Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 06

Part 40

Chapter 403,026 wordsPublic domain

Nel lungo ed attivo suo regno, il Monarca Affricano aveva diligentemente coltivato l'amicizia de' Barbari dell'Europa, per poterne impiegare le armi in opportune ed efficaci diversioni contro i due Imperi. Dopo la morte d'Attila, rinnovò la sua alleanza co' Visigoti della Gallia; ed i figli di Teodorico il Vecchio, che regnarono l'un dopo l'altro su quella guerriera nazione restarono facilmente persuasi dal sentimento d'interesse a dimenticare il crudele affronto, che Genserico aveva fatto alla loro sorella[866]. La morte dell'Imperator Majoriano liberò Teodorico II dal freno del timore, e forse dell'onoratezza; egli violò il trattato fatto recentemente co' Romani; e l'ampio territorio di Narbona, che stabilmente unì a' suoi Stati, divenne il premio immediato della sua perfidia. La privata politica di Ricimero l'incoraggì ad invadere le Province possedute da Egidio, suo rivale; ma l'attivo Conte mediante la difesa d'Arles e la vittoria d'Orleans salvò la Gallia, e contenne durante la sua vita il progresso de' Visigoti. Si riaccese tosto la loro ambizione, e fu concepito e quasi condotto a termine, il disegno d'estinguere il Romano Impero nella Spagna e nella Gallia, sotto il regno d'Enrico, il quale assassinò Teodorico suo fratello; e dimostrò, unitamente ad un'indole più selvaggia, maggiore abilità sì in pace che in guerra. Passò i Pirenei alla testa d'un numeroso esercito, soggiogò le città di Saragozza e di Pamplona, vinse in battaglia i nobili guerrieri della Provincia Tarragonese, portò le vittoriose sue armi nel cuore della Lusitania e permise agli Svevi di ritenere il regno della Gallicia, sottoposto alla Gotica Monarchia di Spagna[867]. Gli sforzi d'Enrico non furono meno vigorosi, o di minor successo nella Gallia; ed in tutto quel tratto di paese, che, s'estende da' Pirenei al Rodano ed alla Loira le sole città o Diocesi del Berry e dell'Alvergna ricusarono di conoscerlo per loro Signore[868]. Gli abitanti dell'Alvergna sostennero nella difesa di Clermont, loro principal città, con inflessibile fermezza la guerra, la peste, e la fame, ed i Visigoti abbandonandone l'inutile assedio, sospesero le speranze di quell'importante conquista. La gioventù della Provincia era animata dall'eroico e quasi incredibil valore d'Ecdicio, figlio dell'Imperatore Avito[869], che fece una disperata sortita con soli diciotto cavalli, attaccò arditamente l'armata Gotica, e dopo aver fatto una volante scaramuccia, si ritirò salvo e vittorioso dentro le mura di Clermont. La carità uguagliava il coraggio di esso: in tempo di un'estrema carestia si nutrivano a sue spese quattromila poveri; e di privata sua autorità levò un esercito di Borgognoni per liberare l'Alvergna. Solo dalle sue virtù i fedeli cittadini della Gallia traevano qualche speranza di salute o di libertà; ed eziandio tali virtù non furono sufficienti ad impedire l'imminente rovina della lor patria, poichè essi erano ansiosi d'apprendere dall'autorità ed esempio di lui, se dovevan preferire l'esilio o la servitù[870]. Si era perduta la fiducia nella pubblica forza; erano esausti i mezzi dello Stato; ed i Galli avevan pur troppo ragione di credere, che Antemio, che regnava in Italia, fosse incapace di difendere gli angustiati suoi sudditi di là dalle alpi. Non potè il debole Imperatore procurare per difesa loro, che l'opera di dodicimila ausiliari Britanni. Riotamo, uno degl'indipendenti Re, o Capitani dell'Isola, fu indotto a trasferir le sue truppe nel continente della Gallia; ei rimontò la Loira, e piantò il suo quartiere nel Berry, dove il Popolo si dolse di questi gravosi alleati; finattantochè non furono distrutti o dispersi dalle armi de' Visigoti[871].

