Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 06

Part 35

Chapter 353,434 wordsPublic domain

Tal evento avrebbe potuto contribuire alla salvezza dell'Impero Occidentale, sotto il regno d'un Principe che si fosse conciliata l'amicizia, senza perder la stima, de' Barbari. Ma l'Imperatore dell'Occidente, il debole e dissoluto Valentiniano, ch'era giunto al suo trentesimo quinto anno senza giungere all'età della ragione o del coraggio, abusò di quest'apparente sicurezza, per far crollare i fondamenti del proprio trono, mediante l'uccisione di Ezio. Per un istinto di animo basso e geloso, egli odiava quell'uomo, che universalmente si celebrava come il terrore de' Barbari, ed il sostegno della Repubblica; e l'eunuco Eraclio, suo nuovo favorito risvegliò l'Imperatore da quel supino letargo, che avrebbe potuto coprirsi, durante la vita di Placidia[769], con la scusa di figliale pietà. La fama d'Ezio, la sua ricchezza e dignità, la numerosa e marzial copia di Barbari suoi seguaci, i suoi potenti aderenti, che occupavano gl'impieghi civili dello Stato, e le speranze di Gaudenzio suo figlio, che aveva già contratto la promessa di matrimonio con Eudossia figlia dell'Imperatore, l'avevano inalzato sopra il grado di suddito. Gli ambiziosi disegni, de' quali esso fu segretamente accusato, eccitarono i timori, ugualmente che lo sdegno di Valentiniano. Ezio medesimo, sostenuto dalla coscienza del proprio merito, de' suoi servigi, e forse della sua innocenza, pare che tenesse un altiero ed indiscreto contegno. Il Patrizio offese il suo Sovrano con una ostile dichiarazione; aggravò l'offesa, costringendolo a ratificare, con solenne giuramento, un trattato di riconciliazione e d'alleanza; pubblicò i suoi sospetti; trascurò la propria sicurezza; e per una vana opinione, che il nemico da lui disprezzato fosse incapace fino d'un delitto virile, espose la sua persona, entrando nel palazzo di Roma. Mentre egli insisteva, forse con ardore smoderato, sulle nozze del suo figlio, Valentiniano, sfoderata la spada, la prima spada che avesse giammai sguainato, l'immerse nel petto d'un Generale, che aveva salvato il suo impero: i suoi cortigiani ed eunuchi ambiziosamente si studiarono d'imitare il loro Signore; ed Ezio, trafitto da cento ferite, cadde morto alla presenza reale. Nel momento stesso fu ucciso Boezio, Prefetto del Pretorio; e prima che fosse divulgato il fatto, furon chiamati al Palazzo i principali amici del Patrizio, e separatamente ammazzati. L'orrido avvenimento, palliato sotto gli speciosi nomi di giustizia e di necessità, fu subito comunicato dall'Imperatore a' propri soldati, sudditi, ed alleati. Le nazioni, ch'erano indifferenti o nemiche d'Ezio, generosamente deplorarono l'indegno destino d'un Eroe: i Barbari, suoi aderenti, dissimularono il loro sdegno e dispiacere; ed il pubblico disprezzo, che da tanto tempo si aveva per Valentiniano, si convertì ad un tratto in un alto ed universale abborrimento. Tali sentimenti rade volte penetrano le mura d'un palazzo; pure l'Imperatore fu confuso dall'onesta risposta d'un Romano, di cui non aveva sdegnato di cercare l'approvazione: «Io non so, disse, o Signore, quali sono i motivi e le occasioni, che avete avuto; quel che so, è che voi avete operato come un uomo che taglia la sua destra con la sinistra»[770].

