Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 07
Part 35
Allorchè Giustiniano principiò a meditar la conquista d'Italia, egli mandò ambasciatori a' Re de' Franchi, e gli scongiurò per i comuni vincoli dell'alleanza e della Religione ad unirsi nella santa sua impresa contro gli Arriani. I Goti, essendo pressati da più urgenti bisogni, usarono una maniera di persuadere più efficace, e vanamente cercarono con doni di terre e di denaro, di comprar l'amicizia, o almeno la neutralità d'una leggiera e perfida Nazione[705]. Ma le armi di Belisario, e la rivolta degl'Italiani ebbero appena scosso la Monarchia Gotica, che Teodeberto d'Austrasia, il più potente e guerriero de' Re Merovingici, fu persuaso a soccorrer le loro angustie, mediante un indiretto ed opportuno aiuto. Diecimila Borgognoni, recenti suoi sudditi, senz'aspettare il consenso del loro Sovrano, discesero dalle Alpi, e s'unirono alle truppe, che Vitige avea mandato a gastigar la rivolta di Milano. Dopo un ostinato assedio, la Capitale della Liguria fu costretta ad arrendersi per la fame; ma non potè ottenersi altra capitolazione, che per la salva ritirata della guarnigione Romana. Dazio, Vescovo Ortodosso, che aveva indotto i suoi compatriotti alla ribellione[706], ed alla rovina, fuggì a godere il lusso e gli onori della Corte Bizantina[707]; ma il Clero, forse il Clero Arriano, fu trucidato a piè degli Altari dai difensori della Fede Cattolica. Si disse, che vi fossero uccisi trecentomila maschi[708]; le femmine e la preda più preziosa furon lasciate a' Borgognoni; e le case, o almeno le mura di Milano furono livellate al suolo. I Goti negli ultimi loro momenti, si vendicarono con la distruzione d'una Città, che non cedeva che a Roma nella grandezza ed opulenza, nello splendore delle sue fabbriche, o nel numero degli abitanti: ed il solo Belisario compatì il destino degli abbandonati e devoti suoi amici. Teodeberto medesimo, incoraggito da questa fortunata scorreria, nella seguente primavera invase le pianure d'Italia con un'armata di centomila Barbari[709]. Il Re, ed alcuni suoi scelti seguaci erano a cavallo, ed armati di lance: l'infanteria, senz'archi nè picche, si contentava d'uno scudo, d'una spada, e d'una scure da guerra a due tagli, che nelle lor mani era un'arme mortale, che non cadeva mai in fallo. L'Italia tremò al muovimento de' Franchi; e tanto il Principe Goto, quanto il General Romano, ignorando del pari i loro disegni, sollecitarono con speranza e terrore l'amicizia di questi pericolosi alleati. Fino a tanto che non si fu assicurato del passaggio del Po sul ponte di Pavia, il nipote di Clodoveo nascose le sue intenzioni, che alla fine dichiarò, assaltando, quasi nel medesimo istante, i campi ostili de' Romani e de' Goti. Invece d'unire insieme le loro armi, essi fuggirono con ugual precipitazione, e le fertili quantunque desolate Province della Liguria e dell'Emilia restarono abbandonate ad un licenzioso esercito di Barbari, il furore dei quali non veniva mitigato da pensiero alcuno di stabilimento o di conquista. Fra le Città, ch'essi rovinarono, si conta particolarmente Genova, non ancora fabbricata di marmi: e sembra che la morte di più migliaia di persone, secondo l'ordinario uso della guerra, eccitasse minore orrore, che alcuni idolatrici sacrifizi di donne e di fanciulli, che furono impunemente fatti nel campo del Re Cristianissimo. Se non fosse una trista verità, che i primi e più crudeli patimenti debbon toccare agl'innocenti ed a' deboli, potrebbe rallegrarsi alquanto l'Istoria nella miseria de' conquistatori, che in mezzo alle ricchezze restaron privi di pane e di vino, essendosi ridotti a ber le acque del Po, ed a cibarsi della carne di bestie inferme. La dissenteria distrusse un terzo del loro esercito; e le grida de' suoi sudditi, ch'erano impazienti di ripassar le Alpi, disposero Teodeberto ad ascoltar con rispetto le blande esortazioni di Belisario. Si perpetuò nelle medaglie della Gallia la memoria di questa non gloriosa e distruttiva guerra; e Giustiniano, senza sfoderar la spada, prese il titolo di conquistatore de' Franchi. Il Principe Merovingico s'offese della vanità dell'Imperatore; affettò di compassionare le cadute fortune dei Goti; e l'insidiosa sua offerta d'una confederazione fu corroborata dalla promessa, o dalla minaccia di scender dalle Alpi alla testa di cinquecentomila uomini. I suoi disegni di conquista erano illimitati, e forse chimerici. Il Re d'Austrasia minacciò di gastigar Giustiniano e di marciare alle porte di Costantinopoli[710]: ma egli fu gettato a terra ed ucciso[711] da un toro salvatico[712], mentre andava a caccia nelle foreste Belgiche o Germaniche.
