Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 06
Part 4
Se i sudditi di Roma avesser potuto ignorare le obbligazioni, che dovevano al Gran Teodosio, si sarebber tosto convinti della penosa difficoltà, con cui lo spirito e l'abilità del loro defonto Imperatore avea sostenuto il fragile e cadente edifizio della Repubblica. Esso morì nel mese di Gennaio; e prima che finisse l'inverno dell'istesso anno, la nazione de' Goti avea preso le armi[63]. I Barbari ausiliarj alzarono l'indipendente loro stendardo; ed arditamente dichiararono le ostili intenzioni, che avevan lungo tempo nutrite nelle feroci lor menti. I lor nazionali, che per le condizioni dell'ultimo trattato erano stati condannati ad una vita di tranquillità e di fatica, abbandonarono al primo suono di tromba le loro possessioni, e con ardore ripresero le armi, che avevan contro voglia posate. Si rovesciarono gli ostacoli del Danubio; uscirono dalle lor foreste i selvaggi guerrieri della Scizia; e lo straordinario rigor dell'inverno somministrò al poeta l'osservazione, che «traevano i gravi lor carri sul largo e gelato dosso dello sdegnante fiume[64].» Gl'infelici abitanti delle Province meridionali del Danubio si sottomisero alle calamità, che nel corso di vent'anni eran divenute quasi famigliari alla loro immaginazione, e le varie truppe di Barbari, che si gloriavan del nome Gotico, confusamente si sparsero da' selvosi lidi della Dalmazia fino alle mura di Costantinopoli[65]. L'interrompimento o almeno la diminuzione del sussidio che i Goti aveano ricevuto dalla prudente liberalità di Teodosio, fu lo specioso pretesto della lor ribellione; s'accrebbe l'affronto pel disprezzo che dimostrarono verso gl'imbelli figliuoli di Teodosio; e ne fu infiammato lo sdegno dalla debolezza o perfidia del ministro d'Arcadio. Le frequenti visite, che Ruffino faceva al campo dei Barbari, dei quali affettava d'imitar le armi e le vesti, si riguardavano come una prova bastante della rea corrispondenza di lui; ed il pubblico nemico, per un motivo di gratitudine o di politica, nella generale devastazione avea cura di risparmiare i beni privati dell'odioso Prefetto. I goti, invece d'esser mossi dalle cieche e capricciose passioni dei lor Capitani, erano allora diretti dall'audace ed artificioso genio d'Alarico. Questo famoso condottiero discendeva dalla nobile stirpe dei Balti[66], che non cedeva, che alla sola famiglia reale degli Amali. Ei chiese il comando delle armi Romane; e la Corte Imperiale lo provocò a dimostrar la follia del rifiuto, e l'importanza di perderlo. Per quante speranze potesse avere della conquista di Costantinopoli, il giudizioso Generale tosto abbandonò una non eseguibile impresa. L'Imperator Arcadio, in mezzo ad una Corte divisa in vari partiti e ad un popolo malcontento, fu atterrito dall'aspetto delle armi Gotiche, ma alla mancanza d'abilità e di valore supplì la forza della città; e le fortificazioni, sì di terra che di mare, poteron sicuramente disfidare gl'impotenti e fortuiti dardi dei Barbari. Alarico sdegnò di più trattenersi negli abbattuti e rovinati paesi della Tracia e della Dacia, e risolvè di cercare un'abbondante messe di fama e di ricchezze in una provincia, che fin allora scampato aveva i disastri della guerra[67].