Sembra, che la lussuria di Roma attirasse le lunghe e frequenti visite di Valentiniano, il quale per conseguenza era più disprezzato a Roma, che in qualunque altra parie de' suoi Stati. Era insensibilmente risorto nel Senato uno spirito repubblicano, a misura che l'autorità ed anche gli aiuti di esso divennero necessari a sostenere il suo debol governo. Il superbo contegno d'un Monarca ereditario offendeva l'orgoglio di quello; ed i piaceri di Valentiniano erano ingiuriosi alla pace ed all'onore delle famiglie nobili. La nascita dell'Imperatrice Eudossia era uguale alla sua, e le grazie, non meno che il tenero affetto di essa, meritavano quelle testimonianze d'amore, che l'incostante di lei marito dissipava in vaghi ed illegittimi oggetti. Petronio Massimo, ricco Senatore della famiglia Anicia, ch'era stato due volte Console, aveva una casta e bella moglie; l'ostinata di lei resistenza non servì che ad irritare i desideri di Valentiniano; ed esso risolvè di soddisfarli o per inganno, o per forza. Uno de' vizi della Corte era il giuoco precipitoso: l'Imperatore, che a caso o per astuzia aveva vinto a Massimo una somma considerabile, scortesemente volle il suo anello in pegno del debito; e lo mandò per un fedel messaggiero alla moglie di esso con un ordine, in nome del marito, ch'ella immediatamente si portasse presso l'Imperatrice Eudossia. La moglie di Massimo, senza sospetto alcuno, si fece nella propria lettiga trasportare al Palazzo Imperiale; gli emissari dell'impaziente amante di lei la condussero ad una remota, e tacita camera; e Valentiniano violò, senza rimorso, le leggi dell'ospitalità. Le lacrime di lei, quando tornò a casa; la sua profonda afflizione e gli amari suoi rimproveri contro il marito, ch'essa risguardava come complice della sua vergogna, eccitarono Massimo ad una giusta vendetta; il desiderio della vendetta era stimolato dall'ambizione, ed egli poteva con fondamento aspirare, mediante i liberi voti del Senato Romano, al trono d'un odiato e disprezzabil rivale. Valentiniano, il quale supponeva che ogni petto umano fosse, come il suo, privo d'amicizia e di gratitudine, aveva imprudentemente ammesso fra la sue guardie vari domestici seguaci di Ezio. Due fra questi, di stirpe barbara, furono indotti ad eseguire un sacro ed onorevol dovere con punir di morte l'assassino del loro Signore; e l'intrepido loro coraggio non aspettò lungamente il favorevol momento di farlo. Mentre Valentiniano si divertiva nel campo di Marte ad osservare alcuni esercizi militari, essi ad un tratto l'assalirono con le armi sguainate, uccisero il colpevole Eraclio, e passarono il cuore all'imperatore, senza che il numeroso suo seguito facesse la minima opposizione, sembrando che tutti si rallegrassero della morte del Tiranno. Tale fu il fine di Valentiniano III[771], ultimo Imperator Romano della famiglia di Teodosio. Imitò esso fedelmente l'ereditaria debolezza del suo cugino, e de' suoi due zii, senza ereditare le gentili maniere, la purità e l'innocenza, che ne' loro caratteri alleggeriscono il difetto di mancanza di spirito e d'abilità. Valentiniano era meno scusabile, poichè aveva le passioni senza le virtù, si potea dubitare fino della sua religione; e quantunque non deviasse mai ne' sentieri dell'eresia, scandalizzò i devoti Cristiani col suo attaccamento alle profane arti della magia e della divinazione.

[A. 455]