Tostochè Belisario trovossi libero da' suoi esterni ed interni nemici, seriamente impiegò le proprie forze nel sottomettere intieramente l'Italia. Nell'assedio d'Osimo, il Generale mancò poco che non fosse trafitto da un dardo, se non si fosse riparato il mortal colpo da una delle sue guardie, che in questo pietoso ufizio perdè l'uso d'una mano. I Goti d'Osimo, in numero di quattromila guerrieri, con quelli di Fiesole e delle Alpi Cozie, furon fra gli ultimi che sostennero la loro indipendenza; e la valorosa resistenza che fecero, e che quasi stancò la pazienza del Conquistatore, meritò la stima di esso. La sua prudenza negò di conceder loro il salvo condotto, che dimandavano per unirsi a' loro confratelli di Ravenna; ma per mezzo d'un'onorevol capitolazione salvarono almeno la metà de' propri averi con la libera alternativa, o di ritirarsi pacificamente alle lor terre, o d'arruolarsi nella milizia dell'Imperatore per servir nelle sue guerre Persiane. Le truppe, che tuttavia militavano sotto le bandiere di Vitige, erano molto più numerose delle Romane; pure nè le preghiere, nè la diffidenza, nè l'estremo pericolo de' suoi più fedeli sudditi poteron trarre il Re Goto dalle fortificazioni di Ravenna. Queste in fatti non potevano espugnarsi nè per mezzo dell'arte nè della violenza; ed allorchè Belisario investì la Capitale, fu tosto convinto, che la sola fame avrebbe potuto ammansire l'ostinato spirito de' Barbari. Dalla vigilanza del Generale Romano si guardavano il mare, la terra ed i canali del Po, e la sua morale estendeva i diritti della Guerra all'uso di avvelenar le acque[713], e di bruciare segretamente i granai[714] d'una Città assediata[715]. Mentre stringeva li blocco di Ravenna restò sorpreso all'arrivo di due Ambasciatori, che vennero da Costantinopoli con un trattato di pace, che Giustiniano imprudentemente avea sottoscritto senza degnarsi di consultare l'autore della sua vittoria. Mediante questo vergognoso e precario accordo si divideva l'Italia ed il tesoro Gotico, e si rilasciavano le Province di là dal Po col titolo Reale al successore di Teodorico. Gli Ambasciatori s'affrettarono ad eseguire la salutare lor commissione; il prigioniero Vitige accettò con trasporto l'inaspettata offerta d'una corona; presso i Goti prevalse all'onore la mancanza e il desiderio del cibo; ed i Capitani Romani, che mormoravano per la continuazion della guerra, professarono una cieca sommissione a' comandi dell'Imperatore. Se Belisario non avesse avuto che il coraggio d'un soldato, gli sarebbe stato strappato di mano l'alloro da' timidi ed invidiosi consigli; ma in quel decisivo momento risolvè, con la magnanimità d'un uomo di Stato, di solo sostenere il pericolo e il merito d'una generosa disubbidienza. Ciascheduno de' suoi Ufiziali diede in iscritto il suo sentimento, che l'assedio di Ravenna era impraticabile, e senza speranza: allora il Generale rigettò il trattato di divisione, e dichiarò la sua risoluzione di condur Vitige in catene a' piedi di Giustiniano. I Goti si ritirarono con dubbiezza e spavento; questa perentoria negativa gli privò dell'unica sottoscrizione, a cui potevano affidarsi; e riempiè le loro menti d'un giusto timore, che un sagace nemico avesse conosciuto in tutta la sua estensione il deplorabile loro stato. Essi paragonarono la fama e la fortuna di Belisario con la debolezza del disgraziato lor Re; e tal confronto suggerì uno straordinario progetto, a cui Vitige con apparente rassegnazione fu costretto ad acconsentire. La divisione avrebbe rovinato la forza della Nazione, l'esilio l'avrebbe disonorata; essi dunque offerivan le loro armi, i tesori, e le fortificazioni di Ravenna, se Belisario avesse voluto non più riconoscer l'autorità d'un padrone, ma