[A. 396]
Il carattere degli Uffiziali civili e militari, che Ruffino avea posti al governo della Grecia confermò il pubblico sospetto, ch'egli avesse aperto per tradimento l'antica sede della libertà e del sapere al Gotico invasore. Il Proconsole Antioco era l'indegno figlio di un rispettabile padre; e Geronzio, che comandava le truppe della provincia, era meglio idoneo ad eseguire gli opprimenti ordini di un tiranno, che a difendere con abilità e coraggio un paese, con la maggior diligenza fortificato dalla mano della natura. Alarico avea traversato senza resistenza le pianure della Macedonia e della Tessaglia fino a piè del monte Oeta, aspra e selvosa catena di colli quasi impenetrabile alla sua cavalleria. Questi estendevansi da Levante a Ponente fino al lido del mare; e lasciavan di mezzo fra il precipizio ed il golfo Maleo uno spazio di trecento piedi, che in alcuni luoghi era ristretto ad una strada capace d'ammettere un solo carro per volta[68]. In quell'angusto passo delle Termopile, dove Leonida ed i trecento Spartani avevan gloriosamente sacrificato le loro vite, i Goti potevano essere arrestati o distrutti da un abile Generale, e forse la vista di quel sacro luogo avrebbe potuto accendere alcune scintille di militare ardore nei petti de' Greci degenerati. Le truppe ch'erano state poste alla difesa dello stretto passo delle Termopile, si ritirarono, secondo gli ordini, senza neppure tentar d'impedire il rapido e sicuro passaggio d'Alarico[69]; e le fertili campagne della Focide e della Beozia furono immediatamente coperte da un diluvio di Barbari, che uccidevano i maschi in età di portar le armi, e rapivan le belle femmine con le spoglie ed i bestiami degl'incendiati villaggi. I viaggiatori, che passarono per la Grecia molti anni dopo, facilmente ravvisavano le profonde e sanguinose tracce della marcia dei Goti; e Tebe fu meno debitrice della propria conservazione alla forza delle sue sette porte, che all'ardente fretta d'Alarico, che s'avanzò ad occupare la città d'Atene e l'importante porto del Pireo. L'istessa impazienza lo spinse a toglier la dilazione ed il pericolo di un assedio coll'offerta di una capitolazione, ed appena gli Ateniesi udiron la voce dell'araldo Goto, che facilmente s'indussero a dare la maggior parte delle loro ricchezze per riscatto della città di Minerva, e de' suoi abitanti. Si ratificò il trattato con solenni giuramenti, ed osservossi con reciproca fedeltà. II Principe Goto, con un piccolo e scelto seguito, fu ammesso dentro le mura; egli fece uso del bagno, accettò uno splendido banchetto preparatogli dal magistrato ed affettò di mostrare, che non gli erano ignoti i costumi delle civili nazioni[70]. Ma tutto il territorio dell'Attica, dal promontorio di Sunio fino alla città di Megara, fu rovinato dalla funesta di lui presenza; e se possiamo servirci del paragone di un Filosofo contemporaneo, Atene medesima rassomigliava alla sanguinosa e vota pelle di una vittima uccisa. La distanza fra Megara e Corinto non poteva eccedere molto lo spazio di trenta miglia; ma la _mala via_, nome esprimente che tuttavia essa porta fra i Greci, era o potea rendersi inservibile per lo marcia di un nemico. I folti ed oscuri boschi del monte Citero cuoprivano l'interno del paese; gli scogli Scironj s'avvicinavano alla superficie dell'acqua, e stavan pendenti sopra il tortuoso e stretto sentiero, che durava più di sei miglia lungo il lido del mare[71]. Il passo di quelle rupi, tanto famoso in ogni secolo, si terminava dall'istmo di Corinto; ed un piccolo corpo di fermi ed intrepidi soldati avrebbe potuto felicemente difendere un temporaneo trinceramento di cinque o sei miglia dal mare Jonio all'Egeo. La fiducia, che avevano le città del Peloponneso nella naturale loro difesa, le aveva indotte a trascurare le antiche lor mura; e l'avarizia dei Romani Governatori aveva esaurito e tradito l'infelice provincia[72]. Corinto, Argo e Sparta cederono senza resistenza alle armi dei Goti; ed i più fortunati degli abitanti si liberarono con la morte dal vedere la schiavitù delle proprie famiglie, e l'incendio delle loro città[73]. I vasi e le statue furon distribuite fra' Barbari con più riguardo al valore della materia, che all'eleganza dell'opera; le schiave furon sottoposte alle leggi della guerra; il godimento della beltà fu il premio del valore, ed i Greci non avevan ragion di dolersi di