Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 06
Part 5
Quando parve, che Stilicone abbandonasse il suo Sovrano nello indifeso palazzo di Milano, aveva probabilmente calcolato il termine della sua assenza, la distanza del nemico, e gli ostacoli, che potean ritardarne la marcia. Contò principalmente su' fiumi d'Italia, come l'Adige, il Mincio, l'Oglio, e l'Adda, che nell'inverno o nella primavera, al cader delle piogge o allo struggersi delle nevi, comunemente si gonfiano in larghi ed impetuosi torrenti[99]. Ma accadde, che la stagione fu notabilmente secca; ed i Goti poterono senza impedimento veruno attraversare i larghi e pietrosi letti, il centro de' quali era debolmente segnato dal corso d'una piccola dose d'acqua. Il ponte ed il passaggio dell'Adda furono assicurati da un forte distaccamento dell'armata Gotica; e quando Alarico si avvicinò alle mura o piuttosto a' sobborghi di Milano, godè la superba soddisfazione di veder fuggire avanti di sè l'Imperator dei Romani. Onorio, accompagnato da un piccol treno di Ministri e di Eunuchi, precipitosamente si ritirò verso le Alpi col disegno di assicurare la sua persona nella città d'Arles, che spesso era stata la residenza reale de' suoi Predecessori. Aveva egli[100] appena passato il Po, che fu sopraggiunto dalla velocità della cavalleria Gotica[101]; onde l'urgente pericolo lo costrinse a cercare un temporaneo rifugio nella fortezza di Asti, città della Liguria o del Piemonte, situata sulle rive del Tanaro[102]. Il Re dei Goti subito formò ed instancabilmente strinse l'assedio di un'oscura piazza, che conteneva una preda sì ricca, e sembrava incapace di lungamente resistere; nè l'ardita dichiarazione, che in appresso potè fare l'Imperatore, che il suo petto non era mai stato suscettibile di timore, ebbe probabilmente gran credito neppure nella sua propria Corte[103]. Nell'ultima e quasi disperata estremità, dopo che i Barbari aveano già proposta un'indegna capitolazione, l'Imperial prigioniero ad un tratto fu liberato per la fama, per l'avvicinamento, e finalmente per la presenza dell'Eroe, che aveva sì lungamente aspettato. Stilicone, alla testa d'una scelta ed intrepida vanguardia, passò a nuoto l'Adda per guadagnare il tempo che avrebbe dovuto perdere nell'attacco del ponte; il passaggio del Po fu un'impresa di molto minore rischio e difficoltà; e la felice azione, con cui si fece strada pel campo Gotico alle mura di Asti, ravvivò le speranze, e vendicò l'onore di Roma. Il Barbaro, invece di cogliere il frutto di sua vittoria, fu appoco appoco investito per ogni parte dalle truppe dell'Occidente, che l'una dopo l'altra venivano da tutti i passi delle Alpi; i suoi quartieri furono ristretti; ne furono intercettati i convogli; e la vigilanza de' Romani preparavasi a formare una catena di fortificazioni, e ad assediare le linee degli assedianti. Adunossi un consiglio militare dei chiomati Capitani della nazione Gotica; di quei vecchi guerrieri, che avevano i corpi coperti di pelli, ed i fieri aspetti dei quali eran segnati d'onorevoli ferite. Essi ponderaron la gloria di persistere nell'impresa, confrontata col vantaggio d'assicurar la loro preda, ed approvarono il prudente partito d'un'opportuna ritirata. In quest'importante dibattimento, Alarico dimostrò il coraggio d'un conquistatore di Roma; e dopo d'aver rammentato ai suoi nazionali le illustri azioni già fatte, ed i loro disegni, concluse il suo animoso discorso con la solenne e positiva protesta, ch'egli avea risoluto di trovare in Italia un regno o un sepolcro[104].
