Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 07
Part 17
Il ripartimento delle terre d'Italia, delle quali Teodorico assegnò la terza parte a' suoi soldati, si cita _onorevolmente_ come l'unica ingiustizia della sua vita. Ed anche quest'atto si può plausibilmente giustificare coll'esempio d'Odoacre, co' diritti di conquista, col vero interesse degl'Italiani, e col sacro dovere di far sussistere un intiero Popolo, che affidato alle sue promesse erasi trasferito in un lontano Paese[363]. I Goti sotto il Regno di Teodorico, e nel felice clima d'Italia, tosto s'aumentarono al segno di formare un formidabil esercito di dugentomila uomini[364], e coll'aggiunta ordinaria delle donne e de' fanciulli si può calcolare a qual numero ascendessero tutte le loro famiglie. Si mascherò l'invasione del territorio di cui doveva già esser vacante una parte, col generoso, ma improprio, nome d'_Ospitalità_: questi malveduti Ospiti si dispersero irregolarmente per l'Italia e la porzione, che toccò ad ogni Barbaro, corrispondeva alla sua nascita ed al suo posto, al numero del suoi seguaci ed alla rustica ricchezza, che aveva in bestiame ed in ischiavi. Fu ammessa la distinzione fra il nobile ed il plebeo[365]; ma le terre di ogni uomo libero furono immuni dalle tasse, ed ei godeva l'inestimabil privilegio di non esser soggetto che alle leggi della sua Patria[366]. La moda o anche la comodità persuase ben presto i conquistatori ad assumer l'abito più elegante de' nativi d'Italia; ma essi persisterono tuttavia nell'uso della lor lingua materna; e fu applaudito il disprezzo, che avevano per le scuole latine, da Teodorico medesimo, che secondava i lor pregiudizi o piuttosto i suoi propri col dire, che un fanciullo assuefatto a tremare alla sferza del maestro, non avrebbe mai ardito di guardare una spada[367]. La miseria potè qualche volta muovere l'indigente Romano a prendere i feroci costumi che appoco appoco si lasciavano dal ricco e lussurioso Barbaro[368]: ma tali vicendevoli trasformazioni non eran punto promosse dalla politica d'un Monarca, che rendè perpetua la separazione fra gl'Italiani ed i Goti, riservando i primi alle arti della pace, ed i secondi agli esercizi della guerra. Per eseguire questo disegno ei procurò di proteggere gl'industriosi suoi sudditi, e di moderar la violenza senza snervare il valore dei suoi soldati, che dovevan servire alla pubblica difesa. Essi ritenevano le loro terre, e i benefizi come uno stipendio militare; al suono della tromba eran pronti a marciare sotto la condotta de' loro Ufiziali provinciali; e tutta l'Italia era distribuita in più quartieri d'un medesimo campo ben regolato. Si faceva la guardia del Palazzo e delle Frontiere per elezione o per turno; ed ogni straordinaria fatica veniva ricompensata da un accrescimento di paga, o da donativi arbitrari. Teodorico aveva persuaso i suoi bravi compagni che l'Impero si dee difendere con quelle medesime arti, con le quali s'acquista. Dietro il suo esempio essi procuravano di esser eccellenti nell'uso non solo della lancia e della spada, istromenti delle loro vittorie, ma anche delle armi da scagliare, ch'essi erano troppo inclinati a trascurare, ed i quotidiani esercizi, e le annue riviste della Cavalleria Gotica somministravano la viva immagine della guerra. Una ferma, quantunque blanda, disciplina li fece abituare alla modestia, all'ubbidienza, ed alla temperanza; ed i Goti impararono a risparmiare il Popolo, a rispettare le Leggi, a non trascurare i doveri della società civile, ed a disapprovare la barbara licenza del combattimento giudiciale e della vendetta privata[369].