un abuso, che veniva giustificato dall'esempio dei tempi eroici[74]. I discendenti di quel popolo straordinario, che aveva risguardato il valore e la disciplina come le mura di Sparta, non si rammentavano più della generosa risposta, che diedero i loro antichi ad un invasore più formidabile d'Alarico. «Se tu sei un Dio, non farai danno a quelli che non ti hanno mai offeso, se sei un uomo, avanzati pure..., e troverai degli uomini uguali a te stesso[75]». Il condottiero de' Goti proseguì la vittoriosa sua marcia dalle Termopile a Sparta senza incontrare alcun antagonista mortale; ma uno degli avvocati dello spirante Paganesimo ha confidentemente asserito, che le mura d'Atene eran guardate dalla Dea Minerva col formidabile suo Egide, e dall'irata immagine d'Achille[76]: e che il conquistatore fu sconcertato dalla presenza delle ostili Divinità della Grecia. In un secolo di miracoli non sarebbe forse giusto il disputare all'istorico Zosimo il diritto al benefizio comune; pure non può dissimularsi, che la mente d'Alarico era mal preparata a ricevere, o dormendo o vegliando, le impressioni della Greca superstizione. I canti d'Omero e la fama d'Achille non eran probabilmente mai giunti all'orecchio dell'ignorante Barbaro; e la fede Cristiana, ch'egli aveva devotamente abbracciato, l'ammaestrò a disprezzare le immaginarie Divinità di Roma e d'Atene. L'invasione dei Goti, in cambio di vendicare l'onore del Paganesimo, contribuì, almeno accidentalmente, ad estirparne gli ultimi avanzi; ed i misteri di Cerere, ch'eran durati ottocent'anni, non sopravvissero alla distruzione d'Eleusi, ed alle calamità della Grecia[77].
[A. 397]
L'ultima speranza di un popolo, che non potea più contare nè sulle armi, nè sugli Dei, nè sul Sovrano del proprio paese, era collocata nel potente aiuto del Generale d'Occidente; e Stilicone, a cui non era stato permesso di rispingere gl'invasori della Grecia, s'avanzò a castigarli[78]. Fu allestita una numerosa flotta nei porti d'Italia; e le truppe, dopo una breve e prospera navigazione, sul mar Jonio, vennero sbarcate felicemente sull'Istmo, vicino alla rovina di Corinto. Il montano e selvoso paese d'Arcadia, favolosa residenza di Pane e delle Driadi, divenne la scena di una lunga e dubbiosa battaglia fra due Generali, non indegni l'uno dell'altro. Finalmente prevalse l'abilità e la perseveranza del Romano; ed i Goti, dopo una considerabile perdita per causa del disagio e della diserzione, appoco appoco si ritirarono all'alta montagna di Foloe, vicino alla sorgente del Peneo, sulle frontiere d'Elide, sacra provincia, che prima era stata esente dalle calamità della guerra[79]. Fu immediatamente assediato il campo dei Barbari: si voltarono in altra parte le acque del fiume[80]; e mentre soggiacevano essi alle intollerabili angustie della sete e della fame, si formò una forte linea di circonvallazione per impedirne la fuga. Dopo tali cautele Stilicone, troppo fidandosi della vittoria, si ritirò a godere del suo trionfo nei giuochi scenici, e nelle lubriche danze dei Greci; i suoi soldati, abbandonando gli stendardi, si sparsero pel paese dei loro alleati, ch'essi spogliarono di tutto quello, che s'era potuto salvare dalle mani rapaci dell'inimico. Sembra che Alarico prendesse il favorevol momento per eseguire una di quelle ardite imprese, nelle quali spicca l'abilità d'un Generale con maggior lustro, che nel tumulto di una giornata di battaglia. Per liberarsi dalla prigione del Peloponeso, dovè sforzare i trinceramenti che circondavano il proprio campo; fare una difficile e pericolosa marcia di trenta miglia fino al golfo di Corinto, e trasportare le sue truppe, gli schiavi e le spoglie sopra un braccio di mare, che nel più angusto intervallo fra Rio e l'opposto lido, e largo almeno mezzo miglio[81]. Le operazioni d'Alarico dovettero essere segrete, prudenti e rapide, poichè il Generale Romano restò confuso, quando seppe che i Goti, i quali avevan deluso i suoi sforzi, erano in possesso dell'importante provincia dell'Epiro. Quest'infelice dilazione concesse ad Alarico tempo abbastanza per concludere il trattato, che segretamente maneggiava co' Ministri di Costantinopoli. Il timor d'una guerra civile obbligò Stilicone a ritirarsi, al superbo comando de' suoi rivali, dagli stati d'Arcadio, ed ei rispettò nel nemico di Roma l'onorevol carattere d'alleato e di servo dell'Imperatore Orientale.
