Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 06

Part 34

Chapter 343,551 wordsPublic domain

Ma i suoi nemici avevan passato la notte in ugual disordine ed ansietà. L'imprudente coraggio di Torrismondo l'indusse ad inseguire il nemico, finattantochè inaspettatamente si trovò con pochi seguaci nel mezzo de' carriaggi Sciti. Nella confusione d'un combattimento notturno fu gettato a terra da cavallo, ed il Principe Goto sarebbe perito, come suo padre, se la giovanile sua forza, e l'intrepido zelo de' suoi compagni non l'avesse liberato da tale pericolosa situazione. In simil guisa, ma dalla parte sinistra della linea, Ezio medesimo, separato da' suoi alleati, non sapendo la loro vittoria, e dubbioso del loro destino, incontrò ed evitò le truppe ostili ch'erano sparse per le pianure di Scialons, e finalmente giunse al campo de' Goti, cui non potè fortificare, che con un tenue trinceramento di scudi fino alla punta del giorno. Il Generale Imperiale ebbe tosto la soddisfazione di veder la disfatta d'Attila, che rimase inattivo dentro le sue trincere; e quando rimirò la sanguinosa scena, osservò con segreta compiacenza, che la perdita era principalmente caduta su' Barbari. Il corpo di Teodorico, trafitto da onorate ferite, fu trovato sotto un mucchio di cadaveri; i suoi sudditi piansero la morte del Re e del Padre loro; ma le loro lagrime furon mescolate con canti ed acclamazioni, e ne furon fatte le cerimonie funebri in faccia ad uno sconfitto nemico. I Goti, battendo le loro armi, elevarono sopra uno scudo Torrismondo suo figlio maggiore, a cui giustamente attribuivan la gloria del loro felice successo; ed il nuovo Re accettò l'obbligo della vendetta, come una sacra porzione della paterna sua eredità. Pure i Goti medesimi eran sorpresi dal fiero ed indomito aspetto del loro formidabil nemico; ed i loro Istorici hanno paragonato Attila ad un leone, circondato nella sua tana, e che minaccia i cacciatori con sempre maggior furore. Ai Re ed alle nazioni, che avessero abbandonato le sue bandiere nel tempo delle avversità fu fatto intendere, che il cadere in disgrazia del loro Monarca sarebbe stato per esse il più imminente ed inevitabil pericolo. Tutti i suoi strumenti di musica militare suonavano in alto ed animoso tuono di disfida; e le prime truppe, che s'avanzavano all'assalto, erano rispinte o abbattute da nuvoli di dardi, che piovevano da ogni parte delle trincere. In un generale consiglio di guerra fu determinato d'assediare il Re degli Unni nel suo campo, d'intercettarne le provvisioni, e di ridurlo all'alternativa d'un vergognoso trattato, o d'una disuguale battaglia. Ma l'impazienza de' Barbari sdegnò ben presto queste caute e dilatorie misure; e la matura politica d'Ezio temeva, che dopo l'estirpazione degli Unni la Repubblica fosse oppressa dall'orgoglio e dal potere della nazione Gotica. Il Patrizio esercitò il superiore ascendente dell'autorità e della ragione, per calmar le passioni, che il figlio di Teodorico risguardava come doveri; gli rappresentò con apparente affetto e real verità i pericoli dell'assenza e della dilazione; e persuase Torrismondo ad impedire, col suo pronto ritorno, gli ambiziosi disegni de' suoi fratelli, che potevan occupare il trono, ed il tesoro di Tolosa[743]. Dopo la partenza de' Goti, e la separazione dell'armata confederata, Attila restò sorpreso all'alto silenzio, che regnava nella pianura di Scialons: il sospetto di qualche stratagemma ostile lo ritenne più giorni dentro il cerchio de' suoi carriaggi; e la sua ritirata di là dal Reno dichiarò l'ultima vittoria che si ottenne a nome dell'Impero Occidentale. Meroveo coi suoi Franchi, tenendosi ad una prudente distanza, e magnificando l'opinione della propria forza per mezzo de' copiosi fuochi che ogni notte accendeva, continuò a seguitare la retroguardia degli Unni, finattantochè giunsero a' confini delle Turingia. I Turingi militavano nell'esercito d'Attila; essi attraversarono sì nella loro marcia, che nel ritorno i territori de' Franchi; e fu probabilmente in questa guerra, che esercitarono le crudeltà, che circa ottant'anni dopo furono vendicate dal figlio di Clodoveo. Uccisero essi gli ostaggi ugualmente che i prigionieri loro: dugento giovani fanciulle furono tormentate con atroce ed instancabile rabbia; i lor corpi furono messi in pezzi da cavalli selvatici, o le ossa loro stritolate sotto il peso de' carri, che vi giravano sopra: e le lor membra insepolte furono abbandonate sulle pubbliche strade in preda a' cani, ed agli avoltoi. Tali erano quegli antichi selvaggi, le immaginarie virtù de' quali hanno talvolta eccitato la lode, e l'invidia de' secoli inciviliti[744].