[A. 403]
La sconnessa disciplina de' Barbari gli esponeva sempre al pericolo d'una sorpresa; ma invece di scegliere le ore dissolute di libertinaggio e d'intemperanza, Stilicone risolvè di attaccare i Cristiani Goti mentre erano devotamente occupati nel celebrar la festa di Pasqua[105]. L'esecuzione dello stratagemma, o come fu chiamato dal Clero, del sacrilegio, fu affidata a Saul, Barbaro e Pagano, che però avea militato con distinta reputazione fra' veterani Generali di Teodosio. Il campo de' Goti, che Alarico avea piantato vicino a Pollenzia[106], fu posto in confusione dal subitaneo ed improvviso attacco della cavalleria Imperiale; ma in pochi momenti l'indomito genio del lor condottiero diede loro un ordine ed un campo di battaglia; ed appena si riebbero dalla sorpresa, la pia fiducia, che il Dio de' Cristiani avrebbe sostenuto la loro causa, battaglia, che fu lungamente sostenuta con ugual coraggio e buon successo, il Capo degli Alani, che in una piccola e selvaggia figura nascondeva un'anima generosa, provò la sospetta sua fedeltà collo zelo, con cui pugnò, e cadde in servigio della Repubblica; e si è conservata imperfettamente la fama di questo valoroso Barbaro nei versi di Claudiano, mentre il Poeta, che ne celebrò il raro valore, ha tralasciato di rammentarne il nome. Alla sua morte successe la fuga e la confusione degli squadroni, che comandava; e la disfatta d'un'ala della cavalleria avrebbe potuto decidere della vittoria in favor d'Alarico, se Stilicone subito non avesse condotto in campo la Romana e Barbara infanteria. La perizia del Generale, e la bravura dei soldati sormontò ogni ostacolo. Nella sera di quella sanguinosa giornata, i Goti si ritirarono dal campo di battaglia, le trincere del loro accampamento furono forzate, e la scena di rapina e di strage in qualche modo espiò le calamità, ch'essi aveano portato a' sudditi dell'Impero[107]. Le splendide spoglie d'Argo e di Corinto arricchirono i veterani dell'Occidente; la moglie d'Alarico, la quale aveva impazientemente richiesta la promessa delle gioie Romane e delle schiave Patrizie[108], fatta prigioniera, fu ridotta ad implorare la compassione dell'insultante nemico; e più migliaia di schiavi, liberati dalle catene de' Goti, sparsero per le Province dell'Italia le lodi dell'eroico loro liberatore. Il trionfo di Stilicone[109] fu paragonato dal Poeta, e forse dal Pubblico, a quello di Mario, che nell'istessa parte d'Italia aveva attaccato e distrutto un altro esercito di Barbari Settentrionali. Le grandi ossa, ed i vuoti elmi de' Cimbri e de' Goti potrebbero facilmente confondersi dalle successive generazioni; e la posterità potrebbe innalzare un trofeo comune alla memoria de' due più illustri Generali, che abbiano vinto sul medesimo memorabile suolo i due più formidabili nemici di Roma[110].
L'eloquenza di Claudiano[111] ha celebrato con prodigo applauso la vittoria di Pollenzia, una delle più gloriose giornata della vita del suo Signore; ma la ripugnante e parziale sua musa concede anche una più genuina lode al carattere del Re Goto. Il suo nome in vero è infamato dai vergognosi epiteti di pirata e di ladro, a' quali i conquistatori d'ogni secolo hanno sì giusto diritto: ma il Poeta di Stilicone è costretto a confessare, che Alarico godeva quell'invincibile qualità d'animo, che rende superiore ad ogni disgrazia, e trae dall'avversità sempre nuovi mezzi di risorgere. Dopo la total disfatta della sua infanteria, egli fuggì o piuttosto ritirossi dal campo di battaglia con la maggior parte della cavalleria salva ed intatta. Senza perdere un momento a compiangere l'irreparabil perdita di tanti suoi bravi compagni, lasciò che il vittorioso nemico stringesse in catene le schiave immagini d'un Re Goto[112]; ed arditamente risolvè d'aprirsi i mal guardati passi dell'Apennino, di sparger la desolazione sul fertile suolo della Toscana, o di vincere o di morire avanti le porte di Roma. Fu salvata la Capitale dall'attiva ed instancabile diligenza di Stilicone; ma egli rispettò la disperazione del nemico; ed invece di commettere il destino della Repubblica all'evento d'un'altra battaglia, propose di comprare l'assenza de' Barbari. Lo spirito d'Alarico avrebbe rigettato tali termini d'accordo, quali erano la permissione di ritirarsi e l'offerta d'una pensione, con disprezzo e con isdegno; ma esso esercitava solo un'autorità limitata o precaria sopra indipendenti Capitani, che l'avevano innalzato per servizio loro al di sopra de' suoi uguali; questi eran sempre meno disposti a seguitare un Generale infelice, e molti di loro eran tentati di provvedere al proprio interesse, mediante