[A. 468]

Uno degli ultimi atti di giurisdizione, ch'esercitasse il Senato Romano sopra i suoi sudditi della Gallia, fu il processo, e la condanna d'Arvando, Prefetto del Pretorio. Sidonio, che si rallegra di vivere sotto un regno, in cui era permesso di compassionare e d'assistere un reo di Stato, ha esposto con libertà e pateticamente le colpe dell'indiscreto ed infelice suo amico[872]. I pericoli, che Arvando aveva evitati, gli ispirarono ardire, piuttosto che senno; ed era di tal sorta la varia, quantunque uniforme, imprudenza del suo contegno, che dee comparir molto più sorprendente la prosperità, che la caduta di esso. La seconda Prefettura, che ottenne dentro il termine di cinque anni, distrusse il merito e la popolarità della sua precedente amministrazione. La facile sua natura fu corrotta dall'adulazione, ed esacerbata dall'opposizione; e fu costretto a soddisfare gl'importuni suoi creditori con le spoglie della Provincia; la sua capricciosa insolenza offese i nobili della Gallia, e cadde sotto il peso dell'odio pubblico, per un ordine, che indicava la sua disgrazia; fu citato a giustificare la sua condotta avanti al Senato; ed egli passò il mar di Toscana con un vento favorevole; presagio, com'egli vanamente s'immaginava, delle sue future fortune. Si osservò sempre un decente rispetto pel grado prefettoriale; ed al suo arrivo in Roma Arvando fu commesso all'ospitalità, piuttosto che alla custodia, di Flavio Ascelo, Conte delle sacre largizioni, che abitava nel Campidoglio[873]. Agirono ardentemente contro di esso i suoi accusatori, vale a dire i quattro Deputati della Gallia, ch'eran tutti distinti per la nascita, per le dignità, o per l'eloquenza loro. In nome d'una gran Provincia, e secondo la formalità della Giurisprudenza Romana, intentarono un'azione civile e criminale, richiedendo una restituzione tale, che potesse compensare le perdite degl'individui, ed un tal gastigo, che soddisfar potesse la giustizia dello Stato. Le accuse, che gli davano la corrotta oppressione, erano numerose e di peso, ma ponevano la segreta loro fiducia in una lettera, ch'essi avevano intercettato, e che potevan provare, mediante la testimonianza del suo segretario, esser stata dettata da Arvando medesimo. Sembrava, che l'autore di questa lettera dissuadesse il Re de' Goti dalla pace coll'Imperator _Greco_: ei suggeriva d'attaccare i Brettoni sulla Loira; e commendava una divisione della Gallia, secondo il Gius delle Genti, fra i Visigoti ed i Borgognoni[874]. Questi perniciosi disegni che solo un amico poteva palliare co' nomi di vanità e d'indiscrezione, potevano interpretarsi come tradimenti, ed i Deputati avevano artificiosamente risoluto di non produrre le loro più formidabili armi fino al momento della decisione della causa. Ma lo zelo di Sidonio scoprì le loro intenzioni. Esso immediatamente avvisò del pericolo il reo, che nulla di ciò sospettava; e sinceramente compianse, senza irritamento veruno, la superba presunzione d'Arvando, che rigettava, ed anche si stimava offeso de' salutari avvisi de' suoi amici. Non conoscendo Arvando la sua real situazione, compariva nel Campidoglio con le vesti bianche di un candidato, accettava indistintamente i saluti e l'esibizioni, osservava le botteghe de' mercanti, i drappi e le gemme, ora coll'indifferenza d'un semplice spettatore, ed ora coll'attenzione d'uno che vuol comprare; e si doleva de' tempi, del Senato, del Principe e delle dilazioni de' Tribunali. Ma presto si tolsero di mezzo le sue querele. Fu fissata in una mattina di buon'ora la decisione della sua causa; ed Arvando comparve co' suoi accusatori avanti ad una numerosa adunanza del Senato Romano. Il tristo abito, ch'essi affettarono eccitò la compassione de' Giudici, che furono scandalizzati dalla gaia e splendida veste del loro avversario; e quando il Prefetto Arvando, insieme col primo fra' Deputati Gallici, andarono a prendere i loro posti sopra le sedie Senatorie, fu osservato nel loro contegno l'istesso contrasto d'orgoglio e di modestia. In questo memorabil giudizio, che rappresentava una viva immagine dell'antica Repubblica, i Galli esposero con forza e libertà gli aggravi della Provincia; e tosto che gli animi dell'udienza furono sufficientemente infiammati, recitarono la fatal lettera. L'ostinazione d'Arvando si fondava sulla strana supposizione, che un suddito non si potesse convincere di tradimento, a meno che non avesse veramente tentato di prender la porpora. Alla lettura di quel foglio esso più volte ad alta voce confessò esser quello veramente stato composto da lui; e la sua sorpresa fu uguale al suo spavento, quando per unanime opinione del Senato fu dichiarato reo di delitto capitale. Fu per ordine di esso degradato dal posto di Prefetto all'oscura condizion di plebeio, ed ignominiosamente tratto da' servi alla pubblica prigione. Dopo il termine di quindici giorni fu convocato di nuovo il Senato per pronunziar la sentenza di morte contro di lui, ma mentre aspettava esso nell'Isola d'Esculapio, che spirassero i trenta giorni, accordati da un'antica legge a' malfattori più vili[875], i suoi amici s'interposero in suo favore; l'Imperatore Antemio cedè, ed il Prefetto della Gallia ottenne la pena più mite della confiscazione e dell'esilio. Le colpe d'Arvando poteron meritare la compassione; ma l'impunità di Seronato accusava la giustizia della Repubblica, finattantochè non fu condannato sulle querele del Popolo dell'Alvergna ed eseguitane la sentenza. Questo scellerato Ministro, il Catilina del suo secolo e della sua Patria, teneva una segreta corrispondenza co' Visigoti, per tradir la Provincia, che opprimeva: si esercitava continuamente la sua industria nell'investigare nuove tasse, e falli già dimenticati; e gli stravaganti suoi vizi avrebbero inspirato del disprezzo se non avessero eccitato il timore e l'abborrimento[876].