[A. 398]
Un Greco filosofo[82], che vide Costantinopoli poco dopo la morte di Teodosio, pubblicò le sue libere opinioni intorno a' doveri de' Re ed allo stato della Romana Repubblica. Sinesio osserva e deplora il fatale abuso, che l'imprudente bontà dell'ultimo Imperatore aveva introdotto nella disciplina militare. I cittadini, ed i sudditi avevan comprato un'esenzione dall'indispensabil dovere di difendere il loro paese, che veniva difeso dalle armi de' Barbari mercenari. Permettevasi a' fuggitivi della Scizia di avvilire le illustri dignità dell'Impero; la feroce lor gioventù, che sdegnava il salutare freno delle leggi, era più ansiosa d'acquistar le ricchezze, che d'imitar le arti d'un popolo, oggetto per essi d'odio e di disprezzo; e la potenza de' Goti era come il sasso di Tantalo, sempre sospeso sulla sicurezza e la pace dello Stato sacrificato. Le misure, che Sinesio raccomanda di prendere, sono i dettami d'un generoso ed ardito patriota. Egli esorta l'Imperatore a ravvivare il coraggio de' propri sudditi coll'esempio d'una virile virtù; a bandire il lusso dalla Corte e dal campo; a sostituire, in luogo de' Barbari mercenari, un esercito d'uomini interessati alla difesa delle lor leggi e sostanze: a costringere, in tal momento di pubblico pericolo, gli artefici ad uscire dalle botteghe, ed i filosofi dalle scuole; a svegliar l'indolente cittadino dal suo sonno di piacere, e ad armare, per protegger l'agricoltura, le mani de' laboriosi coltivatori. Alla testa di tali truppe, che avrebbero meritato il nome e dimostrato lo spirito di Romani, anima il figlio di Teodosio ad affrontare una stirpe di Barbari che erano privi d'ogni real coraggio, ed a non posar le armi, finattantochè non li avesse scacciati nella solitudine della Scizia, o li avesse ridotti a quello stato di servitù ignominiosa, che i Lacedemoni anticamente imposero agli Eloti lor prigionieri[83]. La Corte d'Arcadio approvò lo zelo, applaudì all'eloquenza, e trascurò il consiglio di Sinesio. Forse il filosofo, che parlò all'Imperator dell'Oriente con quel linguaggio della ragione e della virtù, che avrebbe usato con un Re di Sparta, non avea pensato a formare un sistema praticabile, coerente all'indole ed alle circostanze d'un secolo degenerato. Forse l'orgoglio de' Ministri, gli affari de' quali erano rade volte interrotti dalla riflessione, potè rigettare come inopportuna e visionaria ogni proposizione, che sopravanzava la misura della capacità loro, e deviava dalle formalità e dagli usi del loro uffizio. Mentre l'orazione di Sinesio, e la caduta de' Barbari, formavano gli argomenti delle comuni conversazioni, si pubblicò un editto a Costantinopoli, che dichiarava la promozione d'Alarico al posto di Generale dell'Illirico d'Oriente. I Provinciali, e gli Alleati Romani, che avevano rispettato la fede de' trattati, a ragione sdegnaronsi, che fosse così liberalmente premiata la rovina della Grecia e dell'Epiro. Fu ricevuto il Gotico conquistatore come un legittimo Magistrato in quelle città, che aveva sì recentemente assediate. Sottoposti furono alla sua autorità i padri, de' quali aveva trucidato i figliuoli, ed i mariti, le mogli de' quali aveva violate: ed il successo della sua rivolta incoraggì l'ambizione d'ogni capitano di mercenari stranieri. L'uso, che fece Alarico del suo nuovo comando, distingue il fermo e giudizioso carattere della sua politica. Egli diede ordine a' quattro magazzini, ed alle manifatture di armi difensive ed offensive, ch'erano a Margo, a Raziaria, a Naisso, ed a Tessalonica, di provvedere le sue truppe d'una straordinaria quantità di scudi, di elmi, di spade e di lance; i miseri Provinciali costretti furono a fabbricar gl'istrumenti della propria lor distruzione, ed i Barbari si tolsero l'unico difetto, che aveva alle volte sconcertato gli sforzi del loro coraggio[84]. La nascita d'Alarico, la gloria delle sue passate azioni, e la speranza de' suoi futuri disegni appoco appoco riunì sotto il