accettar la scelta dei Goti, e prender, come meritava, il Regno d'Italia. Quand'anche il falso splendor d'un diadema avesse potuto tentar la lealtà d'un suddito fedele, la sua prudenza avrebbe dovuto preveder l'incostanza de' Barbari, e la ragionevole sua ambizione dovea preferire il sicuro ed onorevole posto di Generale Romano. La pazienza medesima, e l'apparente soddisfazione, con cui esso trattò un progetto di tradimento, sarebbe stata capace d'una maligna interpretazione. Ma il Luogotenente di Giustiniano sapeva la propria rettitudine; egli entrò in un oscuro e tortuoso sentiero, quale avrebbe potuto condurre alla volontaria sommissione de' Goti; e la sua destra politica li persuase, ch'egli era disposto a compiacere i lor desiderj, senza però impegnarsi ad alcun giuramento o promessa per la conclusione d'un trattato, ch'ei segretamente abborriva. Dagli Ambasciatori Gotici fu determinato il giorno della resa di Ravenna; una flotta, carica di provvisioni, quasi un graditissimo ospite, fu introdotta nel più interno recinto del porto; furono aperte le porte all'immaginario Re d'Italia; e Belisario, senza incontrare neppure un nemico, passeggiò in trionfo per le strade d'un'inespugnabil Città[716]. I Romani furon sorpresi del loro successo; le truppe degli alti e robusti Barbari restaron confuse all'aspetto della propria loro pazienza; e le donne d'animo più virile, sputando in faccia de' propri figli e mariti, facevan loro i più amari rimproveri per aver abbandonato il dominio e la libertà loro a que' pimmei del mezzogiorno, spregevoli pel numero, e di statura sì piccola. Avanti che i Goti potessero rientrare in se stessi dalla prima sorpresa, e chieder l'adempimento delle incerte loro speranze, il vincitore assicurò il suo potere in Ravenna dal pericolo del pentimento e della rivolta. Vitige, che forse avea tentato di fuggire, fu onorevolmente guardato nel suo palazzo[717]; fu scelto il fiore della gioventù Gotica per il servizio dell'Imperatore; il resto del Popolo fu rimandato alle pacifiche sue abitazioni nelle Province meridionali: e fu invitata una colonia d'Italiani a riempire la spopolata Città. S'imitò la sottomissione della Capitale nelle Città e villaggi d'Italia, che non furono soggiogati, e neppur veduti da' Romani; e gl'indipendenti Goti, che rimasero in armi a Pavia ed in Verona furono solo ambiziosi di sottomettersi a Belisario. Ma l'inflessibile di lui fedeltà rigettò di accettare, in altra qualità che di delegato di Giustiniano, i loro giuramenti d'omaggio; e non si offese del rimprovero dei loro deputati, ch'ei volesse piuttosto essere schiavo che Re.
Dopo la seconda vittoria di Belisario, di nuovo sussurrò l'invidia, a cui Giustiniano diè orecchio, e l'Eroe fu richiamato. «Quel che restava della guerra Gotica (si disse) non era più degno della sua presenza; il grazioso Sovrano era impaziente di premiare i suoi servigi, e di consultarne la saviezza, ed ei solo era capace di difender l'Oriente contro le innumerabili armate della Persia». Belisario conobbe il sospetto, accettò la scusa, imbarcò a Ravenna le sue spoglie e trofei, e con la sua pronta ubbidienza provò, che tale improvvisa remozione dal governo d'Italia non era meno ingiusta di quel che avrebbe potuto essere imprudente. L'Imperatore ricevè con onorevole cortesia tanto Vitige, quanto la sua più nobil consorte; e siccome il Re de' Goti uniformossi alla fede Atanasiana, ottenne insieme con un ricco appanaggio di terre nell'Asia il grado di Senatore e di Patrizio[718]. Ogni spettatore ammirava senza pericolo la forza e la statura de' giovani Barbari: essi adoraron la maestà del Trono, e promisero di spargere il sangue in servizio del loro Benefattore. Giustiniano depositò nel Palazzo Bizantino i tesori