Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 07
Part 4
Questa salutare rivoluzione[126] fu accelerata dall'esempio d'un Regio martire, a cui la nostra più fredda ragione può dare il nome d'ingrato ribelle. Leovigildo, Gotico Monarca di Spagna, meritava il rispetto de' suoi nemici, e l'amor de' suoi sudditi: i Cattolici godevano una libera tolleranza, e gli Arriani ne' suoi sinodi tentavano, senza gran successo, di conciliare i loro scrupoli con abolire l'odioso rito d'un _secondo_ Battesimo. Ermenegildo, suo figlio maggiore, ch'era stato investito dal Padre del diadema reale, e del bel Principato della Betica, contrasse un onorevole ed ortodosso matrimonio con una Principessa Merovingica, figlia di Sigeberto Re d'Austrasia, e della famosa Brunechilde. La bella Ingunde, che non aveva più di tredici anni, fu ricevuta, amata, e perseguitata nella corte Arriana di Toledo; e la sua religiosa costanza fu alternativamente assalita dagli allettamenti, e dalla violenza di Goisvinta, Regina de' Goti, che abusò del doppio diritto d'autorità materna, che aveva[127]. Goisvinta, irritata dalla sua resistenza, prese la Principessa cattolica pei capelli, la gettò crudelmente per terra, le diede tanti calci, che fu ricoperta di sangue, e finalmente ordinò che fosse spogliata, e gettata in una vasca, o conserva di pesci[128]. Poterono l'amore e l'onore muover Ermenegildo a risentirsi di questo ingiurioso trattamento fatto alla sua sposa; ed appoco appoco si persuase, che Ingunde soffrisse per causa della divina verità. Le tenere di lei querele, ed i forti argomenti di Leandro, Arcivescovo di Siviglia, compirono la conversione di esso, e fu iniziato l'erede della Monarchia Gotica nella Fede Nicena per mezzo de' solenni riti della Confermazione[129]. Il temerario giovine, infiammato dallo zelo, e forse dall'ambizione, fu tentato a violare i doveri di figlio, e di suddito; ed i Cattolici di Spagna, quantunque, non potessero dolersi della persecuzione, applaudirono alla sua pia ribellione contro un padre eretico. Si prolungò la guerra civile pei lunghi ed ostinati assedj di Merida, di Cordova e di Siviglia, che avevano fortemente abbracciato il partito d'Ermenegildo. Esso invitò i Barbari ortodossi, gli Svevi ed i Franchi, alla distruzione del suo nativo paese; implorò il pericoloso aiuto de' Romani, che possedevano l'Affrica, ed una parte della costa di Spagna; e l'Arcivescovo Leandro, suo santo Ambasciatore, trattò in persona efficacemente con la Corte Bizantina. Ma svanirono le speranze dei Cattolici per l'attiva diligenza d'un Re, che comandava le truppe, e maneggiava i tesori della Spagna; ed il colpevole Ermenegildo dopo i vani suoi tentativi di resistere o di fuggire, fu costretto ad arrendersi nelle mani d'un irritato padre. Leovigildo ebbe tuttavia presente quel sacro carattere; ed al ribelle, spogliato degli ornamenti reali, si lasciò professare in un decente esilio la religione cattolica. I replicati suoi ed infelici tradimenti al fine provocarono lo sdegno del Re Goto; e la sentenza di morte, che questo pronunziò con apparente ripugnanza fu segretamente eseguita nella torre di Siviglia. L'inflessibil costanza, con cui esso ricusò d'accettare la comunione Arriana per prezzo della sua salvezza, può scusare gli onori, che si son fatti alla memoria di S. Ermenegildo. La sua moglie, ed il suo piccolo figlio si ritennero in una ignominiosa schiavitù da' Romani: e questa domestica disgrazia macchiò le glorie di Leovigildo, ed amareggiò gli ultimi momenti della sua vita.
