Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 07
Part 34
Fin dal momento in cui Belisario erasi determinato a sostenere un assedio, l'assidua sua cura fu di metter Roma al coperto dal pericolo della fame, più terribile che le armi de' Goti. Vi s'era introdotta dalla Sicilia una straordinaria quantità di grano; le raccolte della Campania e della Toscana furono a forza destinate per l'uso della Città; e si violarono i diritti della proprietà privata per la forte ragione della salvezza pubblica. Era ben facile a prevedersi che il nemico tagliato avrebbe gli acquedotti e la mancanza de' mulini a acqua fu il primo incomodo che prestamente si rimosse, legando insieme delle gran barche, e fissandovi delle macine lungo la corrente del fiume. Questo però fu tosto imbarazzato di tronchi di alberi e contaminato di cadaveri; ma le precauzioni del General Romano tornarono sì efficaci, che le acque del Tevere continuarono sempre a dare il moto a' mulini e la bevanda agli abitanti; a quartieri più lontani supplivano i pozzi domestici, ed una Città assediata poteva senza impazienza soffrire la privazione de' suoi pubblici Bagni. Una gran parte di Roma, dalla porta Prenestina fino alla Chiesa di S. Paolo, non fu mai investita da' Goti; si frenavano le loro scorrerie dall'attività delle truppe Moresche; e la navigazione del Tevere, e le strade Latina, Appia ed Ostia erano libere e senza molestia per l'introduzione del grano e del bestiame, o per la ritirata degli abitanti, che cercavan rifugio nella Campania o in Sicilia. Belisario, desideroso di sgravarsi d'una inutile divorante moltitudine, diede i suoi perentorj ordini per la subita partenza delle donne, de' fanciulli e degli schiavi. Volle che i suoi soldati licenziassero i loro serventi, sì maschi che femmine, e regolò in modo il loro stipendio, che ne ricevessero una metà in provvisioni, e l'altra in danaro. La sua previdenza fu giustificata dall'aumento della pubblica strettezza, tosto che i Goti ebber occupato due posti importanti nelle vicinanze di Roma. Mediante la perdita del porto, o come si dice adesso, della città di Porto, restò chiuso il paese alla destra del Tevere, e tolta la miglior comunicazione col mare; ed il Generale rifletteva con dispiacere o con isdegno, che con trecent'uomini, se avesse potuto risparmiare sì tenue quantità di truppa, avrebbe potuto difenderne le inespugnabili fortificazioni. Alla distanza di sette miglia dalla Capitale, fra la via Appia e la Latina, due principali acquedotti, replicatamente incrociandosi fra loro, chiudevano dentro i solidi ed alti loro archi un luogo fortificato[694], dove pose Vitige un campo di settemila Goti per intercettare i convogli della Sicilia e della Campania. Si esaurirono appoco appoco i granai di Roma; l'addiacente campagna era stata devastata dal ferro e dal fuoco; e quegli scarsi sussidi, che si potevan ottenere per mezzo di frettolose scorrerie, servivan di premio al valore, ed erano il prezzo della ricchezza: non mancò mai veramente il foraggio per i cavalli, ed il pane per gli uomini: ma negli ultimi mesi dell'assedio il Popolo trovossi esposto alle miserie della carestia, ad un cibo malsano[695], ed al disordine del contagio. Belisario scorgeva e compassionava i lor patimenti; ma egli avea preveduto, e stava osservando in essi la diminuzione della fedeltà ed il progresso del malcontento. L'avversità avea risvegliato i Romani da' sogni di grandezza e di libertà, ed aveva insegnato loro l'umiliante lezione, che poco importava per la reale felicità loro, che il nome del padrone a cui dovevano ubbidire, derivato fosse dalla lingua Gotica o dalla Latina. Il Luogotenente di Giustiniano ascoltò le giuste loro querele, ma rigettò con isdegno l'idea della fuga, o della capitolazione; represse la clamorosa loro impazienza di combattere; gli lusingò col prospetto d'un sicuro e pronto soccorso; ed assicurò se medesimo e la Città dagli