La vittoria di Teodorico aveva eccitato un generale allarme fra' Barbari dell'Occidente. Ma quando videro, ch'ei, soddisfatto della conquista, desiderava la pace, il terrore si mutò in rispetto, ed essi accettarono una potente mediazione, che fu costantemente diretta agli ottimi oggetti di conciliare le lor dissensioni, e d'incivilirne i costumi[370]. Gli Ambasciatori che giungevano a Ravenna dai più distanti paesi d'Europa, ammiravano la sua saviezza, cortesia e magnificenza[371]; e se accettava talvolta degli schiavi o delle armi, dei cavalli bianchi o de' rari animali, il dono d'un orologio solare, di un orologio ad acqua o di un istromento di musica dimostrava anche a' Principi della Gallia la superiore abilità ed industria degl'Italiani suoi sudditi. I domestici vincoli[372], che contrasse per mezzo della moglie, di due figlie, di una sorella e di una nipote, unirono la famiglia di Teodorico con i Re dei Franchi, de' Borgognoni, de' Visigoti, de' Vandali, e de' Turingi; e contribuirono a mantener la buon'armonia, o almeno la bilancia della gran Repubblica dell'Occidente[373]. Egli è difficile seguitare nelle cupe foreste della Germania e della Polonia l'emigrazione degli Eruli, feroce Popolo, che sdegnava l'uso dell'armatura, e condannava le vedove ed i vecchi genitori a non sopravvivere alla perdita de' loro mariti o alla diminuzione delle lor forze[374]. Il Re pertanto di questi selvaggi guerrieri domandò l'amicizia di Teodorico, e secondo le barbare cerimonie d'una militare adozione[375], fu innalzato al grado di suo figlio. Dalle rive del Baltico gli Estoni o Livoni portarono i loro doni d'ambra nativa[376] a' piedi d'un Principe, di cui la fama gli aveva mossi a intraprendere un ignoto e pericoloso viaggio di mille cinquecento miglia. Ei mantenne una frequente ed amichevol corrispondenza col paese[377], da cui la nazione Gotica trasse l'origine; gl'Italiani si cuoprivano co' ricchi zibellini[378] di Svezia; ed uno de' Sovrani di essa, dopo una volontaria o forzata rinuncia, trovò un cortese rifugio nel palazzo di Ravenna. Questi aveva regnato sopra una delle tredici numerose Tribù, che coltivavano una piccola parte della grande Isola o Penisola della Scandinavia, a cui si è talvolta applicata l'incerta denominazione di Thule. Era quella settentrional regione abitata o almeno cognita fino al 68 grado di latitudine, dove gli abitatori del cerchio polare godono e perdono in ogni solstizio d'estate e d'inverno la continua presenza del sole per un ugual periodo di quaranta giorni[379]. La lunga notte dell'assenza, o morte di esso, era la trista stagione dell'angustia e dell'inquietudine, finattantochè i messaggieri mandati sulle cime delle montagne non annunciavano i primi raggi della luce che tornava, e proclamavano alle sottoposte pianure la festa della sua resurrezione[380].
[A. 509]
La vita di Teodorico presenta il raro e lodevole esempio d'un Barbaro, che pose la sua spada nel fodero in mezzo all'orgoglio della vittoria e nel vigor dell'età. Consacrò un regno di trentatre anni a' doveri del Governo civile, e le guerre, nelle quali talvolta si trovò impegnato, presto furono terminate mercè la condotta de' suoi Generali, la disciplina delle sue truppe, le armi de' suoi alleati, ed anche il terror del suo nome. Ridusse sotto un forte e regolar Governo le poco profittevoli regioni della Rezia, del Norico, della Dalmazia e della Pannonia, dalla sorgente del Danubio e dal territorio de' Bavari[381] fino al piccolo regno formato da' Gepidi sulle rovine del Sirmio. Non poteva la sua prudenza sicuramente affidare il baloardo d'Italia a que' deboli e turbolenti vicini; e la sua giustizia potea pretender le terre, ch'essi opprimevano, o come una parte del proprio regno, o come un'eredità di suo padre. La grandezza però di un servo, a cui si dava il nome di perfido, perchè era fortunato, risvegliò la gelosia dell'Imperatore Anastasio e s'accese una guerra sulla frontiera della Dacia per la protezione che il Re Goto, nelle vicende delle cose umane, aveva accordato ad uno de' discendenti d'Attila. Sabiniano, generale illustre pel merito proprio e paterno, s'avanzò alla testa di diecimila Romani; e distribuì alle più feroci fra le Tribù de' Bulgari le provvisioni e le armi, che empievano una lunga serie di carri. Ma ne' campi di Margo l'esercito Orientale fu disfatto dalle inferiori forze de' Goti e degli Unni; restò irreparabilmente distrutto il fiore, ed anche la speranza delle armate romane; e tal era la temperanza, che Teodorico aveva ispirato alle vittoriose sue truppe, che non avendo il lor condottiere dato il segno del saccheggio, le ricche spoglie del nemico rimasero intatte ai lor piedi[382]. Esacerbata la Corte Bizantina da questa disgrazia, spedì dugento navi ed ottomila uomini a saccheggiare le coste marittime della Calabria e della Puglia; questi assalirono l'antica città di Taranto, interruppero il commercio e l'agricoltura d'un fertil paese, e se ne tornarono all'Ellesponto altieri della piratica loro vittoria sopra di un Popolo, ch'essi tuttavia pretendevano di risguardar