Nè lo spirito, nè le forze, nè la riputazione d'Attila soffrirono diminuzione alcuna pel cattivo successo della spedizione Gallica. Nella seguente primavera rinnuovò la sua domanda della Principessa Onoria, e dei suoi beni patrimoniali. La domanda fu di nuovo rigettata o delusa; e lo sdegnato amante subito si mise in campagna, passò le alpi, invase l'Italia, ed assediò Aquileia con un'innumerabile armata di Barbari. Non sapevano questi le maniere di fare un assedio regolato, che anche fra gli antichi esigeva qualche cognizione, o almeno qualche pratica delle arti meccaniche. Ma il lavoro di molte migliaia di Provinciali e di schiavi, le vite de' quali venivan sacrificate senza pietà, eseguiva le più penose e pericolose operazioni. Potè corrompersi l'abilità degli artefici Romani per la distruzione della lor patria. Le mura d'Aquileia furono assalite da una formidabile quantità di arieti, che le battevano: di torri mobili, e di macchine, che scagliavano pietre, dardi, e fuoco[745]; ed il Monarca degli Unni si servì del forte impulso della speranza, del timore, dell'emulazione, e dell'interesse per rovesciare l'unico baluardo, che impediva la conquista dell'Italia. Aquileia era in quel tempo una delle più ricche, delle più popolate e forti città marittime della costa Adriatica. Gli alleati Gotici, che sembra, militassero sotto i nativi lor Principi Alarico ed Antala, comunicarono a' cittadini l'intrepido loro coraggio; e questi si rammentavano tuttavia la gloriosa ad efficace resistenza, che i loro antenati avean fatto ad un feroce inesorabile Barbaro, che disonorò la maestà della porpora Romana. Si consumaron tre mesi senza effetto nell'assedio d'Aquileia, finattantochè la mancanza delle provvisioni, ed i clamori dell'esercito costrinsero Attila ad abbandonar quell'impresa, ed a comandare con ripugnanza, che le truppe, nella seguente mattina, levasser le tende, ed incominciassero a ritirarsi. Ma mentre cavalcava intorno alle mura pensoso, tristo e sconcertato, osservò una cicogna, che preparavasi a lasciare il suo nido, ch'era in una delle torri della città, ed a fuggire con la piccola sua famiglia verso la campagna. Ei profittò, con la pronta penetrazione d'un Politico, di questo insignificante avvenimento che il caso aveva offerto alla superstizione; ed esclamò in alto ed allegro tuono, che un uccello così domestico, e sì costantemente attaccato alla società umana non avrebbe mai abbandonato le sue antiche sedi, qualora quelle torri non fossero state condannate ad un'imminente ruina e solitudine[746]. Il favorevole augurio inspirò negli Unni la sicurezza della vittoria; fu rinnovato e proseguito l'assedio con nuovo vigore; si fece una larga breccia in quella parte delle mura, da cui la cicogna aveva preso la fuga; gli Unni salirono all'assalto con irresistibil furore; e la seguente generazione potè appena scoprir le rovine d'Aquileia[747]. Dopo questa terribile distruzione, Attila seguitò la sua marcia; e cammin facendo ridusse in mucchi di sassi e di ceneri le città d'Altino, di Concordia e di Padova. Furono esposte alla rapace crudeltà degli Unni le città mediterranee di Vicenza, di Verona e di Bergamo. Milano e Pavia si sottoposero senza resistenza a perder le loro ricchezze; ed applaudirono alla straordinaria clemenza, che salvò dalle fiamme le loro fabbriche sì pubbliche che private, e risparmiò le vite d'una moltitudine di prigionieri. Con ragione si possono aver per sospette le tradizioni popolari di Como, di Turino e di Modena; pure concorrono esse con le più autentiche prove a convincerci, che Attila estese le sue devastazioni sulle ricche pianure della moderna Lombardia, che son divise dal Pò, e circondate dalle Alpi, e dell'Appennino[748]. Quando egli prese possesso del palazzo reale di Milano, restò sorpreso e irritato alla vista d'una