Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 08
Part 10
Prima che Lucca si fosse arresa, l'Italia fu allagata da un nuovo diluvio di Barbari. Teodebaldo, giovine e debole principe, nipote di Clodoveo, regnava sui popoli dell'Austrasia ossia sui Franchi orientali. I suoi tutori avevano freddamente e con ripugnanza ascoltato le magnifiche promesse degli ambasciatori Goti. Ma il valore di un popolo guerriero soverchiò i timidi consigli della Corte: i due fratelli, Lotario e Buccellino[148], duchi degli Alemanni, assunsero la condotta della guerra d'Italia: e settantacinquemila Germani calarono, nell'autunno, giù dalle Alpi Retiche nella pianura di Milano. La vanguardia dell'esercito Romano era stanziata presso il Po, sotto la condotta di Fulcari, baldanzoso Erulo, il quale temerariamente opinava, che la bravura personale sia il solo dovere e merito di un comandante. Nel mentre che senz'ordine e precauzione egli moveva lungo la via Emilia, un'imboscata di Franchi subitamente saltò fuori dell'anfiteatro di Parma: sorprese restarono le sue truppe e poste in rotta: ma il loro capitano ricusò di fuggire dichiarando nell'estremo istante, che la morte era meno terribile che il corrucciato aspetto di Narsete. La morte di Fulcari, e la ritirata dei duci rimasti in vita, determinarono l'ondeggiante e ribelle naturale dei Goti; essi corsero sotto i vessilli de' loro liberatori, e gli ammisero dentro le città che tuttor resistevano alle armi del generale Romano. Il conquistatore dell'Italia aperse un libero varco all'irresistibile torrente de' Barbari. Essi passarono sotto le mura di Cesena, e risposero con minacce e rimproveri all'avviso di Aligerno, che i tesori Gotici più non poteano pagare i travagli di un'invasione. Duemila Franchi furono distrutti dalla perizia e dal valore di Narsete stesso, che sortì di Rimini alla testa di trecento cavalli, onde punire la licenza e la rapina, che contrassegnavano la loro marcia. Sui confini del Sannio, i due fratelli spartirono le forze loro. Coll'ala destra Buccelino imprese di saccheggiare la Campania, la Lucania ed il Bruzio: colla sinistra, Lotario si accinse allo spogliamento della Puglia e della Calabria. Seguitaron essi la costa del Mediterraneo e dell'Adriatico, sino a Reggio e ad Otranto, e le estreme terre dell'Italia furono il termine del distruttivo loro avanzarsi. I Franchi ch'erano cristiani e cattolici, si contentarono del semplice sacco e di qualche uccisione accidentale. Ma le chiese, risparmiate dalla lor pietà, furono poste a ruba dalla sacrilega destra degli Alemanni, che sacrificavano teste di cavalli alle native loro divinità de' boschi e de' fiumi[149], essi fusero o profanarono i sacri vasi; e le rovine degli altari e de' tabernacoli furono macchiate del sangue de' Fedeli. Buccelino era mosso dall'ambizione, Lotario dall'avarizia. Il primo aspirava a ristabilire il regno dei Goti: il secondo, dopo d'aver promesso al fratello di riportargli sollecitamente soccorso, tornò per la stessa strada a porre in sicuro i suoi tesori oltre l'Alpi. La forza de' loro eserciti era già ridotta a male dal cambiamento del clima e dal contagio delle malattie: i Germani s'inebbriarono de' vini d'Italia, e l'intemperanza loro vendicò in qualche guisa le calamità di un popolo senza difesa.
