Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 07
Part 24
La Chiesa principale di Costantinopoli, che dal suo Fondatore fu dedicata a S. Sofia, o all'eterna Sapienza, era stata due volte distrutta dal fuoco; dopo l'esilio di S. Giovanni Grisostomo, e in occasione della _Nika_ delle fazioni Azzurra e Verde. Appena fu cessato il tumulto, la plebe Cristiana deplorò quella sacrilega temerità; ma si sarebbe rallegrata di tal disgrazia, se avesse preveduto la gloria del nuovo Tempio, che in capo a quaranta giorni fu vigorosamente intrapreso dalla pietà di Giustiniano[549]. Furono tolte di mezzo le rovine, se ne fece una pianta più spaziosa, e siccome questa esigeva il consenso di alcuni proprietari del terreno, che voleva occuparsi, i medesimi ottennero le più esorbitanti condizioni dall'ardente desiderio, e dalla timorosa coscienza del Monarca. Antemio ne fece il disegno, ed il suo genio diresse le operazioni di diecimila artefici, a' quali non fu mai differito oltre la sera il pagamento in monete di puro argento. L'Imperatore medesimo, vestito di una tunica di lino, osservava ogni giorno il rapido loro progresso, e ne animava la diligenza con la sua famigliarità, col suo zelo, e co' premj. Fu consacrata dal Patriarca la nuova Cattedrale di S. Sofia, cinque anni, undici mesi, e dieci giorni dopo che si principiò a fabbricare; e nel tempo della solenne festa, Giustiniano con devota vanità esclamò: «Sia gloria a Dio, che mi ha creduto degno di condurre a termine sì grande opera; io ti ho superato, o Salomone[550]». Ma prima che passasser venti anni, restò umiliato l'orgoglio del Salomone Romano da un terremoto, che rovesciò la parte orientale della cupola. Ne fu restaurato di nuovo lo splendore dalla perseveranza del medesimo Principe; e Giustiniano celebrò nel trentesimo sesto anno del suo Regno la seconda Dedicazione di un Tempio che dopo dodici secoli è ancora un grandioso monumento della sua fama. I Sultani Turchi hanno imitato l'architettura di S. Sofia, che ora è convertita nella loro Moschea principale, e tuttavia continua quella venerabile mole ad eccitare la tenera ammirazione de' Greci, e la più ragionevole curiosità de' viaggiatori Europei. L'occhio dello Spettatore è mal soddisfatto da un irregolar prospetto di mezze cupole, e di tetti declivi; la facciata occidentale, dove si trova l'ingresso principale, manca di semplicità e di magnificenza; e se ne son molto sorpassate le misure da più Cattedrali Latine: ma l'Architetto, che fu il primo ad innalzare una cupola _aerea_, ha diritto alla lode d'un ardito disegno, e d'un abile esecuzione. La cupola di S. Sofia, illuminata da ventiquattro finestre, ha una curvatura sì piccola, che la sua profondità non è che un sesto del suo diametro, il qual'è di cento quindici piedi, ed il sublime centro di esso, dove una mezza luna si è sostituita alla Croce, s'innalza all'altezza perpendicolare di cento ottanta piedi sopra del suolo. La circonferenza della cupola posa con sveltezza su quattro forti archi, ed il loro peso viene stabilmente sostenuto da quattro solidi pilastri, la forza de' quali dalle parti settentrionale e meridionale viene aiutata da quattro colonne di granito d'Egitto. L'edifizio forma una croce greca inscritta in un quadrangolo; l'esatta sua larghezza è di dugento quarantatre piedi, e possono assegnarsene dugento sessantanove per la massima lunghezza di esso, dalla tribuna verso Oriente fino alle nove porte occidentali, che introducono nel vestibolo, e di là nel _Nartece_ o Portico esteriore. Questo era il luogo dove umilmente stavano i Penitenti; la nave poi o il corpo della Chiesa era occupato dalla moltitudine de' Fedeli; ma prudentemente ne stavan separati i due sessi, e le gallerie superiori ed inferiori eran destinate alla più segreta devozion delle donne. Al di là de' pilastri settentrionali e meridionali una Balaustrata, che da ciaschedun lato finiva ne' Troni dell'Imperatore