Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 07

Part 23

Chapter 232,813 wordsPublic domain

Premesso quest'avvertimento, riferirò in breve gli Aneddoti di avarizia e di rapina, riducendoli a' seguenti capi: I. Giustiniano era così prodigo, che non poteva essere liberale. Gli Ufiziali civili e militari quando s'ammettevano al servizio del Palazzo, avevano un basso grado ed un moderato stipendio; s'avanzavano per via d'anzianità fino ad un grado d'abbondanza e di riposo; le annue loro pensioni, la più onorevole classe delle quali fu abolita da Giustiniano, ascendevano a quattrocentomila lire sterline; e questa domestica economia da' venali o indigenti Cortigiani si deplorò come il maggiore oltraggio che potesse farsi alla maestà dell'Impero. I posti ed i salarj de' Medici e le notturne illuminazioni eran oggetti di più generale importanza; e le Città potevano giustamente lagnarsi, ch'ei si usurpava l'entrate Municipali destinate a queste utili istituzioni. Si faceva torto perfino a' soldati; e tal era la decadenza dello spirito militare, che questi torti si commettevano impunemente. L'Imperatore negò ad ogni quinquennio il consueto donativo di cinque monete d'oro, ridusse i suoi veterani a mendicare il pane, e soffrì che le milizie, da lui non pagate, andassero ad arruolarsi altrove nelle guerre d'Italia e di Persia. II. L'umanità de' suoi Predecessori aveva sempre in qualche fausta circostanza del loro regno condonato i pubblici Tribuni arretrati; e si erano fatti destramente un merito di rilasciar que' diritti, ch'era impossibile d'esigere. «Giustiniano nello spazio di trentadue anni, non usò mai simile indulgenza, e molti de' suoi sudditi rinunziarono il possesso di quelle terre, il valor delle quali non era sufficiente a soddisfar le domande dell'Erario. Alle Città, che avevan sofferto per le scorrerie de' nemici, Anastasio promise una general esenzione di sette anni: le Province di Giustiniano furon devastate da' Persiani e dagli Arabi, dagli Unni e dagli Schiavoni; ma la sua vana e ridicola remissione d'un solo anno si ristrinse a' que' luoghi, ch'erano attualmente in mano de' nemici». Questo è il linguaggio dell'Istorico segreto, che nega espressamente che fosse accordata indulgenza _alcuna_ alla Palestina dopo la rivolta de' Samaritani: accusa falsa ed odiosa confutata da memorie autentiche, le quali attestano aver ottenuto quella desolata Provincia, per intercessione di S. Saba, un sollievo di tredici centinaia di libbre d'oro (o sia di cinquantaduemila lire sterline)[531]. III. Procopio non ha voluto spiegare quel sistema di contribuzioni, che cadde come una tempestosa grandine sulle terre, come una divorante peste sugli abitanti di quelle: ma noi saremmo complici della sua malizia, se imputassimo al solo Giustiniano l'antica, sebben rigida massima, che tutto un distretto dovesse condannarsi a supplire alle particolari mancanze delle persone o de' Beni degl'individui. L'_Annona_, o la somministrazione del grano per l'uso dell'armata e della Capitale, era una gravosa ed arbitraria esazione ch'eccedeva, forse del decuplo, la capacità del Possessore, e se ne aggravava la miseria dalla particolare ingiustizia de' pesi e delle misure, e dalle spese e fatiche d'un lontano trasporto. In tempo di carestia si fece una richiesta straordinaria alle contigue Province di Tracia, di Bitinia e di Frigia: ma i proprietari, dopo un laborioso viaggio ed una pericolosa