una privata negoziazione col ministro d'Onorio. Il Re si sottomise alla voce del suo popolo, ratificò il trattato coll'Impero Occidentale, e ripassò il Po con gli avanzi del florido esercito, che aveva condotto in Italia. Una considerabil parte dello forze Romane continuò tuttavia ad osservare i suoi movimenti; e Stilicone, che aveva una segreta corrispondenza con alcuni Capitani Barbari, fu puntualmente informato de' disegni, che si facevano nel campo, e nel consiglio d'Alarico. Il Re de' Goti, ambizioso di segnalare la sua ritirata con qualche splendido fatto, avea risoluto di occupare l'importante città di Verona, che domina il passo delle Alpi Rezie; e dirigendo la sua marcia pei territorj di quelle tribù Germaniche, l'alleanza delle quali avrebbe restaurato l'esausta sua forza, invadere dalla parte del Reno inaspettatamente le ricche Province della Gallia. Ignorando il tradimento, che avea già manifestato la sua ardita e giudiziosa intrapresa, s'avanzò verso i paesi delle montagne, ch'erano già stati occupati dallo truppe Imperiali, dove si trovò esposto ad un generale attacco nella fronte, ne' lati, e nella retroguardia. In questa sanguinosa azione, che seguì ad una piccola distanza dalle mura di Verona, la perdita de' Goti non fu meno grave di quella che avevan sofferto nella disfatta di Pollenzia; ed il loro valoroso Re, che scampò per la velocità del suo cavallo, avrebbe dovuto restare ucciso, o prigioniero, se la precipitosa temerità degli Alani non avesse sconcertato i disegni del Generale Romano. Alarico assicurò i residui del suo esercito sopra le vicine rupi; e si preparò con indomita fermezza a sostenere un assedio contro il numero superiore del nemico che l'investì da ogni lato. Ma non poteva egli opporsi al distruttivo progresso della fame e del disagio; nè gli era possibile di frenare la continua diserzione de' capricciosi ed impazienti suoi Barbari. In questa estremità trovò ancora nuovi ripieghi nel proprio coraggio, o nella moderazione del suo nemico; e risguardossi la ritirata del Re Goto come la liberazione dell'Italia[113]. Nonostante il Popolo ed anche il Clero, incapace di formare alcun ragionevol giudizio degli affari di pace e di guerra, pretese d'attaccar la politica di Stilicone, il quale tante volte circondò, e tante volte lasciò scappare l'implacabil nemico della Repubblica. Il primo momento della pubblica salvezza è consacrato alla gratitudine ed alla gioia; ma il secondo s'occupa diligentemente nell'invidia e nella calunnia[114].
[A. 404]
I cittadini di Roma erano stati sorpresi dall'avvicinarsi d'Alarico; e la diligenza, con cui procurarono di risarcire le mura della Capitale, dimostrò i loro timori, e la decadenza dell'Impero. Dopo la ritirata dei Barbari, Onorio s'indusse ad accettare il rispettoso invito del Senato ed a celebrare nell'Imperial città l'epoca felice della vittoria Gotica, e del sesto suo consolato[115]. I sobborghi e le strade, dal ponte Milvio al Colle Palatino, eran piene del Popolo Romano, che nello spazio d'un secolo era stato solo tre volte onorato dalla presenza de' suoi Sovrani. Tenendo fissi gli occhi sul carro, dove Stilicone meritamente sedeva accanto al suo Reale pupillo, applaudivano essi alla pompa d'un trionfo, che non era macchiato, come quello di Costantino e di Teodosio, dal sangue civile. Passò la processione sotto un arco sublime, ch'era stato innalzato a quest'effetto: ma in meno di sette anni i Gotici conquistatori di Roma poteron leggere (se pure n'eran capaci) la superba inscrizione di quel monumento, che attestava la disfatta e distruzione totale della loro nazione[116]. L'Imperatore dimorò più mesi nella Capitale, ed ogni parte del suo contegno dimostrava la premura, che aveva di conciliarsi l'affezione del Clero; del Senato, e del Popolo di Roma. Il Clero fu edificato dalle frequenti visite, e dai generosi doni che fece alle Reliquie degli Apostoli. Il Senato che nella trionfal processione era stato liberato dalla umiliante ceremonia di precedere a piedi il carro Imperiale, fu trattato con quella decente riverenza, che Stilicone affettò sempre per quell'Assemblea. Il popolo fu più volte soddisfatto dall'attenzione e dalla cortesia d'Onorio ne' pubblici giuochi, che in quell'occasione si celebrarono con una magnificenza non indegna dello spettatore. Appena fu terminato il numero destinato delle corse de' cavalli, ad un tratto cangiossi la decorazione del Circo; la caccia delle fiere somministrò un vario e splendido divertimento; ed alla caccia successe una danza militare, che nella vivace descrizione di Claudiano somiglia la rappresentazione d'un moderno torneo.