[A. D. 554]
All'entrare della primavera, le truppe imperiali che avean difese le città, si adunarono in numero di diciottomila uomini nelle vicinanze di Roma. Le ore loro d'inverno non s'erano consumate nell'ozio. Seguendo gli ordini e l'esempio di Narsete, esse avean ripetuto ogni giorno i loro militari esercizj a piedi ed a cavallo, aveano assuefatto il loro orecchio al suono della tromba, e praticato i passi e le evoluzioni della danza Pirrica. Dallo stretto della Sicilia, Buccelino con trentamila Franchi ed Alemanni lentamente si mosse verso Capua, occupò con una torre di legno il ponte di Casilino, coprì la sua destra col fiume Volturno, ed assicurò il resto del suo campo con un riparo di acuti pali con un cerchio di carri, le cui ruote erano conficcate nel suolo. Con impazienza egli aspettava il ritorno di Lotario, ignorando ahi misero! che il suo fratello non poteva più ritornare, e che il condottiero col suo esercito era perito per una strana malattia[150] sulle rive del Benaco, fra Trento e Verona. Le insegne di Narsete ben tosto si avvicinarono al Volturno, e gli occhi dell'Italia stavano ansiosamente fissi sopra l'evento di questa finale contesa. Forse l'abilità del generale Romano molto era superiore nelle tranquille operazioni che precedono il tumulto di una battaglia. I giudiziosi suoi movimenti intercettarono i viveri ai Barbari, li privarono de' vantaggi del ponte e del fiume, e nella scelta del terreno e del momento dell'azione, li ridussero a conformarsi alla volontà del nemico. Nel mattino di quell'importante giornata, quando le file erano già formate, un servo, per qualche triviale mancamento, fu ammazzato dal suo padrone, uno de' Capi degli Eruli. Si commosse la giustizia o la collera di Narsete: egli intimò all'offensore di comparirgli dinanzi, e senza ascoltarne le discolpe, diede il segnale all'esecutor della morte. Se il crudel padrone non avea infranto le leggi della sua nazione, l'arbitrario supplizio non era meno ingiusto di quel che pare essere stato imprudente. Gli Eruli sentirono l'oltraggio: essi fecero alto: ma il generale Romano, senza calmare il loro sdegno od aspettarne la risoluzione, proclamò ad alta voce che se non si affrettavano ad occupare il lor posto, avrebbero perduto l'onore della vittoria. Disposte erano le sue truppe in una lunga fronte, colla cavalleria sulle ale[151]: nel centro erano i fanti di grave armatura: gli arcieri ed i frombolieri occupavano la retroguardia. I Germani si avanzarono sotto la forma di un triangolo o di un cono. Essi penetrarono il debole centro di Narsete che li raccolse con un sorriso nel laccio fatale, ed ordinò alle sue ale di cavalleria di girare lentamente sui loro fianchi e di circondare la lor retroguardia. Le forze de' Franchi e degli Alemanni erano composte di fanteria: una spada ed uno scudo pendevan loro dal fianco, ed essi usavano per offensive lor armi una pesante scure ed un giavellotto uncinato, ch'erano solamente formidabili nel combatter corpo a corpo, ovvero da presso. Il fiore degli arcieri Romani a cavallo, ed armati di tutto punto, scaramucciava senza pericolo intorno a questa immobile falange, suppliva colla prestezza de' moti alla debolezza del numero, ed appuntava i suoi strali contro una moltitudine di Barbari, i quali, in cambio di corazza e di elmetto, erano coperti da un lungo vestimento di pelli o di tela. Questi soffermaronsi, sbigottirono, confuse ne andaron le file, e nel decisivo momento, gli Eruli, preferendo la gloria alla vendetta, piombarono con rapida furia sulla testa della loro colonna. Il loro duce Sindballo ed Aligerno, principe de' Goti, meritarono il premio di un sommo valore; ed il loro esempio trasse le truppe vittoriose a compiere colle spade e coll'aste la distruzione dell'inimico. Buccelino e la miglior parte della sua armata, perì sul campo di battaglia, nelle acque del Volturno, o per le mani dei contadini furenti: ma può sembrare impossibile che una vittoria[152], alla quale non sopravvissero più di cinque Alemanni, non abbia costato che la perdita di ottanta soldati ai Romani. Settemila Goti, residui della guerra, difenderono la fortezza di Campsa sino all'altra primavera: ed ogni messo di Narsete annunziava la riduzione di qualche italiana città, i cui nomi venivano corrotti dalla ignoranza o dalla vanità dei Greci[153]. Dopo la battaglia di Casilino, Narsete entrò nella Capitale: le armi ed i tesori dei Goti, dei Franchi e degli Alemanni pubblicamente furono posti in mostra: i soldati, inghirlandati il capo, cantavano le glorie del Conquistatore, e Roma per l'ultima volta vide la similitudine di un trionfo.
