Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 06

Part 36

Chapter 363,356 wordsPublic domain

[740] Io so, che queste orazioni militari soglion ordinariamente comporsi dagl'Istorici; pure i vecchi Ostrogoti, che avevan militato sotto Attila, poterono raccontare il suo discorso a Cassiodoro: le idee, ed anche l'espressioni hanno cert'aria originale Scita; ed io dubito se ad un Italiano del sesto secolo fosse caduta in mente la frase _hujus certaminis gaudia_.

[741] L'espressioni di Giornandes, o piuttosto di Cassiodoro, sono estremamente forti: _bellum atrox, multiplex, immane, pertinax, cui simile nulla usquam narrat antiquitas: ubi talia gesta referuntur, ut nihil esset, quod in vita sua cospicere potuisset egregius, qui hujus miraculi privaretur aspectu_. Dubos (_Hist. crit. Tom. I, p. 392, 393_) tenta di conciliare i 162,000 di Giornandes co' 300,000 d'Idazio, e di Isidoro, supponendo, che il maggior numero contenesse la total distruzione della guerra, gli effetti delle malattie, la strage del Popolo inerme ec.

[742] Il Conte di Buat (_Hist. des Peuples etc. Tom. VII, p. 554, 573_) seguitando sempre il _falso_ Idazio, e di nuovo rigettando il _vero_, ha diviso la disfatta d'Attila in due gran battaglie; la prima vicino ad Orleans, la seconda nella Sciampagna: nell'una, secondo esso, Teodorico fu ucciso; nell'altra fu vendicato.

[743] Giornandes, _de reb. Getic. c. 41 p. 671_. La politica d'Ezio, e la condotta di Torrismondo son molto naturali; ed il Patrizio, secondo Gregorio di Tours (_lib. II, c. 7, p. 163_), allontanò il Principe de' Franchi con suggerirgli un simil timore. Il falso Idazio ridicolosamente pretende, ch'Ezio facesse di notte una segreta visita al Re degli Unni e de' Visigoti; da ciascheduno dei quali ricavasse un dono di diecimila monete d'oro per prezzo d'una quieta ritirata.

[744] Queste crudeltà, che sono pateticamente deplorate da Teodorico, figlio di Clodoveo (Gregorio di Tours _lib. III, c. 10 p. 190_), convengono al tempo, ed alle circostanze della invasione d'Attila. La tradizion popolare attestò per lungo tempo la sua residenza in Turingia; e si suppone aver esso adunato un _couroultai_, o dieta nel territorio d'Eisenach. Vedi Mascovio (IX. 30), che stabilisce con minuta accuratezza l'estensione dell'antica Turingia, e ne trae il nome dalla Gotica tribù de' Tervingi.

[745] _Machinis constructis, omnibusque tormentorum generibus adhibitis_ Giornandes _c. 42 p. 673_. Nel secolo decimo terzo i Mongoli batterono le città della China con grandi macchine costruite da' Maomettani o Cristiani, ch'erano al loro servizio; esse gettavano pietre di peso da 150 a 300 libbre. I Chinesi usavano la polvere da cannoni, ed anche le bombe in difesa del loro paese, circa cento anni prima che fossero conosciute in Europa; eppure anche quella celesti o infernali armi furono insufficienti a difendere una pusillanime nazione. Vedi Gaubil, _Hist. des Mongous pag. 70, 71, 155, 157 ec._

[746] Si racconta la medesima storia da Giornandes, e da Procopio (_de Bell. Vand. l. 1 c. 4 p. 187, 188_); e non è facile il decidere quale de' due sia l'originale. Ma l'Istorico Greco è caduto in un errore inescusabile nel porre l'assedio d'Aquileia dopo la morte d'Ezio.

[747] Giornandes, circa cento anni dopo, asserisce, che Aquileia era tanto rovinata, _ut vix ejus vestigia, ut appareant, reliquerint_. Vedi Giornandes, _de reb. Get. c. 42 pag. 673_. Paul. Diac. _lib. 2, c. 14, p. 785_. Luitprando, _Hist. lib. III, c. 2_. Il nome d'Aquileia fu dato talvolta a _Forum Julii_ (Cividal del Friuli) Capitale più recente della Provincia Veneta.

