Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 07
Part 21
Nel più abbietto stato di fortuna e di riputazione, in cui si trovava Teodora, una certa visione, mentre essa o dormiva o farneticava, le aveva annunziata la piacevole sicurezza di esser destinata a divenire sposa di un potente Monarca. Consapevole della sua vicina grandezza, dalla Paflagonia tornò a Costantinopoli: assunse, da brava attrice, un carattere più decente; supplì alla sua povertà mediante la lodevole industria di filar la lana; ed affettò una vita casta e solitaria in una piccola casa, ch'essa di poi convertì in magnifico Tempio[473]. La sua bellezza, assistita dall'arte o dal caso, tosto attrasse, vinse e fissò il Patrizio Giustiniano, che già regnava con assoluto dominio sotto il nome del suo Zio. Essa procurò forse d'innalzare il valore d'un dono, che aveva tante volte prodigalizzato a' più vili dell'uman genere; forse infiammò a principio con modeste dilazioni, e finalmente con sensuali attrattive, i desiderj d'un amante, che per natura o per devozione s'era assuefatto a lunghe vigilie, e ad una parca dieta. Passati i suoi primi trasporti, essa conservò l'istesso ascendente sopra il suo spirito, mediante il merito più solido del giudizio e dell'intelligenza. Giustiniano si compiacque di nobilitare ed arricchire l'oggetto del suo amore: si profondevano al piè di lei i tesori dell'Oriente; ed il nipote di Giustino si determinò, forse per scrupolo di coscienza, a dare alla sua concubina il sacro e legittimo carattere di moglie. Ma le Leggi di Roma espressamente proibivano il matrimonio di un Senatore con qualunque donna, che fosse disonorata da servile origine o da professione teatrale. L'Imperatrice Lupicina o Eufemia, donna barbara e di rozzi costumi, ma d'irreprensibil virtù, ricusò d'accettar per nipote una prostituta: ed anche Vigilanza, superstiziosa madre di Giustiniano, quantunque conoscesse il talento e la beltà di Teodora, era nella più seria apprensione, che la leggierezza e l'arroganza di quell'artificiosa druda corrompesse la pietà e la felicità dei suo figlio. L'inflessibil costanza di Giustiniano però tolse di mezzo tutti questi ostacoli. Egli aspettò pazientemente la morte dell'Imperatrice; non curò le lacrime di sua madre, che presto cadde sotto il peso della sua afflizione; e fu promulgata in nome dell'Imperator Giustino una legge, che aboliva la rigida Giurisprudenza dell'antichità. Si aprì (secondo quest'Editto) la strada ad un glorioso pentimento per quelle infelici che avevan prostituito le loro persone sul teatro, e venne loro permesso di contrarre una legittima unione co' più illustri de' Romani[474]. A questa indulgenza tosto succederono le nozze solenni di Giustiniano e di Teodora; crebbe a grado a grado la dignità di questa insieme con quella del suo amante; ed appena Giustino ebbe investito il nipote della porpora, il Patriarca di Costantinopoli pose il diadema sul capo dell'Imperatore e dell'Imperatrice d'Oriente. Ma i soliti onori, che la severità de' costumi romani aveva accordato alle mogli de' Principi, non potevano soddisfare nè l'ambizione di Teodora, nè la tenerezza di Giustiniano. Ei la collocò sul trono, come un'eguale ed indipendente Collega nella sovranità dell'Impero, e s'impose a' Governatori delle Province un giuramento di fedeltà in nome di Giustiniano insieme e di Teodora[475]. Cadeva il Mondo Orientale prostrato avanti al genio ed alla fortuna della figlia d'Acacio. Quella prostituta, che in presenza d'innumerabili spettatori aveva macchiato il teatro di Costantinopoli, adoravasi come Regina nella stessa Città da' gravi Magistrati, da' Vescovi Ortodossi, da' Generali vittoriosi, e da' soggiogati Monarchi[476].