[A. D. 554-568]
Dopo un regno di sessant'anni, il trono dei re Goti fu tenuto dagli Esarchi di Ravenna, che in pace ed in guerra rappresentavano l'Imperator de' Romani. La giurisdizione loro fu ben presto ridotta ai limiti di una ristretta provincia; ma Narsete, primo e potentissimo degli Esarchi, amministrò per forse quindici anni l'intero regno d'Italia. Come Belisario, egli avea meritato gli onori dell'invidia, della calunnia e della disgrazia: ma il favorito Eunuco tuttor godeva la confidenza di Giustiniano, o veramente il condottiere di un esercito vittorioso intimoriva e reprimeva l'ingratitudine di una Corte vigliacca. Nondimeno Narsete non usò di una debole e nociva indulgenza per assicurarsi l'amor delle truppe. Immemore del passato, e non curante dell'avvenire, esse male spendevano le presenti ore della prosperità e della pace. Le città dell'Italia risuonavano allo strepito de' stravizzi e de' tripudj: le spoglie della vittoria si consumavano in sensuali piaceri, e null'altro (dice Agatia) più rimanea da farsi, se non se cangiare gli scudi e gli elmi contro il molle liuto e l'anfora capace[154]. In una virile concione, non indegna di un censore Romano, l'Eunuco biasimò questi disordinati vizj, che svergognavano la fama de' guerrieri, e ne mettevano la salute in periglio. I soldati arrossirono ed obbedirono: si confermò la disciplina, si restaurarono le fortificazioni: fu sovrapposto un duca alla difesa ed al militare comando di ciascuna delle principali città[155]; e l'occhio di Narsete scorreva su tutto il vasto prospetto che si stende dalla Calabria alle Alpi. Gli avanzi della nazione Gotica sgombrarono il paese, o si mescolarono co' natii: i Franchi, invece di vendicar la morte di Buccelino, abbandonarono, senza altro conflitto, le loro conquiste italiane, ed il ribelle Sindballo, Capo degli Eruli, fu soggiogato, preso ed impiccato sopra un elevato patibolo per la inflessibile giustizia dell'Esarca[156]. Lo stato civile dell'Italia, dopo l'agitazione di una lunga tempesta, fu determinato da una sanzione prammatica, che l'Imperatore promulgò a richiesta del Papa. Giustiniano introdusse nelle scuole e ne' tribunali dell'Occidente la giurisprudenza ch'egli avea stabilito; ratificò gli atti di Teodorico e del suo successore immediato, ma cassò ed abolì ogni atto che la forza aveva estorto od il timore avea sottoscritto, durante l'usurpazione di Totila. Si formò una teoria di moderazione che riconciliasse i diritti della proprietà colla sicurezza della prescrizione, i privilegi dello Stato colla povertà del popolo, ed il perdono delle offese con l'interesse della virtù ed il buon ordine sociale. Sotto gli Esarchi di Ravenna, Roma scadde al secondo grado. Non pertanto ai senatori fu concessa la permissione di visitare le loro possessioni in Italia, e di accostarsi senza ostacolo al trono di Costantinopoli: si lasciò al Papa ed al Senato la cura di regolare i pesi e le misure; e si destinarono stipendi ai legisti ed ai medici, agli oratori ed ai grammatici per conservare o raccendere la face della scienza nella capitale antica. Ma invano Giustiniano dettava benefici editti[157], e Narsete secondava i desiderj dell'Imperatore col ristorare città e specialmente col rifabbricare le chiese. La possanza dei re è molto più efficace nel distruggere; e i venti anni della guerra Gotica aveano condotto all'estremo la miseria e la spopolazione dell'Italia. Sin dalla quarta campagna, sotto la disciplina di Belisario medesimo, cinquantamila agricoltori perirono di fame[158] nell'angusta regione del Piceno[159]; ed una stretta interpretazione di quanto asserisce Procopio porterebbe le perdite dell'Italia oltre l'intero ammontare de' suoi abitatori presenti[160].
