Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 07

Part 32

Chapter 323,146 wordsPublic domain

La nascita di Amalasunta, Reggente e Regina d'Italia[659] riunì le due più illustri Famiglie dei Barbari. Sua madre, sorella di Clodoveo, discendeva da' capelluti Re della stirpe Merovingica[660]; la Real successione degli Amali fu illustrata nell'undecima generazione dal gran Teodorico suo Padre, il merito del quale, avrebbe potuto nobilitare anche un'origin plebea. Il sesso della sua figlia l'escludeva dal Trono de' Goti; ma la vigilante affezione, ch'egli aveva per la propria Famiglia, e per il suo Popolo, gli fece scuoprir l'ultimo erede della schiatta Reale, i cui Antenati si erano rifuggiti in Ispagna; ed il fortunato Eutarico fu tosto esaltato al grado di Console e di Principe. Ma egli non godè che per breve tempo il possesso d'Amalasunta, e la speranza della successione; ed essa, dopo la morte del marito e del Padre, fu lasciata custode del proprio figlio Atalarico e del Regno d'Italia. All'età di circa ventotto anni, le qualità della mente e della persona di lei erano giunte alla perfetta loro maturità. La sua bellezza, che secondo l'apprensione di Teodora medesima, le avrebbe potuto disputar la conquista d'un Imperatore, era animata da sentimento, attività e fermezza virile. L'educazione e l'esperienza ne avevan coltivato i talenti; i suoi studj filosofici erano immuni dalla vanità; e quantunque si esprimesse con ugual eleganza e facilità nella lingua Greca, nella Latina e nella Gotica, la figlia di Teodorico mantenne sempre ne' suoi consigli un discreto ed impenetrabil silenzio. Mediante la fedele imitazione delle virtù del Padre, fece risorgere la prosperità del suo Regno; mentre con pia sollecitudine procurò d'espiarne gli errori e di cancellare l'oscura memoria della decadente sua età. Ai figli di Boezio, e di Simmaco fu restituita la paterna loro eredità; l'estrema sua piacevolezza non acconsentì mai ad infliggere ai Romani suoi sudditi alcuna pena corporale o pecuniaria; e generosamente sprezzò i clamori de' Goti, che in capo a quarant'anni risguardavano sempre i Popoli d'Italia come loro schiavi o nemici. Le salutari sue determinazioni eran dirette dalla saviezza, e celebrate dall'eloquenza di Cassiodoro; essa richiese, e meritò l'amicizia dell'Imperatore; ed i Regni d'Europa, sì in pace che in guerra, rispettarono la maestà del Trono Gotico. Ma la futura felicità della Regina e dell'Italia, dipendeva dall'educazione del suo figlio, ch'era destinato fin dalla nascita a sostenere i differenti e quasi non conciliabili caratteri di Capo d'un esercito Barbaro, e di primo Magistrato d'una incivilita Nazione. Si principiò all'età di dieci anni[661] ad istruire Atalarico diligentemente nelle arti e nelle scienze utili o d'ornamento per un Principe Romano; e si scelsero tre venerabili Goti per istillare principj di virtù e d'onore nell'animo del giovine loro Re. Ma il fanciullo, che non sente i vantaggi dell'educazione, ne aborrisce il rigore; e la sollecitudine della Regina, che dall'affetto rendevasi ansiosa e severa, offese l'intrattabil natura del figlio e de' sudditi. In occasione d'una solenne festa, mentre i Goti erano adunati nel Palazzo di Ravenna, il fanciullo Reale scappò dall'appartamento di sua madre, e con lacrime d'orgoglio e di sdegno si dolse d'uno schiaffo, che l'ostinata sua disubbidienza l'aveva provocata a dargli. I Barbari