Quelli che credono, che la mancanza di castità faccia totalmente depravare lo spirito delle donne, prestarono volentieri orecchio a tutte le invettive della privata invidia, o del risentimento popolare, che ha dissimulato le virtù di Teodora, ne ha esagerato i vizi, ed ha rigorosamente condannato le venali o volontarie colpe della giovine meretrice. Per causa o di vergogna o di disprezzo, ella spesso evitava il servile omaggio della moltitudine, fuggiva l'odiosa luce della Capitale, e passava la maggior parte dell'anno ne' Palazzi e Giardini, piacevolmente situati sulle coste marittime della Propontide e del Bosforo. Il privato suo tempo era consacrato alla prudente non meno che grata cura della sua bellezza; al lusso del bagno e della tavola, ed al lungo sonno della sera e della mattina. I segreti suoi appartamenti erano occupati dalle donne e dagli eunuchi, che essa favoriva e secondava nelle loro passioni e interessi, a spese della giustizia; i più illustri personaggi poi dello Stato restavano in folla in un'oscura e soffocante anticamera, e quando alla fine, dopo un tedioso indugio, venivano ammessi a baciare i piedi a Teodora, trovavano in quella, secondo che le suggeriva l'umore, o la tacita arroganza d'un'Imperatrice o la capricciosa leggierezza d'una commediante. La sua rapace avarizia nell'accumulare immensi tesori, potrebbe scusarsi dall'apprensione della morte di suo marito, che poteva non lasciare alternativa fra la rovina ed il trono; ed il timore ugualmente che l'ambizione poterono esacerbare Teodora contro due Generali, che nel tempo d'una malattia dell'Imperatore avevano imprudentemente dichiarato, ch'essi non eran disposti ad acquietarsi alla scelta della Capitale. Ma la taccia di crudeltà, così ripugnante anche ai suoi vizi più molli, ha impresso un'indelebile macchia sulla memoria di Teodora. Le numerose, di lei spie osservavano e riferivan con diligenza qualunque azione, parola o sguardo ingiurioso alla reale loro poltrona. Chiunque veniva da esse accusato, era posto nelle particolari di lei prigioni[477] inaccessibili alle ricerche della giustizia, e correva la fama, che vi si usassero i tormenti della fustigazione o delle verghe in presenza d'una tiranna insensibile alle voci delle preghiere o della compassione[478]. Alcune di queste infelici vittime perirono in profonde malsane prigioni, mentre ad altro si permetteva, dopo la perdita delle membra, della ragione, o delle facoltà loro, di comparire nel Mondo, come vivi monumenti della sua vendetta, che per ordinario estendevasi a' figli di coloro, ch'essa aveva preso in sospetto o ingiuriato. Quel Senatore o Vescovo, di cui Teodora pronunziato aveva la morte o l'esilio, era consegnato ad un fedel suo messaggio, di cui ravvivavasi la diligenza con la minaccia pronunciata dalla sua bocca, che «se avesse mancato nell'esecuzione de' suoi ordini, giurava per quello che vive in eterno, di farlo scorticare[479].»