pittura, che rappresentava i Cesari assisi sul trono, ed i Principi Sciti prostrati a' lor piedi. La vendetta, che Attila prese contro questo monumento di vanità Romana, fu innocente ed ingegnosa. Ei comandò ad un pittore, che rovesciasse le figure e le attitudini; e sulla medesima tela furon dipinti gl'Imperatori che si accostavano, in atto supplichevole, a votare i lor sacchi d'oro tributario avanti al trono del Monarca Scita[749]. Gli spettatori dovettero confessare la verità e la ragionevolezza di tal variazione; e furono forse tentati d'applicare in questa singolare occasione la ben nota favola della disputa fra il leone e l'uomo[750].

È un detto degno del feroce orgoglio di Attila, che non nacque mai più erba in quel luogo, per cui era passato il suo cavallo. Pure quel selvaggio distruttore, senza volerlo, gettò i fondamenti d'una Repubblica, che fece risorgere nello stato feudale d'Europa l'arte e lo spirito dell'industria commerciante. Il celebre nome di Venezia[751] estendevasi anticamente ad una vasta e fertil Provincia d'Italia, da' Confini della Pannonia fino al fiume Adda, e dal Po alle Alpi Rezie e Giulie, Avanti l'invasione de' Barbari, cinquanta città Venete fiorivano in pace e in prosperità: Aquileia era nel posto più cospicuo; ma l'antica dignità di Padova era sostenuta dall'agricoltura e dalle arti; ed il patrimonio di cinquecento cittadini, arruolati all'ordine equestre, doveva secondo il computo più tenue ascendere ad un milione settecentomila lire sterline. Molte famiglie d'Aquileia, di Padova e delle addiacenti città, che fuggivano dalla spada degli Unni, trovarono un salvo, quantunque oscuro, rifugio nelle vicine isole[752]. All'estremità del golfo, dove l'Adriatico debolmente imita le maree dell'Oceano, quasi cento piccole isole son separate con poco fondo d'acqua dal Continente, e difese da' flutti mediante varie lingue di terra, che ammettono l'ingresso de' Vascelli per mezzo di alcuni segreti e stretti canali[753]. Fino alla metà del quinto secolo, questi luoghi remoti e separati restaron senza coltivazione, con pochi abitanti e quasi senza nome veruno. Ma si formarono appoco appoco i costumi dei Veneti fuggitivi, le loro arti ed il loro governo dalla nuova situazione, in cui si trovarono, ed una dell'epistole di Cassiodoro[754], che descrive la lor condizione, circa settant'anni dopo, può risguardarsi come il primo documento della Repubblica. Il Ministro di Teodorico li paragona, col suo studiato declamatorio stile, ad uccelli acquatici, che avevan posti i lor nidi in seno alle acque; e quantunque convenga, che le Province Venete avevano anticamente contenuto molte nobili famiglie, fa conoscere però, ch'essi erano allora dalla disgrazia tutti ridotti all'istesso livello d'un umile povertà. Il comune e quasi universal cibo d'ogni ceto di persone era pesce; le uniche ricchezze loro consistevano in abbondanza di sale, ch'estraevan dal mare: ed il cambio di quella merce, sì necessaria per la vita umana, sostituivasi ne' vicini mercati al corso della moneta d'oro e d'argento. Un Popolo, di cui poteva dubbiosamente assegnarsi l'abitazione alla terra od all'acqua, divenne ben presto ugualmente famigliare con ambidue gli elementi; e le domande dell'avarizia successero a quelle della necessità. Gl'Isolani, che da Grado a Chiozza erano intimamente connessi l'uno coll'altro, penetrarono nel cuor dell'Italia per la sicura, quantunque laboriosa, navigazione de' fiumi e de' canali Mediterranei. I loro vascelli, che continuamente crescevano in grandezza ed in numero, frequentavano tutti i porti del Golfo, e lo sposalizio, che Venezia celebra ogni anno coll'Adriatico, fu contratto nella sua prima infanzia. La lettera di Cassiodoro, Prefetto del Pretorio, è diretta a' Tribuni marittimi; e gli esorta, con dolce tuono d'autorità, ad