno sterile metallo!_ esclama Shakespeare, ed il teatro è l'eco della voce pubblica.

[364] Guglielmo Jones ha composto un saggio ingegnoso e ragionato sulla legge delle cauzioni (Londra, 1781, p. 127 in-8). È forse l'unico Giureconsulto che abbia un'eguale estesa cognizione de' registri di Vestminster, de' Commentarj d'Ulpiano, delle Aringhe Attiche d'Iseo, e delle Sentenze de' giudici dell'Arabia e della Persia.

[365] Noodt (Opp. t. 1 p. 137, 172) ha composto un trattato particolare sulla legge Aquilia (_Pandect._ l. IX tit. 2).

[366] Aulo Gellio, (_Notti Attiche_, XX, 1). Egli ha ricavato questa storia dai Comentarii di Q. Labeone sulle Dodici Tavole.

[367] La narrazione che ne fa Tito Livio (1, 28) è imponente e grave. _At tu dictis Albane maneres_, è una riflessione assai dura, indegna dell'umanità di Virgilio (Eneide, VIII, 643). Heyne, col suo solito buon gusto, osserva che questo soggetto era troppo orribile, e che l'autore dell'Eneide non avrebbe dovuto collocarlo sullo scudo d'Enea (t. III p. 229).

[368] Giovanni Marsham (_Canon chronicus_, p. 593, 596) ed il Corsini (_Fasti Attici_, t. III p. 62) hanno stabilita l'epoca in cui Dracone visse (Olimpiade XXXIX, 1). Quanto alle sue leggi, vedi gli autori che hanno scritto sul governo d'Atene, Sigonio, Meursio, Potter ec.

[369] La settima _De Delictis_, nelle Dodici Tavole, viene sviluppata da Gravina (_Opp_. p. 292, 293, con un Comentario, p. 214, 230). Aulo Gellio (XX, 1) e la _Collatio legum mosaicarum et romanarum_, contengono molte istruttive particolarità.

[370] Tito Livio fa menzione di due epoche di delitto, in cui tremila persone furono accusate, e centonovanta matrone convinte del delitto d'avvelenamento. (XL, 43, VIII, 18). Hume distingue i tempi della virtù pubblica da quelli della virtù privata (Saggi, vol. 1 p. 22, 23). Io crederei piuttosto che queste effervescenze di crimini, come l'anno 1680 in Francia, sono accidenti e mostruosità che non possono lasciar macchia ne' costumi di una nazione.

[371] Le Dodici Tavole e Cicerone (_pro Roscio Amerino_, c. 25, 26) non parlano che del sacco. Seneca (Excerpt. controv. V, 4) vi aggiunge i serpenti. Giovenale ha pietà della scimia che non aveva fatto alcun male (_innoxia simia_, sat. XIII, 156). Adriano (_apud Dositheum magistrum_, l. III c. 16 p. 874, 876, colle note di Schulting), Modestino (Pandette, XLVIII, tit. 9 leg. 9), Costantino (Codice, l. IX tit. 17), e Giustiniano (Institute, l. IV tit. 18) indicano tutto quello che si metteva nel sacco del parricida. Ma in pratica questo supplizio bizzarro veniva semplificato. _Hodie tamen vivi exuruntur vel ad bestias dantur_ (Paolo, _Sentent. recep_. l. V tit. 24 p. 512, ediz. di Schulting).

[372] Il primo parricida, che siasi avuto a Roma fu L. Ostio, dopo la seconda guerra punica (Plutarco, in _Romulo_, t. 1 p. 57). Durante la guerra de' Cimbri, P. Malleolo si rese colpevole del primo matricidio (Tito Livio, Epit. l. LXVIII).

[373] Orazio parla di _Formidine fustis_ (l. II, epist. 2, 154); ma Cicerone (_De republica_, l. IV, _apud_, Sant'Agostino, De civit. Dei, IX, 6, _in Fragment. philosoph_. t. III p. 393, ediz. d'Olivet) afferma che i Decemviri decretarono pene capitali contro i libelli: _Cum perpaucas res capite sanaissent_. — PERPAUCAS!