e del Patriarca, divideva la nave dal coro; e lo spazio di mezzo, fino agli scalini dell'Altare, occupavasi dal Clero e da' Cantori. L'Altare medesimo, nome che appoco appoco divenne famigliare alle orecchie cristiane, fu posto nel recinto orientale, essendo stato elegantemente fatto in forma di mezzo cilindro; e questa Tribuna comunicava per mezzo di varie porte con la sagrestia, col vestiario, col battistero, e con le altre contigue fabbriche, le quali servivano o alla pompa del culto, o all'uso privato de' Ministri ecclesiastici. La memoria delle passate calamità fece prendere a Giustiniano la saggia risoluzione di non ammettere nel nuovo Edifizio alcuna sorte di legno, a riserva delle porte; e nella scelta de materiali s'ebbe riguardo alla stabilità, alla sveltezza, ed allo splendore delle respettive lor parti. Que' solidi pilastri, che sostenevan la cupola, furon composti di grossi pezzi di pietra viva, tagliata in quadrati e triangoli, fortificati con cerchi di ferro, e fortemente uniti insieme per mezzo del piombo e della viva calce. Ma si procurò di scemare il peso della cupola medesima mediante la leggierezza della materia, che fu o di pomice che galleggia sull'acqua, o di mattoni dell'Isola di Rodi, cinque volte meno gravi degli ordinari. Tutta la sostanza dell'Edifizio fu costruita di terra cotta, ma quelle basi materiali eran coperte da una crosta di marmo; e l'interno di S. Sofia, la cupola, le due maggiori e le sei minori semicupole, le muraglie, le cento colonne, ed il pavimento dilettano anche gli occhi de' Barbari con una ricca e variata pittura. Un Poeta[551], che vide il primitivo lustro di S. Sofia, enumera i colori, le ombreggiature, e le macchie di dieci o dodici marmi, diaspri e porfidi, che la natura aveva profusamente variati, e che furon mescolati e posti fra loro in contrasto, come da un abil Pittore. Si adornò il trionfo di Cristo con le ultime spoglie del Paganesimo; ma la maggior parte di queste costose pietre fu estratta dalle cave dell'Asia minore, delle Isole, e del Continente della Grecia, dell'Egitto, dell'Affrica e della Gallia. La pietà di una Matrona romana offerì otto colonne di porfido, che Aureliano aveva collocate nel Tempio del Sole; otto altre di marmo verde presentate furono dall'ambizioso zelo dei Magistrati d'Efeso: e tanto le une che le altre sono ammirabili per la lor mole e bellezza, ma ogni ordine d'architettura rigetta i loro fantastici capitelli. Erasi curiosamente espressa in mosaico una quantità di vari ornamenti e figure; e le immagini di Cristo, della Vergine, dei Santi e degli Angeli, che sono state cancellate dal fanatismo Turco, erano pericolosamente esposte alla superstizione de' Greci. Secondo la santità d'ogni oggetto eran distribuiti i preziosi metalli in tenui lamine, o in solide masse. La balaustrata del Coro, i capitelli delle colonne, e gli ornamenti delle porte e delle gallerie eran di bronzo dorato; s'abbagliavano gli occhi dello spettatore dal brillante aspetto della Cupola; la Tribuna conteneva quarantamila libbre d'argento, ed i vasi ed arredi sacri dell'Altare erano d'oro purissimo, arricchito d'inestimabili gemme. Prima che si fosse alzata la fabbrica della Chiesa due cubiti sopra terra, si erano già consumate quarantacinquemila dugento libbre, e tutta la spesa montò a trecentoventimila. Ogni lettore, secondo la misura della sua credulità, può valutare il loro valore in oro o in argento, ma il resultato del computo più basso è la somma di un milione di lire sterline. Un magnifico Tempio è un monumento lodevole del gusto e della Religion Nazionale, e l'entusiasta, ch'entrava nella Chiesa di S. Sofia, poteva esser tentato a supporre, che quella fosse la residenza, o anche la fattura della Divinità. Pure quanto goffo n'è l'artifizio, quanto insignificante il travaglio, se si confronti con la formazione del più vile insetto, che serpe sulla superficie di quel Tempio!