Fino da' tempi di Cicerone, e di Varrone, era opinione degli Auguri Romani, che i _dodici avoltoi_, veduti da Romolo, rappresentassero i _dodici secoli_ assegnati alla fatal durata della sua città[772]. Questa profezia, disprezzata forse nel tempo della prosperità e del vigore, inspirò al Popolo molte triste apprensioni, quando fu prossimo al suo termine il duodecimo secolo, oscurato dalla vergogna e dalla disgrazia[773]; ed anche la posterità dee confessare con qualche sorpresa, che l'arbitraria interpretazione d'un'accidentale o favolosa circostanza si è realmente verificata nella caduta dell'occidentale Impero. Ma la sua rovina fu annunziata da un augurio più chiaro del volo degli avoltoi: il Governo Romano sembrava ogni giorno meno formidabile a' suoi nemici, e più odioso ed oppressivo a' suoi sottoposti[774]. S'erano moltiplicate le tasse con la pubblica calamità; si trascurava l'economia, a misura ch'era divenuta più necessaria; e l'ingiustizia dei ricchi scaricava i disuguali pesi sulla plebe, ch'essi defraudavano de' doni, che talvolta ne avrebbero potuto sollevar la miseria. La severa inquisizione, che confiscava i loro beni, e tormentava le persone, costringeva i sudditi di Valentiniano a preferire la più semplice tirannia de' Barbari, a fuggire a' boschi, ed alle montagne, o ad abbracciare l'abbietta e vil condizione di servi mercenari. Essi deponevano ed abborrivano il nome di Cittadini Romani, che in altri tempi aveva eccitato l'ambizion dell'uman genere. Le Province Armoriche della Gallia, e la maggior parte della Spagna, si erano ridotte ad uno stato d'irregolare indipendenza, per mezzo delle confederazioni de' Bagaudi; ed i Ministri Imperiali perseguitavano con leggi di proscrizioni, e con armi inefficaci i ribelli, che da loro medesimi, si erano creati[775]. Se tutti i conquistatori Barbari fossero stati annichilati ad un tratto, l'intera lor distruzione non avrebbe fatto risorgere l'Impero dell'Occidente: e se Roma tuttavia sopravvisse, sopravvisse priva di libertà, di virtù, e d'onore.

NOTE:

[697] Procopio, _de Bell. Vandal. l. I. c. 4._ Evagr., _l. II. c. 1._ Teofane _p. 90, 91. Novell, ad calc. Cod. Theodos. Tom. VI. p. 39._ Le lodi, che S. Leone ed i Cattolici hanno dato a Marciano, sono state diligentemente trascritte dal Baronio per servire d'incoraggiamento a' futuri Principi.

[698] Vedi Prisco _p. 39, 72_.

[699] La Cronica Alessandrina o Pasquale, che fa menzione di questa orgogliosa ambasciata al tempo di Teodosio, può averne anticipata la data; ma il debole annalista era incapace d'inventare il genuino ed originale stile di Attila.

[700] Il secondo libro dell'Istoria critica dello stabilimento della Monarchia Francese (_Tom. 1, p. 189, 424_) sparge gran luce sopra lo stato della Gallia, quando fu invasa da Attila; ma l'Abbate Dubos, ingegnoso autore di essa, troppo spesso si abbandona al sistema ed alle congetture.

[701] Vittore Vitense (_de persecut. Vandal. l. 1, c. 6, p. 8. Edit. Ruinart_) lo chiama _acer consilio et strenuus in bello_. Ma quando divenne disgraziato, il suo coraggio fu censurato come una disperata temerità; e Sebastiano meritò, o piuttosto gli fu attribuito l'epiteto di _praeceps_ (_Sid. Apolim., Carm. IX. 181_). Sono leggiermente notate le sue avventure in Costantinopoli, nella Sicilia, nella Gallia, nella Spagna, e nell'Affrica dalle Croniche di Marcellino, e d'Idazio. Nella sua disgrazia egli ebbe sempre un numeroso seguito di compagni; mentre potè saccheggiar l'Ellesponto, e la Propontide, e prendere la città di Barcellona.

[702] _Reipublicae Romanae singulariter natus, qui superbiam Svevorum, Francorumque barbariem immensis caedibus servire Imperio Romano coegisset._ (Giornand., _de Reb. Get. c. 34 p. 660_).

[703] Questo ritratto è ricavato da Renato Profuturo Frigerido, scrittore contemporaneo, conosciuto solo per mezzo di alcuni estratti, che ci sono stati conservati da Gregorio di Tours (_L. II. c. 8. in. Tom. II. p. 163_). Era probabilmente dovere, o almeno interesse di Renato il magnificare le virtù d'Ezio: ma egli avrebbe dimostrato maggior destrezza, se non avesse insistito sulla sua inclinazione a soffrire, ed a _perdonare_.

