Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 08
Part 11
Se l'Imperatore potè rallegrarsi per la morte di Belisario, egli non godè questa abbietta soddisfazione, che per lo spazio di otto mesi, ultimo periodo di un regno di trent'otto anni, e di una vita di ottanta tre. Sarebbe difficile delineare il carattere di un Principe, il quale non è il più cospicuo oggetto de' proprj suoi tempi: ma le confessioni di un nemico si possono ricevere come la migliore testimonianza delle sue virtù. La rassomiglianza di Giustiniano col busto di Domiziano[171] viene maliziosamente avvertita da Procopio; il quale riconosce però ch'egli era ben proporzionato della persona, rubicondo di carnagione, e piacevole nell'aspetto. L'Imperatore era accostevole, paziente nell'ascoltare, cortese ed affabile nel discorrere, e padrone delle fiere passioni che imperversano con sì distruttiva violenza nel petto di un despota. Procopio ne loda il temperamento, per poterlo rimproverare di una placida e deliberata tranquillità; ma nelle cospirazioni che attaccarono l'autorità e la persona di Giustiniano, un giudice di miglior fede approverebbe la giustizia od ammirerebbe la clemenza dell'Imperatore. Incomparabile egli mostrasi nelle virtù private della castità e della temperanza; ma un imparziale amore della bellezza sarebbe riuscito meno pregiudizioso, che non la conjugale sua tenerezza per Teodora; e l'austero suo governo di vita era regolato dalla superstizione di un monaco, non dalla prudenza di un filosofo. Brevi e frugali erano i suoi pasti: nei digiuni solenni, egli si contentava di acqua e di erbaggi; e tale era la sua robustezza, egualmente che il suo fervore, che spesso egli passava due giorni ed altrettante notti senza gustare alcun cibo. Non meno rigorosa era la misura del suo dormire: dopo un riposo di solo un'ora, il corpo era svegliato dall'animo, e con maraviglia de' suoi ciamberlani Giustiniano vegliava, o studiava sino allo spuntare del giorno. Un'applicazione così indefessa gli raddoppiava il tempo da spendere nell'imparare[172] e nello spedire faccende; e si può seriamente dargli rimprovero che confondesse l'ordine generale della sua amministrazione a forza di minuta diligenza fuori di luogo. L'Imperatore si reputava musico ed architetto, poeta e filosofo, legista e teologo; e se gli riuscì male l'impresa di riconciliare le Sette cristiane, la riforma della giurisprudenza Romana resta qual nobile monumento del suo ingegno e della sua industria. Nel governo dell'Impero, egli comparve meno saggio o meno felice: pieni di sventure furono i tempi; il popolo giacque oppresso e malcontento; Teodora abusò del suo potere; una sequela di cattivi ministri fece torto al giudizio dell'Imperatore, e Giustiniano non fu amato in vita, nè compianto dopo morte. Profonde radici avea messo nel suo cuore l'amor della fama, ma egli cedeva alla meschina ambizione dei titoli, degli onori, e della lode contemporanea, e mentre si adoperava a cattivarsi l'ammirazione de' Romani, egli ne perdè la stima e l'affetto. Il divisamento della guerra di Affrica e d'Italia fu concepito ed eseguito con ardire, e la perspicacia di Giustiniano scoprì l'abilità di Belisario nel Campo, e di Narsete nel palazzo. Ma ecclissato è il nome dell'Imperatore dal nome de' vittoriosi suoi Capitani, e Belisario vive mai sempre per accusare l'invidia e l'ingratitudine del suo sovrano. Il parziale favore degli uomini applaudisce il genio del conquistatore, che guida e regge i suoi sudditi nell'esercizio delle armi. I caratteri di Filippo secondo e di Giustiniano si contraddistinguono per quella fredda ambizione che si compiace nella guerra, e scansa i pericoli del Campo. Tuttavia una statua colossale di bronzo rappresentava l'Imperatore a cavallo, in atto di muovere contro i Persiani, nelle vesti e nelle armi di Achille. Nella gran piazza davanti alla chiesa di Santa Sofia, sorgeva questo monumento sopra una colonna di bronzo, sostenuta da un marmoreo piedistallo di sette gradini: e la colonna di Teodosio, che pesava settemila quattrocento libbre di argento, fu tolta via dallo stesso luogo per effetto dell'avarizia e della vanità di Giustiniano. I Principi, suoi successori, si mostrarono più giusti o più indulgenti per la sua memoria. Andronico il Vecchio, nel principio del secolo decimoquarto restaurò ed abbellì quella statua equestre: dopo la caduta dell'Impero, i Turchi vittoriosi la fusero per farne cannoni[173].