come composto di _Romani_ loro fratelli[383]. L'attività di Teodorico ne affrettò possibilmente la ritirata; l'Italia fu posta al coperto da una flotta di mille piccoli vascelli[384], ch'ei fece costruire con incredibil prestezza, e la costante sua moderazione fu tosto premiata con una solida ed onorevole pace. Esso mantenne con forte mano la bilancia dell'Occidente, finattantochè non fu alla fine rovesciata dall'ambizione di Clodoveo; e quantunque non potesse assistere il suo temerario ed infelice congiunto, il re de' Visigoti, salvò i residui della sua famiglia e del suo Popolo e represse i Franchi in mezzo alla vittoriosa loro carriera. Io non voglio prolungare o ripetere[385] la narrazione di questi militari avvenimenti, che sono i meno interessanti del regno di Teodorico; e mi contenterò d'aggiungere, ch'ei protesse gli Alemanni[386]; che severamente gastigò un'incursione de' Borgognoni, e che la conquista ch'ei fece d'Arles e di Marsiglia, gli aprì una libera comunicazione co' Visigoti, che lo rispettavano tanto come loro nazional protettore, quanto come tutore del piccolo figlio di Alarico, suo nipote. Con questo rispettabil carattere il Re d'Italia rinnovò la Prefettura Pretoriana delle Gallie, riformò alcuni abusi nel Governo civile della Spagna, ed accettò l'annuo tributo, e l'apparente sommissione del militar Governatore di quella, che saviamente ricusò d'affidare la sua persona al palazzo di Ravenna[387]. La sovranità Gotica s'era stabilita dalla Sicilia fino al Danubio, da Sirmio o Belgrado fino al Mare Atlantico; ed i Greci stessi hanno confessato, che Teodorico regnò sopra la più bella parte dell'Impero Occidentale[388].
L'unione de' Goti e de' Romani avrebbe potuto fissar per de' secoli la passeggiera felicità dell'Italia, e la reciproca emulazione delle rispettive loro virtù avrebbe potuto appoco appoco formare un nuovo Popolo di sudditi liberi, e d'illuminati soldati, che avesse il primato fra le nazioni. Ma non era serbato pel regno di Teodorico il merito sublime di guidare o di secondare una rivoluzione di questa sorta: gli mancò il talento, o la comodità per esser legislatore[389]; e mentre fece godere a' Goti una rozza libertà, servilmente copiò le istruzioni, ed anche gli abusi del sistema politico formato da Costantino e da' suoi successori. Per un delicato riguardo agli spiranti pregiudizi di Roma, il Barbaro evitò il nome, la porpora ed il diadema degl'Imperatori; ma sotto il titolo ereditario di Re assunse tutta la sostanza e pienezza dell'imperial dignità[390]. Le sue espressioni verso il trono Orientale erano rispettose ed ambigue; celebrava in pomposo stile l'armonia delle due Repubbliche, applaudiva il suo governo, come la perfetta immagine d'un solo ed indiviso Impero, e pretendeva sopra i Re della Terra quella stessa preeminenza, ch'ei modestamente accordava alla persona o al posto d'Anastasio. Dichiaravasi ogni anno l'unione dell'Oriente coll'Occidente, mediante l'unanime scelta de' due Consoli; ma sembra che il Candidato italiano, ch'era nominato da Teodorico, ricevesse una formale conferma dal Sovrano di Costantinopoli[391]. Il palazzo gotico di Ravenna presentava l'immagine della Corte di Teodosio o di Valentiniano. Vi continuavano sempre ad agire da Ministri di Stato il Prefetto del Pretorio, il Prefetto di Roma, il Questore, il Maestro degli Ufizi co' Tesorieri pubblici e patrimoniali, le funzioni de' quali vengon dipinte con vistosi colori dalla rettorica di Cassiodoro. E la subornata amministrazione della giustizia e delle rendite era delegata a sette Consolari, e tre Correttori, ed a cinque Presidenti, che governavano le quindici _Regioni_ d'Italia secondo i principj, e fino con le formalità della Giurisprudenza Romana[392]. La violenza de' Conquistatori veniva abbattuta o delusa dal lento artifizio de' processi giudiciali; ristringevasi agl'Italiani l'amministrazion civile co' suoi onori ed emolumenti; ed il Popolo conservò sempre il proprio abito e linguaggio, le sue leggi e costumanze, la sua personal libertà, e due terzi delle proprie terre. L'oggetto d'Augusto era stato quello di nasconder l'introduzione della Monarchia; e la politica di Teodorico fu di mascherare il regno d'un Barbaro[393]. Se i suoi sudditi talvolta si risvegliaron da questa piacevol visione di un Governo romano, trassero un conforto più sostanziale dal carattere di un Principe Goto, che aveva penetrazione per discernere, e fermezza per procurare il proprio ed il pubblico interesse. Teodorico amava le virtù ch'ei possedeva, ed i talenti de' quali mancava. Liberio fu promosso all'ufizio di Prefetto del Pretorio per l'incorrotta sua fedeltà nell'infelice causa d'Odoacre. I Ministri di Teodorico, Cassiodoro[394] e Boezio, hanno fatto riflettere sopra il suo regno lo splendore del loro genio, e della loro dottrina. Cassiodoro però più prudente o più fortunato del suo collega conservò la propria riputazione senza perder la grazia reale; e dopo aver passato trent'anni fra gli onori del secolo, godè altrettanto tempo di riposo nella devota e studiosa solitudine di Squillace.