[748] Nel descriver questa guerra d'Attila, guerra sì famosa, ma sì mal conosciuta, ho preso per mie guide due dotti Italiani, che hanno esaminato il Soggetto con certi particolari vantaggi; il Sigonio, _de Imper. Occid. l. XIII nelle sue opere Tom. 1 p. 495, 502_, ed il Muratori, _Annali d'Ital. Tom. IV. p. 129, 235 ediz. in 8.º_.

[749] Questo fatto può trovarsi in due diversi articoli (μεδιολανον e κορυκος) della miscellanea compilazione di Suida.

[750]

_Leo respondit, humana hoc pictum manu:_ _Videres hominem deiectum, si pingere_ _Leones scirent......_ _Append. ad Phaedr., Fab. 25._

Il Leone, appresso Fedro, molto stoltamente s'appella dalle pitture all'anfiteatro; ed ho piacere d'osservare, che il naturale e giudizioso La Fontaine (_l._ III. _Fab._ X.) abbia tralasciato questa molto difettosa ed impropria conclusione.

[751] Paolo Diacono (_de Gest. Longob. l. II, c. 14, p. 784_) descrive le Province d'Italia verso il fine dell'ottavo secolo: _Venetia non solum in paucis insulis, quas nunc Venetias dicimus, constat, sed ejus terminus a Pannoniae finibus usque Adduam fluvium protelatur._ L'istoria di quella Provincia fino al tempo di Carlo Magno forma la prima e più importante parte della _Verona illustrata_ (_p. 1, 388_), nella quale il Marchese Scipione Maffei si è dimostrato capace di grandi vedute, non meno che di minute ricerche.

[752] Non si dimostra quest'emigrazione con alcuna prova contemporanea: ma il fatto si prova dal successo, e se ne possono esser conservate le circostanze dalla tradizione. I cittadini d'Aquileia si ritirarono all'Isola di Grado, quelli di Padova a _Rivus altus_, o Rialto, dove poi fu edificata la città di Venezia ec.

[753] La topografia, e le antichità delle isole Venete da Grado a Clodia o Chiozza sono esattamente fissate nella _Dissertazione Corografica_ de Italia medii aevi _p. 151, 155_.

[754] Cassiodoro, _Var. l. XII, ep. 24_. Il Maffei (_Verona illustr. P. 1. p. 240, 154_) ha tradotto e spiegato questa curiosa Lettera, da erudito antiquario, e da suddito fedele, che risguardava Venezia, come l'unica legittima prole della Repubblica Romana. Egli fissa la data della lettera, e conseguentemente la Prefettura di Cassiodoro all'anno 523; e di tanto maggior peso è l'autorità del Marchese, ch'esso aveva preparato un'edizione delle opere di Cassiodoro, e pubblicò una dissertazione sulla vera ortografia del suo nome. (Vedi _Osservazioni Letterar. Tom. II. p. 290, 339_).

[755] Vedasi nel secondo tomo dell'Istoria del Governo di Venezia d'Amelot della Houssaie una traduzione del famoso _Squittinio_. Questo libro, che è stato esaltato molto al di là de' suoi meriti, è macchiato in ogni verso dalla non ingenua malevolenza di parte: ma vi son mescolate insieme le principali prove genuine con le apocrife; ed il lettore sceglierà facilmente la via di mezzo.

[756] Il Sirmondo ha pubblicato (_not. ad Sidon. Apollin. p. 19_) un curioso passo, tratto dalla cronica di Prospero. _Attila, redintegratis viribus, quas in Gallia amiserat Italiam ingredi per Pannonias intendit; nihil duce nostro Hetio secundum prioris belli opera prospiciente ec._ Egli rimprovera Ezio d'aver trascurato di guardar le alpi, e del disegno d'abbandonar l'Italia. Ma questa temeraria censura può almeno contrabbilanciarsi dalle favorevoli testimonianze d'Idazio e d'Isidoro.

[757] Si vedano gli originali ritratti d'Avieno, e di Basilio, suo rivale, delineati e posti in confronto fra loro, nelle Lettere (_l. I. p. 22_) di Sidonio. Esso avea studiato i caratteri de' due Capi del Senato; ma si attaccò a Basilio, come ad un amico più solido e disinteressato.

[758] Si posson ravvisare i principj ed il carattere di Leone in cento quarantuna lettere originali, che illustrano l'istoria Ecclesiastica del suo lungo e laborioso Pontificato, dall'anno 440 al 461. Vedi Du Pin, _Bibl. Eccles. Tom. III, Par. II, p. 120, 165_.