[A. 471]

Tali rei non erano al di sopra delle forze della giustizia; ma per quanto Ricimero fosse colpevole, questo potente Barbaro era capace di combattere o di entrare in trattato col Principe, di cui aveva condisceso ad accettare la parentela. Il regno pacifico e prospero, che Antemio aveva promesso all'Occidente, s'oscurò ben tosto per la disgrazia e per la discordia. Ricimero, temendo o non potendo soffrire un superiore, si ritirò da Roma, e pose la sua residenza in Milano; situazione vantaggiosa per invitare o per richiamare le guerriere tribù, che abitavano fra le alpi e il Danubio[877]. L'Italia fu appoco appoco divisa in due regni indipendenti e nemici; ed i nobili della Liguria, che tremavano all'approssimarsi d'una guerra civile, si prostrarono a' piedi del Patrizio, e lo scongiurarono a risparmiare l'infelice loro paese. «Quanto a me (rispose Ricimero in tuono d'insolente moderazione) io son sempre disposto ad abbracciar l'amicizia del Galata[878]; ma chi vorrà intraprendere d'acquietarne lo sdegno, o di mitigarne l'orgoglio, che sempre cresce a misura della nostra sommissione?» Essi l'informarono, che Epifanio, Vescovo di Pavia[879], univa la saviezza del serpente coll'innocenza della colomba, e sembrava che confidassero che l'eloquenza di tale ambasciatore sarebbe prevalsa all'opposizione più forte dell'interesse, o della passione. Fu approvata la raccomandazione loro, ed Epifanio, prendendo l'umano uffizio di mediatore, si portò senza indugio a Roma, dove fu ricevuto con gli onori dovuti al suo merito ed alla sua riputazione. Può facilmente supporsi l'orazione d'un Vescovo in favor della pace: dimostrò egli, che in qualunque possibile circostanza il perdono delle ingiurie è sempre un atto di misericordia, o di magnanimità o di prudenza, ed ammonì seriamente l'Imperatore ad evitare una contesa con un fiero Barbaro, che avrebbe potuto esser fatale a se stesso, e che doveva esser rovinosa pei suoi Stati. Antemio riconobbe la verità delle sue massime, ma sentiva con alto dispiacere e sdegno la condotta di Ricimero; e la passione diede eloquenza ed energia al suo discorso. «Quali favori (esclamò egli ardentemente) abbiamo noi ricusato a quest'ingrato? Quali torti non abbiamo sofferti? Senza riguardo alla maestà della porpora, diedi la mia figlia ad un Goto, sacrificai il mio proprio sangue alla salvezza della Repubblica. La liberalità, che avrebbe dovuto assicurarmi l'attaccamento eterno di Ricimero, l'ha inasprito contro il suo benefattore. Quali guerre non ha egli eccitato contro l'Impero? Quante volte ha instigato ed assistito il furore delle nemiche nazioni? E dovrò adesso accettare la perfida sua amicizia? Posso io sperare, che rispetterà i vincoli di un trattato quegli, che ha già violato i doveri di figlio?» Ma l'ira d'Antemio si svaporò in queste patetiche esclamazioni; esso cedè appoco appoco alle proposizioni d'Epifanio; ed il Vescovo tornò alla sua Diocesi con la soddisfazione d'aver restituito la pace all'Italia, mediante una riconciliazione[880], della sincerità e continuazion della quale si aveva ragione di sospettare. La clemenza dell'Imperatore fu estorta per la sua debolezza; e Ricimero sospese i suoi ambiziosi disegni, finattantochè non avesse preparato segretamente le macchine, con le quali risolvè di rovesciare il trono d'Antemio. Allora mise da parte la maschera della pace e della moderazione. L'esercito di Ricimero ebbe un numeroso rinforzo di Borgognoni e di Svevi Orientali: egli negò qualunque obbedienza all'Imperator Greco, marciò da Milano alle porte di Roma, e posto il campo sulle rive dell'Anio, impazientemente aspettava l'arrivo d'Olibrio, suo imperial candidato.