La descrizione sì minuta d'un Edifizio che il tempo ha rispettato, può servire a confermare la verità ed a giustificar la relazione delle innumerabili Opere che Giustiniano costruì sì nella Capitale che nelle Province in una minor proporzione, e sopra fondamenti meno durevoli[552]. Nella sola Costantinopoli e ne' suoi addiacenti sobborghi ei dedicò venticinque Chiese in onore di Cristo, della Vergine e de' Santi; queste per la maggior parte furono decorate di marmo e d'oro; e la varia loro situazione giudiziosamente si scelse o in una popolata piazza, o in un piacevol boschetto, o sul lido del mare o su qualche alta eminenza che dominava i Continenti dell'Europa e dell'Asia. La Chiesa de' Santi Apostoli a Costantinopoli e quella di S. Giovanni in Efeso pare che fossero formate sull'istesso modello: le loro cupole aspiravano ad imitar quella di S. Sofia; ma l'Altare con più giudizio era collocato sotto il centro della cupola, nella riunione de' quattro magnifici portici, che più esattamente rappresentavano la figura della croce Greca. La Vergine di Gerusalemme potè esultar per il Tempio innalzatole dall'Imperial suo devoto in un luogo il più infelice, che non somministrava all'Architetto nè suolo, nè materiali. Si formò un piano, alzando porzione d'una profonda valle all'altezza d'una montagna. Furon tagliate in forme regolari le pietre d'una vicina cava; ogni pezzo fu fissato sopra una particolare specie di carro tirato da quaranta de' più forti bovi, e furono allargate le strade per il passaggio di sì enormi carichi. Il Libano diede i cedri più alti per le travi della Chiesa; e l'opportuna scoperta d'un filone di marmo rosso ne somministrò le belle colonne, due delle quali, che sostenevano il Portico esteriore, passavano per le più grandi del Mondo. Si sparse la pia munificenza dell'Imperatore sopra la Terra Santa; e se la ragione condannerebbe i Monasteri di ambedue i sessi che furono fabbricati o restaurati da Giustiniano, pure la carità deve approvare i pozzi, ch'egli scavò e gli spedali, ch'eresse per sollievo degli stanchi pellegrini. L'indole scismatica dell'Egitto non meritava le Reali beneficenze; ma nella Siria e nell'Affrica si applicarono diversi rimedi a' disastri cagionati dalle acque o da' terremoti; e tanto Cartagine quanto Antiochia, risorgendo dalle proprie rovine, dovevan venerare il nome del grazioso loro Benefattore[553]. Quasi ogni Santo del Calendario ebbe l'onore d'un tempio; quasi ogni Città dell'Impero ottenne gli stabili vantaggi di ponti, di spedali e di acquedotti; ma la rigida liberalità del Monarca sdegnò di compiacere i suoi sudditi nelle popolari superfluità de' Bagni e de' Teatri. Mentre Giustiniano s'affaticava pel pubblico servizio non si dimenticò della propria dignità e del suo comodo. Il Palazzo di Costantinopoli, ch'era stato danneggiato dall'incendio, fu risarcito con nuova magnificenza; e può formarsi qualche idea di tutto l'Edifizio dal vestibulo della sala che, forse per le porte o pel tetto, chiamavasi _Chalche_, o di bronzo. La cupola d'uno spazioso quadrangolo era sostenuta da colonne massicce; il pavimento e le mura erano incrostate di marmi di più colori, come del Verde smeraldo di Laconia, dell'infiammato rosso, e del bianco Frigio frammischiato di vene d'un color verde mare; e le pitture a mosaico della cupola e delle pareti rappresentavano le glorie de' trionfi d'Affrica e d'Italia. Sul lido Asiatico poi della Propontide, in una piccola distanza all'Oriente di Calcedonia, stavan preparati il sontuoso Palazzo ed i Giardini d'Erco[554] per la dimora estiva di Giustiniano e specialmente di Teodora. I Poeti di quel tempo hanno celebrato in essi la rara unione della natura e dell'arte, non meno che l'armonia delle Ninfe dei boschi, delle fontane e dei flutti marini; pure la folla de' Ministri, che seguitavan la Corte, si doleva dell'incomoda loro abitazione[555], ed erano le Ninfe troppo spesso impaurite dal famoso Porfirio, Balena di dieci cubiti in larghezza e di trenta in lunghezza che fu tratta a riva alla bocca del fiume Sangari, dopo avere infestato per più di mezzo secolo i mari di Costantinopoli[556].