[374] Bynkershoek (_Observ. juris rom_. l. 1 c. 1; _in Opp._ t. 1 p. 9, 10, 11) si sforza di provare che i creditori non dividevano il _corpo_, ma il _valore_ del debitore insolvibile. Ma la sua interpretazione non è che una continuata metafora, e non può distruggere l'autorità romana, di Quintiliano, di Cecilio, di Favonio, e di Tertulliano. Vedi Aulo Gellio (Notti Attiche, XXI).

[375] Il primo discorso di Lisia (Reiske, _Orator. graec_. t. V p. 2-48) è la difesa di un marito che avea ucciso un adultero. Il Dottore Taylor (_Lectiones Lysiacae_, c. 11, in Reiske, t. VI, 301-308) discute con molta dottrina i diritti dei mariti e de' padri in Roma ed in Atene.

[376] Vedi Casaubon, (_ad Athenaeum_, l. 1 c. 5 p. 19). _Percurrent raphanique mugilesque_ (Catullo, p. 41, 42, ed. di Vossio). _Hunc mugilis intrat_ (Giovenale, Sat. X, 317). Hunc_ perminxere calones_ (Orazio, l. I, Sat. II, 44). Familiae_ stuprandum dedit..... Fraudi non fuit_ (Valerio Massimo, l. VI c. 1 n. 13).

[377] Tito Livio (11, 8) e Plutarco (_in Publicola_, t. 1 p. 187) allegano questa legge: essa interamente giustifica la opinion pubblica su la morte di Cesare; opinione che Svetonio non temette di pubblicare sotto il governo degli Imperatori. _Jure caesus existimatur_, dice egli, _in Julio_, c. 76. Leggansi anche le lettere che si scrissero Cicerone e Muzio poco dopo gl'Idi di Marzo (_ad Fam_. XI, 27, 28).

[378] Πρωτοι δε Αθηναιοι τον τε σιδηρον κατεθεντο (Tucidide, l. 1 c. 6). L'istorico che da questa circostanza ricava un mezzo di giudicare lo stato della civiltà, sdegnerebbe il barbarismo d'una Corte Europea.

[379] Cicerone aveva in origine calcolato i danni della Sicilia a _millies_ (ottocentomila lire sterline, _Divinatio in Caecilium_, c. 5); in seguito poi li ridusse a _quadraginties_ (trecentomila lire sterline, prima aringa, _in Verrem_, c. 18), e finalmente si accontentò di _tricies_ (ventiquattromila lire sterline). Plutarco (_in Ciceron_. t. III p. 1584) non ha dissimulato i sospetti ed i romori che in allora si sparsero.

[380] Verre passò circa trent'anni nel suo esilio, fino all'epoca del secondo triumvirato, in cui egli fu proscritto dal buon gusto di Marc'Antonio, che si era invaghito del suo bel vasellame di Corinto (Plinio, _Hist. Nat_. XXXIV, 3).

[381] Tale è il numero assegnato da Valerio Massimo (l. IX c. 2 n. 1). Floro (IV, 21) dice che duemila senatori e cavalieri furono proscritti da Silla. Appiano (_De bello civili_, l. 1 c. 95 t. II p. 133, ediz. Schweighaeuser) con maggior esattezza enumera quaranta vittime dell'ordine senatorio, e mille seicento dell'ordina equestre.

[382] Su le leggi penali, vale a dire su le leggi Cornelia, Pompea, Giulia, di Silla, di Pompeo e di Cesare, vedi le Sentenze di Paolo (l. IV tit. 18-30 p. 497-528, ed. di Schulting); la _Collatio legum mosaicarum et romanarum_ (t. 1-15); il Codice Teodosiano (l. IX); il Codice di Giustiniano (l. IX); le Pandette (XLVIII); le Institute (l. IV tit. 18) e la gran versione di Teofilo (p. 917-926).

[383] Egli era un tutore che aveva avvelenato il suo pupillo. Quantunque il delitto fosse atroce, Svetonio (c. 9) colloca questo castigo nel numero delle azioni in cui Galba si mostrò _acer, vehemens, et in delictis coercendis immodicus_.