In questi giuochi d'Onorio, i crudeli combattimenti de' Gladiatori[117] macchiarono per l'ultima volta l'anfiteatro di Roma. Il primo Imperatore Cristiano può attribuirsi l'onore del primo editto, che condannò l'arte ed il piacere di spargere il sangue umano[118]; ma questa benefica legge non espresse che i desiderj del Principe, senza riformare un abuso inveterato che degradava un popolo culto sotto la condizione di selvaggi Cannibali. Ogni anno si trucidavano varie centinaia, e forse più migliaia di vittime nelle grandi città dell'Impero; ed il mese di Decembre, più specialmente consacrato ai combattimenti dei gladiatori, esibiva sempre agli occhi del Popolo Romano un grato spettacolo di sangue e di crudeltà. In mezzo all'universal gioia della vittoria di Pollenzia, un Poeta Cristiano esortò l'Imperatore ad estirpare con la sua autorità l'orribil costume, che sì lungamente avea resistito alla voce dell'umanità e della religione[119]. Le patetiche rappresentanze di Prudenzio furon meno efficaci del generoso ardire di Telemaco, monaco Asiatico, la morte del quale fu più vantaggiosa al genere umano, che la sua vita[120]. I Romani si adontarono in vedere interrotti i loro piaceri; e il coraggioso monaco, il quale era disceso nell'arena per separare i gladiatori, restò oppresso da un nuvol di sassi. Ma tosto calmossi la frenesia popolare; fu rispettata la memoria di Telemaco, che avea meritato gli onori del martirio; e si sottomisero senza remore alle leggi d'Onorio, che per sempre abolirono gli umani sacrifizj dell'anfiteatro. I cittadini, ch'erano attaccati a' costumi dei loro Maggiori, potevano forse insinuare, che si mantenevan gli ultimi avanzi d'uno spirito marziale in quella scuola di fortezza, la quale assuefaceva i Romani alla vista del sangue, ed al disprezzo della morte: vano e crudel pregiudizio, sì nobilmente smentito dal valore dell'antica Grecia e della moderna Europa[121].
[A. 494]
Il recente pericolo, a cui s'era esposta la persona dell'Imperatore nell'indifeso palazzo di Milano, lo mosse a cercar un rifugio in qualche inaccessibil fortezza d'Italia, dove potesse restar sicuro, quando l'aperta campagna fosse coperta da un diluvio di Barbari. Sulla costa dell'Adriatico, circa dieci o dodici miglia lontano dalla più meridionale delle sette bocche del Po, i Tessali avevan fondato l'antica colonia di Ravenna[122], ch'essi poi abbandonarono a' nativi dell'Umbria. Augusto, che avea notato l'opportunità del luogo preparò alla distanza di tre miglia dall'antica Città, un Porto capace di ricevere dugento cinquanta navi da guerra. Tale stabilimento navale che conteneva gli arsenali, i magazzini, e le baracche delle Truppe insieme con le case degli artefici, trasse l'origine ed il nome dalla permanente dimora della flotta Romana: lo spazio intermedio fu tosto ripieno di fabbriche e di abitanti; ed i tre popolati ed estesi quartieri di Ravenna a grado a grado contribuirono a formare una delle più importanti città dell'Italia. Il principal canale d'Augusto conduceva una copiosa quantità di acque del Po per mezzo della città all'entratura del porto; le medesime acque s'introducevano in profonde fosse, che circondavano le mura; si distribuivano per mille canali minori in ogni parte della città, ch'essi dividevano in una quantità di piccole isole; se ne manteneva la comunicazione solo coll'uso dei battelli e de' ponti; e le case di Ravenna, la figura delle quali può paragonarsi a quelle di Venezia, erano alzate su fondamenti di pali di legno. La campagna addiacente, alla distanza di molte miglia, era una profonda ed impenetrabil palude; e l'artificiale sentiero, che univa Ravenna col Continente, potea facilmente guardarsi o distruggersi all'avvicinarsi d'un'armata nemica. Quelle paludi però erano sparse di vigne; e quantunque il terreno fosse esausto da quattro o cinque raccolte, la città godeva una più abbondante copia di vino, che d'acqua fresca[123]. L'aria, invece d'essere infettata dalle malsane, e quasi pestilenziali esalazioni de' bassi e pantanosi terreni, era distinta, come i contorni d'Alessandria, per la straordinaria