Giustiniano moltiplicò le Fortezze dell'Europa e dell'Asia; ma la frequenza di tali timide ed infruttuose precauzioni espone ad un occhio filosofico la debolezza dell'Impero[557]. Da Belgrado fino all'Eussino, e dalla congiunzion della Sava col Danubio fino all'imboccatura di esso, estendevasi lungo le rive di questo gran fiume una catena di più di quaranta piazze fortificate. Le pure torri di guardia si mutarono in spaziose Cittadelle, le mura delle quali, che gl'Ingegneri estendevano o ristringevano secondo la natura del suolo, si riempivano di Colonie o di guarnigioni; una stabil Fortezza difendeva le rovine del Ponte di Traiano[558]; e più stazioni militari affettavano di spargere di là dal Danubio l'orgoglio del nome Romano. Ma questo nome aveva perduto il suo terrore; i Barbari nelle annue loro scorrerie, con disprezzo passavano e ripassavano avanti a quegl'inutili baloardi; e gli abitanti della frontiera, invece di riposare tranquilli sotto l'ombra della comune difesa eran costretti a guardar di continuo le separate loro abitazioni. Furono ripopolate le antiche Città; le nuove fondazioni di Giustiniano acquistarono, forse troppo presto, gli epiteti d'invincibili e di piene di gente; ed il bene augurato luogo della sua nascita tirò a se la grata reverenza del più vano fra' Principi. Sotto il nome di _Giustiniana prima_ l'oscuro villaggio di Tauresio divenne la sede d'un Arcivescovo e d'un Prefetto, la giurisdizione del quale, s'estendeva sopra sette guerriere Province dell'Illirico[559]; e la corrotta denominazione di _Giustendil_ tuttavia indica circa venti miglia al mezzodì di Sofia la residenza d'un Sangiacco Turco[560]. Si fabbricò speditamente una Cattedrale, un Palazzo, ed un Acquedotto per uso de' paesani dell'Imperatore; s'adattarono i pubblici e privati edifizi alla grandezza d'una Città Reale; e la fortezza delle sue mura, durante la vita di Giustiniano, resistè a mal diretti assalti degli Unni e degli Schiavoni. Ne furon talvolta ritardati i progressi, e sconcertate le rapaci speranze anche dagl'innumerabili castelli che nelle Province della Dacia, dell'Epiro, della Tessaglia, della Macedonia e della Tracia pareva, che cuoprissero tutta la superficie del Paese. E dall'Imperatore in vero fabbricati furono o riparati seicento di questi Forti; ma sembra ragionevole il credere che ognuno di essi per lo più consistesse solo in una torre di pietra o di mattoni, posta nel mezzo d'una piazza quadrata o circolare, ch'era circondata da una muraglia e da un fosso, ed in un momento di pericolo somministrava qualche difesa ai contadini, ed al bestiame de' vicini villaggi[561]. Ciò non ostante queste opere militari, ch'esaurivano il pubblico erario, non servivano a dissipare le giuste apprensioni di Giustiniano e dei suoi sudditi Europei. I Bagni caldi d'Anchialo nella Tracia si resero altrettanto sicuri, quanto erano salutari; ma la cavalleria scitica foraggiava nelle ricche pasture di Tessalonica; la deliziosa valle di Tempe, trecento miglia distante dal Danubio, era di continuo