[384] Gli _Abactores_ o _Abigeatores_ che portavan via un cavallo, due cavalle od un paio di buoi, cinque porci o dieci capre incorrevano una pena capitale (Paolo, _sentent. recept_. l. IV tit. 18 p. 497, 498). Adriano (_ad Concil. Boetic_.) in ragione della frequenza del delinquere, più severo, condanna i rei _ad gladium, ludi damnationem_ (Ulpiano, _De officio proconsulis, l. VIII, in Collatione legum mosaicarum et romanarum_, tit. 11 p. 235).

[385] Infino a che non si fece la pubblicazione del Giulio Paolo di Schulting (l. II tit. 26 p. 317, 323), si è tenuto per fermo, o si è da tutti creduto, che le leggi Giulie condannassero l'adultero alla pena di morte. Questo sbaglio è nato da una frode o da un errore di Triboniano. Non pertanto a tenore di quanto racconta Tacito, Lipsio indovinava la verità (Annali, II, 50; III, 24; IV, 42), secondato anche dal costume d'Augusto che nelle debolezze delle mogli della sua famiglia distingueva quelle che seco traevano il delitto di _lesa maestà_.

[386] Severo ristrinse al solo marito il diritto d'una pubblica accusa in caso d'adulterio (Cod. Giustiniano, lib. IX tit. 9 leg. 1). Forse non è affatto ingiusto questo favore accordato al marito, poichè l'infedeltà delle mogli seco strascina conseguenze d'assai più disgustose di quelle degli uomini.

[387] Timone (l. 1) e Teopompo (l. XLIII, _apud Athenaeum_, l. XII p. 517) descrivono il lusso e la dissolutezza degli Etruschi: πολυ μεν τοι γε χαιρουσι συνοντες τοις παισι και τοις μειρακιοις. Verso quel tempo (A. U. C. 445) i giovani romani frequentavano le scuole d'Etruria (Tito Livio, IX, 36).

[388] I Persiani s'erano corrotti alla stesse scuola: απ’ Ελληνων μαθοντες παισι μισγονται (Erodoto, l. 1 c. 135). Vi sarebbe da fare una curiosissima dissertazione sull'introduzione del vizio contro natura, nei tempi posteriori ad Omero; sui progressi che fece tra i Greci dell'Asia e dell'Europa, sulla veemenza delle passioni di questi ed il sì fievole espediente della virtù e dell'amicizia che tanto ricreava i filosofi d'Atene. Ma _scelera ostendi oportet dum puniuntur, abscondi flagitia_.

[389] In una istessa incertezza cadono il nome, l'epoca e le disposizioni di questa legge (Gravina, _Opp_. p. 432, 433; Eineccio, _Hist. iur. rom_. n. 108; Ernesti, _Clav. Ciceron. in Indice legum_). Ma devo notare per la verità che la _nefanda Venus_ del riservato Tedesco è dall'Italiano più castigato chiamata _aversa_.

[390] Vedi il discorso d'Eschine contro il catamita Timarco (in Beiske, _Orat. graec._ t. III p. 21-184).

[391] Si presentano in folla alla mente del lettore, che ha cognizioni degli autori antichi, i nefandi passi; per me mi contenterò di indicare in questo luogo la fredda riflessione d'Ovidio:

_Odi concubitus qui non utrumque resolvunt._ _Hoc est quod puerum tangar amore_ MINUS.

[392] Elio Lampridio (nella vita d'Eliogabalo, nella Storia Augusta, p. 112), Aurelio Vittore (_in Philipp. Cod. Theod_. l. IX tit. 7 leg. 7), ed il Comentario di Gotofredo (t. III p. 63). Teodosio abolì le malaugurate leggi che erano stabilite nei sotterranei di Roma, ove ambo i sessi impunemente si prostituivano.

[393] Veggansi le leggi di Costantino e de' suoi successori contro l'adulterio, la sodomia, ec., nel Codice Teodosiano (l. IX tit. 7 leg. 7; l. XI tit. 36 leg. 1, 4) ed il Codice Giustinianeo (l. IX tit. 9 leg. 30, 31). Questi Principi parlano tanto col linguaggio della passione, quanto con quello della giustizia, ed hanno la cattiva fede d'attribuire la propria loro severità ai primi Cesari.