Era interesse e dovere del Re' Goto di coltivare, come protettore della Repubblica, l'affezione del Senato[395] e del Popolo. I nobili di Roma erano lusingati dai sonori epiteti e dalle formali proteste di rispetto, che si sarebbero più giustamente applicate al merito ed all'autorità de' loro maggiori. Il Popolo godeva senza timore o pericolo i tre benefizi d'una Capitale, cioè il buon ordine, l'abbondanza, ed i pubblici divertimenti. La misura stessa del donativo[396] dimostra una visibil diminuzione di esso: la Puglia, la Calabria e la Sicilia versavano ancora i loro tributi ne' granai di Roma; si distribuiva una porzione di pane e di companatico, agl'indigenti cittadini, e stimavasi onorevole qualunque ufizio, che fosse destinato alla cura della loro salute e felicità. I giuochi pubblici, di tal sorta che un ambasciator greco potea decentemente applaudirvi, presentavano una languida e debole copia della magnificenza de' Cesari: però la musica, la ginnastica e l'arte pantomimica non eran del tutto cadute in oblìo; le fiere dell'Affrica esercitavano tuttavia il coraggio e la destrezza de' cacciatori; e l'indulgente Goto o tollerava pazientemente, o dolcemente frenava le fazioni Azzurra e Verde, le contese delle quali empievano sì spesso il Circo di grida, ed anche di sangue[397]. Nel settimo anno del pacifico suo regno Teodorico visitò la vecchia capitale del Mondo; il Senato ed il Popolo in una solenne processione avanzossi a salutare il secondo Traiano, il nuovo Valentiniano, ed ei nobilmente sostenne questo carattere, assicurandoli d'un giusto e legittimo Governo[398] in un discorso che non ebbe timore di pronunziare in pubblico e di fare incidere in una tavola di rame. In quest'augusta ceremonia Roma fece risplendere un ultimo raggio della decadente sua gloria: ed un Santo, che fu spettatore di quel pomposo spettacolo, potè solo sperare, nella pia sua fantasia, che fosse superato dal celeste splendore della nuova Gerusalemme[399]. Nella dimora, che vi fece di sei mesi, la fama, la persona, ed il cortese contegno del Re Goto eccitarono l'ammirazion de' Romani, ed ei contemplò con ugual curiosità e sorpresa i monumenti ch'erano restati dell'antica loro grandezza. Impresse le vestigia di un conquistatore sul colle del Campidoglio, e francamente confessò, che ogni giorno mirava con nuova maraviglia il Foro di Traiano e l'alta di lui colonna. Il teatro di Pompeo anche nella sua decadenza compariva quale una gran montagna artificialmente incavata, pulita ed ornata dall'industria umana; ed all'ingrosso calcolò, che vi volle un fiume d'oro per innalzare il colossale anfiteatro di Tito[400]. Per mezzo di quattordici acquedotti si spargevano acque pure e copiose in ogni parte della città, e fra queste l'acqua Claudia, che aveva la sorgente alla distanza di trentotto miglia nelle montagne Sabine, passava per un dolce, quantunque costante, declivio di solidi archi fino alla sommità del monte Aventino. Le lunghe e spaziose volte, costruite per servire alle Cloache pubbliche, sussistevano dopo dodici secoli nel pristino loro stato; e que' sotterranei canali si son preferiti a tutte le visibili maraviglie di Roma[401]. I Re Goti, accusati con tanta ingiustizia della rovina delle antichità, furon solleciti di conservare i monumenti della nazione che essi avevano soggiogata[402]. Emanarono degli editti reali per impedire gli abusi, la trascuratezza o le depredazioni de' cittadini medesimi; e per le riparazioni ordinarie delle mura e degli edifizi pubblici, si destinarono uno sperimentato Architetto, l'annua somma di dugento libbre d'oro, venticinquemila pezzi di materiali, ed il prodotto della dogana del Porto Lucrino. Una simil cura s'estese alle statue di metallo o di marmo, sì degli uomini, che degli animali. S'applaudiva da' Barbari allo spirito de' cavalli, che hanno dato al Quirinale un nome moderno[403]; furono diligentemente restaurati gli Elefanti di bronzo[404] della _Via sacra_; la famosa vitella di Mirone ingannava il bestiame, quando passava pel Foro della Pace[405]; e fu creato un ufiziale apposta per difendere quelle opere delle arti, che Teodorico risguardava come l'ornamento più nobile del suo Regno.