Io chiuderò questo capitolo con un cenno sopra le comete, i tremuoti e la peste che atterrirono od afflissero il secolo di Giustiniano.
[A. D. 531-539]
I. Nel quinto anno del suo Regno, e nel mese di settembre, fu veduta per venti giorni, nella parte occidentale del Cielo, una cometa,[174], che vibrava i suoi raggi verso settentrione. Otto anni dopo, mentre il Sole era nel segno del Capricorno, apparve un'altra cometa nel Sagittario: a poco a poco ne cresceva la mole; il capo era nell'Oriente, la coda nell'Occidente ed essa restò visibile per più di quaranta giorni. Le nazioni che le riguardavano stupefatte, attendevano guerre e disastri dalla infausta loro influenza, e questa aspettativa fu largamente adempiuta. Gli Astronomi dissimularono la loro ignoranza intorno la natura di queste risplendenti stelle, che affettavano di rappresentare quai meteore ondeggianti per l'aria; e pochi fra loro si accostavano alla semplice idea di Seneca e de' Caldei ch'esse non sieno che pianeti distinti dagli altri per un più lungo periodo ed un moto più eccentrico[175].
Il tempo e la scienza hanno giustificato le congetture e le predizioni del filosofo Romano, il telescopio ha aperto nuovi Mondi agli occhi degli Astronomi[176], e nel ristretto spazio che ci offrono l'istoria e la favola, si è già trovato che una stessa cometa si è mostrata sette volte alla terra, in sette eguali rivoluzioni di cinquecento e settantacinque anni, ciascuna. La _prima_[177] che risale a mille settecento e sessantasette anni di là dall'era Cristiana, fu contemporanea di Ogige padre dell'antichità greca. E questa sua comparsa spiega la tradizione, da Varrone serbataci, che sotto il Regno di Ogige il pianeta Venere cangiò di colore, di grandezza, di figura e di corso; prodigio senza esempio, sì nelle antecedenti che nelle susseguenti età[178]. La favola di Elettra, settima delle Pleiadi, le quali furono ridotte a sei dopo il tempo della guerra Trojana, indica oscuramente la _seconda_ venuta che seguì nell'anno mille cento e novantatre. La Ninfa Elettra, moglie di Dardano, non ebbe l'animo di sostenere la rovina della sua patria, essa abbandonò le danze delle sue celesti sorelle, fuggì dal Zodiaco al Polo settentrionale, ed ottenne, colle scarmigliate sue chiome, il nome della _Cometa_. Il _terzo_ periodo cade nell'anno seicento e diciotto, data che esattamente concorda colla tremenda cometa della Sibilla, e forse di Plinio, la quale levossi nell'Occidente, due generazioni prima del Regno di Ciro. La _quarta_ apparizione, successa quaranta quattr'anni prima della nascita di Cristo, è di tutte le altre la più splendida e la più importante. Dopo la morte di Cesare, un astro lungo-chiomato trasse gli occhi di Roma e delle nazioni, durante i giuochi dati dal giovane Ottaviano in onore di Venere e del suo zio. L'opinione volgare ch'esso trasportasse al Cielo la divina anima del Dittatore, fu accarezzata e consacrata dalla pietà del politico Ottaviano: nel mentre che la segreta sua superstizione riferiva la cometa alla gloria de' proprj suoi tempi[179]. Si è già accennato che la _quinta_ visita accadde nel quinto anno di Giustiniano, il quale coincide coll'anno cinquecentotrentuno dell'era Cristiana. E degno è di ricordo che in questa, come nella precedente apparizione, la cometa fu seguitata, sebbene con più lungo intervallo, da un'osservabile pallidezza del Sole. Il _sesto_ ritorno, intervenuto nell'anno mille cento e sei, vien rammentato dalle cronache dell'Europa e della China; e nel primo fervore delle Crociate, i Cristiani ed i Maomettani poterono con egual ragione immaginarsi ch'essa pronosticasse la distruzione degli Infedeli. Il _settimo_ fenomeno, che porta la data del mille seicento e ottanta, si presentò agli occhi di un secolo illuminato[180]. La filosofia di Bayle, dissipò il pregiudizio, cui la Musa di Milton aveva così recentemente adornato, che la cometa dalle orride sue chiome scuote la pestilenza e la guerra[181]. La strada tenuta da questa cometa nel Cielo, venne osservata con singolare e dottissima diligenza da Hamstead e da Cassini. E la scienza matematica di Bernoulli, di Newton e di Halley investigarono le leggi delle sue rivoluzioni. Quando avverrà l'_ottavo_ periodo, nell'anno duemila duecento cinquantacinque, i loro calcoli saranno forse verificati dagli Astronomi di qualche Capitale, innalzata dove ora si stendono i deserti della Siberia o dell'America.