[A. 472]

Il Senatore Olibrio, della famiglia Anicia, poteva stimar se stesso il legittimo erede dell'Impero Occidentale. Aveva egli sposato Placidia figlia minore di Valentiniano, dopo che fu restituita da Genserico, il quale riteneva sempre Eudossia di lei sorella, come moglie, o piuttosto come schiava del suo figlio. Il Re de' Vandali sosteneva, con le minacce e con le sollecitazioni, le speciose pretensioni del suo Romano alleato; ed assegnava come uno de' motivi della guerra il rifiuto, che faceva il Senato ed il Popolo di riconoscere il legittimo loro Principe, e l'indegna preferenza che avevan dato ad uno straniero[881]. L'amicizia del nemico pubblico avrebbe potuto rendere Olibrio sempre più odioso agl'Italiani; ma quando Ricimero meditò la rovina dell'Imperatore Antemio, tentò, coll'offerta d'un diadema, il candidato, che poteva giustificar la sua ribellione con un nome illustre, e con una regale alleanza. Il marito di Placidia, il quale aveva avuto, come la maggior parte de' suoi antenati, la dignità consolare, avrebbe potuto continuare a godere una sicura e splendida fortuna, pacificamente restando in Costantinopoli; nè sembra, che fosse tormentato da tal genio, che non può in altro divertirsi o occuparsi, che nell'amministrazion d'un Impero. Ciò non ostante Olibrio cedè alle importunità de' suoi amici e forse della sua moglie; gettossi temerariamente nei pericoli e nelle calamità d'una guerra civile; e con la segreta approvazione dell'Imperator Leone, accettò la porpora Italiana, che si dava, e si toglieva secondo il capriccioso volere d'un Barbaro. Egli sbarcò senza ostacolo (poichè Genserico era padrone del mare) o a Ravenna, o al porto d'Ostia, ed immediatamente portossi al campo di Ricimero, dove fu ricevuto come il Sovrano del Mondo Occidentale[882].

[A. 472]