Se la fede di Teodora non fosse stata infetta d'eresia, l'esemplare sua devozione l'avrebbe potuta purgare, nell'opinione dei suoi contemporanei, dai vizi d'orgoglio, di avarizia e di crudeltà. Se però essa influì a calmare l'intollerante furore dell'Imperatore, il presente secolo accorderà qualche merito, alla sua religione, e molta indulgenza agli speculativi suoi errori[480]. Fu inserito il nome di Teodora con uguale onore in tutte le pie e caritatevoli fondazioni di Giustiniano, e può attribuirsi la più benefica istituzione del suo Regno alla simpatia dell'Imperatrice verso le sue meno fortunate sorelle, ch'erano state sedotte o costrette ad abbracciar la prostituzione. Un Palazzo, che era sulla parte Asiatica del Bosforo, fu convertito in un comodo e spazioso Monastero, e fu assegnato un generoso mantenimento a cinquecento donne che si erano raccolte dalle strade e da' postriboli di Costantinopoli. In questo sicuro e santo ritiro, venivano esse condannate ad una perpetua clausura, e la disperazione di alcune, che si gettarono in mare, si perdeva nella gratitudine delle penitenti, ch'erano state salvate dalla colpa e dalla miseria mediante la generosa loro benefattrice[481]. Giustiniano medesimo celebra la prudenza di Teodora; e le sue Leggi si attribuiscono ai savi consigli della sua rispettabilissima moglie, ch'egli dice d'aver ricevuto come un dono della divinità[482]. Si manifestò il suo coraggio in mezzo al tumulto del Popolo, ed a terrori della Corte. Una prova della sua castità, dopo che unissi a Giustiniano è il silenzio degl'implacabili di lei nemici; e quantunque la figlia d Acacio potesse esser sazia d'amore si dee non ostante far qualche applauso alla fermezza del suo spirito, che potè sacrificare il piacere e l'abitudine, al più forte sentimento del dovere o dell'interesse. I desiderj e le preghiere di Teodora non poterono mai ottenere la grazia di un figlio legittimo, e seppellì una bambina, unica prole del suo matrimonio[483]. Ciò non ostante il suo dominio fu durevole ed assoluto; si conservò essa, o coll'arte o col merito, l'affetto di Giustiniano; e le apparenti lor dissensioni riusciron sempre fatali a' Cortigiani, che le credetter sincere. Se n'era forse indebolita la salute per la dissolutezza della gioventù; ma essa fu sempre delicata, e fu consigliata da' Medici a far uso de' Bagni caldi Pitj. Fu accompagnata l'Imperatrice in questo viaggio dal Prefetto del Pretorio, dal gran Tesoriere, da più Conti e Patrizi, e da uno splendido seguito di quattromila serventi: risarcite furono le pubbliche strade; si eresse un palazzo per riceverla; e nel passar che fece per la Bitinia distribuì generose limosine alle Chiese, a' Monasteri ed agli Spedali, affinchè implorassero dal Cielo il ristabilimento della sua salute[484]. Finalmente l'anno ventesimo quarto del suo matrimonio e ventesimo secondo del suo Regno fu consumata da un cancro[485]; e ne fu pianta l'irreparabile perdita dal marito, che in luogo d'una teatral prostituta avrebbe potuto scegliere la più pura e la più nobil donzella d'Oriente[486].
II. Possiamo osservare una differenza essenziale fra i giuochi dell'antichità: i più nobili presso i Greci erano attori, e presso i Romani semplici spettatori. Era lo stadio Olimpico aperto all'opulenza, al merito, ed all'ambizione; e se i Candidati erano in grado di contare sulla loro personal perizia ed attività, seguir potevano le traccie di Diomede e di Menelao, guidando i propri loro cavalli nella rapida corsa[487]. Si lasciavan partire nel medesimo istante dieci, venti, quaranta cocchi; una corona di foglie era il premio del vincitore, e se ne celebrava la fama, insieme con quella della sua famiglia, e della sua Patria in canzoni liriche, più durevoli de' monumenti di bronzo e di marmo. Ma un Senatore, o anche un puro Cittadino consapevole della sua dignità, si sarebbe vergognato d'esporre