[394] Giustiniano, Novelle 77, 134, 141; Procopio, Aneddoti, c. 1-16, colle annotazioni d'Alemanno; Teofane, p. 151; Cedreno, p. 368; Zonaro, l. XIV, p. 64.

[395] Montesquieu, Spirito delle leggi, l. XII c. 5. Questo filosofo cotanto pel suo genio commendevole, concilia i diritti della libertà e della natura che non dovrebbero giammai trovarsi in opposizione fra loro.

[396] Vedi venti secoli prima dell'Era Cristiana, intorno alla corruzione della Palestina, la Storia e le leggi di Mosè. Diodoro Siculo (t. 1 l. V p. 356) agli antichi Galli fa un rimprovero di questo vizio; i viaggiatori mussulmani e cristiani l'imputano alla China (Antic. Relaz. dell'India e della China, p. 34, tradotte dal Padre Rinaldetto e dal Padre Premaro, aspro suo critico, nelle _Lettere edificanti_, t. XIX p, 433) Gli storici spagnuoli, ne accusano gli indigeni dell'America. (Garcilasso della Vega, l. III c. 13; e Dizionario di Bayle, t. III p. 88). Voglio sperare ed amo credere che questa peste non siasi peranco sparsa fra i Negri dell'Affrica.

[397] Carlo Sigonio (l. III, _De judiciis in Opp_. t. III p. 679-864) spiega molto eruditamente e con classico stile l'importante materia delle liti e dei giudizj che si tenevano pubblicamente in Roma, e se ne trova un compendio molto bene scritto nella Repubblica Romana di Belforte (t. II l. V p. 1-121). Chi desiderasse maggiori schiarimenti e più precise particolarità, può studiare Noodt (_De iurisdictione et imperio, libri duo_, t. 1 p. 93-134), Eineccio (_ad Pandect_., l. I c. 11; ad Instit. l. IV tit. 17; _Element. ad Antiquit_.) e Gravina (_Opp_. 230-251).

[398] Le funzioni dei giudici di Roma, come quelle dei giurati d'Inghilterra, non potevano essere risguardate che come un dovere passeggiero, e non mai come una magistratura, od una professione, ma le leggi della Gran Brettagna esigono particolarmente l'unanimità dei voti: esse espongono i giurati ad una sorta di tortura da cui hanno liberato i rei.

[399] Siamo debitori di questo fatto interessante ad un frammento d'Asconio Pediano che vivea mentre regnava Tiberio. La perdita che si è fatta de' suoi Comentarii sulle Orazioni di Cicerone, ci ha tolto un fondo prezioso di cognizioni storiche o relative alle leggi.

[400] Polibio, lib. VI p. 633. L'estensione dell'Imperio, non che dei luoghi compresi nella _città_ di Roma, forzava l'esiliato a procurarsi un ritiro che fosse ad una gran distanza.

[401] _Qui de se statuebant, humabantur corpora, manebant testamenta; pretium festinandi_. Tacito, Annali VI, 25, colle Annotazioni di Giusto Lipsio.

[402] Giulio Paolo, _Sentent. recept_. l. V tit. 12 p. 476; le Pandette, l. XLVIII tit. 21; il Codice, l. IX tit. 50; Bynkershoek, t. 1 p. 59; _Observat_. J. G. R. IV, 4, e Montesquieu (_Esprit. des Lois_, l. 29 c. 9) notano le civili restrizioni della libertà, ed i privilegi del suicida. Le pene che gli vennero inflitte, furono inventate in un tempo posteriore e meno illuminato.

[403] Plinio, _Hist. Nat_. XXXVI, 24. Quando Tarquinio per edificare il Campidoglio tormentò talmente i suoi sudditi che ridusse alla disperazione parecchi fra gli operai, onde si diedero la morte, fece inchiodare i cadaveri di quegli sgraziati su d'una croce.

[404] I rapporti che s'incontrano fra una morte violenta, ed una morte immatura, determinarono Virgilio (Eneide, VI, 434-439) a confondere insieme il suicidio e la morte dei neonati, quelli che muoiono per amore e le persone ingiustamente condannate a morte. Il migliore fra i suoi editori, Heyne, non sa come spiegare le idee, ossia il sistema di giurisprudenza del romano poeta in intorno questo soggetto.