[A. 586-589]
Recaredo, suo figlio e successore, che fu il primo Re cattolico di Spagna, era stato imbevuto della fede del suo infelice fratello, ch'ei però sostenne con maggior prudenza e successo. In vece di ribellarsi contro il padre, aspettò pazientemente l'ora della sua morte. In vece di condannarne la memoria, piamente suppose, che il Monarca morendo avesse abiurato gli errori dell'Arrianismo, e raccomandato al figlio la conversione della nazione Gotica. Per ottenere questo fine salutare, convocò Recaredo un'assemblea del Clero o de' nobili Arriani, si dichiarò Cattolico, e gli esortò ad imitar l'esempio del loro Principe. Una laboriosa interpretazione di testi dubbiosi, o una curiosa serie di argomenti metafisici avrebb'eccitata una controversia senza fine; ed il Monarca prudentemente propose all'ignorante sua udienza due sostanziali e visibili prove, cioè la testimonianza della terra, e del cielo. La _Terra_ s'era sottomessa al Sinodo Niceno: i Romani, i Barbari e gli abitanti della Spagna concordemente professavano la stessa fede ortodossa; ed i Visigoti erano quasi soli a resistere al consenso del Mondo cristiano. Un secolo superstizioso era disposto a venerare come testimonianza del _Cielo_ le cure soprannaturali, che si facevano por l'abilità o virtù del clero cattolico: i fonti Battesimali d'Osset nella Betica[130], che spontaneamente ogni anno si riempivano d'acqua la vigilia di Pasqua[131]; e le miracolose reliquie di S. Martino di Tours, che avevano già convertito il Principe Svevo, ed i Popoli della Gallicia[132]. Il Re cattolico incontrò alcune difficoltà su quest'importante cangiamento della religion nazionale. Si formò contro di lui una cospirazione, segretamente fomentata dalla Regina vedova; e due Conti suscitarono una pericolosa ribellione nella Gallia Narbonese. Ma Recaredo disarmò i congiurati, disfece i ribelli, ed esercitò contro di essi una severa giustizia, che gli Arriani poterono a vicenda infamare con la taccia di persecuzione. Otto Vescovi, i nomi dei quali dimostrano la lor origine Barbara, abiurarono i loro errori, e si ridussero in cenere tutti i libri della Teologia Arriana, insieme con la casa nella quale a tal fine si erano raccolti. Tutto il Corpo de' Visigoti, e degli Svevi fu allettato o tratto nel seno della comunione cattolica; la fede almeno della nuova generazione fu sincera e fervente; e la devota liberalità de' Barbari arricchì le Chiese ed i Monasteri della Spagna. Settanta Vescovi, adunati nel Concilio di Toledo, ricevettero la sommissione de' loro conquistatori; e lo zelo degli Spagnuoli migliorò il simbolo Niceno, dichiarando la processione dello Spirito Santo dal Figlio ugualmente che dal Padre; importante articolo di dottrina, che produsse, lungo tempo dopo, lo scisma delle Chiese Greca e Latina[133]. Il Regio proselito immediatamente salutò e consultò il Pontefice Gregario, detto il Grande, dotto e santo Prelato, il governo del quale si distinse per la conversione degli Eretici ed Infedeli. Gli ambasciatori di Recaredo rispettosamente offerirono sulla soglia del Vaticano i ricchi di lui presenti d'oro e di gemme; ed accettarono, come un lucroso cambio, i capelli di S. Giovanni Battista, una croce, in cui era chiuso un piccolo pezzo del vero legno, ed una chiave che conteneva alcune particelle di ferro, ch'erano state raschiate dalle catene di S. Pietro[134].
[A. 600]
L'istesso Gregorio, spirituale conquistatore della Gran Brettagna, incoraggiò la pia Teodolinda, Regina de' Lombardi, a propagare la fede Nicena fra' vittoriosi selvaggi, il fresco Cristianesimo de' quali era macchiato dall'eresia Arriana. I devoti di lei travagli, lasciarono tuttavia luogo all'industria, ed al successo di altri Missionari; e molte città d'Italia sempre si disputavano da' Vescovi contrari. Ma la causa dell'Arrianismo restò appoco appoco oppressa dal peso della verità, dell'interesse e dell'esempio, e la controversia, che l'Egitto avea tratto dalla scuola Platonica, si terminò dopo una guerra di trecent'anni dalla total conversione de' Lombardi d'Italia[135].