II. L'avvicinarsi di una cometa molto presso al Globo da noi abitato, può desolarlo o distruggerlo; ma i cambiamenti, avvenuti sulla sua superficie, fino ad ora sono stati l'opera dei Vulcani e dei tremuoti[182]. La natura del suolo indica i paesi più esposti a questi formidabili scotimenti, che prodotti sono da sotterranei fuochi, e questi fuochi vengono accesi dall'unione e dalla fermentazione del ferro e dello zolfo. Ma le epoche e gli effetti loro sembrano posti oltre il giungere dell'umana curiosità, ed il filosofo dee discretamente astenersi dal predire i terremoti, sinchè sia giunto a noverare le stille d'acqua, che colano in silenzio sopra il minerale infiammabile, e misurato abbia le caverne che accrescono colla resistenza l'esplosione dell'aria imprigionata. Senza assegnar la cagione, l'istoria dee distinguere i periodi in cui questi eventi calamitosi sono stati rari o frequenti, ed osservare che questa febbre della terra infuriò con insolita violenza durante il Regno di Giustiniano[183]. Ogni anno di quel Regno è segnato dai ripetimento di tremuoti, di una tal durata che Costantinopoli fu agitata per più di quaranta giorni, e di una tale estensione che il commovimento si comunicò a tutta la superficie del Globo, od almeno dell'Imperio Romano. Si sentì una scossa d'impulsione o di vibrazione: si spalancarono nella terra enormi fessure, si videro lanciati in aria corpi grossi e pesanti, il mare alternativamente si avanzò e si ritrasse oltre gli ordinarj suoi limiti, ed, una rupe fu divelta dal Libano[184], e scagliata nei flutti, dove a guisa di molo essa difese il nuovo porto di Botri[185] nella Fenicia. Il colpo che sbatte un formicajo, può schiacciar nella polvere molte migliaia d'insetti: non pertanto la verità dee tirarci a confessore che l'uomo ha lavorato con molta industria alla propria sua distruzione. Lo stabilimento delle grandi città che racchiudono una nazione nel recinto di una muraglia, quasi realizza il desiderio nutrito da Caligola, che il Popolo Romano non avesse che un solo capo. Dicesi che due cento cinquantamila persone perissero nel tremuoto di Antiochia, il quale avvenne al tempo in cui la festa dell'Ascensione aveva accresciuto con una grande affluenza di stranieri la moltitudine dei cittadini. La perdita di Berito[186] fu di minor grandezza, ma di maggior valore. Questa città, situata sulla costa della Fenicia, era illustre per lo studio delle leggi civili, che aprivano le più sicure strade all'opulenza ed agli onori. Le scuole di Berito riboccavano de' più begl'ingegni che sorgessero in quell'età, ed il tremuoto schiacciò per avventura più di un giovane che vivendo sarebbe divenuto il flagello o il difensore della sua patria. In mezzo a questi disastri l'Architettura si mostra la nemica del genere umano. La capanna di un selvaggio o la tenda di un Arabo, possono venir rovesciate, senza che ne provi danno chi abita in essa; e ben si apponevano i Peruviani nel deridere la follia dei conquistatori Spagnuoli, che con tanto dispendio e travaglio si fabbricavano i proprj sepolcri. Piombano sul capo di un patrizio i ricchi suoi marmi: sotto le rovine dei pubblici e privati edifizj un Popolo intero ritrova la tomba, e l'incendio viene alimentato e propagato dagli innumerabili fuochi che fanno di mestieri alla sussistenza e all'industria di una grande città. In luogo della scambievole simpatia che può confortare ed assistere que' che cadono tra le rovine, in terribil modo essi provano l'effetto dei vizj e delle passioni, che più frenate non sono dal timor del castigo. Le crollate case vengono poste a sacco dall'avarizia che di nulla ha paura; la vendetta coglie il momento, e sceglie la vittima; e la terra spesso ingoja l'assassino e lo stupratore, nel punto istesso che consumano il loro misfatto. La superstizione circonda d'invisibili terrori il presente pericolo: e se l'immagine della morte può alle volte servire alla virtù od al pentimento degli individui, il Popolo impaurito vien più fortemente mosso ad aspettare la fine del Mondo, od a scongiurare con servili omaggi la collera di una divinità vendicatrice.