s'irritarono per l'indegnità, con cui trattavasi il loro Re; accusarono la Reggente di cospirare contro la vita e la corona di esso; ed imperiosamente domandarono, che il nipote di Teodorico fosse liberato dalla vile disciplina delle donne e dei pedanti, ed educato come un valoroso Goto in compagnia de' suoi uguali e nella gloriosa ignoranza dei suoi Maggiori. A queste rozze grida importunamente ripetute come la voce della Nazione, Amalasunta fu costretta a cedere, contro la propria ragione e contro i più cari desiderj del suo cuore. Il Re d'Italia s'abbandonò al vino, alle donne ed a' grossolani sollazzi; e l'imprudente disprezzo dell'ingrato giovine scuoprì i maliziosi disegni de' suoi favoriti e de' nemici di essa. Circondata da' nemici domestici, essa entrò in una segreta negoziazione coll'Imperator Giustiniano; ebbe la sicurezza d'essere amichevolmente ricevuta; ed aveva già depositato a Dirrachio nell'Epiro un tesoro di quarantamila libbre d'oro. Sarebbe stato bene per la sua fama e sicurezza, se si fosse quietamente ritirata dalle fazioni barbare a goder la pace e lo splendore di Costantinopoli: ma l'animo di Amalasunta era infiammato dall'ambizione e dalla vendetta; e mentre le sue navi stavano all'ancora nel porto, essa aspettava il successo d'un delitto, che le sue passioni scusavano o applaudivano come un atto di giustizia. Erano stati separatamente mandati alle frontiere dell'Italia tre de' più pericolosi malcontenti sotto il pretesto di fedeltà e di comando: furono questi assassinati da' segreti di lei emissari; ed il sangue di que' nobili Goti rese la Regina madre, assoluta nella Corte di Ravenna, e giustamente odiosa ad un Popolo libero. Ma se erasi essa lagnata de' disordini del figlio, ben presto ne pianse l'irreparabile perdita; e la morte di Atalarico, che all'età di sedici anni si consumò da una prematura intemperanza, la lasciò priva di ogni stabil sostegno o legittima autorità. In vece di sottomettersi alle Leggi della sua Patria, che avevano per massima fondamentale, che la successione non potesse mai passar dalla lancia alla conocchia, la figlia di Teodorico immaginò l'impraticabil disegno di dividere con uno de' suoi cugini il titolo Reale, e conservar per sè la sostanza della suprema Potestà. Ei ricevè la proposizione con profondo rispetto e con affettata gratitudine; e l'eloquente Cassiodoro annunziò al Senato ed all'Imperatore, che Amalasunta e Teodato eran saliti sul trono d'Italia. La nascita di esso poteva considerarsi come un titolo imperfetto, giacchè era figlio d'una sorella di Teodorico, e la scelta d'Amalasunta fu con maggior forza diretta dal disprezzo ch'ella aveva per la sua avarizia e pusillanimità, che l'avevan privato dell'amore degl'Italiani, e della stima de' Barbari. Ma Teodato fu inasprito dal disprezzo, ch'ei meritava: la giustizia della Regina aveva represso, e gli aveva rimproverata l'oppressione ch'egli esercitava contro i Toscani suoi vicini; ed i principali fra' Goti, riuniti dalla colpa e dallo sdegno comune, cospirarono ad instigare la lenta e timida sua disposizione. Appena si eran mandate le lettere di congratulazione, che la Regina d'Italia fu imprigionata in una piccola Isola del lago di Bolsena[662], dove la medesima, dopo un breve confino, fu strangolata nel bagno per ordine, o con la connivenza del nuovo Re, che in tal modo istruì i turbolenti suoi sudditi a spargere il sangue de' loro Sovrani.