CAPITOLO XLV.

_Regno di Giustino il Giovane. Ambasceria degli Avari. Si stabiliscono sul Danubio. Conquista dell'Italia fatta da' Lombardi. Adozione e Regno di Tiberio. Regno di Maurizio. Stato dell'Italia sotto i Lombardi e gli Esarchi di Ravenna. Calamità di Roma. Carattere e Pontificato di Gregorio I._

[A. D. 565]

Negli ultimi anni di Giustiniano, l'inferma sua mente era dedicata alle contemplazioni celesti, ed egli trascurava gli affari di questo mondo quaggiù. I suoi sudditi erano stanchi di comportare più a lungo la sua vita e il suo regno: non pertanto tutti gli uomini atti a riflettere, paventavano il momento della sua morte, come quello che dovea involgere la capitale nel tumulto, e l'Impero nella guerra civile. Questo monarca senza prole avea sette nipoti[405], figli o nipoti di suo fratello e di sua sorella, tutti educati nello splendore di una condizione reale. Il mondo gli avea veduti negli alti comandi delle province e degli eserciti; conosciuta era l'indole di ciascun di loro, zelanti n'erano gli aderenti, e siccome la gelosia del vecchio Sire sempre differiva a dichiarare il successore qual fosse, ognun d'essi con eguale speranza poteva ambire l'eredità dello zio. Egli spirò nel suo palazzo, dopo un regno di trent'anni; e la decisiva opportunità del momento venne colta dagli amici di Giustino, figlio di Vigilanzia[406]. All'ora di mezzanotte, i suoi domestici furono svegliati da una importuna folla che tuonava alla sua porta, e che ottenne di esser ammessa in casa col significare ch'erano i membri principali del Senato. Questi fausti deputati svelarono il recente ed importante secreto della morte dell'Imperatore: riferirono o forse inventarono la scelta che egli avea fatto morendo del più diletto e più meritevole fra i suoi nipoti, e scongiurarono Giustino ad antivenire i disordini a cui poteva darsi la moltitudine, se col ritorno della luce ella vedesse ch'era rimasta senza signore. Giustino poi ch'ebbe composto il suo aspetto alla sorpresa, al dolore, e ad una decente modestia, secondando l'avviso di sua moglie, Sofia, si sottopose alla autorità del Senato. Speditamente ed in silenzio egli fu condotto al palazzo; le guardie salutarono il nuovo loro Sovrano, e si compirono, senza frappor dimora i marziali e religiosi riti della sua coronazione. Dalle mani de' suoi propri ufficiali gli si vestirono gl'Imperiali arredi, i borzacchini rossi, la tunica bianca e la veste di porpora. Un soldato felice, ch'egli incontanente promosse al grado di Tribuno, gli cinse al collo la militare collana; quattro robusti giovani lo innalzarono sopra uno scudo; fermo e ritto ivi egli stette a ricevere l'adorazione de' suoi sudditi; e la benedizione del Patriarca che impose il diadema sul capo di un Principe ortodosso santificò la loro elezione. Già pieno era l'Ippodromo d'innumerevol gente, e non sì tosto l'Imperatore si mostrò sul suo trono, che le voci della fazione azzurra e della verde si confusero per applaudirlo egualmente. Ne' discorsi che Giustino fece al Senato ed al Popolo, egli promise di corregger gli abusi che avean disonorato la vecchiaia del suo predecessore, professò le massime di un governo giusto e benefico, e dichiarò che alle vicine calende di Gennaio[407], egli farebbe rivivere nella sua persona il nome e la liberalità di un Console romano. L'immediato soddisfacimento dei debiti del suo zio esibì un solido pegno della sua fede e del suo generoso procedere: una schiera di portatori, carichi di sacchetti d'oro, si avanzò nel mezzo dell'Ippodromo, ed i creditori di Giustiniano, caduti d'ogni speranza, accettarono come spontaneo dono, questo pagamento richiesto dall'equità. Prima che passassero tre anni, l'esempio di Giustino fu imitato e superato dall'imperatrice Sofia, che liberò molti indigenti dai debiti e dall'usura: atto di benevolenza che sopra ogni altro merita la gratitudine, come quello che solleva l'individuo dal più intollerabile de' mali, ma nell'esercizio del quale la bontà di un Principe va soggettissima ad esser tratta nell'inganno dai richiami della prodigalità e da' frodolenti artifizj[408].