[759]

_........ Tardis ingens ubi flexibus errat_ _Mincius, et tenera praetexit arundine ripas._ . . . . . . . . . . . . . . . . . . . _Anne lacus tantos te, Lari maxime teque,_ _Fluctibus et fremitu assurgens, Benace, marino._

[760] Il Marchese Maffei (_Verona illustrat. part. I. p. 95, 129, 221 Part. II. §. 6_) ha schiarito con gusto ed erudizione questa interessante topografia. Esso pone l'abboccamento d'Attila e di S. Leone vicino ad Ariolica o Ardelica, ora Peschiera, all'unione del lago e del fiume; fissa la villa di Catullo nella deliziosa penisola di Sarmio, e scuopre l'_Andes_ di Virgilio nel Villaggio di Bande, precisamente situato _qua se subducere colles incipiunt_, dove i colli Veronesi insensibilmente s'abbassano verso la pianura di Mantova.

[761] _Si statim infesto agmine urbem petiissent, grande discrimen esset. Sed in Venetia, qua fere tractu Italia mollissima est, ipsa soli coelique clementia robur elanguit. Ad hoc panis usu, carnisque coctae, et dulcedine vini mitigatos etc._ Questo passo di Floro (III. 5) è anche più applicabile agli Unni, che a' Cimbri, e può servire come di comentario al contagio _celeste_, con cui Idazio ed Isidoro hanno afflitto le truppe d'Attila.

[762] L'istorico Prisco ha fatto positivamente menzione dell'effetto, che produsse tal esempio sull'animo d'Attila. Giornandes _c. 42 p. 673_.

[763] La pittura di Raffaello è nel Vaticano; il basso, o piuttosto l'alto rilievo dell'Algardi è in uno degli altari di S. Pietro (Vedi Dubos, _Reflex. sur la Poes. et sur la Peint. Tom. I. p. 519, 520_). Il Baronio (_Annal. Eccl. an. 452, n. 57, 58_) sostiene bravamente la verità di quest'apparizione, che per altro vien rigettata da' più eruditi e pii Cattolici.

[764] _Attila, ut Priscus historicus refert, extinctionis suae tempore puellam Ildico nomine decoram valde sibi in matrimonium post innumerabiles uxores.... socians._ Giornandes _c. 49 p. 683, 684_; quindi aggiunge (_c. 50, p. 686_). _Filii Attilae, quorum per licentiam libidinis pene populus fuit._ Fra' Tartari d'ogni tempo è stata in uso la poligamia. Si regola il grado delle mogli volgari soltanto dalla bellezza della loro persona; ed una matrona avanzata prepara, senza lagnarsi, il letto destinato per la giovane sua rivale. Ma nelle famiglie reali, le figlie de' Kan comunicano a' loro figli un diritto anteriore all'eredità. Vedi (_Istor. Genealog. p. 406_).

[765] La nuova del fatto, raccontato come un _delitto_ di essa, giunse a Costantinopoli, dove gli fu dato un nome ben differente; e Marcellino osserva, che il tiranno d'Europa fu ucciso nella notte, dalla mano e dal coltello d'una donna. Cornelio, che ha adattato alla sua tragedia il fatto genuino, descrive l'irruzione del sangue in quaranta ampollosi versi, ed Attila esclama con ridicolo furore:

_.... S'il ne veut s'arréter_ (il suo sangue) _(Dit-il) on me payera ce qu'il va m'en coûter._

[766] Giornandes riporta le curiose circostanze della morte e de' funerali d'Attila (_c. 49, p. 683, 684, 685_), e probabilmente le trascrisse da Prisco.

[767] Vedi Giornandes _de reb. Got. c. 50 p. 685, 686, 687, 688_. La distinzione, ch'ei fa delle armi d'ogni nazione, è curiosa ed importante: _Nam ibi admirandum reor fuisse spectaculum, ubi cernere erat cunctis, pugnantem Gothum ense furentem, Gepidam in vulnere suorum cuncta tela frangentem, Svevum pede, Hunnum sagitta praesumere, Alanum gravi, Herutum levi armatura aciem instruere._ Io non so precisamente la situazione del fiume Netad.