agitata dal suono di guerra[562]; e nessun luogo non fortificato, per quanto fosse remoto o solitario, poteva con sicurezza godere i vantaggi della pace. Lo Stretto delle Termopile che sembrava difendere la sicurezza della Grecia, ma che l'aveva tante volte tradita, fu diligentemente fortificato da' lavori di Giustiniano. Ei fece continuare dall'estremità del lido del mare, per mezzo di valli e di foreste, fino alla cima delle montagne di Tessaglia un forte muro, che impediva qualunque praticabile ingresso. Invece d'una tumultuosa folla di contadini pose una guarnigione di duemila soldati lungo di esso; provvide per loro uso de' granai e delle conserve di acqua; e per una precauzione che ispirava la poltroneria, ch'ei previde, fabbricò delle Fortezze adattate alla loro ritirata. Le mura di Corinto, rovesciate da un terremoto, ed i cadenti baloardi d'Atene e di Platea, furono con attenzione restaurati; si sconfortarono i Barbari dal prospetto di successivi e penosi assedj; e le aperte Città del Peloponneso furon coperte dalle fortificazioni dell'Istmo di Corinto. Il Chersoneso di Tracia, ch'è un'altra Penisola all'estremità dell'Europa, sporge per tre giornate di cammino nel mare, e forma co' lidi addiacenti dell'Asia lo Stretto dell'Ellesponto. Gl'intervalli, frammezzo ad undici ben popolate Città, eran pieni di alti boschi, di be' pascoli, e di arabili campi; e l'Istmo di trentasette stadi era stato fortificato da un Generale Spartano, novecento anni prima del Regno di Giustiniano[563]. In un tempo di libertà e di valore, il più leggiero riparo può impedire una sorpresa; e sembra che Procopio non conosca la superiorità degli antichi tempi, allorchè loda la solida costruzione ed il doppio parapetto d'un muro, le lunghe braccia del quale s'estendevano da ambe le parti nel mare, ma di cui la forza fu creduta insufficiente a guardare il Chersoneso, se ogni Città e specialmente Gallipoli e Sesto, non si fossero assicurate con le particolari loro fortificazioni. La _lunga_ muraglia, com'enfaticamente dicevasi, era un'opera tanto vergognosa per l'oggetto di essa, quanto rispettabile per l'esecuzione. Le ricchezze di una Capitale si spargono nella vicina Campagna: ed il territorio di Costantinopoli, ch'è un paradiso della Natura, era ornato con i lussuriosi giardini, e con le ville de' Senatori e degli opulenti Cittadini. Ma la lor opulenza non servì, che ad attirare gli arditi e rapaci Barbari; i più nobili dei Romani, che vivevano in seno ad una pacifica indolenza, furon condotti via schiavi dagli Sciti; ed il loro Sovrano potè dal suo Palazzo vedere le fiamme ostili, che insolentemente s'estesero fino alle porte della Città Imperiale. Anastasio fu costretto a stabilire un'ultima frontiera alla distanza di sole quaranta miglia da Costantinopoli; il lungo suo muro di sessanta miglia, dalla Propontide all'Eussino, manifestò l'impotenza delle sue armi; e siccome il pericolo divenne anche più imminente, dall'instancabil prudenza di Giustiniano, vi s'aggiunsero nuove fortificazioni[564].