navigazione, furono sì malamente ricompensati, che avrebbero piuttosto voluto rilasciare il grano insieme col prezzo alle porte de loro granai. Tali precauzioni potrebbero forse indicare una tenera sollecitudine per il bene della Capitale; eppure Costantinopoli non era esente dal rapace despotismo di Giustiniano. Fino al suo Regno gli Stretti del Bosforo e dell'Ellesponto furono aperti alla libertà del commercio, e non era proibito altro che l'estrazione delle armi per uso de' Barbari. A ciascheduna di queste porte della Città fu posto un Pretore, ministro dell'avarizia Imperiale; si imposero de' gravi dazi sulle navi e sulle lor mercanzie; e l'oppressione andò a cadere sul misero consumatore: il povero era afflitto dall'artificial carestia e dall'esorbitante prezzo del mercato; ed un Popolo solito a godere della generosità del suo Principe, fu talvolta ridotto a dolersi della mancanza del pane e dell'acqua[532]. Il tributo _aereo_ senza un nome, una legge o un oggetto determinato, era un annuo donativo di centoventimila libbre, che l'Imperatore riceveva dal suo Prefetto del Pretorio; e si rilasciavano alla discrezione di quel potente Magistrato i mezzi del pagamento di esso. IV. Pure anche tal gravezza era meno intollerabile del privilegio de' monopolj, che impediva la libera emulazione dell'industria, e per causa d'un piccolo e vergognoso guadagno imponeva un peso arbitrario su' bisogni ed il lusso de' sudditi. «Appena (io trascrivo gli Aneddoti) fu usurpata dal Tesoro Imperiale la vendita esclusiva della seta, si ridusse all'estrema miseria un intero Popolo di manifattori di Tiro e di Berito, i quali o perirono per la fame o fuggirono nelle nemiche Regioni della Persia». Poteva una Provincia soffrire per la decadenza delle sue manifatture; ma in quest'esempio della seta Procopio ha parzialmente trascurato l'inestimabile e durevole benefizio, che ricavò l'Impero dalla curiosità di Giustiniano. L'aggiunta ch'ei fece d'un settimo al prezzo ordinario della moneta di rame, si può interpretare col medesimo candore; e quell'alterazione, che potrebbe anche essere stata saggia, sembra che fosse innocente, giacchè egli non alterò la purità, nè accrebbe il valore della moneta d'oro[533], ch'è la legittima misura de' pubblici e privati pagamenti. V. La vasta giurisdizione che richiedevano i Finanzieri per eseguire i loro impegni, si poteva porre in un aspetto odioso, come se avessero questi comprato dall'Imperatore le vite ed i beni de' loro concittadini; e si contrattava nel Palazzo una vendita più diretta degli onori, e degli ufizi con la permissione, o almeno con la connivenza di Giustiniano, e di Teodora. Si trascuravano i diritti del merito, ed anche quelli del favore; ed era quasi ragionevole il credere che l'audace avventuriere, che aveva intrapreso la negoziazione d'una Magistratura, sapesse trovare una ricca compensazione per l'infamia, la fatica, il pericolo, i debiti che avea contratto, ed il gravoso interesse che ne pagava. Un sentimento della vergogna e del danno che proveniva da una condotta così venale, finalmente svegliò la sonnolenta virtù di Giustiniano; e tentò, per mezzo della sanzione de' giuramenti[534] e delle pene, di salvare l'integrità del suo Governo; ma in capo ad un anno di spergiuro fu sospeso il rigoroso suo Editto, e la corruzione licenziosamente abusò del suo trionfo sull'impotenza delle Leggi. VI. Il testamento d'Eulalio, Conte de' domestici, dichiarò