effetti della disperazione o del tradimento di essi. Due volte il mese mutava il posto degli Ufiziali, a' quali era commessa la custodia delle porte; impiegò più volte le varie precauzioni di pattuglie, della parola, de' fanali e della musica per scoprire tutto ciò, che seguiva sulle mura; furon poste delle guardie avanzate di là dal fosso; e la fedel vigilanza de' cani suppliva alla più dubbiosa fedeltà degli uomini. Fu intercettata una lettera, che assicurava il Re de' Goti, che la porta Asinaria, annessa alla Chiesa Lateranense si sarebbe segretamente aperta alle sue truppe. Sulla prova dunque o sul sospetto di tradimento furon banditi più Senatori, e fu citato il Pontefice Silverio a portarsi dal Rappresentante del suo Sovrano, al principal quartiere di esso nel Palazzo Pinciano[696]. Gli Ecclesiastici, che seguitavano il loro Vescovo, furono ritenuti nel primo e nel secondo appartamento[697], ed egli solo fu ammesso alla presenza di Belisario. Il Conquistatore di Roma e di Cartagine sedeva modestamente a piè d'Antonina che riposava sopra un magnifico letto: il Generale tacque ma uscì la voce del rimprovero e della minaccia dalla bocca dell'imperiosa sua moglie. Accusato da testimoni degni di fede e della prova della propria sua sottoscrizione[698] il successor di S. Pietro fu spogliato dei suoi ornamenti Pontificali, vestito da semplice monaco; e senza dilazione imbarcato per un lontano esilio in Oriente. Per ordine poi dell'Imperatore, il Clero di Roma procedè alla scelta d'un nuovo Vescovo, e dopo una solenne invocazione dello Spirito Santo, elesse il diacono Vigilio, che avea comprato la sede Papale con un donativo di dugento libbre d'oro. S'imputò a Belisario il profitto, e per conseguenza la colpa di questa simonìa: ma l'Eroe ubbidiva agli ordini della sua moglie; Antonina serviva alle passioni dell'Imperatrice; e Teodora prodigamente spargeva i suoi tesori con la vana speranza d'ottenere un Pontefice contrario, o almeno indifferente per il Concilio di Calcedonia[699].
La lettera di Belisario all'Imperatore annunciava la vittoria, il pericolo e la fermezza di esso. «Secondo i vostri ordini sono entrato (dic'egli) ne' dominj de' Goti, ed ho ridotto alla vostra ubbidienza la Sicilia, la Campania e la Città di Roma: la perdita però di tali conquiste sarà più vergognosa di quel che ne fosse glorioso l'acquisto. Fin qui abbiamo felicemente combattuto contro sciami di Barbari, ma la lor moltitudine può alla fin prevalere. La vittoria è dono della provvidenza; ma la reputazione de' Re e de' Generali dipende dal buono o cattivo successo de' loro disegni. Permettetemi di parlare con libertà: se volete che viviamo, mandateci viveri; se desiderate che facciamo conquiste, mandateci armi, cavalli, e uomini. I Romani ci hanno ricevuto come amici e liberatori; ma nella nostra presente angustia, o saranno essi traditi per la loro fiducia, o noi resterem oppressi dal tradimento e dall'odio di essi. Quanto a me, la mia vita è consacrata al vostro servizio: a voi tocca a riflettere, se in questa situazione la mia morte contribuirà alla gloria, ed alla prosperità del vostro Regno». Forse quel Regno sarebbe stato ugualmente prospero, se il pacifico Signor dell'Oriente si fosse astenuto dalla conquista dell'Affrica e dell'Italia: ma siccome Giustiniano era ambizioso di fama, egli fece alcuni sforzi, sebbene deboli e languidi, per sostenere e liberare il vittorioso suo Generale. Martino e Valeriano condussero un rinforzo di mille seicento Schiavoni ed Unni; e siccome si erano riposati nella stagione invernale ne' porti della Grecia, non s'era la forza degli uomini e de' cavalli diminuita dalle fatiche d'un viaggio per mare, ed essi distinsero il lor valore nella prima sortita contro gli assedianti. Verso il tempo del solstizio estivo sbarcò a Terracina Eutalio con grosse somme di danaro per il pagamento delle truppe: proseguì cautamente il suo cammino lungo