[A. D. 559]
Io bramerei di credere, ma non ardirei affermare che Belisario sinceramente si rallegrasse de' trionfi di Narsete. Nondimeno la consapevolezza delle sue proprie imprese poteva insegnargli a stimare senza gelosia il merito di un rivale; ed il riposo del provetto guerriero fu coronato da un'ultima vittoria che salvò l'Imperatore e la capitale. I Barbari che ogni anno visitavano le province dell'Europa, erano meno disanimati da qualche accidentale sconfitta, che eccitati dalla doppia speranza di saccheggiare o di riscuoter sussidj. Nell'inverno vigesimo secondo del regno di Giustiniano, il Danubio gelò molto profondamente. Zabergan prese a condurre la cavalleria dei Bulgari, ed il suo stendardo fu seguito da una promiscua moltitudine di Schiavoni. Il selvaggio Comandante passò, senza trovar contrasto, il fiume ed i monti, sparse le sue truppe sopra la Macedonia e la Tracia, e si avanzò con non più di settemila cavalli sino alle lunghe mura che dovevan difendere il territorio di Costantinopoli. Ma le opere dell'uomo sono impotenti contro gli assalti della natura; un recente terremoto aveva crollato le fondamenta della muraglia; e le forze dell'Impero stavano impiegate sulle distanti frontiere dell'Italia, dell'Affrica e della Persia. Le sette scuole[161] o compagnie delle guardie o truppe domestiche erano cresciute fino al numero di cinquemila cinquecento uomini, che avevano le pacifiche città dell'Asia per ordinaria loro stazione. Ma in luogo dei prodi Armeni, incaricati di questo servizio, a poco a poco si eran posti cittadini infingardi, che compravano di tal guisa un'esenzione dai doveri della vita civile, senza essere esposti ai pericoli della milizia. In mezzo a tali soldati, pochi eran quelli che avessero il cuore di sortir dalle porte; nè alcuno di loro poteva indursi a rimanere in campo, a meno che mancasse di forze e di agilità per fuggire dai Bulgari. Le riferte dei fuggitivi esagerarono il numero e la ferocia di un nemico, che avea stuprato le vergini sacre, ed abbandonati i fanciulletti alla voracità dei cani e degli avoltoj. Una flotta di contadini, imploranti cibo e difesa, aumentava la costernazione della città, e le tende di Zabergan erano piantate in distanza di venti miglia[162] sulle rive di un fiumicello che circonda Melanzia, e quindi cade nella Propontide. Giustiniano fu sbigottito; e quelli che non avevan veduto[163] l'Imperatore, se non nei vecchi suoi anni, si compiacquero in supporre che egli avesse _perduto_ l'alacrità ed il vigore della sua giovinezza. Per comandamento di lui, si levarono i vasi d'oro e d'argento ch'erano nelle chiese dei dintorni, ed anche dei sobborghi di Costantinopoli: di tremanti spettatori erano coperti i bastioni; la porta aurea era affollata di inutili generali e di tribuni; ed il Senato dividea colle plebe le fatiche ed i timori.