[A. D. 542]
III. L'Etiopia e l'Egitto si riguardarono in ogni età come la fonte originale ed il seminario della pestilenza[187]. In un'aria umida, calda, stagnante, si genera questa febbre Affricana dall'imputridire delle sostanze animali, e specialmente degli sciami di locuste, non meno funeste agli uomini dopo la morte che in vita. Il fatale contagio che spopolò la terra al tempo di Giustiniano e de' suoi successori[188], si manifestò da principio nelle vicinanze di Pelusio, tra la Palude Serboniana, ed il ramo Orientale del Nilo. Di là movendo per doppia strada, si diffuse nell'Oriente, sopra la Siria, la Persia e le Indie, e penetrò nell'Occidente lungo le coste dell'Affrica e sopra il Continente dell'Europa. Nella primavera del secondo anno, Costantinopoli fu travagliata dalla peste per tre o quattro mesi: e Procopio che ne osservò i progressi ed i sintomi coll'occhio di un fisico[189] ha gareggiato colla diligenza e coll'arte di Tucidide nella descrizione della pestilenza di Atene[190]. Il morbo si manifestava talvolta colle visioni di una fantasia perturbata, e la vittima cadeva d'ogni speranza tosto che aveva udito le minacce e sentito il colpo di un invisibile spettro. Ma il più della gente erano sorpresi da una leggiera febbre, nel proprio letto, in mezzo alle contrade, tra le usate loro faccende; febbre leggiera sì che nè il polso, nè il colore del volto porgeva nell'ammalato alcun segno di un vicino pericolo. In quel dì istesso o nel secondo o nel terzo si dichiarava il malore coll'enfiagione delle glandole, particolarmente dell'anguinaja, delle ascelle, e sotto l'orecchio, e quando questi bubboni o tumori si aprivano, scorgevasi ch'essi contenevano un carbonchio, ossia una sostanza nera, grossa come una lente. Se il tumore veniva a tutta la sua gonfiezza e si riduceva a suppurazione, l'infermo era salvato da questo mite e naturale sgorgamento dell'umore morboso. Ma se i bubboni continuavano a rimaner duri ed asciutti, ben presto seguiva la cancrena, ed il quinto giorno era comunemente l'ultimo della vita dell'appestato. Accompagnata spesso veniva la febbre da letargo o delirio. I corpi degli ammalati si coprivano di negre pustole o carbonchi, sintomi di una morte immediata. E ne' temperamenti troppo deboli per produrre un'eruzione, al vomito di sangue teneva dietro la cancrena negli intestini. Per le donne gravide la peste riusciva generalmente mortale; nondimeno fu tratto vivo un bambino, fuor del corpo della madre morta d'infezione, e tre madri sopravvissero alla perdita dei loro feti appestati. La gioventù era la stagione della vita più soggetta al pericolo, e le donne venivano meno attaccate dal male che non gli uomini. Ma ogni grado ed ogni professione soggiaceva del pari all'indistinta ferocia della peste, e molti di quelli che ne scampavano, perdevano l'uso della parola, senza aver sicurezza che il malore non tornasse ad assalirli[191]. Zelanti ed abili si mostrarono i medici di Costantinopoli. Ma i cangianti sintomi e la pertinace furia del morbo, inutili facevano gli sforzi dell'arte: gli stessi rimedj producevano effetti contrarj, ed il successo capricciosamente sconvolgeva i loro pronostici di morte o di guarigione. Confusi andarono l'ordine de' funerali e il diritto delle sepolture; quelli che rimanevano senza amici o famiglie, giacevano insepolti per le contrade o nelle desolate lor case; e fu conferita ad un magistrato l'autorità di raccogliere i promiscui mucchi di cadaveri, di trasportarli per terra o per acqua e di sotterrargli dentro fosse profonde scavate fuori del recinto della città. I più viziosi tra gli uomini sentivano destarsi qualche rimorso nell'animo all'aspetto del loro proprio pericolo e della pubblica infelicità. La confidenza della salute ravvivava di bel nuovo