vittorioso stendardo di lui il corpo della nazione, e d'unanime consenso de' Capitani Barbari, il Generale dell'Illirico fu elevato, secondo l'antico costume, sopra uno scudo, e proclamato solennemente Re de' Visigoti[85]. Armato di questo doppio potere, e situato ne' confini de' due Imperi, alternativamente vendeva le ingannevoli sue promesse alle Corti d'Arcadio e d'Onorio[86]; finattantochè dichiarò ed eseguì la sua risoluzione d'invadere i dominj dell'Occidente. Erano già esauste le Province dell'Europa, che appartenevano all'Imperatore Orientale; quelle dell'Asia erano inaccessibili; e la forza di Costantinopoli avea resistito al suo attacco. Fu dunque tentato dalla fama, dalla bellezza, e dalla dovizia dell'Italia, ch'egli aveva già visitato due volte; e segretamente aspirò a piantare la bandiera Gotica sulle mura di Roma, e ad arricchire il suo esercito con le accumulate spoglie di trecento trionfi[87].
[A. 400-403]
La scarsità de' fatti[88], e l'incertezza delle date[89] s'oppongono al nostro disegno di descriver le circostanze della prima invasione d'Italia fatta dalle armi d'Alarico. Sembra, che la sua marcia, incominciata fosse da Tessalonica per il guerriero e nemico paese della Pannonia sino al piè delle Alpi Giulie, e che il suo passaggio per que' monti, ch'erano fortemente guardati da truppe e da fortificazioni; l'assedio di Aquileia, e la conquista delle Province dell'Istria e della Venezia, occupasse un tempo considerabile. A meno che le sue operazioni non fossero estremamente caute e lente, la lunghezza dello spazio suggerirebbe un probabil sospetto, che il Goto Re si ritirasse verso le rive del Danubio, e rinforzasse la sua armata con freschi sciami di Barbari, prima di tentar nuovamente di penetrare nel cuor dell'Italia. Poichè i pubblici ed interessanti avvenimenti sfuggono la diligenza dell'istorico, ei può divertirsi nel contemplare per un momento l'influenza delle armi d'Alarico ne' casi di due oscuri individui, cioè d'un Prete d'Aquileia, e d'un agricoltor di Verona. Il dotto Ruffino, che dai suoi nemici era stato citato a comparire avanti ad un Sinodo Romano[90], preferì saviamente i pericoli di un'assediata città; ed i Barbari, che furiosamente scuotevano le mura d'Aquileia, poteron salvarlo dalla crudel sentenza d'un altro eretico, che all'istanza dei medesimi Vescovi fu severamente battuto e condannato ad un esilio perpetuo in un'isola deserta[91]. Un vecchio[92], che aveva passato la semplice ed innocente sua vita nelle vicinanze di Verona, niente aveva che fare con le querele nè de' Re, nè de' Vescovi; i piaceri, i desiderj, le cognizioni di esso erano limitate dentro il piccolo cerchio del paterno suo campo; un bastone sosteneva i cadenti suoi passi su quel medesimo suolo, dove s'era trastullato nella puerizia. Pure anche quest'umile e rustica felicità (che Claudiano descrive con tanta verità e sentimento) fu esposta anch'essa all'indistinto furor della guerra. I suoi alberi, i vecchi alberi ad esso _contemporanei_[93] avevano ad ardere nell'incendio di tutto il paese; un distaccamento di Cavalleria Gotica dovea rovinare la sua capanna e famiglia: e la forza d'Alarico dovea distrugger quella felicità, ch'ei non era capace nè di gustare, nè di concedere. «La fama (dice il Poeta) battendo con terrore le sue ali, proclamò la marcia dell'esercito barbaro, ed empì di costernazione l'Italia»; crebbero i timori d'ogni individuo in proporzione delle proprie sostanze, ed i più timidi, che avevano già imbarcato i loro più valutabili effetti, meditavano di fuggire nell'isola di Sicilia, o alle coste dell'Affrica. L'angustia pubblica veniva aggravata dai timori e da' rimproveri della superstizione[94]. Ogni momento produceva qualche orrida novella di strani e portentosi accidenti. I Pagani deploravano la non curanza degli augurj, e l'interrompimento de' sacrifizj; ma i Cristiani traevan sempre qualche conforto dalla potente intercessione dei Santi, e dei Martiri[95].