[A. 612-712]
I primi Missionari, che predicarono il Vangelo ai Barbari, si rimessero all'evidenza della ragione, ed implorarono il benefizio della tolleranza[136]. Ma appena ebbero stabilito il loro spiritual dominio, esortarono i Re Cristiani ad estirpare senza misericordia i residui della Romana o Barbarica superstizione. I successori di Clodoveo condannarono a cento colpi di verghe la gente di campagna, che ricusava di distruggere i propri idoli; il delitto di sacrificare a' demoni era punito dalle Leggi Anglo-sassone con le più gravi pene della carcere e della confiscazione; e fino il saggio Alfredo adottò, come un indispensabil dovere, l'estremo rigore degli istituti Mosaici[137]. Ma la pena si abolì appoco appoco, insieme col delitto, nel Popolo cristiano: le dispute teologiche delle scuole si sospesero dalla favorevole ignoranza; e lo spirito intollerante, che non poteva più trovare nè idolatri nè eretici, si ridusse a perseguitare gli Ebrei. Quest'esule nazione aveva fondato alcune Sinagoghe nelle città della Gallia; ma la Spagna, fin dal tempo d'Adriano, era piena di numerose colonie[138]. Le ricchezze, che avevano accumulato per mezzo del commercio o del maneggio delle finanze, invitarono la pietosa avarizia de' loro Signori; ed essi potevan'opprimersi senza pericolo, giacchè avevan perduto l'uso, e fino le memoria delle armi. Sisebuto, Re Goto, che regnò al principio del settimo secolo, divenne in un tratto agli ultimi estremi della persecuzione[139]. Furon costretti a ricevere il sacramento del battesimo novantamila Ebrei; si confiscarono i beni degli ostinati infedeli, e ne furon tormentati i corpi; e sembra dubbioso, se fosse loro permesso d'abbandonare il nativo loro paese. L'eccessivo zelo del Re cattolico fu moderato fino dal Clero di Spagna, che solennemente pronunziò una sentenza contraddittoria, cioè che non dovessero darsi i sacramenti per forza; ma che gli Ebrei, ch'erano stati battezzati, fossero costretti, per onor della Chiesa, a perseverare nell'esterna pratica d'una religione, ch'essi non credevano, e detestavano. Le frequenti loro ricadute provocarono uno de' successori di Sisebuto a bandire tutta la nazione da' suoi Stati; ed un concilio di Toledo pubblicò un decreto, che ogni Re Goto dovesse giurare di mantenere questo salutevol editto. Ma i tiranni non volevano abbandonar le vittime, che si dilettavano di tormentare, o privarsi d'industriosi schiavi, su' quali potevano esercitare una lucrosa oppressione. Gli Ebrei tuttavia continuarono nella Spagna, sotto il peso delle Leggi civili ed ecclesiastiche, le quali nel medesimo regno si sono fedelmente trascritte nel Codice dell'Inquisizione. I Re Goti, ed i Vescovi finalmente conobbero, che le ingiurie producono dell'odio, e che l'odio trova col tempo l'occasione della vendetta. Una nazione, segreta o palese nemica del Cristianesimo, andò sempre moltiplicandosi nella servitù e nell'angustia; e gl'intrighi degli Ebrei promossero il rapido successo degli Arabi conquistatori[140].