Seguitando l'esempio degli ultimi Imperatori, Teodorico scelse la residenza di Ravenna, dove coltivava con le sue proprie mani un giardino[406]. Ogni volta ch'era minacciata la pace del suo regno (giacchè questo non fu mai invaso) da' Barbari, ei trasferiva la sua Corte a Verona[407] sulla frontiera settentrionale, e la figura del suo Palazzo, che tuttavia esiste in una medaglia, rappresenta la più antica ed autentica forma d'architettura gotica. Queste due Capitali ugualmente che Pavia, Spoleto, Napoli e le altre città d'Italia, sotto il suo Regno acquistarono le utili e splendide decorazioni di chiese, di acquedotti, di bagni, di portici e di palazzi[408]. Ma la felicità del suddito con maggior verità si manifestava nell'attivo spettacolo del lavoro e del lusso, nel rapido aumento e nel godimento libero della ricchezza nazionale. Dalle ombre di Tivoli e di Preneste, i Senatori Romani tuttavia nell'inverno si ritiravano al temperato calore ed alle salubri fonti di Baia, e le loro ville, che s'avanzavano sopra solide moli nel Golfo di Napoli, godevano le varie vedute del cielo, della terra e dell'acqua. Dalla parte orientale dell'Adriatico, erasi formata una nuova Campania nella bella e fertil provincia dell'Istria, la quale comunicava col palazzo di Ravenna, mediante una facil navigazione di cento miglia. Le ricche produzioni della Lucania e delle contigue Province, si portavano alla Fonte Marcilia, dov'era una copiosa fiera ogni anno, consacrata al commercio, all'intemperanza ed alla superstizione. Nella solitudine di Como, che fu animata una volta dal dolce genio di Plinio, un trasparente bacino di sopra sessanta miglia in lunghezza tuttavia rifletteva le rurali dimore, che circondavano il margine del lago Lario, ed una triplice coltivazione di ulivi, di viti e di castagni cuopriva il piacevol pendìo delle colline[409]. All'ombra della pace risorse l'agricoltura, e si moltiplicarono i coltivatori mediante il riscatto degli schiavi[410]. Si scavavano con attenzione le miniere di ferro della Dalmazia, ed una d'oro nell'Abruzzo, e le paludi Pontine, come anche quelle di Spoleto, furono asciugate e coltivate da privati speculatori, il lontano premio de' quali dee dipendere dalla continuazione della pubblica prosperità[411]. Quando le stagioni eran meno propizie, le dubbiose precauzioni di fare de' magazzini di grano, di fissarne il prezzo e di proibirne l'esportazione, dimostravano almeno la buona volontà del Governo; ma la straordinaria abbondanza, che un industrioso Popolo ricavava da un terreno fecondo, era tale che alle volte una pinta di vino si vendeva in Italia per meno di tre _farthings_ (tre quattrini) ed un sacco di grano per circa cinque scellini e sei soldi (o sia sette lire)[412]. Un paese che aveva tanti valutabili oggetti di commercio, attrasse ben tosto i mercanti da ogni parte, il lucroso traffico de' quali veniva incoraggiato o protetto dal genio liberale di Teodorico. Fu restaurata ed estesa la libera comunicazione delle Province per terra e per acqua; non si chiudevano mai nè di giorno nè di notte le porte delle Città; ed il detto comune, che una borsa d'oro lasciata in un campo era salva, esprimeva l'interna sicurezza degli abitanti.