L'Imperatore Onorio si distinse dai suoi sudditi per la superiorità del timore, ugualmente che per quella del grado. L'orgoglio ed il lusso, nel quale era stato educato, non gli avevan lasciato neppur sospettare, che sulla terra esistesse alcuna potenza tanto presuntuosa da turbare il riposo del successore d'Augusto. Gli artifizi dell'adulazione occultarono l'imminente pericolo, finattantochè Alarico avvicinossi al palazzo di Milano. Ma quando il suon di guerra ebbe svegliato il giovane Imperatore, invece di correre alle armi col coraggio, o anche colla temerità propria dell'età sua, diede ardentemente orecchio a que' timidi consiglieri, che proposero di trasferire la sacra persona di lui, ed i suoi fedeli Ministri a qualche sicuro e lontano quartiere nelle Province della Gallia. Il solo Stilicone[96] ebbe il coraggio, e l'autorità di resistere a questo disonorevole passo, che avrebbe abbandonato a' Barbari Roma e l'Italia; ma siccome le truppe Palatine ultimamente s'erano distaccate verso la frontiera della Rezia, ed il compenso delle nuove leve era lento e precario, il Generale d'Occidente potè solo promettere, che, se la Corte di Milano avesse mantenuto il suo posto nell'assenza di lui, egli sarebbe in breve tornato con un esercito capace di far fronte al re Goto. Senza perdere un momento di tempo (giacchè ogni momento era di tanta importanza per la salute pubblica), Stilicone s'imbarcò in fretta sul lago Lario, salì sopra montagne di ghiaccio e di neve nel rigore d'un inverno Alpino, ed immediatamente frenò coll'inaspettata sua presenza il nemico, che aveva turbato la tranquillità della Rezia[97]. I Barbari, probabilmente qualche tribù di Alemanni, rispettarono la fermezza d'un Capitano, che assumeva sempre il tuono del comando; e la scelta, ch'ei si degnò di fare di un ristretto numero della più valorosa lor gioventù, si risguardò come un segno della stima e del favore di esso. Le coorti, restate libere dal nemico vicino, con diligenza tornarono allo stendardo Imperiale, e Stilicone mandò i suoi ordini alle più lontane truppe dell'Occidente d'avanzare con rapide marce alla difesa d'Onorio e dell'Italia. Si abbandonarono le fortezze del Reno, e la salute della Gallia non era difesa, che dalla fede de' Germani, e dall'antico terrore del nome Romano. Fu chiamata frettolosamente[98] anche la legione, che era posta alla guardia della muraglia Britannica contro i Caledonj, ed un numeroso corpo di cavalleria degli Alani fu indotto ad arruolarsi al servizio dell'Imperatore, che ansiosamente aspettava il ritorno del suo Generale. Si resero celebri la prudenza ed il vigore di Stilicone in tal congiuntura, che nel tempo stesso mostrò la debolezza del cadente Impero. Le legioni di Roma, che da gran tempo languivano, decadendo a grado a grado la disciplina e il coraggio, furono esterminate dalle guerre Gotiche e civili; e fu impossibile, senza esaurire ed espor le Province, adunare un esercito in difesa dell'Italia.