Tostochè i Barbari negarono il potente lor patrocinio all'eresia d'Arrio aborrita dal Popolo, essa cadde nel disprezzo e nell'oblivione. Ma i Greci ritennero sempre la lor disposizione sottile e loquace: lo stabilimento d'una oscura dottrina suggeriva nuove questioni, e nuove dispute; ed era sempre in facoltà di un ambizioso Prelato, o d'un fanatico Monaco l'alterare la pace della Chiesa, e forse dell'Impero. L'Istorico dell'Impero può trascurare quelle dispute che restarono nell'oscurità delle scuole, e de' Sinodi. I Manichei, che cercavano di conciliare le religioni di Cristo e di Zoroastro, si erano segretamente introdotti nelle Province. Ma questi estranei settari furon involti nella comune disgrazia degli Gnostici, e l'odio pubblico fece eseguir contro di essi le leggi Imperiali. Le opinioni ragionevoli de' Pelagiani si propagarono dalla Gran Brettagna a Roma, in Affrica, e nella Palestina e tacitamente svanirono in un secolo superstizioso. Ma fu diviso l'Oriente dalle controversie Nestoriana ed Eutichiana, che tentavano di spiegare il mistero dell'Incarnazione, ed affrettarono la rovina del Cristianesimo nella nativa sua terra. Queste controversie si principiarono ad agitare sotto il regno di Teodosio il Giovane: ma le importanti loro conseguenze si estendono molto al di là de' confini del presente volume. La metafisica serie degli argomenti, le contese dell'ambizione ecclesiastica, e la politica loro influenza sulla caduta dell'Impero Bizantino, possono somministrare un interessante ed istruttivo corso d'istoria, dai Concilj generali d'Efeso e di Calcedonia, sino alla conquista dell'Oriente fatta da' successori di Maometto.
NOTE:
[1] Si è diligentemente discussa l'origine dell'Istituto monastico dal Tommasino (_Discipl. de l'Eglis. Tom I. p. 1419, 1426_) o dall'Helyot (_Hist. des Ordres monastig. 94, Tom. I. p. 1-66_). Questi autori son molto eruditi, e passabilmente onesti; e la diversità d'opinione fra loro scuopre il soggetto in tutta la sua estensione. Pure il cauto Protestante, che diffida di _qualunque_ guida Papale, può consultare il settimo libro delle antichità Cristiane del Bingamo.
[2] Vedi Euseb. Demonstr. Evang. (_l. 1. p. 20. Edit Graec. Rob. Stephani Paris 1545_). Nella sua Storia Ecclesiastica pubblicata dodici anni dopo la dimostrazione (_l. 2. c. 17_) Eusebio asserisce, che i Terapeuti fossero Cristiani; ma sembra, che non sapesse, che un Istituto simile fosse attualmente risorto in Egitto.
[3] Cassiano (_Collat. XVIII. 5_) trae l'istituzione de' Cenobiti da quest'origine, sostenendo, che appoco appoco decadesse, finattantochè non fu restaurata da Antonio e da' suoi Discepoli.
[4] Оφελιμωτατον γαρ τι χρημα εις ανθρωπος εχθουσα παρα Фεου η’ τοιαδτη φιλοσοφια. Queste sono l'espressive parole di Sozomeno, che diffusamente e con piacevol maniera descrive (l. I. c. 12, 13, 14) l'origine, ed il progresso di tal monastica filosofia (Vedi Suicer. _Thesaur. Eccl. Tom. II. p. 1441_). Alcuni moderni Scrittori, come Lipsio (_Tom. IV. p. 448, manuduct. ad Philos. Stoic. III. 13_) e la Mothe-le-Vayer (_Tom. IX. De la vertu des Payens p. 228, 262_) hanno paragonato i Carmelitani a' Pitagorei, ed i Cinici a' Cappuccini.
[5] I Carmelitani traggono la loro genealogia con regolar successione dal Profeta Elia (Vedi le _Tesi di Beziers an. 1682 appresso Bayle, Nouvelles de la republ. des Lettres Oeuvr. Tom. I. p. 82_, ec. e la prolissa ironia degli ordini monastici, opera anonima _Tom. I. p. 433, stampata in Berlino 1751_). Roma, e l'Inquisizione di Spagna imposero silenzio alla profana critica de' Gesuiti di Fiandra (Helyot, _Hist. des Ordres monast. Tom. I. p. 282, 300_), e si eresse nella Chiesa di S. Pietro la statua d'Elia il Carmelitano (_Voyag. du P. Labat Tom. III. p. 87_).