[768] Due Istorici moderni hanno sparso molta nuova luce sulla rovina, e divisione dell'Impero d'Attila: il Buat con la sua laboriosa e minuta diligenza (_Tom. VIII, p. 3, 31, 68, 94_); ed il Guignes mediante la straordinaria sua cognizione della lingua e degli scritti Chinesi. (Vedi _Hist. des Huns Tom. II, p. 315, 319_).

[769] Placidia morì a Roma il dì 27 Novembre dell'anno 450. Essa fu sepolta a Ravenna, dove il sepolcro ed anche il cadavere di lei, assiso sopra una sedia di cipresso, fu conservato per più secoli. L'Imperatrice ricevè molti complimenti dal Clero ortodosso; e S. Pietro Crisologo l'assicurò, che il suo zelo per la Trinità era stato ricompensato con un'augusta trinità di figliuoli. (Vedi Tillemont, _Hist. des Emper. Tom. VI. p. 240_).

[770] _Aetium Placidus mactavit semivir amens._ Tal è l'espressione di Sidonio (_Paneg. Avit. 359_). Il poeta conosceva il Mondo, e non era disposto ad adulare un Ministro che aveva ingiuriato o disonorato Avito, o Maioriano, successivi eroi del suo canto.

[771] La cognizione che abbiamo, delle cause e circostanze delle morti di Valentiniano e d'Ezio, è oscura ed imperfetta. Procopio (_De Bell. Vandall. l. 1, c. 4, p. 186, 187, 188_) è uno scrittor favoloso, pei fatti che precedono i suoi tempi. Bisogna supplire e correggere i suoi racconti con cinque o sei Croniche, nessuna delle quali fu composta in Roma o in Italia; e che non esprimono che in tronchi sensi i romori popolari, quali giungevano nella Gallia, nella Spagna, nell'Affrica, in Costantinopoli, o in Alessandria.

[772] Quest'interpretazione di Vezio, celebre augure, era citata da Varrone nel libro XVIII delle sue Antichità. Censorino, _de die Natal. c. 17, p. 90, 91 Edit. Havercamp_.

[773] Secondo Varrone, il duodecimo secolo doveva spirare l'anno 447. Ma l'incertezza della vera Era di Roma può permettere qualche estensione di tempo. I poeti di quel secolo, Claudiano (_De bell. Getic. 265_), e Sidonio (in Paneg. avit. 357), si possono risguardar come buoni testimoni dell'opinion popolare:

_Jam reputant annos, interceptoque volatu_ _Vulturis, incidunt properatis saecula metis._ · · · · · · · · · · · · · · · · _Jam prope fata tui bissenas vulturis alas_ _Implebant; scis namque tuos, scis Roma labores._

Vedi Dubos, _Hist. crit. Tom. 1, p. 340, 346_.

[774] Il quinto libro di Salviano è pieno di patetici lamenti, e di veementi invettive. La smoderata sua libertà serve a provare la debolezza non meno che la corruzione del Governo Romano. Il suo libro fu pubblicato dopo la perdita dell'Affrica (an. 439), e prima della guerra d'Attila (anno 451).

[775] I Bagaudi di Spagna, che si mescolarono in regolari battaglie con le truppe Romane, son rammentati più volte nella Cronica d'Idazio. Salviano ha descritto le angustie, e la ribellione loro con espressioni molto forti: _Itaque nomen civium Romanorum.... nunc ultro repudiatur ac fugitur, nec vile tamen, sed etiam abominabile pene habetur.... Et hinc est, ut etiam hi, qui ad Barbaros non confugiunt, Barbari tamen esse coguntur, scilicet ut est pars magna Hispanorum, et non minima Gallorum.... De Bagaudis nunc mihi sermo est, qui per malos judices et cruentos spoliati, afflicti, necati postquam ius Romanae libertatis amiserant, etiam honorem Romani nominis perdiderunt.... vocamus rebelles, vocamus perditos, quos esse compulimus criminosos. De Gubern. Dei l. V, p. 158, 159._

CAPITOLO XXXVI.