animare lo zelo de' loro compatriotti pel pubblico servizio, che esigeva la loro assistenza per trasportare le provvisioni del vino e dell'olio, dalla provincia dell'Istria alla real città di Ravenna. Si spiega il dubbioso ufizio di questi Magistrati mediante la tradizione, che nelle dodici isole principali si creavano dodici Tribuni o Giudici con un'annua e popolar elezione. L'esistenza della Repubblica Veneta sotto il regno Gotico d'Italia, viene attestata dal medesimo autentico documento, che distrugge l'alta lor pretensione d'una perpetua ed originale indipendenza[755].

Gl'Italiani, che da gran tempo aveano rinunziato all'esercizio delle armi, restaron sorpresi, dopo quarant'anni di pace, all'avvicinarsi d'un formidabile Barbaro, ch'essi abborrivano come il nemico della religione, ugualmente che della Repubblica loro. In mezzo alla generale costernazione, il solo Ezio era incapace di timore; ma era impossibile, ch'egli conducesse a termine, solo e senz'aiuto, veruna militare impresa, degna dell'antica sua fama. I Barbari, che avevan difeso la Gallia, ricusarono di marciare in soccorso dell'Italia; e gli aiuti, promessi dall'Imperatore orientale, erano distanti e dubbiosi. Ezio, alla testa delle sue truppe domestiche, si manteneva sempre in campagna, ed inquietava o ritardava la marcia d'Attila; nè mai con maggior verità si dimostrò grande, quanto nel tempo, in cui la sua condotta veniva biasimata da un ignorante ed ingrato Popolo[756]. Se lo spirito di Valentiniano fosse stato suscettivo di alcun sentimento generoso, avrebbe preso tal Generale per sua guida ed esempio. Ma il timido nipote di Teodosio invece di pigliar parte a pericoli, fuggì il suono della guerra; e la precipitosa sua ritirata da Ravenna a Roma, da una inespugnabil fortezza ad un'aperta capitale, dimostrò la sua segreta intenzione d'abbandonar l'Italia, tosto che si avvicinasse il pericolo, all'Imperial sua persona. Tal vergognosa abdicazione, però, fu sospesa da quello spirito di dubbio e di dilazione, che ordinariamente accompagna i pusillanimi consigli, e talvolta corregge le perniciose loro disposizioni. L'Imperatore occidentale, col Senato e Popolo di Roma, prese la risoluzione più salutare di calmare, mediante una solenne e supplichevole ambasceria, lo sdegno d'Attila. Fu accettata quest'importante commissione da Avieno, che per la sua nascita e ricchezza, per la sua consolar dignità, per la numerosa copia dei suoi aderenti, e per le personali sue qualità, teneva il primo posto nel Senato Romano. Lo specioso ed artificial carattere d'Avieno[757] era mirabilmente accomodato a trattare una negoziazione sì di pubblico che di privato interesse; il suo collega Trigezio aveva esercitato la prefettura Pretoriana d'Italia; e Leone, Vescovo di Roma, acconsentì ad esporre la propria vita per la Salute del suo gregge. Si era esercitato, e dimostrato il genio di Leone[758] nelle pubbliche disgrazie; ed egli ha meritato il nome di _grande_ per l'efficace zelo, con cui si studiò di stabilire le sue opinioni e la sua autorità, sotto i venerabili nomi di Fede ortodossa, e d'Ecclesiastica disciplina. Furono introdotti nella tenda d'Attila i Romani ambasciatori, allorchè si trovava accampato in quel luogo, dove il Mincio con lenti giri si perde negli schiumosi flutti del lago Benaco[759], e con la sua cavalleria Scitica calpestava le possessioni di Catullo e di Virgilio[760]. Il Barbaro Monarca gli ascoltò con favorevole ed anche rispettosa attenzione, e si comprò la liberazione dell'Italia con un'immensa somma o dote accordata per la Principessa Onoria. Lo stato, in cui si trovava il suo esercito, ne facilitò forse il trattato, ed affrettonne la ritirata. Lo spirito marziale de' soldati erasi rilassato per l'abbondanza, e per l'indolenza che produce un clima caldo. I pastori del Norte, l'ordinario