[704] L'Ambasceria era composta del Conte Romolo, di Promoto, Presidente del Norico, e di Romano, Duce militare. Essi erano accompagnati da Tatullo, illustre cittadino di Petovio, città dell'istessa Provincia, e padre d'Oreste, che aveva sposato la figlia del Conte Romolo. Vedi Prisco p. 57, 65. Cassiodoro (_part. 1, 4_) fa menzione d'un'altra ambasceria, che fu sostenuta da suo padre, e da Carpilione figlio d'Ezio; e siccome Attila non v'era più, esso potè sicuramente vantare il virile ed intrepido loro contegno nella sua presenza.

[705] _Deserta Valentinae urbis rara Alanis partienda traduntur._ Prosper. Tyron., _Chron. in Histor. de Franc. Tom. 1. p. 639_. Pochi versi dopo, Prospero nota che furono assegnate agli Alani delle terre nella Gallia _ulteriore_. Senz'ammetter la correzione dell'Ab. Dubos (_Tom. 1. p. 300_), la ragionevole supposizione di _due_ colonie, o guarnigioni di Alani confermerà i suoi argomenti, e toglierà le obiezioni.

[706] Vedi Prosp. Tyr. _p. 639._ Sidonio (_Paneg. Avit. 246_) si duole in nome dell'Alvernia sua Patria.

_Lithorius Scythicos equites, tunc forte subacto_ _Celsus Aremorico, Geticum rapiebat in agmen_ _Per terras, Arverne, tuas, qui proxima quaeque_ _Discursu, flammis, ferro, feritate, rapinis,_ _Delebant; pacis fallentes nomen inane._

Un altro Poeta, cioè Paolino del Perigord, conferma questo lamento. _Nam socium vix ferre queas, qui durior hoste._ Vedi Dubos _Tom. 1 p. 330_.

[707] Teodorico II figlio di Teodorico I, dichiara ad Avito la sua risoluzione di riparare o d'espiare la colpa, che aveva commesso il suo avo:

_Quae noster peccavit avus, quem fuscat id unum,_ _Quod Te, Roma, capit..._ (Sidon., _Panneg. Avit. 505_)

Questo carattere, applicabile solo al Grande Alarico, stabilisce la genealogia de' Re Goti, che fin qui era stata ignota.

[708] Il nome di _Sapaudia_, da cui vien quello di _Savoja_, è rammentato per la prima volta da Ammiano Marcellino; e dalla Notizia si collocano due posti militari dentro i limiti di quella Provincia; a Grenoble nel Delfinato era stazionata una coorte; ed Ebrodunum o Iverdon difendeva una flotta di piccoli vascelli, che dominavano il lago di Neufchatel. Vedi Vales., _Notit. Galliar. p. 503_. Danville, _Notice da l'ancien Gaul. p. 284, 579_.

[709] Salviano ha tentato di spiegare il moral governo della Divinità; il che può facilmente farsi col supporre, che la calamità de' malvagi sono _giudizi_, e quelle de' giusti _prove_ di Dio.

[710]

_... Capto terrarum damna patebant_ _Lithorio, in Rhodanum proprios producere fines,_ _Theudoridae fixum: nec erat pugnare necesse,_ _Sed migrare Getis; rabidam trux asperat irum_ _Victor, quod sensit Scythicum sub moenibus hostem_ _Imputat, et nihil est gravius, si forsitan umquam_ _Vincere contingat trepido..._ (_Paneg. Avit. 300 etc._)

Sidonio quindi prosegue, secondo il dovere d'un Panegirista, a trasferire tutto il merito da Ezio ad Avito suo Ministro.