_Sacco di Roma fatto da Genserico, Re de' Vandali. Sue depredazioni navali. Successione degli ultimi Imperatori occidentali, Massimo, Avito, Maiorano, Severo, Antemio, Olibrio, Glicerio, Nipote, Augustolo. Total estinzione dell'Impero dell'Occidente. Regno d'Odoacre, primo Re Barbaro d'Italia._

La perdita, o la desolazione delle Province, dall'Oceano alle Alpi, diminuì la gloria e la grandezza di Roma: ma la separazione dell'Affrica distrusse irreparabilmente l'interna sua prosperità. I rapaci Vandali confiscarono i beni patrimoniali de' Senatori, ed impedirono i regolari sussidi, che sollevavano la povertà, ed incoraggivano l'ozio de' plebei. La miseria de' Romani fu tosto aggravata da un attacco inaspettato; e quella Provincia, che per tanto tempo si era coltivata per loro uso da industriosi e fedeli sudditi, fu armata contro di loro da un ambizioso Barbaro. I Vandali e gli Alani, che seguitavano il fortunato stendardo di Genserico, avevano acquistato un ricco e fertile territorio, che si estendeva lungo la costa sopra novanta giornate di cammino da Tangeri a Tripoli; ma l'arenoso deserto ed il Mediterraneo ristringevano e confinavano da ambe le parti gli angusti lor limiti. La scoperta e la conquista de' popoli neri, che abitavano sotto la zona torrida, non poteva tentare la ragionevole ambizione di Genserico; ma egli rivolse gli occhi verso il mare; risolvè di formare una forza navale; e l'audace sua risoluzione fu eseguita con ferma ed attiva perseveranza. I boschi del monte Atlante gli somministrarono un'inesauribile quantità di legname; i suoi nuovi sudditi si abilitarono nelle arti della navigazione, e della costruzion delle navi; esso animò gli arditi suoi Vandali ad abbracciare una maniera di combattere, che avrebbe renduto qualunque paese marittimo accessibile alle loro armi; i Mori e gli Affricani furono adescati dalla speranza della preda; e dopo un intervallo di sei secoli, le flotte, che usciron dal porto di Cartagine, aspirarono di nuovo all'Impero del Mediterraneo. Le prosperità de' Vandali, la conquista della Sicilia, il sacco di Palermo, ed i frequenti sbarchi sulle coste della Lucania risvegliarono, e misero in moto la madre di Valentiniano, e la sorella di Teodosio. Si formarono alleanze, e si prepararono dispendiosi ed inefficaci armamenti per la distruzione del comun nemico, che riservava il proprio coraggio ad affrontar que' pericoli, che la sua politica non poteva impedire o evitare. Furono sconcertati più volte i disegni del Governo Romano dalle artificiose dilazioni, ambigue promesse, ed apparenti cessioni di lui; e l'interposizione del Re degli Unni, formidabile suo confederato, richiamò gl'Imperatori dalla conquista dell'Affrica alla cura della domestica lor sicurezza. Le rivoluzioni del Palazzo, che lasciaron l'Impero d'Occidente senza difensore, e senza legittimo Principe, sgombrarono i timori, e stimolarono l'avarizia di Genserico. Equipaggiò esso immediatamente una numerosa flotta di Vandali, e di Mori, e gettò l'ancora alla bocca del Tevere circa tre mesi dopo la morte di Valentiniano, e l'innalzamento di Massimo al trono Imperiale.

[A. 455]