la sua persona o i suoi cavalli nel Circo di Roma. Si rappresentavano i giuochi a spese della Repubblica, de' Magistrati, o degl'Imperatori, e se ne abbandonavan le redini a mani servili; e se i profitti d'un favorito cocchiere talvolta superavano quelli d'un Avvocato, ciò dee riguardarsi come l'effetto di una popolare stravaganza, e come il più alto sforzo d'una ignobile professione. Il corso, nella sua prima origine, consisteva nella semplice contesa di due cocchi, i direttori de' quali si distinguevano con livree _bianche e rosse;_ in seguito vi furono aggiunti due altri colori, cioè il _verde_ e l'_azzurro_: e siccome si replicavano le corse venticinque volte, così cento cocchi contribuivano in un giorno alla pompa del Circo. Ben presto le quattro _fazioni_ furono stabilite legittimamente, e si trasse una misteriosa origine dei capricciosi loro colori dalle varie apparenze della Natura nelle quattro stagioni dell'anno, vale a dire dall'infuocato sirio dell'estate, dalle nevi dell'inverno, dalle cupe ombre dell'autunno, e dalla piacevol verzura della primavera[488]. Un altra interpretazione preferiva gli elementi alle stagioni, e supponevasi, che la contesa del Verde e dell'Azzurro rappresentasse il conflitto della terra e del mare. Le respettive loro vittorie annunziavano o un'abbondante raccolta o una prospera navigazione, e la gara che quindi nasceva fra gli agricoltori ed i marinari, era un poco meno assurda che quel cieco ardore del Popolo Romano, che sacrificava le proprie vite e sostanze al colore, che ciascun avea scelto. I più savi Principi sdegnarono e tollerarono tal follìa; ma si videro scritti i nomi di Caligola, di Nerone, di Vitellio, di Vero, di Commodo, di Caracalla, e d'Elagabalo nelle fazioni Verde o Azzurra del Circo; essi ne frequentavano le stalle, applaudivano a quelli, che le favorivano, ne punivano gli antagonisti, e meritavano la stima della plebaglia, mediante la naturale o affettata imitazione de' loro costumi. Continuarono le sanguinose e tumultuarie contese a disturbar le pubbliche feste fino all'ultima età degli spettatori di Roma; e Teodorico, per un motivo di giustizia o d'affezione, interpose la sua autorità per proteggere i Verdi contro la violenza d'un Console e Patrizio, ch'era fortemente appassionato per la fazione Azzurra del Circo[489].
Costantinopoli adottò le follìe, non già le virtù dell'antica Roma, e le stesse fazioni, che avevano agitato il Circo, infierirono con maggior furore nell'Ippodromo. Sotto il Regno d'Anastasio fu infiammata questa popolar frenesia dallo zelo religioso, ed i Verdi, che avevano proditoriamente nascosto delle pietre e de' coltelli in alcune paniere di frutti, uccisero in occasione d'una solenne festa tremila degli Azzurri loro avversari[490]. Dalla Capitale si sparse questa peste nelle Province e Città dell'Oriente, e la giocosa distinzione de' due colori produsse due forti ed irreconciliabili partiti, che scossero i fondamenti d'un debol governo[491]. Le dissensioni popolari fondate sopra gl'interessi più serj ed i più santi pretesti, hanno appena potuto uguagliare l'ostinazione di una ludicra discordia, che attaccò la pace delle famiglie, divise fra loro gli amici e i fratelli, e tentò fino le donne, quantunque di rado si vedessero nel Circo, ad abbracciare le inclinazioni de' loro amanti, o a contraddire i desiderj de' loro mariti. Si calpestava ogni legge divina ed umana, e purchè prevalesse il partito, pareva, che i delusi di lui seguaci non curassero nè la privata nè la pubblica calamità. Si ravvivò in Antiochia ed a Costantinopoli la licenza senza la libertà della Democrazia, ed ogni candidato per conseguir gli onori civili o ecclesiastici avea bisogno d'esser sostenuto da una fazione. Ai Verdi imputossi un segreto affetto alla famiglia, o alla setta d'Anastasio; ma gli Azzurri erano fervidamente attaccati alla causa della Ortodossia