[711] Teodorico II venerava nella persona d'Avito il carattere di suo precettore:

_..... Mihi Romula dudum_ _Per te Jura placent: parvumque ediscere jussit_ _Ad tua verba pater, docili quo prisca_ Maronis _Carmine molliret Scythicos mihi pagina mores._ Sidon., _Panegyr. Avit. 495. etc._

[712] I nostri autori pel regno di Teodorico I. sono Giornandes (_de reb. Getic. c. 34 e 36_), e le Croniche d'Idazio, e de' due Prosperi inserite negl'Istorici di Francia (_T. 1. p. 612-640_). A questi possiamo aggiungere Salviano (_de Gubern. Dei l. VII. p. 243, 244, 245_) ed il Panegirico d'Avito fatto da Sidonio.

[713] _Reges_ criuitos _se creavisse de prima, et ut ita dicam nobiliori suorum familia_ (Gregor. Turon. _l. II. c. 9. p. 166_ del secondo volume degl'istorici di Francia). Gregorio stesso non fa menzione del nome di _Merovingi_, che si trova però indicato al principio del settimo secolo, come distintivo della famiglia reale, ed anche della Monarchia Francese. Un ingegnoso critico ha fatto derivare i Merovingi dal gran Maroboduo, ed ha provato chiaramente, che il Principe, che diede il suo nome alla prima stirpe, fu più antico del padre di Childerico. Vedi _Memoir. de l'Acad. des Inscript. Tom. XX. p. 52-90. Tom. XXX. p. 557, 587_.

[714] Questo costume Germano, che si trova continuato da Tacito fino a Gregorio di Tours, finalmente fu adottato anche dagl'Imperatori di Costantinopoli. Montfaucon da un manoscritto del decimo secolo ha tratto e rappresentato tal cerimonia, che l'ignoranza di quel tempo applicò al Re David. Vedi _Monum. de la Monarch. Franc. Tom. I. Disc. prelim._

[715] _Caesaries prolixa... crinium flagellis per terga dimissis etc._ Vedi la Prefazione al terzo volume degl'Istorici di Francia, e l'Abbate le Boeuf (_Dissert. Tom. III. p. 47, 79_). Questo particolar uso de' Merovingi si è notato da' Nazionali e dagli stranieri, da Prisco _Tom. I. p. 608_, da Agatia _T. II. p. 49_, e da Gregorio di Tours _L. III. 18. VI. 24. VIII. 10. Tom. II. p. 196, 278, 316_.

[716] Vedasi una pittura originale della figura, delle vesti, delle armi, e del carattere degli antichi Franchi presso Sidonio Apollinare (_Panegir. Major. 238, 254_) e tali pitture, quantunque fatte rozzamente, hanno un reale ad intrinseco valore. Il P. Daniel (_Hist. de la milice Franc. Tom. 1 p. 2-7_) ha illustrato tal descrizione.

[717] Dubos, _Hist. crit. etc. Tom. 1. p. 271, 272_. Alcuni Geografi hanno posto Dispargo sulla parte Germanica del Reno. Vedi una nota degli Editori Benedettini agl'Istorici di Francia _Tom. II. p. 166_.

[718] La selva Carbonaria era quella parte della gran foresta delle Ardenne, che si trova fra la Schelda e la Mosa. Vales., _Notit. Gall. p. 126_.

[719] Gregor. Turon. _l. II, c. 9 in Tom. II, p. 166, 167_. Fredegar. _Epitom. c. 9 pag. 395 Gest. Reg. Francor, c. 5 in Tom. II, p. 544 Vit. S. Remig. ab Hincmar. in Tom. III, p. 373_.

[720]

_.... Francus qua Cloio patentes_ _Atrebatum terras pervaserat..._ (_Panegyr. Major. an. 212_).

Il posto preciso fu un castello o villaggio chiamato _vicus Helena_; e sì il nome che il luogo da' moderni Geografi si sono scoperti a Lens. Vedi Valesio, _Notit. Gall. p. 246_. Longuerue, _descript. de la Franc. Tom. II p. 88_.