la via Appia, ed entrò in Roma questo convoglio per la porta Capena[700], mentre Belisario, da un'altra parte, divertiva l'attenzione de' Goti mediante una vigorosa e felice scaramuccia. Questi opportuni aiuti, l'uso e la riputazione de' quali destramente si maneggiarono dal Generale Romano, ravvivarono il coraggio, o almen le speranze de' soldati e del Popolo. Fu mandato l'Istorico Procopio con una importante commissione a raccoglier le truppe e le provvisioni, che potea somministrar la Campania, o si eran mandate da Costantinopoli; ed il segretario di Belisario fu tosto seguito da Antonina medesima[701], che arditamente traversò i posti del nemico, e tornò coi soccorsi Orientali in aiuto del suo marito e dell'assediata Città. Una flotta di tremila Isauri gettò l'ancora nella baia di Napoli, ed in seguito ad Ostia; più di duemila cavalli, una parte de' quali erano Traci, sbarcarono a Taranto; e dopo la riunione di cinquecento soldati della Campania, e d'una quantità di carri carichi di vino e di farina, essi presero il loro cammino per la via Appia, da Capua verso Roma. Le forze, che arrivarono per terra e per mare, erano tutte unite all'imboccatura del Tevere. Antonina dunque adunò un consiglio di guerra, dove fu risoluto di vincere a forza di vele e di remi la contraria corrente del fiume; ed i Goti non ardirono disturbare con alcuna temeraria ostilità la negoziazione, a cui Belisario accortamente avea dat'orecchio. Credettero essi troppo facilmente di non vedere che la vanguardia d'una flotta e di un'esercito che già copriva il mare Ionio e le pianure della Campania; e fu sostenuta quest'illusione dal superbo linguaggio, che tenne il Generale Romano, allorchè diede udienza agli Ambasciatori di Vitige. Dopo uno specioso discorso per dimostrar la giustizia della lor causa essi dichiararono, che per amor della pace eran disposti a rinunziare il possesso della Sicilia. «L'Imperatore non è meno generoso,» rispose con un sorriso di sdegno il suo Luogotenente, «in contraccambio d'un dono, che voi più non possedete, vi regala un'antica provincia dell'Impero; rinunzia egli a' Goti la sovranità dell'Isola Britannica». Belisario con ugual fermezza e disprezzo rigettò l'offerta d'un tributo; ma concesse agli Ambasciatori Goti di sentire il loro destino dalla bocca di Giustiniano medesimo; ed acconsentì con apparente ripugnanza ad una tregua di tre mesi, dal solstizio d'inverno fino all'equinozio di primavera. Potea la prudenza certamente diffidare sì de' giuramenti, che degli ostaggi dei Barbari; ma la nota superiorità del Capitano Romano si manifestò nella distribuzione delle sue truppe: ogni volta che il timore o la fame costrinse i Goti a lasciare Alba, Porto, e Civitavecchia, fu immediatamente occupato il lor posto; si rinforzarono le guarnigioni di Narni, di Spoleto e di Perugia; ed i sette campi degli assedianti furono appoco appoco circondati dalle calamità d'un assedio. Le preghiere ed il pellegrinaggio di Dazio, Vescovo di Milano, non furono senza effetto; ed egli ottenne mille Traci ed Isauri per sostenere la rivolta della Liguria contro l'Arriano di lei tiranno. Nell'istesso tempo Giovanni il _Sanguinario_[702], nipote di Vitaliano, fu distaccato con duemila cavalli scelti, prima per Alba sul lago Fucino, e poi per le frontiere del Piceno sul mare Adriatico: «In quella provincia, disse Belisario, i Goti hanno depositato le lor famiglie ed i loro tesori, senz'alcuna guardia o sospetto di pericolo. Senza dubbio essi violeranno la tregua; vi trovino dunque presenti prima che abbiano notizia de' vostri movimenti. Risparmiate gl'Italiani; non vi lasciate dietro le spalle alcuna piazza ostile fortificata; e conservate fedelmente la preda per farne un uguale e comune riparto. Non sarebbe ragionevole, soggiunse con un sorriso, che mentre noi travagliamo per distruggere i calabroni, i nostri più fortunati fratelli portassero via e godessero il miele».