[A. 535]

Giustiniano vedeva con piacere le dissensioni dei Goti, e la mediazione dell'alleato celava, e favoriva le ambiziose mire del conquistatore. I suoi Ambasciatori, nella pubblica loro udienza richiesero la Fortezza di Lilibeo, dieci Barbari fuggitivi, ed una giusta compensazione per il saccheggio d'una piccola Città sui confini dell'Illirico; ma segretamente trattarono con Teodato la resa della provincia di Toscana, e tentarono Amalasunta di trarsi fuori dal pericolo e dalla perplessità, mediante una libera restituzione del Regno d'Italia. La Regina prigioniera sottoscrisse con ripugnanza una lettera falsa e servile, ma i Senatori Romani, mandati a Costantinopoli, manifestarono la vera di lei situazione, e Giustiniano per mezzo d'un nuovo Ambasciatore, intercesse più efficacemente per la libertà, e per la vita di essa. Le segrete istruzioni però dell'istesso Ministro eran dirette a servire la crudel gelosia di Teodora, che temeva la presenza e le superiori attrattive d'una rivale: egli insinuò, con artificiosi ed ambigui cenni, l'esecuzione d'un delitto così vantaggioso a' Romani[663]; ricevè la notizia della morte della Regina con dispiacere e con isdegno; ed in nome del suo Padrone dichiarò immortal guerra contro il perfido di lei assassino. In Italia, ugualmente che in Affrica il delitto d'un usurpatore parve, che giustificasse le armi di Giustiniano; ma le forze ch'egli apparecchiò, non eran sufficienti per rovesciare un potente Regno, se il piccolo numero di esse non si fosse aumentato dal nome, dallo spirito e dalla condotta d'un Eroe. Una scelta truppa di guardie a cavallo armate con lancie e scudi, accompagnavano la persona di Belisario; la sua cavalleria era composta di dugento Unni, di trecento Mori, e di quattromila _Confederati_; e l'infanteria consisteva in soli tremila Isauri. Il Console Romano dirigendo il suo corso come nella prima spedizione, gettò l'ancora avanti a Catania in Sicilia per osservare la forza dell'Isola, e per determinare, se dovea tentarne la conquista o pacificamente proseguire il suo viaggio per la costa di Affrica. Ei vi trovò un fertil terreno, ed un Popolo amichevole. Nonostante la decadenza dell'agricoltura, la Sicilia sosteneva sempre i granai di Roma; gli affittaiuoli di essa erano graziosamente esentati dall'oppressione de' quartieri militari; ed i Goti, che affidavano la difesa dell'Isola a' suoi abitanti, ebber ragione di dolersi, che la lor fiducia fu ingratamente tradita. Invece di chiedere ed aspettare l'aiuto del Re d'Italia, essi alle prime intimazioni prestarono volentieri ubbidienza; e questa Provincia, ch'era stata il primo frutto delle guerre Puniche, dopo una lunga separazione fu nuovamente unita all'Imperio Romano[664]. La guarnigione Gotica di Palermo, che sola tentò di resistere, dopo un breve assedio fu ridotta ad arrendersi, mediante un singolare strattagemma. Belisario introdusse le sue navi nell'intimo recinto del porto; i loro battelli furono a forza di cavi e di carucole alzati fino alla cima de' loro alberi, e furono empiti di arcieri, che da quel luogo dominavano le mura della Città. Dopo questa facile e fortunata campagna il Conquistatore entrò in Siracusa trionfante, alla testa delle vittoriose sue truppe, gettando al Popolo delle medaglie d'oro, nel giorno in cui gloriosamente finiva l'anno del suo Consolato. Ei passò la stagione invernale nel palazzo degli antichi Re in mezzo alle rovine d'una colonia Greca, che una volta estendevasi ad una circonferenza di ventidue miglia[665]; ma nella primavera, dopo la festa di Pasqua, fu interrotto il proseguimento de' suoi disegni da una pericolosa sommossa delle truppe Affricane. Si salvò Cartagine per la presenza di Belisario, che immediatamente sbarcovvi con mille guardie; duemila soldati di dubbiosa fede tornarono alle bandiere dell'antico lor Comandante; ed ei fece senza esitare più di cinquanta miglia per cercare un nemico, che affettava di compassionare, e di sprezzare. Ottomila ribelli tremarono all'avvicinarsi di esso; furono messi in rotta al primo incontro dalla destrezza del loro Signore; e questa ignobil vittoria restituito avrebbe la pace all'Affrica, se il Conquistatore non fosse stato richiamato in fretta nella Sicilia per quietare una sedizione, che si era accesa durante e la sua assenza nel proprio Campo[666]. Il disordine e la disubbidienza erano le malattie comuni di que' tempi. Non risedevano che nell'animo di Belisario il talento per comandare, e la virtù di obbedire.

[A. 534-536]