l'Imperatore unico suo erede, con la condizione però ch'ei ne pagasse i debiti ed i legati, assegnasse alle tre sue figlie un decente mantenimento, e maritasse ciascheduna di caso con una dote di dieci libbre d'oro. Ma lo splendido Patrimonio d'Eulalio si consumò dal fuoco, e la somma dei suoi Beni non eccedè la tenue quantità di cinquecento sessantaquattro monete d'oro. Un esempio simile nella Storia Greca ammonì l'Imperatore dell'onorevole impegno, in cui era d'imitarlo: ei represse gl'interessati bisbigli, dell'Erario, applaudì alla fiducia del suo amico, pagò i legati ed i debiti, educò le tre fanciulle sotto l'occhio dell'Imperatrice Teodora, e raddoppiò la dote di cui si era contentata la tenerezza del loro Padre[535]. L'umanità d'un Principe (giacchè i Principi non possono esser generosi) merita qualche lode; pure anche in quest'atto virtuoso possiamo scuoprire l'inveterato costume di escludere gli eredi legittimi o naturali che Procopio attribuisce al Regno di Giustiniano. Egli sostiene la sua accusa con eminenti nomi e con esempi scandalosi; e dice, che non si risparmiavan le vedove, nè gli orfani, e che gli agenti del Palazzo esercitavano con profitto l'arte di sollecitare, di estorcere e di supporre i testamenti. Questa bussa e dannosa tirannia attacca la sicurezza della vita privata; ed il Monarca che ha secondato un desiderio di guadagno sarà ben presto tentato ad accelerare il momento della successione, ad interpretar la ricchezza come una prova della colpa, ed a procedere, dalla pretensione di ereditare, alla potestà di confiscare i beni de' Cittadini. VII. Fra le altre specie di rapina si può permettere ad un Filosofo di contare anche il convenir le ricchezze de' Pagani o degli Eretici ad uso de' Fedeli; ma al tempo di Giustiniano questo Santo saccheggio, veniva condannato da' soli settarj, che divenivan le vittime della sua ortodossa avarizia[536].

Potè in vero l'infamia di tali atti in ultimo luogo riflettersi nel carattere di Giustiniano; ma una gran parte della colpa, e molto più il profitto ne apparteneva ai Ministri, che raramente venivan promossi per le loro virtù, e non sempre scelti per i loro talenti[537]. I meriti del Questor Triboniano si esamineranno in seguito quando parleremo della riforma della Legge Romana, ma l'economia dell'Oriente era subordinata al Prefetto del Pretorio, e Procopio ha giustificato i suoi Aneddoti col ritratto, che fa nella sua pubblica Storia de' notori vizi di Giovanni di Cappadocia[538]. Ei non avea tratto le sue cognizioni dalle scuole[539], ed il suo stile appena era leggibile, ma era eccellente per la forza d'un genio naturale a suggerire i consiglj più saggi, ed a trovare degli espedienti nelle più disperate situazioni. La corruzione del cuore uguagliava in esso il vigor della mente. Quantunque fosse sospetto di superstizione magica e pagana, sembra però che fosse affatto insensibile al timore di Dio o a' rimproveri degli Uomini; ed innalzò la sua ambiziosa fortuna sulla morte di migliaia di persone, sulla povertà di milioni, e sulla rovina e desolazione d'intiere Città e Province. Dallo spuntar del giorno fino al tempo del pranzo egli assiduamente occupavasi nell'arricchire il suo Signore e se stesso, a spese del Mondo romano; consumava il resto del giorno in sensuali ed osceni piaceri; e le tacite ore della notte venivano interrotte dal perpetuo timore della giustizia d'un assassino. La sua abilità e forse i suoi vizi