[6] _Plin. Hist. Nat. V. 15 Gens sola; et in toto orbe praeter ceteras mira, sine ulla femina, omni venere abdicata, sine pecunia, socia palmarum. Ita per saeculorum millia (incredibile dictu) gens aeterna est, in qua nemo nascitur. Tam faecunda illis aliorum vitae poenitentia est_. Ei li pone appunto al di là del nocivo influsso del lago, e nomina Engaddi, e Masada, come le città più vicine. La Laura, ed il monastero di S. Saba non potevano esser molto distanti da questo luogo (Vedi Reland, _Palaestin. Tom. I. p. 295, Tom. II. p. 763, 874, 880, 890_).
[7] Vedi _Athanas. Op. Tom. 2. p. 450-505 e Vit. Patrum p. 26-74_ con le annotazioni di Rosweyde. La prima contiene l'originale Greco; l'altra è una traduzione Latina molto antica, fatta da Evagrio amico di S. Girolamo.
[8] Γραμματα μεν μαθειν ουκ ηνεσχετο. Athanas. _Tom. 2. in vit. S. Anton. p. 452_, ed è stata ammessa l'asserzione della sua totale ignoranza da molti degli antichi, e dei moderni. Ma il Tillemont (Mem. Eccl. Tom. VII. p. 666) dimostra con alcuni probabili argomenti, che Antonio sapeva leggere e scrivere nella Copta sua lingua nativa, ed era solo ignorante della letteratura Greca. Il Filosofo Sinesio (_p. 51_) confessa, che il naturale ingegno d'Antonio non aveva bisogno dell'aiuto della scienza.
[9] _Arurae autem erant ei trecentae uberes, et valde optimae_ (_vit. Patr. l. 1. p. 36_). Se l'arura è lo spazio di cento cubiti Egizi quadrati (Rosweyde _onomastich. ad vit. Patr. p. 1014, 1015_), ed il cubito Egiziano di tutti i tempi è uguale a ventidue pollici inglesi (Graves _vol. 1. p. 233_) l'arura conterrà circa tre quarti d'un acro inglese.
[10] Si fa la descrizione del Monastero da Girolamo (_T. 1. pag. 248, 249. in vit. Hilarion_.) e dal P. Sicard (_Missions du Levant. Tom. I. pag. 122, 200_). Tali descrizioni però non sempre si posson conciliare fra loro. Il S. Padre lo dipinse secondo la sua fantasia, ed il Gesuita secondo la sua esperienza.
[11] _Girolamo Tom. I. p. 146, ad Eustoch. Hist. Lausiac. c. 7, in vit. Patr. p. 712._ Il P. Sicard (_Mis. du Levant Tom. 2. p. 29, 79_) visitò, e descrisse questo deserto, che adesso contiene quattro monasteri, e venti o trenta Monaci. Vedi D'Anville _Descript. de l'Egypt. p. 74_.
[12] Tabenna è una picciola isola del Nilo, nella diocesi di Tentira o Dendera, fra la moderna città di Girge, e le rovine dell'antica Tebe (d'Anville _p. 194_). Il Tillemont dubita, se fosse un'isola; ma si può dedurre da' fatti, che adduce ci medesimo, che il primitivo suo nome fu di poi trasferito al gran Monastero di Bau, o Pabau (_Mem. Eccl. Tom. VII. p. 678, 688_).
[13] Vedi nell'opera intitolata _Codex Regularum_ (pubblicata da Luca Holstenio Rom. 1661) una prefazione di San Girolamo alla sua traduzione latina della regola di Pacomio. _Tom. I. p. 61_.
[14] Rufin. c. 5, _in vit. Patrum p. 459_. Ei la chiama _Civitas ampla valde, et populosa_, e vi conta dodici chiese, Strabone (_lib. XVII. pag. 1166_), ed Ammiano (XXII. 16) hanno fatto onorevol menzione d'Ossirinco, gli abitanti di cui adoravano un piccol pesce in un magnifico Tempio.