[721] Vedasi una inesatta narrazione del fatto presso Sidonio, _Panegyr. Majorian. 212, 230_. I Critici Francesi, impazienti di stabilire la loro Monarchia nella Gallia, hanno tratto un forte argomento dal silenzio di Sidonio, che non ardisce dire perchè i Franchi superati fosser costretti a ripassare il Reno. Dubos _Tom. 1. p. 322_.

[722] Salviano (_De Gubern. Dei l. VI_) ha esposto con istile declamatorio e vagante le disgrazie di queste tre città, che sono distintamente riportate dall'erudito Mascovio; _Istor. degli antichi Germani_ IX. 21.

[723] Prisco, nel raccontare la contesa, non dice i nomi dei due fratelli; il secondo de' quali giovane senza barba con lunga ondeggiante chioma aveva esso veduto a Roma (_Histor. de Franc. Tom. I. p. 607, 608_). Gli Editori Benedettini son disposti a credere, che questi fossero figli di qualche incognito Re de' Franchi, che regnava sulle rive del Necker; ma sembra, che gli argomenti del Foncemagne (_Mem. de l'Acad. Tom. VIII. p. 464_) provino, che la successione di Clodione fosse disputata da' due suoi figli, e che il minore di essi fosse Meroveo padre di Childerico.

[724] Durante la stirpe de' Merovingi, il trono fu ereditario; ma tutti i figli del defunto Monarca avevano ugual diritto alla lor parte delle ricchezze e degli Stati di esso. Vedi la dissertazione del Foncemagne ne' tomi VI e VII delle Memorie dell'Accademia.

[725] Sussiste tuttavia una medaglia, che dimostra l'avvenente figura d'Onoria col titolo d'Augusta; e nel rovescio si legge impropriamente _salus Reipublicae_ intorno al monogramma di Cristo. Vedi Du Cange _Famil. Byzant. p. 67, 70_.

[726] Vedi Prisco _p._ 39, 40. Poteva plausibilmente allegarsi, che se le donne potevan succedere al trono, Valentiniano medesimo, che avea sposato la figlia ed erede di Teodosio il Giovane, avrebbe avuto diritto all'Impero orientale.

[727] Le avventure d'Onoria sono imperfettamente riferite da Giornandes (_de success. regn. c. 97 e de reb. Get. c. 42 p. 674_), e nelle Croniche di Prospero e di Marcellino; ma non possono essere coerenti o probabili, se non separiamo con un intervallo di tempo e di luogo il suo intrigo con Eugenio, e l'invito che fece ad Attila.

[728] _Exegeras mihi, ut, promitterem tibi, Attila bellum stylo me posteris intimaturum.... coeperam scribere, sed operis arrepti fasce perspecto, taeduit inchoasse_: Sidon. Apolin. _lib. VIII Ep. 15 p. 246_.

[729]

_..... Subito cum rupta tumultu_ _Barbaries totas in te transfuderat Arctos_ _Gallia. Pugnacem Rugum, comitante Gelono_ _Gepida trux sequitur. Scyrum Burgundio cogit,_ _Chunus, Bellonotus, Neurus, Bastarna_, Toringus _Bructerus, ulvosa quem vel Nicer abluit unda,_ _Prorumpit Francus. Cecidit cito secta bipenni_ _Hercynia in lintres, et Rhenum texuit alno._ _Et iam terrificis diffunderat Attila turmis_ _In campos se Belga tuos...._ (_Paneg. Avit. 320_).

[730] La narrazione più autentica e circostanziata di questa guerra trovasi presso Giornandes (_de reb. Getic. c. 36, 41 p. 662, 672_) che alle volte ha compendiata, ed alle volte copiata l'istoria più estesa di Cassiodoro. Giornandes, che sarebbe superfluo di citare più volte, può correggersi, ed illustrarsi per mezzo di Gregorio di Tours (_l. 2 c. 5, 6, 7_) e delle Croniche d'Idazio, d'Isidoro, e de' due Prosperi. Tutte le antiche testimonianze sono state raccolte ed inserite fra gl'Istorici di Francia, ma il Lettore dee stare in guardia contro un supposto estratto della Cronica d'Idazio (fra i frammenti di Fredegario _Tom._ II _pag. 462_) che spesso contraddice il testo genuino del Vescovo di Galizia.