Quantunque Teodato discendesse da una stirpe di Eroi, non sapeva l'arte della guerra, e ne abborriva i pericoli; e quantunque avesse studiato gli scritti di Platone e di Tullio, la Filosofia non fu capace di purgare il suo spirito dalle più basse passioni dell'avarizia e del timore. Egli aveva comprato uno scettro per mezzo dell'ingratitudine e dell'uccisione: e alla prima minaccia d'un nemico, avvilì la propria maestà, e quella di una Nazione, che già sprezzava il suo indegno Sovrano. Sorpreso dal fresco esempio di Gelimero, si vedeva tratto in catene per le strade di Costantinopoli; l'eloquenza di Pietro, Ambasciator Bizantino accrebbe i terrori, che ispirava Belisario; e quell'audace e sottile Avvocato lo persuase a sottoscrivere un trattato, troppo ignominioso per servir di fondamento ad una pace durevole. Fu stipulato, che nelle acclamazioni del Popolo Romano sempre si proclamasse il nome dell'Imperatore avanti a quello del Re Goto, e che ogni volta che s'innalzava in bronzo o in marmo la statua di Teodato, gli fosse posta alla destra la divina immagine di Giustiniano: invece di conferire gli onori del Senato, il Re d'Italia era ridotto a sollecitarli; ed era indispensabile il consenso dell'Imperatore, prima ch'ei potesse eseguir la sentenza di morte, o di confiscazione contro d'un Prete, o d'un Senatore. Il debol Monarca rinunziò al possesso della Sicilia; offerì, come un annuo segno della sua dipendenza, una corona d'oro del peso di trecento libbre; e promise di somministrare, alla richiesta del suo Sovrano, tremila Goti ausiliari per servizio dell'Impero. Soddisfatto di queste straordinarie concessioni, l'abile agente di Giustiniano affrettò il suo ritorno a Costantinopoli; ma appena era giunto alla villa Albana[667], che fu richiamato dall'ansietà di Teodato; e merita d'esser riportato nell'originale sua semplicità questo dialogo fatto fra il Re e l'Ambasciatore: «Siete voi di sentimento, che l'Imperatore ratificherà questo Trattato? Forse. Qualora ei ricusi, qual conseguenza ne verrà? _La guerra._ Tal guerra sarà ella giusta o ragionevole? _Sicurissimamente: ognuno agirebbe secondo il suo carattere._ Che intendete di dire? _Voi siete un filosofo; Giustiniano è Imperator de' Romani: mal converrebbe al discepolo di Platone spargere il sangue di più migliaia di uomini per una sua privata contesa; ma il successore d'Augusto dovrebbe rivendicare i suoi diritti, e ricuperare con le armi le antiche Province del suo Impero_». Questo ragionamento non è per avventura molto convincente, ma servì per mettere in agitazione e per vincer la debolezza di Teodato, che tosto discese all'ultima sua offerta di rinunziare per il meschino prezzo d'una pensione di quarantottomila lire sterline il Regno de' Goti e degl'Italiani, e d'impiegare il resto de' suoi giorni negl'innocenti piaceri della filosofia e dell'agricoltura. Affidò ambedue i trattati all'Ambasciatore, sulla fragile sicurezza d'un giuramento di non manifestare il secondo, finattantochè non si fosse positivamente rigettato il primo. Se ne può facilmente prevedere l'evento. Giustiniano richiese ed accettò l'abdicazione del Re Goto. L'instancabile suo agente da Costantinopoli tornò a Ravenna con ampie istruzioni, e con una bella lettera, che lodava la saviezza e generosità del Reale Filosofo, gli accordava la pensione, con assicurarlo di quegli onori, dei quali poteva esser capace un suddito Cattolico, e prudentemente fu commessa la finale esecuzion del Trattato alla presenza ed autorità di Belisario. Ma nel tempo che restò sospeso, due Generali Romani, che erano entrati nella Provincia di Dalmazia, furon disfatti ed uccisi dalle truppe Gotiche. Teodato, da una cieca ed abbietta disperazione, capricciosamente passò ad una presunzione senza fondamento e fatale[668], ed osò di ricevere con minacce e disprezzo l'ambasciatore di Giustiniano, che insistè nella sua promessa, sollecitò la fedeltà de' suoi sudditi, ed arditamente sostenne l'inviolabile privilegio del proprio carattere. La marcia di Belisario dissipò quest'orgoglio immaginario; e siccome fu consumata la prima campagna[669] nel soggiogar la Sicilia, Procopio assegna l'invasione d'Italia al secondo anno della Guerra Gotica[670].

[A. 537]