S'era unita tutta la Nazione degli Ostrogoti per l'attacco di Roma, e restò quasi tutta consumata nell'assedio di questa Città. Se qualche fede si dee prestare ad un intelligente spettatore, fu distrutto almeno un terzo dell'enorme loro esercito ne' frequenti e sanguinosi combattimenti seguiti sotto le mura di essa. Alla decadenza dell'agricoltura e della popolazione potevano già imputarsi la cattiva fama, e le perniciose qualità dell'aria della state; ed i mali della carestia e della pestilenza furono aggravati dalla propria loro licenza, e dalla non amichevol disposizione del Paese. Mentre Vitige combatteva con la sua fortuna, mentre stava dubbioso fra la vergogna e la rovina, le domestiche vicende ne accelerarono la ritirata. Il Re de' Goti fu informato da tremanti messaggi, che Giovanni il sanguinario estendeva la devastazione di guerra dall'Appennino fino all'Adriatico; che le ricche spoglie e gl'innumerabili schiavi del Piceno erano dentro le fortificazioni di Rimini; e che quel formidabile Capitano avea disfatto il suo zio, insultato la sua Capitale e sedotto, per mezzo di una segreta corrispondenza, la fedeltà dell'imperiosa figlia d'Amalasunta, sua moglie. Pure avanti di ritirarsi, Vitige fece un ultimo sforzo d'assaltare o di sorprendere la Città: fu scoperto un segreto passaggio in uno degli acquedotti; s'indussero due cittadini del Vaticano per mezzo di doni ad inebriare le guardie della porta Aurelia; fu meditato un attacco sulle mura di là dal Tevere in un luogo che non era fortificato con torri; ed i Barbari s'avanzarono con torce, e con scale a dar l'assalto alla porta Pincia. Ma fu reso vano qualunque tentativo dall'intrepida vigilanza di Belisario, e della sua truppa di Veterani, che ne' più pericolosi momenti non si sgomentarono per l'assenza de' loro compagni; ed i Goti, privi di speranza, non meno che di sussistenza, insisteron clamorosamente sulla ritirata, prima che spirasse la tregua, e di nuovo s'unisse la Romana cavalleria. Un anno e nove giorni dopo il principio dell'assedio, un esercito poco prima sì forte e trionfante bruciò le sue tende, e tumultuariamente ripassò il ponte Milvio. Non lo ripassò per altro impunemente. L'affollata moltitudine, oppressa in un luogo angusto, fu rovesciata nel Tevere da' propri timori, e dal nemico, che l'inseguiva; ed il Generale Romano, fatta una sortita dalla porta Pincia, fece un forte e vergognoso sfregio alla ritirata dei Goti. Un esercito infermo ed abbattuto, che dovea marciar lentamente, fu a stento condotto lungo la strada Flamminia, dalla quale i Barbari furon talvolta costretti a deviare per paura di non incontrare le guarnigioni nemiche, le quali guardavano la strada maestra verso Rimini e Ravenna. Ciò nonostante questa armata fuggitiva era sì forte, che Vitige destinò diecimila uomini per difender quelle Città, che più gli premeva di conservare, e distaccò Uraia suo nipote con una sufficiente forza per gastigare la ribelle Milano. Alla testa poi della sua principale armata egli assediò Rimini, ch'era solo trentatre miglia distante dalla Capitale de' Goti. Una debol muraglia ed un tenue fosso si sostennero per la perizia e il valore di Giovanni il Sanguinario, che partecipava il pericolo e la fatica del minimo soldato, ed emulava, in un teatro meno illustre, le virtù militari del suo gran Comandante. Le torri e le macchine de' Barbari si resero inutili, se ne rispinser gli attacchi; ed il tedioso blocco, che ridusse la guarnigione all'ultima estremità della fame, diede tempo all'unione ed alla marcia delle forze Romane. Una flotta, che aveva sorpreso Ancona, navigò lungo la costa dell'Adriatico in soccorso dell'assediata città; l'eunuco Narsete sbarcò nel Piceno con duemila Eruli, e cinquemila delle più brave truppe d'Oriente. Fu forzata la rocca dell'Apennino; diecimila veterani girarono il piè delle montagne sotto il comando di Belisario medesimo: e _comparve_ una nuova armata che s'avanzava lungo la via Flamminia, gli accampamenti della quale risplendevano d'innumerabili lumi. I Goti oppressi dallo stupore e dalla disperazione, abbandonaron l'assedio di Rimini, le loro tende, le lor bandiere ed i lor condottieri; e Vitige, che diede o seguitò l'esempio della fuga, non si fermò finattantochè non trovò un ricovero nelle mura e nelle paludi di Ravenna.