sua purità e salubrità; e s'attribuiva questo singolar vantaggio a' flutti regolari dell'Adriatico, che purgavano i canali, impedivano l'insalubre stagnamento delle acque ed ogni giorno portavano nel centro di Ravenna i vascelli della vicina campagna. Il mare, appoco appoco ritirandosi, ha lasciato la moderna città alla distanza di quattro miglia dall'Adriatico; e fino dal quinto e sesto secolo dell'Era Cristiana, il porto d'Augusto fu convertito in amene piantazioni, ed un solitario bosco di pini cuoprì quel suolo, dove una volta la flotta Romana stava sulle ancore[124]. Anche tale alterazione contribuì ad accrescere la natural fortezza del luogo; e la bassezza delle acque faceva un sufficiente riparo contro le grosse navi dell'inimico. Questa situazion vantaggiosa fu inoltre fortificata dal travaglio e dall'arte; e l'Imperatore dell'Occidente, nel ventesimo anno dell'età sua, ansioso soltanto della propria personal sicurezza, ritirossi nel perpetuo confino delle mura e delle paludi di Ravenna. Fu imitato l'esempio d'Onorio da' Re Goti, suoi deboli successori, e di poi dagli Esarchi, i quali occuparono il trono ed il palazzo degl'Imperatori; e fino alla metà dell'ottavo secolo Ravenna fu risguardata come la sede del Governo e la Capitale dell'Italia[125].
[A. 400]
I timori d'Onorio non erano senza fondamento, nè le sue precauzioni furono senz'effetto. Nel tempo che l'Italia si rallegrava per la sua liberazione dai Goti, eccitossi una furiosa tempesta fra le nazioni della Germania, che cederono all'irresistibile impulso, che sembra essere stato a grado a grado comunicato loro dall'estremità orientale del continente dell'Asia. Gli Annali Chinesi, nella maniera che si sono interpretati dalla dotta industria del presente secolo, possono utilmente applicarsi a scuoprir le segrete e remote cause della caduta dell'Imperio Romano. Quell'esteso tratto di paese, che è al settentrione della gran muraglia, dopo la fuga degli Unni fu occupato da' vittoriosi Sienpi, che alle volte si divisero in tribù indipendenti, ed alle volte si trovaron riuniti sotto un supremo Capo, finattantochè in ultimo, dandosi il nome di Topa o di Signori della Terra, acquistarono una maggiore stabilità, ed un potere più formidabile. In breve obbligarono essi le pastorali nazioni del deserto orientale a conoscere la superiorità delle loro armi; invasero la China in un tempo di debolezza e d'interna discordia; e questi fortunati Tartari, adottando le leggi ed i costumi del popolo vinto, fondarono un'Imperial Dinastia, che regnò quasi cento sessant'anni sulle province Settentrionali della Monarchia. Qualche generazione prima che salissero sul trono della China, uno dei Principi Topa aveva arrolato nella sua cavalleria uno schiavo, chiamato Moko, celebre pel suo valore; ma che fu indotto dal timore del gastigo o disertare, ed a vagare pel deserto alla testa di cento seguaci. Questa mano di ladri e di banditi divenne poi un campo, una tribù, un numeroso popolo distinto col nome di _Geougen_; ed i posteri di Moko lo schiavo, ereditarj lor Capitani, presero posto fra i Monarchi della Scizia. Toulun, che fu il più grande fra i discendenti di esso, esercitò la sua gioventù in quelle avversità che sono la scuola degli Eroi. Combattè valorosamente con la fortuna, ruppe l'imperioso giogo del Topa, e divenne il legislatore della sua nazione, ed il conquistatore della Tartaria. Distribuì le sue truppe in corpi regolari di cento e di mille uomini; i codardi erano lapidati; si proponevano gli onori più splendidi come premj del valore, e Toulun, abbastanza instrutto per non curare il saper della China, non adottò che quelle arti e quegl'instituti, che favorivano lo spirito militare del suo Governo. Piantava nella state le sue tende sulle fertili rive del Selinga, trasportandole nell'inverno ad una latitudine più meridionale. S'estendevano le sue conquiste dalla Corea fino al di là del fiume Irtish. Vinse nella regione al norte del mar Caspio la nazione degli Unni; ed il nuovo titolo di _Kan_ o _Cagan_, indicò la fama ed il potere che trasse da questa memorabil vittoria[126].