Dopo aver Belisario lasciato sufficienti guarnigioni in Palermo e in Siracusa, imbarcò le sue truppe a Messina, e le sbarcò senza resistenza sui lidi opposti di Reggio. Un Principe Goto, che avea sposato la figlia di Teodato, stava con un esercito a guardar l'ingresso d'Italia; ma esso imitò senza scrupolo l'esempio d'un Sovrano, che mancava a' suoi pubblici e privati doveri. Il perfido Ebermore disertò con i suoi seguaci al campo Romano, e fu mandato a godere i servili onori della Corte Bizantina[671]. La flotta e l'esercito di Belisario s'avanzarono quasi sempre in vista l'una dell'altro da Reggio a Napoli, per quasi trecento miglia lungo la costa del mare. Il Popolo dell'Abruzzo, della Lucania e della Campania, che abborriva il nome e la religione de' Goti, profittò dello specioso pretesto che le rovinate lor mura erano incapaci di difesa; i soldati pagavano un giusto prezzo di ciò che compravano sugli abbondanti mercati; e la sola curiosità interrompeva le pacifiche occupazioni degli agricoltori o degli artefici. Napoli, ch'è divenuta una grande e popolata Capitale, conservò lungamente il linguaggio ed i costumi di colonia Greca[672]: e la scelta, che ne fece Virgilio, aveva nobilitato quest'elegante ritiro, che attraeva gli amatori del riposo e dello studio, allontanandogli dallo strepito, dal fumo e dalla laboriosa opulenza di Roma[673]. Appena fu investita per mare e per terra la piazza, Belisario diede udienza ai deputati del Popolo, che l'esortavano a non curare una conquista indegna delle sue armi, a cercare in un campo di battaglia il Re dei Goti, e dopo d'averlo vinto, a ricevere come Sovrano di Roma l'omaggio delle Città dipendenti. «Quando io tratto co' miei nemici, replicò il Capitano Romano con un altiero sorriso, io son più assuefatto a dare, che a ricever consiglio: ma tengo in una mano l'inevitabil rovina, e nell'altra la pace e la libertà, come ora gode la Sicilia». L'impazienza della dilazione lo mosse ad accordar le più liberali condizioni, ed il suo onore ne assicurava l'effettuazione: ma Napoli era divisa in due fazioni, e la democrazia Greca era infiammata da' suoi Oratori, i quali con molto spirito e con qualche verità rappresentarono alla moltitudine, che i Goti avrebber punito la lor mancanza di fede, e che Belisario medesimo dovea stimare la loro lealtà e valore. Le deliberazioni però che facevansi, non erano perfettamente libere; la Città era dominata da ottocento Barbari, le mogli ed i figli de' quali si ritenevano a Ravenna come pegni della lor fedeltà; e fino gli Ebrei, ch'erano ricchi e numerosi, opponevansi con disperato entusiasmo alle intolleranti leggi di Giustiniano. In un tempo assai posteriore, la circonferenza di Napoli[674] non era più di duemila trecento sessantatre passi[675]: le fortificazioni eran difese da precipizi o dal mare; se si tagliavano gli acquedotti, poteva supplirsi con l'acqua de' pozzi e de' fonti; e la quantità delle provvisioni era sufficiente a stancar la pazienza degli assedianti. Al termine di venti giorni era quasi esausta quella di Belisario, ed erasi accomodato alla vergogna d'abbandonar l'assedio per poter marciare, avanti l'inverno, contro Roma, ed il Re de' Goti. Ma fu la sua ansietà soddisfatta dall'ardita curiosità d'un Isauro, ch'esplorò il canale asciutto d'un acquedotto, e segretamente riferì, che potevasi aprire un passaggio per introdurre una fila di soldati armati nel cuore della Città. Quando l'opera fu tacitamente eseguita, l'umano Generale rischiò la scoperta del suo segreto con un ultimo ed infruttuoso avviso dell'imminente pericolo. Nell'oscurità della notte, quattrocento Romani entrarono nell'acquedotto, s'introdussero per mezzo d'una fune, che legarono ad un ulivo, nella casa o nel giardino d'una solitaria matrona, suonarono le loro trombette, sorpreser le sentinelle, ed ammessero i loro compagni, che da ogni parte scalaron le mura, ed aprirono le porte della Città. Fu commesso, come per diritto di guerra, ogni delitto che si punisce dalla giustizia sociale; gli Unni si distinsero per la crudeltà ed il sacrilegio, ed il solo Belisario comparve per le strade, e nelle Chiese di Napoli a moderar la calamità, ch'egli aveva predetto. «L'oro e l'argento, esclamò più volte, sono i giusti premj del vostro valore; ma risparmiate gli abitanti: essi son Cristiani, son supplichevoli, e son ora vostri concittadini. Restituite i figli a' loro Genitori; le mogli a' loro mariti; e dimostrate loro, mediante la vostra generosità di quali amici hann'ostinatamente privato se stessi». La Città fu salvata per la virtù, e per l'autorità del suo Conquistatore[676]; e quando i Napoletani tornarono alle loro case, trovarono qualche sollievo nel segreto godimento de' nascosti loro tesori. La guarnigione Barbara s'arruolò al servizio dell'Imperatore; la Puglia e la Calabria, liberate dall'odiosa presenza de' Goti, riconobbero il suo dominio; e L'Istorico di Belisario curiosamente descrive le zanne del Cignale Calidonio, che tuttavia si mostravano a Benevento[677].

[A. 536-540]