cibo de' quali consisteva in latte ed in carne cruda, troppo liberamente si abbandonarono all'uso del pane, del vino, e de' cibi preparati e conditi dall'arte di cucinare; ed il progresso delle malattie vendicò in qualche modo le ingiurie degl'Italiani[761]. Quando Attila dichiarò la sua risoluzione di portare le vittoriose sue armi alle porte di Roma, fu ammonito dagli amici, non meno che da' nemici, che Alarico non aveva lungamente sopravvissuto alla presa di quella eterna città. Il suo spirito, superiore al pericolo reale, fu assalito da immaginari terrori; nè potè fuggir l'influenza della superstizione, che sì spesso avea secondato i suoi disegni[762]. La forte eloquenza, il maestoso aspetto, e le vesti sacerdotali di Leone eccitarono la venerazione d'Attila verso il Padre spirituale de' Cristiani. L'apparizione de' due Apostoli S. Pietro e S. Paolo, che minacciarono il Barbaro d'un'immediata morte, se non ascoltava le preghiere del loro Successore, è una delle più nobili leggende dell'Ecclesiastica tradizione. La salute di Roma potè meritare l'interposizione degli enti celesti; e si deve qualche indulgenza ad una favola, che si è rappresentata dal pennello di Raffaello, e dallo scalpello dell'Algardi[763].

[A. 453]

Il Re degli Unni, prima d'abbandonar l'Italia, minacciò di tornare in aria più terribile ed implacabile, se la Principessa Onoria, sua sposa, non fosse stata consegnata a' suoi ambasciatori dentro il termine convenuto nel trattato. Frattanto però Attila sollevò la sua tenera ansietà coll'aggiungere una bella ragazza, chiamata Ildico, al catalogo innumerabile delle sue mogli[764]. Fu celebrato il lor matrimonio con barbarica pompa e solennità nel suo palazzo di legno di là dal Danubio; ed il Monarca, oppresso dal vino e dal sonno, si ritirò, ad un'ora tarda, dal banchetto al letto nuziale. I suoi Ministri continuarono a rispettare i piaceri o il riposo di lui, la maggior parte del giorno seguente, finattantochè l'insolito silenzio eccitò i loro timori e sospetti; e dopo d'aver tentato di svegliare Attila con alte e ripetute grida, entrarono finalmente nell'appartamento reale. Essi trovarono la sposa che sedeva tremante accanto al letto, tenendosi il volto coperto col proprio velo, e dolendosi del proprio pericolo, ugualmente che della morte del Re, ch'era spirato in quella notte[765]. Ad un tratto gli si era rotta un'arteria, e stando esso in positura supina, fu soffogato da un torrente di sangue, che invece di trovare un passaggio pel naso, regurgitò nei polmoni e nello stomaco. Fu solennemente esposto il suo corpo, in mezzo della campagna, sotto un padiglione di seta; e gli scelti squadroni degli Unni, girandovi intorno con misurate evoluzioni, cantavano un inno funereo alla memoria d'un Eroe, glorioso nella vita, invincibile nella morte, padre del suo Popolo, flagello de' nemici, o terrore del Mondo. I Barbari, secondo il nativo loro costume, si tagliarono una parte di capelli, deturparono i loro volti con deformi ferite, e piansero il bravo lor Capitano come meritava, non con lagrime femminili, ma col sangue di guerrieri. Il cadavere d'Attila fu rinchiuso in tre casse, una d'oro, una d'argento, e l'altra di ferro, e segretamente sepolto in tempo di notte; furon gettate nel suo sepolcro le spoglie delle nazioni; gli schiavi che avevano scavato la terra, furono crudelmente uccisi; e gli stessi Unni, che si erano abbandonati a sì eccessivo dolore, stavano a mensa con dissoluta ed intemperante allegrezza intorno al recente sepolcro del Re. Si raccontava in Costantinopoli, che in quella fortunata notte, nella quale esso morì, Marciano vide in sogno l'arco d'Attila rotto in due parti; e convien confessare, che ciò prova quanto raramente l'immagine di quel formidabile Barbaro fosse lontana dalla mente d'un Imperator Romano[766].