Ma gli occhi del Principe e del Popolo stavan volti sopra un Veterano indebolito dagli anni, il quale dal pubblico pericolo fu costretto a ripigliar l'armatura con cui era entrato in Cartagine ed aveva difeso Roma. Si raccolsero in fretta i cavalli delle stalle reali, de' cittadini privati, ed anche del Circo; il nome di Belisario risvegliò l'emulazione dei vecchi e dei giovani; ed il primo suo accampamento fu stabilito in faccia ad un vittorioso nemico. La prudenza del Generale, ed il lavoro de' fidi paesani, assicurò il riposo della notte, mediante un fosso ed una trinciera. Artificiosamente s'immaginarono innumerabili fuochi e nubi di polvere per magnificare l'opinione della sua forza: i suoi soldati immantinente passarono dalla sfidanza alla presunzione; e mentre diecimila voci chiedevano la battaglia, Belisario ben si astenne dal mostrare che nell'ora del cimento egli sapeva di non poter far conto che sulla fermezza di trecento Veterani. Il mattino seguente, la cavalleria de' Bulgari mosse allo scontro. Ma essi udirono i clamori della moltitudine, videro le armi e la disciplina che presentava la fronte dell'esercito; furono assaliti sui fianchi da due corpi, posti in aguato nei boschi: i loro guerrieri che primi si fecero innanzi, caddero sotto i colpi dell'attempato Eroe e delle sue guardie; e la rapidità delle loro evoluzioni fu resa inutile dallo stretto attacco e dal ratto inseguir dei Romani. In questa azione i Bulgari non perdettero più di quattrocento cavalli, così frettolosamente si diedero a fuggire; ma Costantinopoli fu salva, e Zabergan, il quale sentì la mano di un maestro di guerra, si tenne in una rispettosa distanza. Numerosi però erano i suoi amici nei consiglj dell'Imperatore, e Belisario obbedì con repugnanza agli ordini dell'invidia e di Giustiniano che gli vietarono di compiere la liberazione del suo Paese. Nel ritorno ch'egli fece nella capitale, il Popolo, consapevole ancora del pericolo corso, accompagnò il suo trionfo con acclamazioni di gioja e di gratitudine, che furono imputate come delitto al General vittorioso. Ma quando egli entrò nel palazzo, taciturni stettero i Cortigiani, e l'Imperatore, dopo un freddo abbraccio e senza ringraziarlo, lo rimandò a confondersi colla turba degli schiavi. Sì profonda fu l'impressione che fece la gloria dell'eroe sopra gli animi, che Giustiniano, nel settantesimo settimo anno della sua età, si lasciò indurre ad inoltrarsi quaranta miglia fuor della capitale, per esaminare in persona le riparazioni delle lunghe mura. I Bulgari perderono la state nelle pianure della Tracia; ma la cattiva riuscita dei baldanzosi lor tentativi contro la Grecia ed il Chersoneso, dispose alla pace il loro animo. La minaccia che fecero di scannare i prigionieri che avevano in mano, accelerò il pagamento dei grossi riscatti che ricercarono; e la partenza di Zabergan fu affrettata dalla voce sparsa che si fabbricavano sul Danubio dei vascelli a due ponti per tagliargli fuori il passaggio. Dimenticato venne ben presto il pericolo; e la vana questione se l'Imperatore avesse mostrato più senno o più debolezza, servì a divertire gli oziosi della Capitale[164].