[15] _Quanti populi habentur in urbibus, tantae pene habentur in desertis multitudines monachorum._ Rufin. c. 7, _in vit. Patr. p. 461_. Esso applaudisce al fortunato cambiamento.
[16] Si fa menzione accidentalmente dell'introduzione della vita monastica in Roma, ed in Italia da Girolamo (Tom. I. p. 119, 120, 199).
[17] Vedi la vita d'Ilarione, scritta da S. Girolamo (_T. I. p. 241, 252_). Le storie di Paolo, d'Ilarione, e di Malco son raccontate mirabilmente dal medesimo autore; e l'unico difetto di questi piacevoli componimenti è la mancanza di verità, e di senso comune.
[18] La prima sua ritirata fu in un piccol villaggio sulle rive dell'Iri, non molto distante da Neocesarea. I dieci o dodici anni della sua vita monastica furono disturbati da lunghe, e frequenti distrazioni. Alcuni critici hanno posto in dubbio l'autenticità delle sue regole ascetiche; ma sono di gran peso le prove estrinseche, che se ne adducono, ed essi non possono dimostrare se non che quella è opera d'un vero o finto entusiasta. Vedi Tillemont _Mem Eccl. Tom. IX. p. 636, 644_. Helyot _His. des Ord. Mon. Tom. I. p. 175, 181._
[19] Vedasi la sua Vita, ed i tre Dialoghi di Sulpicio Severo, il quale asserisce (_Dial. t._ 16) che i librai di Roma furono ben contenti della pronta e facile vendita della sua opera popolare.
[20] Quando Ilarione navigò da Paretonio al Capo Pachino, offrì di pagare il suo trasporto con un libro degli Evangeli; Postumiano, Monaco della Gallia, che avea visitato l'Egitto, trovò una nave mercantile, che partiva d'Alessandria per Marsiglia, e fece il suo viaggio in trenta giorni (Sulp. Sev. _Dial._ I. 2). Atanasio, che indirizzò la vita di S. Antonio a' Monaci stranieri, fu costretto ad affrettare la sua opera, affinchè fosse pronta per la partenza delle flotte _Tom. 2. p. 451._
[21] Vedi Girolamo _Tom. I. p. 126_, Assemanni _Bibl. Or. Tom. IV. p. 92, 857, 919_, e Geddes _Istor. Eccles. d'Etiopia 29, 30, 31_. I Monaci Abissini stanno molto rigorosamente attaccati al primitivo Istituto.
[22] _Britannia di_ Cambden _Vol. I. p. 666, 667_.
[23] L'Arcivescovo Usserio nelle sue _Britannicar. Eccles. antiquitat._ (_Cap. XVI. p. 425, 503_) espone copiosamente tutta quell'erudizione, che può trarsi da' rimasugli de' secoli oscuri.
[24] Questo piccolo, quantunque non infecondo, spazio chiamato _Jona, Hy, o Monte Colomb_, che ha solo due miglia di lunghezza ed uno di larghezza, si è distinto, I. per il Monastero di S. Colomba, fondato l'anno 566, l'Abbate del quale aveva una giurisdizione straordinaria sopra i Vescovi della Caledonia; II. per una libreria classica che diede qualche speranza di contenere un Livio intiero; e III. per i sepolcri di sessanta Re Scoti, Irlandesi, Norvegi, che furono sepolti in quel santo luogo. Vedi Usserio (pag. 311, 560, 370), e Bucanano (_Rer. Scot. l. II p. 15. edit. Ruddiman_).
[25] Il Grisostomo (nel primo Tomo dell'Edizione Benedettina) ha impiegato tre libri in lode e difesa della vita monastica: egli è indotto dall'esempio dell'arca a presumere, che a riserva degli eletti (cioè de' Monaci) nessuno forse potrà salvarsi (_lib. I. pag. 55, 56_). Altrove però si dimostra più umano (_lib. 3. pag. 83, 84_) ed ammette diversi gradi di gloria simili a quelli del Sole, della Luna, e delle Stelle. Nella sua vivace comparazione d'un Re con un Monaco (_lib. III. pag. 116, 121_), egli suppone, che il Re sarà più scarsamente premiato, e più rigorosamente punito.