gli conciliarono la durevole amicizia di Giustiniano: l'Imperatore cedè con ripugnanza al furore de' sudditi; ma fece pompa della sua vittoria con rimettere immediatamente nel primiero posto il nemico di essi; ed il Popolo provò per più di dieci anni sotto l'oppressiva di lui amministrazione, ch'egli era più stimolato dalla vendetta, che istruito dalla disgrazia. I popolari bisbigli non servirono che a fortificare la fermezza di Giustiniano: ma il Prefetto, divenuto insolente per il favore, provocò l'ira di Teodora, sdegnò una potenza, avanti la quale piegavasi ogni ginocchio, e tentò di spargere de' semi di discordia fra l'Imperatore e l'amata di lui consorte. Anche Teodora però fu costretta a dissimulare, ad aspettare il momento favorevole, ed a render, mediante un'artificiosa cospirazione, Giovanni di Cappadocia cooperatore della propria sua distruzione. In un tempo, in cui Belisario, se non fosse stato un eroe, avrebbe dovuto comparire come ribelle, la sua moglie Antonina, che godeva la segreta confidenza dell'Imperatrice, partecipò il finto suo malcontento ad Eufemia, figlia del Prefetto; la credula fanciulla comunicò al Padre il pericoloso progetto, e Giovanni che avrebbe dovuto conoscere il valore dei giuramenti e delle promesse, si mosse ad accettare un notturno e quasi proditorio congresso con la moglie di Belisario. Gli era stata fatta un'imboscata di guardie e di eunuchi per ordine di Teodora; essi corsero fuori con le spade sfoderate per prendere o punire il colpevol Ministro, che fu salvato in vero dalla fedeltà de' suoi servi; ma in vece di ricorrere ad un grazioso Sovrano, che l'avea segretamente avvertito del suo pericolo, fuggì da pusillanime al Santuario della Chiesa. Fu sacrificato il favorito di Giustiniano alla coniugal tenerezza, o alla domestica tranquillità; la mutazione del Prefetto in Prete estinse le sue ambiziose speranze; ma l'amicizia dell'Imperatore ne alleggerì la disgrazia, ed ei ritenne nel mite esilio di Cizico una gran parte delle sue ricchezze. Tale imperfetta vendetta non potea soddisfare l'ostinato odio di Teodora; l'uccisione del Vescovo di Cizico, suo antico nemico, le ne somministrò un decente pretesto; e Giovanni di Cappadocia, di cui le azioni avevan meritato mille morti, finalmente fu condannato per un delitto, del quale era innocente. Un gran Ministro, che avea ricevuto gli onori del Consolato e del Patriziato, fu ignominiosamente frustato come il più vil malfattore; una lacera veste fu ciò che gli rimase delle sue sostanze; fu trasportato in una barca ad Antinopoli nell'Egitto superiore, luogo del suo esilio; ed il Prefetto d'Oriente mendicava il pane per le Città, che avevan tremato al solo suo nome. Per lo spazio di sette anni ne fu prolungata e sempre minacciata la vita dall'ingegnosa crudeltà di Teodora; e quando la morte di essa permise all'Imperatore di richiamare un servo, ch'egli avev'abbandonato con rammarico, l'ambizione di Giovanni di Cappadocia si ristrinse agli umili ufizi della professione sacerdotale. I successori di esso convinsero i sudditi di Giustiniano che potevano sempre più raffinarsi dall'esperienza e dall'industria le arti dell'oppressione; s'introdussero nell'amministrazione delle Finanze le frodi d'un banchiere della Siria; e l'esempio del Prefetto fu con esattezza imitato dal Questore, dal Tesoriere pubblico e privato, da' Governatori delle Province e da' principali Magistrati dell'Impero Orientale[540].