Si citò spesse volte la vita privata del Senatore Petronio Massimo[776], come un raro esempio d'umana felicità. La sua nascita era nobile ed illustre, mentre discendeva dalla famiglia Anicia; la sua dignità veniva sostenuta da un adequato patrimonio in terre e danari: e questi beni di fortuna erano accompagnati dalle arti liberali e dalle decenti maniere, che adornano o imitano gl'inestimabili doni del genio e della virtù. Il lusso del palazzo e della tavola di esso era ospitale ed elegante. Ogni volta che Massimo compariva in pubblico, era circondato da una serie di grati ed ossequiosi clienti[777]; e può essere che fra questi egli meritasse, ed avesse di fatto qualche vero amico. Fu premiato il suo merito dal favore del Principe e del Senato: esercitò egli per tre volte l'uffizio di Prefetto del Pretorio d'Italia; fu investito due volte del Consolato, ed ottenne il titolo di Patrizio. Questi civili onori non erano incompatibili col godimento della tranquillità e della quiete; il suo tempo, secondo che richiedeva la ragione o il piacere, veniva esattamente distribuito da un oriuolo ad acqua; e può concedersi, che quest'economia di tempo dimostri il sentimento, che Massimo aveva della propria felicità. Sembra che l'ingiuria, ch'ei ricevè dall'Imperator Valentiniano scusi la più sanguinosa vendetta. Pure un filosofo avrebbe potuto riflettere, che se la resistenza della sua moglie era stata sincera, la sua castità era tuttavia inviolata, e che questa non si sarebbe mai reintegrata, se essa avea consentito al voler dell'adultero, ed un buon cittadino avrebbe molto esitato prima di gettar se stesso, e la patria in quelle inevitabili calamità, che dovetter seguire l'estinzione della real famiglia di Teodosio. L'imprudente Massimo trascurò queste salutari considerazioni; secondò la propria collera ed ambizione; vide il cadavere sanguinoso di Valentiniano a' suoi piedi; e si udì salutare Imperatore dall'unanime voce del Senato e del Popolo. Ma il giorno del suo inalzamento fu l'ultimo della sua felicità. Esso fu imprigionato (tal è la viva espressione di Sidonio) nel palazzo; e dopo aver passato una notte senza dormire, sospirava per esser giunto al colmo de' suoi desiderj, e non aspirava, che a scendere da quella pericolosa elevazione. Oppresso dal peso del diadema, comunicava i suoi ansiosi pensieri al Questore Fulgenzio, suo amico; e quando guardava indietro con inutile pentimento i suoi piaceri della vita passata, l'Imperatore esclamava: «o fortunato Damocle[778], il tuo regno principiò e finì nel medesimo pranzo!» Allusione ben nota, che Fulgenzio poi ripeteva, come un'istruttiva lezione pei Principi, e pei sudditi.

[A. 455]

Il regno di Massimo durò circa tre mesi. Le sue ore, delle quali non potea più disporre, venivano disturbate dal rimorso, dalla colpa, o dal timore, ed era scosso il suo trono dalle sedizioni de' soldati, del Popolo, e de' Barbari alleati. Il matrimonio di Palladio suo figlio con la figlia maggiore dell'Imperatore defunto era forse diretto a stabilire l'ereditaria successione della sua famiglia; ma la violenza, ch'ei fece all'Imperatrice Eudossia, non potè nascere, che da un cieco impulso di libidine o di vendetta. La propria moglie, ch'era stata la causa di que' tragici fatti, opportunamente era morta; e la vedova di Valentiniano fu costretta a violare il decente suo lutto, e forse il vero suo cordoglio, ed a sottomettersi agli abbracciamenti d'un superbo usurpatore, ch'essa sospettava essere stato l'assassino del suo defunto marito. Questi sospetti furono ben tosto verificati per l'indiscreta confessione di Massimo stesso, ed egli capricciosamente provocò l'odio della ripugnante sua sposa, la quale era ben consapevole che discendeva da stirpe Imperiale. Dall'Oriente però non poteva Eudossia sperare alcuno efficace aiuto: suo padre, e Pulcheria sua zia erano morti; sua madre languiva nell'angustia e nell'esilio di Gerusalemme; e lo scettro di Costantinopoli era nelle mani d'uno straniero. Essa rivolse gli occhi verso Cartagine; segretamente implorò l'aiuto del Re de' Vandali; e persuase Genserico a profittare della bella occasione di coprire i suoi rapaci disegni coi nomi speciosi di onore, di giustizia e di compassione[779]. Per quanto senno Massimo avesse dimostrato ne' posti subordinati, egli era incapace d'amministrare un Impero; e quantunque potesse facilmente sapere i preparativi navali, che si facevano su gli opposti lidi dell'Affrica, aspettò con supina indifferenza la venuta del nemico, senza prendere alcuna misura per difendersi, per trattare, o per opportunamente ritirarsi. Quando i Vandali sbarcarono all'imboccatura del Tevere, l'Imperatore fu ad un tratto svegliato dal suo letargo pei clamori d'una tremante ed esacerbata moltitudine. L'unica speranza, che si presentò all'attonito suo spirito, fu quella d'una precipitosa fuga; ed esortò i Senatori ad imitare l'esempio del loro Principe. Ma appena Massimo si fece veder nelle strade, che fu assalito da una pioggia di pietre: un soldato Romano o Borgognone si attribuì l'onore della prima ferita di esso; il suo lacero corpo fu ignominiosamente gettato nel Tevere; il Popolo Romano vide con piacere la pena data all'autore della pubblica calamità; ed i famigliari d'Eudossia segnalarono il proprio zelo in servizio della loro Signora[780].

[A. 455]