[A. 538]
A queste mura e ad alcune Fortezze prive d'ogni comunicazione fra loro era in quel tempo ridotta la Monarchia Gotica. Le Province d'Italia avevano abbracciato il partito dell'Imperatore; ed il suo esercito, reclutato di mano in mano fino al numero di ventimila uomini, avrebbe dovuto compire una rapida e facil conquista, se le invincibili sue forze non si fossero indebolite dalla discordia de' Generali Romani. Avanti che terminasse l'assedio, un atto sanguinoso, ambiguo ed indiscreto macchiò la bella fama di Belisario. Presidio, fedele Italiano, mentre fuggiva da Ravenna a Roma, fu duramente arrestato da Costantino, Governator militare di Spoleto e spogliato anche in una Chiesa di due pugnali riccamente intarsiati d'oro e di pietre preziose. Passato che fu il pubblico pericolo, Presidio si lagnò della perdita e dell'ingiuria ricevuta: fu ascoltata la sua querela; ma fu disubbidito all'ordine di restituire dall'orgoglio, e dall'avarizia dell'offensore. Inasprito dalla dilazione Presidio fermò arditamente il cavallo del Generale, mentre passava pel Foro; e col coraggio d'un Cittadino richiese il comun benefizio delle Leggi Romane. Fu impegnato in quest'affare l'onore di Belisario: ei convocò un consiglio; ricercò l'ubbidienza de' suoi subordinati Ufiziali; e fu provocato da un'insolente risposta a chiamare in fretta l'assistenza delle sue guardie. Costantino, riguardando la loro entrata come un segnale di morte, sfoderò la sua spada, e corse contro il Generale che destramente evitò il colpo, e fu difeso da' suoi amici; mentre il disperato assassino fu disarmato, tratto in un'altra camera e decapitato, o piuttosto trucidato dalle guardie all'arbitrario comando di Belisario[703]. In questo precipitoso atto di violenza non fu più rammentato il delitto di Costantino; la disperazione e la morte di quel valoroso Ufiziale segretamente imputaronsi alla vendetta d'Antonina; e ciascheduno de' suoi colleghi, rimproverandosi la medesima rapina, temeva il medesimo evento. Il timore d'un nemico comune sospese gli effetti della loro invidia e malcontentezza, ma nella speranza della vicina vittoria, intrigarono un potente rivale ad opporsi al Conquistatore di Roma e dell'Affrica. Dal servizio domestico del Palazzo, e dell'amministrazion delle rendite private, l'eunuco Narsete fu innalzato ad un tratto alla testa d'un esercito; e lo spirito d'un Eroe, che in seguito uguagliò il merito e la gloria di Belisario, servì solo ad imbarazzare le operazioni della guerra Gotica. Il soccorso di Rimini fu attribuito ai suoi prudenti consigli da' Capi della malcontenta fazione, ch'esortaron Narsete ad assumere un indipendente e separato comando. La lettera di Giustiniano in vero gli aveva ingiunto l'ubbidienza al Generale, ma quella pericolosa eccezione «finattantochè possa esser di vantaggio al pubblico servigio» riservava qualche libertà di giudizio al discreto favorito, che sì di fresco era venuto dalla _sacra_, e famigliar conversazione del suo Sovrano. Nell'esercizio di questo dubbioso diritto, l'eunuco sempre dissentì dalle opinioni di Belisario; e dopo aver ceduto con ripugnanza all'assedio d'Urbino, abbandonò di notte il suo Collega e marciò alla conquista della provincia Emilia. Le feroci e formidabili truppe degli Eruli erano attaccate alla persona di Narsete[704]; diecimila Romani e confederati si lasciaron persuadere a marciare sotto le sue bandiere; ogni malcontento abbracciò questa bella occasione di vendicare i privati o immaginari suoi torti; e le rimanenti truppe di Belisario eran divise e disperse dalle guarnigioni di Sicilia fino a' lidi dell'Adriatico. La sua perizia e perseveranza peraltro superò qualunque ostacolo: fu preso Urbino; s'intrapresero e vigorosamente si proseguirono gli assedj di Fiesole, d'Orvieto e d'Osimo, e finalmente l'eunuco Narsete fu richiamato alle cure domestiche del Palazzo. Tutte le dissensioni furon quietate, e fu vinta ogni opposizione dalla temperata autorità del Generale Romano, a cui non potevano i suoi stessi nemici ricusare la loro stima; e Belisario inculcò sempre quella salutar lezione, che le forze d'uno Stato dovrebber comporre un solo corpo ed essere animate da un solo spirito. Ma nel tempo della discordia fu permesso a' Goti di respirare; si perdè un'importante stagione; fu distrutto Milano; e le Province settentrionali d'Italia furono afflitte da un'inondazione di Franchi.