le passioni e l'abitudine loro; ma la filosofia dee tenere in non cale l'osservazione di Procopio che le vite di tali uomini fossero guardate da uno special favore della fortuna o della Providenza. Egli si scordava, o forse si sovveniva in segreto che la pestilenza aveva assalito la persona stessa di Giustiniano; ma la rigorosa dieta dell'Imperatore può suggerire, come avvenne di Socrate[192], un più ragionevole ed onorevole motivo del suo risanamento. Durante la malattia del Principe, la pubblica costernazione si manifestò ne' vestimenti de' cittadini; e la trascuranza e lo sgomento loro apportarono una generale carestia nella capitale dell'Oriente.
[A. D. 542-594]
Inseparabile sintomo della peste è quello di essere appiccaticcia ed atta per mezzo della respirazione degli infetti a trasfondersi nei polmoni e nello stomaco di quelli che ad essi stanno vicini. Nel tempo che i filosofi credono a questo fatto e ne sbigottiscono, è singolare che l'esistenza di un sì reale pericolo venisse negato dal Popolo il più propenso ai vani ed immaginarj terrori[193]. Nondimeno i concittadini di Procopio s'erano persuasi, mediante alcune poche e parziali esperienze, che l'infezione non s'attaccava anche col parlar più d'appresso agli appestati[194]; e questa persuasione giovava a sostenere l'assiduità degli amici e dei medici nella cura degli infermi, che una disumana prudenza avrebbe condannati alla solitudine, ed alla disperazione. Ma tal funesta sicurezza, non altramente, che la predestinazione dei Turchi dovette aumentare i progressi della contagione; e le salutari cautele a cui l'Europa va debitrice della sua salvezza, erano sconosciute al governo di Giustiniano. Non s'impose alcun freno alle frequenti e libere relazioni delle province Romane: dalla Persia fino alla Francia le nazioni erano mescolate ed infettate dalle migrazioni e dalle guerre; ed il pestifero odore che si ricetta per anni interi in una balla di cotone, veniva trasportato per l'abuso del traffico, sino alle più distanti contrade. Il modo con cui propagossi la peste viene spiegato per l'osservazione fatta da Procopio medesimo, che sempre essa spargevasi dal lido del mare nell'interno de' paesi, che le isole e le montagne più segregate dalle altre, successivamente venivano visitate dal morbo, e che i luoghi, sfuggiti al furore del suo primo passaggio, erano esposti al contagio dell'anno seguente. I venti poterono diffondere quel veleno sottile; ma a meno che l'atmosfera sia preventivamente disposta a riceverlo, l'infezione deve ben presto venir meno in tutti i climi freddi o temperati del Globo. Tale si era l'universale corruzione dell'aria, che la pestilenza scoppiata nell'anno decimo quinto di Giustiniano, non fu repressa nè mitigata da veruna differenza delle stagioni. Coll'andar del tempo, la prima sua malignità si diminuì e disperse, il morbo alternativamente languì e rinacque, ma non fu che in capo ad un calamitoso periodo di cinquantadue anni, che l'uman genere ricuperò la sanità di prima, e che l'aria riprese le sue qualità pure e salubri. Non ci rimangono fatti su cui stabilire un computo, od almeno una congettura del numero delle persone che da quella straordinaria mortalità furon tolte al Mondo. Solamente io trovo che durante tre mesi, cinquemila ed in ultimo diecimila persone morivano ogni giorno in Costantinopoli; che molte città dell'Oriente rimasero affatto vuote, e che in molti distretti dell'Italia le messi marcivano sul suolo e la vendemmia sui tralci. Il triplice flagello della guerra, della peste e della fame afflisse i sudditi di Giustiniano, ed il suo Regno è funestamente contrassegnato da una visibile diminuzione della specie umana, danno che in alcune delle più belle contrade del Globo non si è potuto riparare più mai[195].