della Monarchia Gotica: un Senato adulatore fu ammesso qualche volta ad osservare quel magnifico spettacolo; ma il medesimo fu invidiosamente tolto alla pubblica vista; ed il Conquistatore dell'Italia rinunziò, senza mormorare, e forse anche senza un sospiro, ai ben meritati onori d'un secondo trionfo. La sua gloria infatti s'era innalzata sopra ogni pompa esterna; ed alle tenui ed incerte lodi della Corte, anche in un secolo servile, il rispetto e l'ammirazione della sua Patria. Ovunque compariva Belisario nelle strade, e nelle pubbliche piazze di Costantinopoli, attraeva e soddisfaceva gli occhi del Popolo. L'alta statura, ed il maestoso portamento di lui corrispondevano all'espettazione, che avevano d'un Eroe; le sue gentili e graziose maniere incoraggivano i minimi suoi concittadini; ed il marzial treno, che seguitava i suoi passi, lasciava la sua persona più accessibile, che in una giornata di battaglia. Si mantenevano al servizio, ed a proprie spese del Generale settemila uomini a cavallo, che non avevan gli uguali per la bellezza, e pel valore[719]; la loro prodezza era sempre visibile ne' combattimenti a corpo a corpo, o nelle prime file; ed ambedue le parti confessavano, che nell'assedio di Roma le sole guardie di Belisario avevan vinto l'esercito Barbaro. Il loro numero veniva continuamente accresciuto da' più bravi e fedeli fra' nemici, ed i fortunati suoi schiavi, i Vandali, i Mori ed i Goti emulavano l'attaccamento de' domestici di lui seguaci. Congiungendo insieme la liberalità e la giustizia, egli acquistò l'amor de' soldati senz'alienarsi l'affetto del Popolo. Gli ammalati e feriti venivan soccorsi con medicine e danaro, e più efficacemente ancora, con le visite ed accoglienze salutari del loro Comandante. La perdita d'un arme, o d'un cavallo era subito risarcita, ed ogni atto di valore premiavasi coi ricchi ed onorevoli doni d'un'armilla o d'una collana, che il giudizio di Belisario rendea più preziosi. Egli era caro agli agricoltori per la pace ed abbondanza, che essi godevano, all'ombra delle sue bandiere. In vece d'esser maltrattata la campagna, arricchivasi dalla marcia degli eserciti Romani; e tanto era esatta la disciplina del loro campo, che non coglievano neppure un frutto dagli alberi, nè si sarebbe potuta trovare un'orma di essi nei campi di grano. Belisario era casto e sobrio. Nella licenza d'una vita militare, nessuno potè vantarsi d'averlo mai veduto inebriato dal vino: s'offerirono a' suoi abbracciamenti le più belle schiave delle razze Gotiche o Vandale; ma esso girava altrove lo sguardo, allontanandolo dalle lor grazie, e non cadde mai sul marito d'Antonina il sospetto d'aver violato le leggi della coniugal fedeltà. Lo spettatore ed istorico delle sue geste ha osservato, che in mezzo a' pericoli della guerra egli era intraprendente senza temerità, prudente senza timore, tardo o rapido secondo le occorrenze del momento; che nelle massime angustie era animato da reale o apparente speranza; ma era modesto ed umile nella più prospera fortuna. Per mezzo di queste virtù egli uguagliò, o anche superò gli antichi maestri dell'arte militare. La vittoria per mare e per terra seguitò le sue armi. Egli soggiogò l'Affrica, l'Italia e le Isole a quelle addiacenti; condusse via schiavi i successori di Genserico e di Teodorico; empiè Costantinopoli delle spoglie de' loro Palazzi; e nello spazio di sei anni ricuperò la metà delle Province dell'Impero Occidentale. Nella fama e nel merito, nella ricchezza e nel potere fu senza rivale il primo de' sudditi Romani: la voce dell'invidia non potè che amplificare la pericolosa importanza di tal uomo; e l'Imperatore dovette applaudire al proprio discernimento nell'avere scoperto ed innalzato il genio di Belisario.