[26] Thomassin (_Discipl. de l'Eglis. Tom. I. p. 1426, 1469_) e Mabillon (_Oeuvr. Posthum. Tom. 2. p. 115, 158_). I Monaci furono appoco appoco adottati come una parte della Gerarchia Ecclesiastica.
[27] Il D. Middleton (_Vol. I. p. 110_) grandemente censura la condotta, e gli scritti del Grisostomo, uno de' più eloquenti, ed efficaci avvocati della vita monastica.
[28] Le devote femmine di Girolamo occupano una parte assai considerabile de' suoi scritti: il trattato particolare, che ei chiama Epitaffio di Paola (_Tom. 1. p. 169, 192_) è uno elaborato, e stravagante panegirico. L'esordio di esso è di una ridicola turgidezza: «se tutte le membra del mio corpo si mutassero in lingue, e se tutte risuonassero di voce umana, io ciò nonostante sarei incapace ec.»
[29] _Socrus Dei esse coepisti_ (Girol. _Tom. I. p. 140, ad Eustoch._). Ruffino (_in Hieronym. Op. Tom. IV. p. 223_), che ne fu giustamente scandalizzato, domanda al suo avversario, da qual Pagano poeta avesse preso un'espressione sì empia, ed assurda?
[30] _Nunc autem veniunt plerumque ad, hanc professionem servitutis Dei, et ex conditione servili, vel etiam liberati, vel propter hoc a dominis liberati, sive liberandi; et ex vita, rusticana, et ex opificum exercitatione, et plebejo labore._ Augustin. _de oper. Monach. c. 22_, ap. Thomassin. _Discipl. de l'Eglis. Tom. III. p. 1094_. Quell'Egizio, che biasimò Arsenio, confessò che faceva una vita più comoda da Monaco, che da pastore. Vedi Tillemont _Mem. Eccles. Tom. XIV. p. 679._
[31] Un Frate Domenicano (_Voyag. du P. Labat Tom._ 1, p. 10) che alloggiò a Cadice in un Convento di suoi confratelli, tosto conobbe, che le preghiere notturne non interrompevano mai il loro riposo, _quoiqu' on ne laisse pas de sonner pour l'edification du peuple._
[32] Vedi una Prefazione molto sensata di Luca Holstenio al _Codex Regularum_. Gl'Imperatori tentarono di sostenere l'obbligazione de' pubblici e privati doveri: ma dal torrente della superstizione furono portati via i deboli ripari: e Giustiniano sorpassò i più ardenti desiderj de' Monaci (Thomassin. _Tom. I. p. 1782, 1799_, e Bingham. _L. VIII. c. 3. p. 253_).
[33] Furon descritti, verso l'anno 400, gl'Istituti Monastici, particolarmente quelli d'Egitto, da quattro curiosi e devoti viaggiatori; cioè da Ruffino (_Vit. Part. 1. II. III. p. 424, 536_), da Postumiano (Sulp. Sever. _Dialog. I_), da Palladio (_Hist. Lausiac. in vit. Patrum p. 709, 863_) e da Cassiano (Vedi _nel tom. VII. Biblioth. maxim. Patr._ i primi suoi quattro libri degl'Istituti, ed i ventiquattro delle Collazioni o Conferenze).
[34] L'esempio di Malco (Girolamo Tom. I. p. 256), ed il disegno di Cassiano, e del suo amico (_Collat._ 24, 1) sono incontrastabili prove della lor libertà, che è descritta elegantemente da Erasmo nella vita che ha fatto di S. Girolamo. (Vedi Chardon _Hist. des Sacremens Tom._ VI. p. 379, 300).
[35] Vedi le leggi di Giustiniano (_Novell. 123. n. 42_), e di Lodovico Pio (_negli Storici di Francia T. VI. p. 427_), e l'attuale giurisprudenza Francese, presso Denisart (_Devis, Tom. IV. p. 855_).