[731] Le antiche leggende meritano qualche riguardo in quanto son costrette ad unire alle loro favole la vera storia de' loro tempi. Vedansi le vite di S. Lupo, di S. Aniano Vescovi di Metz, di S. Genovieffa ec. fra gl'Istorici di Francia _Tom. I, p. 644, 645, 649 Tom. III, p. 369_.

[732] Lo Scetticismo del Conte di Buat (_Hist. des Peupl. Tom. VII, p. 539, 540_) non può combinarsi con alcuno principio di ragione, o di critica. Non è forse Gregorio di Tours preciso, e positivo nel suo racconto della distruzione di Metz? Alla distanza di non più di cento anni poteva egli ed il Popolo ignorare il destino d'una città, ch'era la residenza attuale de' Re d'Austrasia, suoi sovrani? L'erudito Conte, che sembra avere intrapreso l'apologia d'Attila e dei Barbari, cita il falso Idazio _parcens civitatibus Germaniae et Galliae_, e non si rammenta, che il vero Idazio ha espressamente affermato, _plurimae civitates affractae_, fra le quali conta anche Metz.

[733]

_....... Ut liquerat Alpes_ _Aetius, tenue et rarum sine milite ducens_ _Robur, in auxiliis Geticum male credulus agmen_ _Incassum propriis praesumens adjere castris._

[734] Si descrive imperfettamente la politica d'Attila, d'Ezio, e de' Visigoti nel _Panegirico d'Avito_, e nel _cap. 36_ di Giornandes. Tanto il Poeta, che l'Istorico erano preoccupati da personali o nazionali pregiudizi. Il primo esalta il merito e l'importanza d'Avito: _Orbis, Avite, salus, etc._ L'altro è ansioso di porre i Goti nell'aspetto più favorevole. Pure la coerenza dell'uno coll'altro, quando son bene interpetrati, è una prova della loro veracità.

[735] L'enumerazione dell'armata d'Ezio si fa da Giornandes _c. 36 p. 644_. _Edit. Grot. Tom. II, p. 23 degl'Istorici di Franc. con le note dell'Editore Benedettino_. I Leti erano una razza promiscua di Barbari nati o naturalizzati nella Gallia; i Ripari o Ripuari traevano il loro nome dalla loro situazione su' tre fiumi, il Reno, la Mosa, e la Mosella; gli Armorici possedevano le città indipendenti fra la Senna e la Loira; si era piantata una colonia di Sassoni nella diocesi di Bayeux; i Borgognoni erano stabiliti nella Savoia; ed i Breoni erano una guerriera tribù de' Reti, all'Oriente del lago di Costanza.

[736] _Aurelianensis urbis obsidio, oppugnatio, irruptio, nec direptio_ (_l. V Sidon. Appollin. l. VIII Epist. 15 p. 246_). La liberazione d'Orleans si sarebbe facilmente potuta convertire in un miracolo, ottenuto e predetto dal Santo Vescovo.

[737] Nelle comuni edizioni, si legge XCM; ma v'è qualche autorità di Manoscritti (e qualunque autorità è sufficiente) pel numero più ragionevole di XVM.

[738] Scialons, o Duro-Catalaunum, di poi _Catalauni_, anticamente formava una parte del territorio di Rheims, da cui non è distante che 27 miglia. Vedi Valesio _notit. Gall. p. 136_. Danville _notice de l'ancien. Gaule p. 212, 279_.

[739] Si fa spesso menzione della Campania, o Sciampagna da Gregorio di Tours; e quella gran Provincia, di cui Rheims era la Capitale, obbediva al governo d'un Duca. Valesio _notit. 120, 123_.