L'uso de' trionfi Romani era, che si collocasse uno schiavo dietro al cocchio per rammentare al Conquistatore l'instabilità della fortuna, e le debolezze della natura umana. Procopio ne' suoi Aneddoti, si è addossato, rispetto a Belisario, questo servile ed odioso ufizio. Può il generoso lettore toglier di mezzo la satira; ma resterà l'evidenza de' fatti attaccata alla sua memoria; e dovrà, sebbene con ripugnanza, confessare, che la fama, ed anche la virtù di Belisario furon macchiate dalla lascivia e crudeltà della sua moglie, e che quest'Eroe meritò un nome, che non dee cader dalla penna d'un decente Istorico. La madre d'Antonina[720] era una prostituta di teatro, e tanto il padre che l'avo di essa esercitarono in Tessalonica e Costantinopoli la vile, quantunque lucrosa professione di cocchieri. Nelle varie situazioni della lor fortuna, essa divenne la compagna, la nemica, la serva, e la favorita dell'Imperatrice Teodora: queste due dissolute ed ambiziose donne si eran collegate insieme per la somiglianza de' piaceri, furon separate dalla gelosia del vizio, e finalmente riconciliate fra loro dalla partecipazione della colpa. Prima che si maritasse con Belisario, Antonina ebbe un marito, e parecchi amanti; Fozio, figlio dello prime sue nozze, era in età da distinguersi all'assedio di Napoli; e non fu che nell'autunno della sua età e bellezza[721], ch'ella s'abbandonò ad una scandalosa passione per un giovine Trace. Teodosio era stato educato nell'eresia Eunomiana; il viaggio Affricano fu santificato dal battesimo, e dall'avventuroso nome del primo soldato, che s'imbarcò, ed il proselito fu adottato nella famiglia di Belisario ed Antonina, suoi spirituali parenti[722]. Avanti che si toccassero i lidi dell'Affrica, questa santa parentela degenerò in amor sensuale; e siccome Antonina presto passò i confini della modestia e della cautela, il Generale Romano era il solo, che non sapesse il proprio disonore. Nel tempo che stavano in Cartagine, ei sorprese una volta i due amanti soli, riscaldati, e quasi nudi in una camera sotterranea. Balenò l'ira da' suoi occhi; ma «coll'aiuto di questo giovino (disse Antonina senz'arrossire) io nascondeva i nostri più preziosi effetti agli occhi di Giustiniano». Il giovine riprese le sue vesti, ed il pio marito acconsentì a non prestar fede alla testimonianza de' suoi propri sensi. Di tal piacevole, e forse volontaria illusione Belisario fu risvegliato a Siracusa dall'officiosa informazione di Macedonia; e questa servente, dopo aver richiesto un giuramento per la sua sicurezza, produsse due camerieri, che avevan più volte veduto, come ella medesima, gli adulterj di Antonina. Una precipitosa fuga nell'Asia salvò Teodosio dalla giustizia d'un ingiuriato marito, che aveva dato ad una delle sue guardie l'ordine della morte di esso; ma le lacrime d'Antonina, e le artificiose di lei seduzioni assicurarono il credulo Eroe della sua innocenza; ed ei si piegò, contro la data fede ed il proprio giudizio, ad abbandonare quegl'imprudenti amici, che avevano ardito d'accusare, o di porre in dubbio la castità della sua moglie. La vendetta d'una donna colpevole è implacabile e sanguinosa: la disgraziata Macedonia con i due testimonj furono segretamente arrestati da' ministri della sua crudeltà; fu tagliata loro la lingua, ne furono ridotti i corpi in piccoli pezzi, e gettati nel mare di Siracusa. Restò profondamente impresso nell'animo d'Antonina un detto ardito, quantunque giudizioso, di Costantino che «egli avrebbe piuttosto punito l'adultera, che il giovine» e due anni dopo, quando la disperazione ebbe armato quell'Ufiziale contro il suo Generale, il sanguinario di lei consiglio fece decidere, ed affrettò la sua esecuzione. Neppure allo sdegno di Fozio si perdonò da sua madre; l'esilio del proprio figlio preparò il richiamo dell'amante; e Teodosio condiscese ad accettare il pressante ed umile invito del Conquistatore d'Italia. Il favorito giovine, nell'assoluta direzione della sua casa, ed in varie importanti commissioni di pace e di guerra[723], prestissimo acquistò uno stato di quattrocentomila lire sterline; e dopo che furon tornati a Costantinopoli, la passione, almeno d'Antonina, continuava sempre ardente e vigorosa. Ma il timore, la devozione, e forse la stanchezza inspirarono a Teodosio pensieri più serj. Gli fece spavento l'affaccendato scandalo della Capitale, e la indiscreta tenerezza della moglie di Belisario; fuggì da' suoi abbracciamenti; e ritiratosi ad Efeso, si rase il capo, e si riparò nel santuario d'una vita Monastica. La disperazione della nuova Arianna si sarebbe appena scusata dalla morte del proprio marito: essa pianse, si strappò i capelli, empiè il palazzo delle sue grida: «aveva perduto il più caro degli amici, un tenero, un fedele, un laborioso amico!» Ma le sue calde premure, fortificate dalle preghiere di Belisario, non furon sufficienti a trarre il santo monaco dalla solitudine d'Efeso. Finattantochè il Generale non si mosse per la guerra Persiana, Teodosio non potè indursi a tornare a Costantinopoli; ed il breve intervallo, che passò fra la partenza di Belisario e quella d'Antonina medesima, fu arditamente consacrato all'amore ed al piacere.