e di Giustiniano[492], ed il grato loro protettore sostenne per più di cinque anni i disordini di una fazione, i periodici tumulti della quale inondarono il Palazzo, il Senato, e le Capitali d'Oriente. Gli Azzurri, divenuti insolenti per il Real favore, affettavano d'incuter terrore mediante un abito particolare ed all'uso de' Barbari, con i capelli lunghi, con le maniche strette, e con le ampie vesti degli Unni, con un passo orgoglioso, ed una voce sonora. Il giorno celavano essi i loro pugnali a due tagli, ma la notte arditamente si adunavano armati, e intraprendevano in numerose truppe, qualunque atto di violenza e di rapina. I loro avversari della fazion Verde, o anche i cittadini innocenti venivano spogliati, e spesso uccisi da questi notturni ladroni, ed era pericoloso il portar de' bottoni o delle fibbie d'oro, o l'andare ad un'ora tarda per le strade di una pacifica Capitale. Eccitato quel fiero spirito dall'impunità giunse fino a violare la sicurezza delle case private; e s'adoperava il fuoco per facilitare l'attacco, o nascondere i delitti di questi, faziosi. Non v'era luogo immune o salvo dalle loro depredazioni; per soddisfar la propria avarizia o vendetta profondevano il sangue degl'innocenti, erano contaminate le Chiese e gli altari da atroci omicidj, e solevan vantarsi quegli assassini, che avevano la destrezza di far sempre una ferita mortale ad ogni colpo delle loro armi. La dissoluta gioventù di Costantinopoli adottò l'azzura insegna del disordine; tacevan le leggi, ed erano rilassati i legami della Società: i creditori venivan costretti a consegnar le loro obbligazioni; i giudici a rivocare le loro sentenze; i padroni a manomettere i loro schiavi; i padri a supplire alle stravaganze de' figli; le nobili matrone eran prostituite alla libidine dei loro servi; i bei garzoni erano strappati dalle braccia dei lor genitori, e le mogli, a meno che non preferissero una morte volontaria, venivano stuprate alla presenza de' loro mariti[493]. La disperazione de' Verdi, ch'erano perseguitati dai loro nemici, ed abbandonati da' Magistrati, s'arrogò il diritto della difesa, e forse della rappresaglia; ma quelli, che sopravvivevano al combattimento, eran tratti al supplizio, e gl'infelici fuggitivi, rifuggendosi ne' boschi e nelle caverne, infierivano senza misericordia contro la società, da cui erano stati cacciati. Que' Ministri dei Tribunali, che avevano il coraggio di punire i delitti, e di non curar lo sdegno degli Azzurri, divenivano le vittime dell'indiscreto loro zelo: un Prefetto di Costantinopoli fuggì per asilo al santo Sepolcro, un Conte dell'Oriente fu ignominiosamente frustato, ed un Governatore di Cilicia fu per ordine di Teodora impiccato sulla tomba di due assassini, ch'esso avea condannati per l'omicidio del suo palafreniere, e per un temerario attacco della propria sua vita[494]. Un candidato, che aspira a pervenire a' posti più alti, può esser tentato a fabbricare sulla pubblica confusione la sua grandezza; ma è interesse non meno che dovere d'un Sovrano il mantenere l'autorità delle Leggi. Il primo Editto di Giustiniano, che fu spesso ripetuto, e qualche volta solo eseguito, annunziava la ferma sua risoluzione di sostener l'innocente, e di gastigare il colpevole di qualunque denominazione e colore si fossero. Pure la bilancia della giustizia era sempre inclinata in favore della fazione azzurra dalla segreta affezione, dall'abitudine, e da' timori dell'Imperatore; la sua equità, dopo un apparente contrasto, sottomettevasi senza ripugnanza alle implacabili passioni di Teodora, e l'Imperatrice non dimenticò mai, nè perdonò le ingiurie della commediante. La proclamazione d'uguale e rigorosa giustizia fatta nell'avvenimento al trono di Giustino il Giovane indirettamente condannò la parzialità del precedente Governo: «O Azzurri, non v'è più Giustiniano! Verdi, egli è sempre vivo[495]».