NOTE:
[101] Per le turbolenze dell'Affrica, io non ho, nè desidero di aver altra guida fuorchè Procopio, il qual vide co' proprj occhi i memorabili avvenimenti de' suoi tempi, o ne raccolse colle proprie orecchie il racconto. Nel secondo libro della guerra Vandalica, egli narra la ribellione di Stoza (c. 12-24), il ritorno di Belisario (c. 15), la vittoria di Germano (c. 16, 17, 18), la seconda amministrazione di Salomone (c. 19, 20, 21), il governo di Sergio (c. 22, 23), di Areobindo (c. 24), la tirannia e morte di Gontari (c. 25, 26, 27, 28); nè posso discernere alcun segno di adulazione o di malevolenza nei suoi diversi ritratti.
[102] Non posso però ricusargli il merito di pingere, con vivaci colori, l'assassinio di Gontari. Uno degli uccisori manifestò sensi non indegni di un cittadino romano: «Se io fallisco, disse Artasire, il primo colpo, uccidetemi immediatamente, affinchè le torture non abbiano da strapparmi di bocca la confessione de' miei complici».
[103] Le guerre contro i Mori sono per occasione introdotte nel racconto di Procopio (_Vandal._ l. II c. 19, 23, 25, 27, 28. _Gothic._ l. IV c. 17); e Teofane aggiunge alcuni avvenimenti, prosperi ed avversi, che si riferiscono agli ultimi anni di Giustiniano.
[104] Ora Tibesh nel regno d'Algeri. È bagnata dal fiume Sujerass, che cade nella Mejerda (_Bagradas_). Tibesh è tuttora osservabile per le sue mura di grosse pietre, simili a quelle del Coliseo di Roma, e per una fontana ed un boschetto di castagni: la contrada è fertile, ed i vicini Bereberi sono una guerriera tribù. Si chiarisce da un'iscrizione, che sotto il regno di Adriano, la strada da Cartagine a Tebeste, fu costruita dalla terza legione (Marmoll. _Description de l'Afrique_, tom. II p. 442, 443. Shaw's Travels, p. 64, 65, 66).
[105] Procopio, Aneddoti, c. 18. La serie della storia affricana attesta questa malinconica verità.
[106] Nel secondo (c. 50) e nel terzo libro (c. 1-40) Procopio continua l'istoria della guerra gotica dal quinto sino al decimoquinto anno di Giustiniano. Siccome gli eventi sono meno importanti che nel primo periodo, il suo racconto occupa metà dello spazio per un tempo del doppio maggiore. Giornande e la Cronica di Marcellino ci somministrano qualche altro lume. Il Sigonio, il Pagi, il Muratori, il Mascou ed il Buat porgono soccorsi di cui ho profittato.
[107] Silverio, vescovo di Roma, fu da principio trasportato a Patara, nella Licia, e finalmente fatto morire di fame (_sub eorum custodia inedia confectus_) nell'isola di Palmaria, A. D. 538, mese di giugno (_Liberat. in Breviar._ c. 22. _Anastasius, in Sylverio._ _Baronius._ A. D. 540 n. 2, 3. Pagi, _in Vit. Pont._ Tom. I pag. 285, 286). Procopio (Aneddoti, c. 1) accusa soltanto l'Imperatrice ed Antonina.
[108] Palmaria, isoletta che giace dirimpetto a Terracina, ed alla costa dei Volsci (Cluver. _Ital. Antiq._ 1. III c. 7 p. 1024).
[109] Siccome il Logoteta Alessandro e la maggior parte de' suoi colleghi civili e militari erano caduti in disgrazia o in disprezzo, l'Autore degli Aneddoti (c. 4, 5, 18) non adopera colori molto più neri che nell'istoria Gotica (l. III c. 1, 3, 4, 9, 20, 21, ecc.).
[110] Procopio (l. III c. 2, 8 ecc.) rende giustizia ampia e spontanea al merito di Totila. Gli storici Romani, da Sallustio e Tacito in poi, si compiacevano nel dimenticare i vizj dei loro concittadini, riguardando alle virtù dei Barbari.