La rivoluzione, che rovesciò l'impero degli Unni, stabilì la fama d'Attila, il solo genio del quale avea sostenuto quella vasta e sconnessa fabbrica. Dopo la sua morte i capitani più arditi aspirarono al grado di Re: i Re più potenti ricusarono di riconoscere un superiore; ed i numerosi figli, che tante diverse madri avean partorito al defonto Monarca, divisero e disputaron fra loro, come un patrimonio privato, il sovrano Impero della Germania e della Scizia. L'audace Ardarico sentì, e rappresentò agli altri la vergogna di questa servil divisione; ed i valorosi Gepidi, suoi sudditi, con gli Ostrogoti, sotto la condotta di tre valorosi fratelli, incoraggirono i loro alleati a rivendicare i diritti della libertà e della dignità reale. In una sanguinosa e decisiva battaglia sulle rive del fiume Netad, nella Pannonia, la lancia de' Gepidi, la spada de' Goti, i dardi degli Unni, l'infanteria di Svevia, la leggiera armatura degli Eruli, e la grave degli Alani si affrontarono, o si sostennero fra di loro; e la vittoria d'Ardarico fu accompagnata dalla strage di trentamila de' suoi nemici. Ellae, primogenito d'Attila, perdè la vita e la corona nella memorabil battaglia di Netad: il suo giovanil valore l'aveva innalzato al trono degli Acatziri, popolo Scita, ch'esso avea soggiogato; e suo padre, che amava l'eccellenza del merito, avrebbe invidiato la morte d'Ellac[767]. Dengisico suo fratello, con un'armata di Unni tuttavia formidabili nella fuga e rovina loro, si mantenne in campagna più di quindici anni sulle rive del Danubio. Il palazzo d'Attila, coll'antica regione della Dacia da' colli Carpazi fino all'Eussino, divenne la sede di una nuova potenza, che fu istituita da Ardarico Re de' Gepidi. Le conquiste Pannoniche, da Vienna fino a Sirmio, furon occupate dagli Ostrogoti; e le tribù, che avevano sì valorosamente sostenuto la nativa lor libertà, si stabilirono irregolarmente, occupando varj luoghi, secondo il grado delle respettive lor forze. Il regno di Dengisico, circondato ed oppresso dalla moltitudine degli schiavi di suo padre, fu ristretto al cerchio de' suoi carriaggi; il disperato di lui coraggio lo spinse ad invader l'Impero d'Oriente; ma restò ucciso in battaglia; e la sua testa, ignominiosamente esposta nell'Ippodromo, somministrò un grato spettacolo al Popolo di Costantinopoli. Attila, o per tenerezza o per superstizione, s'era dato a credere che Irnae, il minor de' suoi figli, fosse destinato a perpetuar la gloria della sua stirpe. Il carattere di questo Principe, che cercò di moderare la temerità del fratello Dengisico, era più conveniente allo stato di decadenza degli Unni; ed Irnae, con le orde a lui sottoposte, si ritirò nel cuore della bassa Scizia. Essi tosto furon sopraffatti da un torrente di nuovi Barbari, i quali seguitarono la medesima strada, che i propri loro maggiori avevano precedentemente scoperta. I _Geugensi_ o Avari, de' quali i Greci Scrittori fissano la sede su' lidi dell'Oceano, urtarono le vicine tribù, finattantochè gli Iguri del Norte, uscendo da' freddi paesi della Siberia, che producono le più preziose pelli, si sparsero nel deserto fino al Boristene, ed alle porte Caspie, e finalmente estinsero l'impero degli Unni[768].

[A. 454]