[A. D. 561]
Circa due anni dopo l'ultima vittoria di Belisario, l'Imperatore ritornò da un viaggio fatto in Tracia per salute, per affari, o per divozione. Giustiniano si dolse di un mal di testa; e lo studio con cui non si lasciava entrar alcuno da lui, accreditò il grido che fosse morto. Prima dell'ora terza del giorno, s'era portato via tutto il pane dalle botteghe de' fornaj, chiuse erano le case, ed ogni cittadino, preso da terrore o da speranza, si apparecchiava ad un sovrastante tumulto. I Senatori stessi, impauriti e sospettosi, si radunarono all'ora nona; ed il Prefetto ricevè da essi l'ordine di visitare tutti i quartieri della città e di bandire una illuminazione generale pel ristabilimento della salute di Giustiniano. Si tranquillò il fermento; ma ogni accidente metteva in chiaro l'impotenza del Governo, e la faziosa indole del Popolo. Le guardie erano pronte ad ammutinarsi ogni volta che si cangiavano di quartiere o che sospesa veniva la paga: le frequenti calamità degli incendj e dei terremoti porgevano opportunità di disordini: le contese degli Azzurri e dei Verdi, degli Ortodossi e degli Eretici degenerarono in sanguinose battaglie; ed il Principe dovè arrossire per se stesso e pei suoi sudditi in presenza dell'ambasciatore Persiano. I capricciosi perdoni e gli arbitrarj castighi amareggiarono il disgusto e la noja di un lungo Regno: si tramò una cospirazione dentro il palazzo; e se i nomi di Marcello e di Sergio non ci inducono in errore, i più virtuosi ed i più dissoluti fra i Cortigiani intinsero egualmente nella stessa congiura. Stabilito era il tempo di mandarla ad effetto; mediante il loro grado essi avevano accesso alla mensa reale, ed i loro schiavi neri[165] erano collocati nel vestibolo e nei portici per annunziare la morte del Tiranno, ed eccitare una sedizione nella Capitale. Ma l'indiscrezione di un complice salvò i miseri avanzi dei giorni di Giustiniano. Scoperti furono i cospiratori ed arrestati coi pugnali nascosti sotto le vesti. Marcello si uccise di propria mano, e Sergio fu tratto a forza dal Santuario[166]. Stimolato dal rimorso, ovvero adescato dalla speranza di salvarsi, egli accusò due ufficiali della casa di Belisario; e la tortura gli trasse a dichiarare che eransi condotti a norma delle segrete istruzioni del loro Signore[167]. La posterità non crederà facilmente che un Eroe, il quale, nel vigore degli anni, aveva disdegnato le più lusinghiere offerte dell'ambizione e della vendetta, abbia divisato l'assassinio del suo Principe, quando non poteva più sperare di sopravvivergli a lungo. I suoi seguaci si affrettarono a fuggire; ma, quanto a lui, gli sarebbe toccato di sostener la fuga colla ribellione, e vissuto egli era abbastanza per la natura e per la gloria. Belisario comparve innanzi al consiglio, meno in atto di timido che di sdegnato: dopo quarant'anni di servizio, l'Imperatore lo aveva anticipatamente giudicato colpevole; e l'ingiustizia era santificata dalla presenza e dall'autorità del Patriarca. La vita di Belisario graziosamente fu risparmiata; ma si sequestrarono tutti i suoi beni, e dal dicembre al luglio egli fu custodito qual prigioniero nel suo proprio palazzo. Al fine la sua innocenza venne all'aperto; gli si restituirono la libertà e gli onori; e la morte, accelerata forse dal cruccio e dal cordoglio, lo tolse dal mondo, otto mesi circa, poscia che fu liberato. Il nome di Belisario non potrà morire giammai: ma in luogo delle esequie, de' monumenti e delle statue, così giustamente dovute alla sua memoria, si legge negli Istorici che i suoi tesori, spoglie dei Goti e dei Vandali, furono immediatamente confiscate a profitto dell'Imperatore. Qualche onesta porzione però ne fu lasciata per l'uso della sua vedova. Siccome Antonina aveva molto di che pentirsi, ella consacrò gli ultimi avanzi della sua vita e delle sue sostanze alla fondazione di un monastero. Tale è il semplice e veritiero racconto della caduta di Belisario e dell'ingratitudine di Giustiniano[168]. Finzione di posteriori tempi[169] è quella, ch'egli venisse accecato, e ridotto dall'invidia ad accattare il pane, esclamando. «Date un obolo al General Belisario». Ma questa favola ha ottenuto credito, o per meglio dire favore, quale strano esempio delle vicissitudini della fortuna[170].