[A. 532]
L'odio, che avevan fra loro le due fazioni, e la loro momentanea riconciliazione suscitò un tumulto, che ridusse quasi Costantinopoli in cenere. Giustiniano celebrò nel quinto anno del suo Regno la solennità degl'Idi di Gennaio: furono i giuochi continuamente disturbati dal clamoroso malcontento de' Verdi; fino alla ventesima seconda corsa l'Imperatore mantenne la tacita sua gravità; ma cedendo finalmente all'impazienza condiscese a tenere in brusca maniera, e mediante la voce d'un banditore il dialogo più singolare[496] che mai si facesse fra un Principe ed i suoi sudditi. Le prime querele furono rispettose e modeste; accusarono essi i subordinati Ministri d'oppressione, ed espressero i lor desiderj per la lunga vita, e la vittoria dell'Imperatore. «Abbiate pazienza, e state attenti, o insolenti maledici, esclamò Giustiniano; tacete Giudei, Samaritani e Manichei». I Verdi tuttavia cercavano di risvegliar la sua compassione con queste voci: «Noi siamo poveri, siamo innocenti, siamo ingiuriati, non osiamo di andar per le strade: si usa una general persecuzione contro il nostro nome e colore. Moriamo, o Imperatore, ma moriamo per ordine vostro, ed in vostro servizio». La rinnovazione però di parziali ed appassionate invettive degradò a' loro occhi la maestà della porpora; negarono essi l'omaggio ad un Principe, che ricusava di render giustizia al suo Popolo; si dolsero che fosse nato il Padre di Giustiniano, e ne infamarono il figlio coi nomi obbrobriosi di omicida, d'asino, e di spergiuro tiranno. «Non curate le vostre vite?» gridò lo sdegnato Monarca: gli Azzurri s'alzarono con furore dai loro posti; risuonarono gli ostili loro clamori nell'Ippodromo: ed i loro avversari, abbandonando l'ineguale contesa, sparsero il terrore e la disperazione per le strade di Costantinopoli. In questo pericoloso momento eran condotti per la Città sette notorj assassini di ambedue le fazioni, ch'erano stati condannati dal Prefetto, e quindi trasportati al luogo dell'esecuzione nel subborgo di Pera. Quattro di questi furono immediatamente decapitati, e fu impiccato il quinto: ma nel tempo che gli altri due soggiacevano alla medesima pena, si ruppe la fune, essi caddero vivi sul suolo, il popolaccio applaudì alla loro liberazione, ed usciti dal vicino loro convento i Monachi di S. Conone gli portarono in una barchetta al santuario della loro Chiesa[497]. Siccome uno di questi rei era del partito degli Azzurri, e l'altro de' Verdi, le due fazioni furono eccitate ugualmente dalla crudeltà del loro oppressore, o dall'ingratitudine del loro avvocato, e fu conclusa una breve tregua ad oggetto di liberare i prigionieri, e di soddisfare la propria vendetta. Fu ad un tratto bruciato il Palazzo del Prefetto, che si opponeva al sedizioso torrente, ne furono trucidati gli ufiziali e le guardie, si aprirono a forza le prigioni, e si restituì la libertà a quelli che non potevan farne uso, che per la pubblica distruzione. Un distaccamento militare, ch'era stato mandato in aiuto del Magistrato Civile, fu fieramente rispinto da una moltitudine armata, di cui continuamente cresceva il numero e l'arditezza; e gli Eruli, i più selvaggi tra' Barbari al servizio dell'Impero, rovesciarono i sacerdoti e le loro reliquie, che per un motivo di religione imprudentemente s'erano interposti per separare il sanguinoso conflitto. S'accrebbe il tumulto per tal sacrilegio: il Popolo combatteva con entusiasmo nella causa di Dio; le donne facevan piovere da' tetti e dalle finestre le pietre sopra i soldati, che scagliavano de' tizzoni accesi contro le case; e le varie fiamme, che si erano accese per le mani dei Cittadini e degli stranieri, si diffusero senza contrasto su tutta la Città. L'incendio comprese la cattedrale di S. Sofia, i Bagni di Zeusippo, una parte del Palazzo, dal primo ingresso fino all'altare di Marte, ed il lungo Portico, dal Palazzo fino al Foro di Costantino; restò consumato un vasto Spedale insieme con gli ammalati, che v'erano; si distrussero molte Chiese, e sontuosi Edifizi, e si perdè o si fuse un'immensa quantità d'oro e d'argento. I savi e ricchi Cittadini fuggirono da tali spettacoli d'orrore e di miserie sul Bosforo dalla parte dell'Asia, e per cinque giorni Costantinopoli rimase in preda delle fazioni, e la parola _Nika_, cioè _vinci_, che usavan per distintivo, ha dato il nome a questa memorabile sedizione[498].