[A. D. 566]

Giustino, nel settimo giorno del suo regno, diede udienza agli ambasciatori degli Avari, e decorata fu la scena in modo da imprimere ne' Barbari i sensi della maraviglia, della venerazione e del terrore. Principiando dalla porta del palazzo, gli spaziosi cortili ed i lunghi portici offrivano in doppio e continua fila, la vista de' superbi cimieri e degli aurei scudi delle guardie, che presentavano le lance e le azze loro con più securtà che non avrebbero fatto sul campo della battaglia. Gli ufficiali, che esercitavano il potere od accompagnavano la persona del Principe, erano coperti delle più ricche lor vesti, e disposti secondo l'ordine militare e civile della gerarchia. Come il velo del santuario fu tratto, gli ambasciatori mirarono l'Imperatore dell'Oriente assiso in trono, sotto un baldacchino sostenuto da quattro colonne, e coronato da una figura alata della Vittoria. Essi ne' primi moti della sorpresa, si sottomisero all'adorazione servile della corte Bizantina; ma appena alzati da terra, Targezio, Capo dell'ambasceria, spiegò la libertà e l'orgoglio di un Barbaro. Egli esaltò, mediante la lingua di un interprete, la grandezza del Cacano, la cui clemenza permetteva di sussistere ai regni del Mezzogiorno, ed i vittoriosi cui sudditi aveano valicato i fiumi agghiacciati della Scizia, ed allor coprivano le rive del Danubio d'innumerevoli tende. L'ultimo Imperatore avea coltivato, con annui e magnifici doni, l'amicizia di un riconoscente monarca, ed i nemici di Roma aveano rispettato gli alleati degli Avari. La stessa prudenza dovea consigliare i nipoti di Giustiniano ad imitare la liberalità del loro zio, ed a procacciarsi il benefizio della pace con un popolo invincibile, che si dilettava degli esercizj della guerra ne' quali era eccellente. La risposta dell'Imperatore fu conforme a siffatto stile di superba disfida, ed egli trasse la sua confidenza dal Dio de' Cristiani, dall'antica gloria di Roma, e da' recenti trionfi di Giustiniano. «L'Impero» ci soggiunse «abbonda d'uomini e di cavalli e di armi bastevoli a difendere le nostre frontiere, ed a punire li Barbari. Voi offerite aiuto, voi minacciate offese; noi abbiamo in non cale la vostra inimicizia ed il vostro soccorso. I conquistatori degli Avari richieggono la nostra alleanza; dovremo noi aver temenza de' fuggiaschi e degli esuli loro[409]? Mio zio si mostrò largo verso la vostra miseria, piegandosi alle vostre umili preci. Noi vi faremo più importante servigio, quello di farvi conoscere la vostra debiltà. Ritiratevi dal nostro cospetto; le vite degli ambasciatori sono sicure; e se ritornerete ad implorare il nostro perdono, forse assaggerete i frutti della nostra bontà[410]». Porgendo fede al racconto de' suoi ambasciatori, il Cacano fu sbigottito dall'apparente fermezza di un Imperatore romano, di cui ignorava l'indole e le facoltà. In cambio di mandare ad effetto le sue minacce contro l'Impero orientale, egli portò le armi nelle povere ed incolte contrade della Germania, ch'erano soggette al dominio de' Franchi. Dopo due dubbiose battaglie, egli consentì a ritirarsi, ed il Re di Austrasia sovvenne alla carestia del campo degli Avari mediante un'immediata provigione di grano e di bestiame[411]. Simiglianti ripetute traversie aveano come spento l'ardire degli Avari, e dileguata sarebbesi la potenza loro in mezzo a' deserti della Sarmazia, se l'alleanza di Alboino, re de' Lombardi, non avesse dato un nuovo scopo alle lor armi, ed un solido stabilimento alle disastrate loro fortune.