[A. 492-498]
L'Asia minore, dopo che si furon sottomessi gl'Isauri[565], restò senza nemici e senza fortificazioni. Questi audaci selvaggi, che avevano sdegnato di esser sudditi di Gallieno, continuarono per dugento trenta anni in una vita indipendente e rapace. I più intraprendenti Principi rispettarono la fortezza di quelle montagne, e la disperazione dei loro abitanti; il feroce loro animo veniva ora mitigato co' doni, ora tenuto in freno col terrore, ed un Conte militare con tre legioni fissò la sua permanente ed ignominiosa stazione nel cuore delle Province romane[566]. Ma appena si rilassava, o si distraeva la vigilanza della forza, scendevano gli squadroni leggiermente armati da' colli, ed invadevano la pacifica opulenza dell'Asia. Quantunque gl'Isauri non fosser notabili per la loro statura o valore, il bisogno gli rese arditi, e l'esperienza gli abilitò nell'esercizio della guerra predatoria. Con silenzio e velocità s'avanzavano ad attaccare i villaggi e castelli senza difesa; le volanti lor truppe talvolta sono arrivate fino all'Ellesponto, all'Eussino, ed alle porte di Tarso, d'Antiochia, o di Damasco[567]; e se ne mettevano in sicuro le spoglie nelle inaccessibili loro montagne, prima che le Truppe romane avesser ricevuto i lor ordini, o la distante Provincia saccheggiata, calcolato avesse il suo danno. Il delitto di ribellione e di latrocinio gli facea distinguere da' nemici nazionali: ed erasi ordinato a' Magistrati, per mezzo d'un Editto, che il processo o la punizione d'un Isauro anche nella solennità di Pasqua fosse un atto meritorio di giustizia e di pietà[568]. Se i prigionieri di quella Nazione si condannavano alla domestica schiavitù, con la loro spada o pugnale sostenevano le private contese de' loro padroni; e si trovò espediente, per la pubblica tranquillità, di proibire il servizio di tali pericolosi domestici. Quando per altro montò sul trono Tarcalisseo o Zenone loro compatriotto, invitò una fedele e formidabil truppa d'Isauri, che insultaron la Corte e la Città, e furon premiati con un annuo tributo di cinquemila libbre d'oro. Ma le speranze di fortuna spopolarono le montagne, il lusso snervò la durezza degli animi e de' corpi loro, ed a misura che si frammischiaron con gli uomini, divennero meno capaci di godere la povera e solitaria lor libertà. Morto Zenone, Anastasio suo successore soppresse le loro pensioni, gli espose alla vendetta del Popolo, gli bandì da Costantinopoli, e si apparecchiò a fare una guerra che lasciava loro solamente l'alternativa di vincere o di servire. Un fratello del defunto Imperatore usurpò il titolo d'Augusto; ne fu sostenuta efficacemente la causa dalle armi, da' tesori e da' magazzini raccolti da Zenone; ed i nativi dell'Isauria dovevan formare la più piccola parte de' cento cinquantamila Barbari, che militavano sotto le sue bandiere, le quali furono per la prima volta santificate dalla presenza d'un Vescovo combattente. Le disordinate loro milizie furono vinte nelle pianure della Frigia dal valore e dalla disciplina de' Goti; ma una guerra di sei anni quasi esaurì tutto il coraggio dell'Imperatore[569]. Gl'Isauri si ritirarono alle loro montagne; le loro Fortezze una dopo l'altra furono assediate e distrutte; fu tagliata la comunicazione, ch'essi avevan col mare; i più bravi de' loro Capitani morirono in battaglia; quelli che sopravvissero, avanti la loro esecuzione furon tratti in catene per l'Ippodromo; si trapiantò nella Tracia una colonia de' loro giovani, ed il restante del Popolo si sottopose al Governo Romano. Passarono però alcune generazioni prima che i loro animi si adattassero alla schiavitù. I popolati villaggi del monte Tauro eran pieni di soldati a cavallo e di arcieri; essi resistevano in vero all'imposizion de' tributi, ma somministravano reclute agli eserciti di Giustiniano, ed i suoi Magistrati Civili, come il Proconsole di Cappadocia, il Conte d'Isauria, ed i Pretori di Licaonia e di Pisidia, eran forniti di forza militare per frenare la licenziosa pratica delle rapine e degli assassini[570].