Il Patrizio, che aveva occupato i ponti dall'Anio fino al ponte Milvio, già possedeva due quartieri di Roma, il Vaticano ed il Gianicolo, che il Tevere separa dal resto della città[883]; e si può congetturare, che un'assemblea di patteggianti Senatori, imitasse nella scelta d'Olibrio le formalità d'una legittima elezione. Ma il corpo del Senato e del Popolo era fermo in favore d'Antemio; ed il più efficace sostegno d'un'armata Gotica lo pose in grado di prolungare il suo regno, e la calamità pubblica mediante la resistenza di tre mesi, che produsse i mali, che sogliono accompagnarla, della carestia e della peste. Finalmente Ricimero diede un furioso assalto al ponte d'Adriano, o di S. Angelo: e quello stretto passo fu difeso con ugual valore da' Goti, fino alla morte di Gilimero lor capitano. Allora le truppe vittoriose, atterrando qualunque riparo, corsero con irresistibil violenza nel cuore della città, e Roma (se possiamo far uso delle parole d'un Papa contemporaneo) fu rovinata dal furore civile d'Antemio, e di Ricimero[884]. Lo sfortunato Antemio fu tratto dal suo nascondiglio e crudelmente ucciso per ordine del suo genero; il quale aggiunse così un terzo, e forse un quarto Imperatore al numero delle sue vittime. I soldati, che univano la rabbia di faziosi cittadini co' selvaggi costumi di Barbari, si lasciarono senza ritegno usar la licenza della rapina, e della strage; la folla degli schiavi e de' plebei, che non erano interessati nel fatto, potè sol guadagnare nell'indistinto saccheggio, e l'aspetto della città dimostrava uno strano contrasto di una somma crudeltà, e d'una assoluta intemperanza[885]. Quaranta giorni dopo questo calamitoso fatto, soggetto non di gloria, ma di colpa, l'Italia fu liberata, mediante una penosa malattia del tiranno Ricimero, che lasciò il comando della sua armata a Gundobaldo suo nipote, uno de' Principi dei Borgognoni. Nel medesimo anno uscirono dal teatro tutti i principali attori di questa grande rivoluzione; e tutto il regno d'Olibrio, di cui la morte non dimostra verun sintomo di violenza, riducesi allo spazio di sette mesi. Lasciò egli una figlia nata dal suo matrimonio con Placidia, e la famiglia del Gran Teodosio trapiantata dalla Spagna in Costantinopoli si propagò nella linea femminina fino all'ottava generazione[886].

[A. 472-475]

Mentre il trono vacante d'Italia era in arbitrio dei Barbari, che non conoscevano alcuna legge[887], nel Consiglio di Leone seriamente si trattava dell'elezione d'un nuovo Collega. L'Imperatrice Verina, cercando di promuovere la grandezza della propria famiglia, aveva dato per moglie una delle sue nipoti a Giulio Nipote che successe a Marcellino, suo zio, nella sovranità della Dalmazia, patrimonio più solido che il titolo, ch'esso fu indotto ad accettare, d'Imperatore dell'Occidente. Ma i passi della Corte Bizantina furono sì languidi ed irresoluti, che passaron più mesi dopo la morte d'Antemio, ed anche dopo quella d'Olibrio, prima che il successore, ad essi destinato, potesse mostrarsi con una rispettabile forza agl'Italiani suoi sudditi. In questo frattempo, fu investito della porpora Glicerio, oscuro soldato, da Gundobaldo suo protettore; ma il Principe di Borgogna non ebbe forza o volontà di sostener la sua nomina con una guerra civile; la domestica sua ambizione lo richiamò di là dalle alpi[888], e fu permesso al suo cliente di cambiare lo scettro Romano col Vescovato di Salona. Tolto di mezzo questo competitore, l'Imperator Nipote fu riconosciuto dal Senato, dagl'Italiani, e da' Provinciali della Gallia; altamente si celebrarono le morali virtù, ed i talenti militari di esso, e quelli, che trassero qualche privato vantaggio dal suo governo, annunziarono in profetico stile la restaurazione della pubblica felicità[889]. Le loro speranze (se pur tali speranze vi furono) restaron confuse nel termine d'un solo anno; ed il trattato di pace, con cui fu ceduta l'Alvergna a' Visigoti è l'unico avvenimento di questo breve ed ignobile regno. Furon sagrificati dall'Imperatore Italiano i più fedeli sudditi della Gallia alla speranza d'una sicurezza domestica[890]; ma fu turbato ben tosto il suo riposo da una furiosa sedizione de' Barbari confederati che, sotto il comando d'Oreste lor Generale, si posero in piena marcia da Roma a Ravenna. Nipote tremò all'avvicinarsi di essi; ed, in vece d'affidarsi giustamente alla fortezza di Ravenna, precipitosamente fuggì alle sue navi, e si ritirò al suo Principato della Dalmazia sull'opposto lido dell'Adriatico. Mediante questa vergognosa abdicazione, egli prolungò la sua vita circa cinque anni in una situazione molto ambigua fra quella d'Imperatore e d'esule, finattantochè fu assassinato a Salona dall'ingrato Glicerio, che fu trasferito forse in premio del suo delitto all'Arcivescovato di Milano[891].

[A. 475]