[A. 405]
Resta interrotta o piuttosto celata la catena degli avvenimenti, quando si passa dal Volga alla Vistola per l'oscuro spazio, che separa gli estremi confini della geografia Chinese e Romana. Pure l'indole de' Barbari e l'esperienza delle posteriori emigrazioni abbastanza dimostrano, che gli Unni, i quali erano oppressi dalle armi dei Geougensi, dovetter sottrarsi ben presto dalla presenza d'un insultante vincitore. I paesi verso il Ponto Eussino erano già occupati dalle tribù loro congiunte, e la precipitosa loro fuga, che tosto si convertì in un audace assalto, doveva più naturalmente dirigersi verso le ricche ed uguali pianure, per le quali la Vistola piacevolmente scorre verso il mar Baltico. Dovè il Settentrione di nuovo esser commosso ed agitato dall'invasione degli Unni; e le nazioni, che fuggivan da loro, doveron posarsi con grave peso sui confini della Germania[127]. Gli abitanti di quelle regioni, che gli antichi hanno assegnato agli Svevi, a' Vandali, ed ai Borgognoni, poteron prendere la risoluzione d'abbandonare a' fuggitivi della Sarmazia le loro foreste e lagune, o almeno di scaricare la superflua loro popolazione nelle Province del Romano Impero[128]. Circa quattr'anni dopo che il vittorioso Toulun aveva preso il titolo di Kan dei Geougensi, un altro Barbaro, cioè il superbo Rodogasto, o Radagaiso[129] marciò dall'estremità settentrionali della Germania quasi fino alle mura di Roma, lasciò gli avanzi del suo esercito a terminare la distruzione dell'Occidente. I Vandali, gli Svevi ed i Borgognoni formavano il corpo di questa formidabile armata; ma gli Alani, che avevan trovato un cortese accoglimento nelle nuove loro abitazioni, aggiunsero un'attiva cavalleria alla grave infanteria dei Germani; e gli avventurieri Gotici corser con tanto ardore alle bandiere di Radagaiso, che alcuni storici lo hanno chiamato Re de' Goti. Facevan pompa nella vanguardia dodicimila guerrieri, distinti dal volgo per la nobile nascita o per le valorose lor geste[130]; e tutta la moltitudine, che non era minore di dugentomila combattenti, aggiuntevi lo donne, i fanciulli, e gli schiavi, poteva montare sino al numero di quattrocentomila persone. Venne questa terribile emigrazione dalla medesima costa del Baltico, dalla quale uscirono le migliaia di Cimbri e di Teutoni ad assaltar Roma e l'Italia nel vigor della Repubblica. Dopo la partenza di quei Barbari, il nativo loro paese, in cui si vedevano i vestigi di lor grandezza, come grosse mura, e moli gigantesche[131], fu per qualche secolo ridotto ad una vasta ed arida solitudine, finattantochè non fu rinnovata la specie umana dalla forza della generazione, e non fu ripieno quel vôto dal concorso di nuovi abitanti. Anche le nazioni, che presentemente usurpano un'estension di terreno, che non son capaci di coltivare, sarebber tosto soccorse dall'industriosa povertà dei loro vicini, se il governo dell'Europa non proteggesse i diritti, del dominio e della proprietà.
[A. 406]