V. Gli edifizi di Giustiniano si costruirono in vero col sangue e col denaro del suo Popolo; ma sembrava, che quelle magnifiche fabbriche annunziassero la prosperità dell'Impero, e realmente dimostravano l'abilità de' loro Architetti. Tanto la teoria quanto la pratica delle Arti, che dipendono dalla Matematica, e dalla forza meccanica, si coltivarono sotto la protezione degl'Imperatori; Proculo ed Antemio emularono la fama d'Archimede; e se quegli spettatori, che hanno riferito i loro _miracoli_, fossero stati intelligenti, potrebbero adesso servire ad estendere le speculazioni, invece d'eccitare la diffidenza de' Filosofi. Si è conservata una tradizione, che nel porto di Siracusa la flotta Romana fosse ridotta in cenere dagli specchi ustorj d'Archimede[541]; e si asserisce, che Proculo usò un somigliante espediente per distrugger le navi Gotiche nel Porto di Costantinopoli, e per difendere il suo benefattore Anastasio contro l'ardita intrapresa di Vitaliano[542]. Fu fissata sulle mura della Città una macchina, composta d'uno specchio esagono di rame ben pulito, con molti poligoni più piccoli e mobili per ricevere e riflettere i raggi del sole sul Mezzogiorno; e fu lanciata una fiamma consumatrice alla distanza forse di dugento piedi[543]. Si rende incerta la verità di questi fatti straordinari dal silenzio degli Istorici più autentici, e non fu mai adottato l'uso degli specchi ustorj nell'attacco o nella difesa delle Piazze[544]. Pure gli ammirabili sperimenti d'un Filosofo Francese[545] han dimostrato la possibilità di tali specchi; e subito ch'è possibile, io son più disposto ad attribuirne l'arte a' più gran Matematici dell'antichità, che a dare il merito della finzione di essi all'oziosa fantasia d'un Monaco o d'un Sofista. Secondo un'altra Storia, Proclo adoperò lo zolfo per distruggere la Flotta Gotica[546]; ora in una immaginazione moderna il nome di zolfo subito si unisce al sospetto della polvere da schioppo, e tal sospetto s'accresce dai segreti artifizi del suo discepolo Antemio[547]. Un Cittadino di Trallia nell'Asia ebbe cinque figli, che nelle respettive lor Professioni furon tutti distinti per il merito e pel successo. Olimpio fu eccellente nella cognizione e nella pratica della Giurisprudenza romana. Dioscoro ed Alessandro divennero dotti medici; ma il primo esercitò la sua perizia in vantaggio dei propri concittadini, mentre il suo più ambizioso fratello acquistò ricchezza e riputazione in Roma. La fama di Metrodoro Gramatico, e d'Antemio Matematico ed Architetto giunse agli orecchi dell'Imperator Giustiniano, che gl'invitò a Costantinopoli, e mentre l'uno istruì la nascente generazione nelle scuole d'eloquenza, l'altro empì la Capitale e le Province di più durevoli monumenti dell'arte sua. In una disputa di poca importanza, relativa alle muraglie o finestre delle contigue loro case, fu egli vinto dall'eloquenza di Zenone suo vicino; ma l'Oratore a vicenda fu disfatto dal Maestro di Meccanica, i maliziosi quantunque innocenti strattagemmi del quale oscuramente si rappresentano dall'ignoranza d'Agatia. Antemio dispose in una stanza da basso più vasi o caldaie di acqua, ciascheduna delle quali fu da esso coperta col largo fondo d'un cuoio, che andava a finire in una stretta cima, che fu artificiosamente introdotta fra le travi e tavole del solaio della fabbrica vicina. Quindi acceso il fuoco sotto le caldaie, il vapore dell'acqua bollente salì per mezzo de' tubi; la casa fu scossa dallo sforzo dell'aria ivi racchiusa, ed i tremanti di lei abitatori dovettero udire con maraviglia, che la Città non ebbe notizia veruna del terremoto, ch'essi avevan sentito. Un'altra volta gli amici di Zenone, mentre stavano a mensa, restarono abbagliati dall'intollerabile luce, che gettarono loro negli occhi gli specchi di riflessione d'Antemio; furon sorpresi dallo strepito, ch'ei produsse, mediante la collisione di certi minuti e sonori corpuscoli; e l'oratore in tragico stile dichiarò avanti al Senato, che un semplice mortale doveva cedere alla potenza d'un avversario, che scuoteva col tridente di Nettuno la terra, ed imitava il tuono ed il lampo di Giove medesimo. Il genio d'Antemio e d'Isidoro di Mileto suo Collega fu eccitato e posto in uso da un Principe, il gusto del quale per l'Architettura era degenerato in una dannosa e dispendiosa passione. I favoriti Architetti di Giustiniano sottomettevano ad esso i loro disegni, e le loro difficoltà, e discretamente confessavano, quanto le laboriose loro meditazioni fossero al di sotto dell'intuitiva cognizione, o dell'inspirazione celeste d'un Imperatore, di cui le vedute eran sempre dirette all'utilità del Popolo, alla gloria del suo Regno, ed alla salvazione dell'anima sua[548].