Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 06
Part 32
[671] Gli antichi Giornandes, Prisco ec. non fanno menzione di quest'epiteto. I moderni Ungheri hanno immaginato, che fosse dato ad Attila da un eremita della Gallia, e ch'ei si dilettava d'inserirlo fra' titoli della sua real dignità. Mascou IX. 25 e Tillemont, _Hist. des Emper. Tom. VI, p. 143_.
[672] I Missionari di S. Gio. Grisostomo avevan convertito un gran numero di Sciti, che abitavano di là dal Danubio in tende e carri. Teodoreto lib. V c. 31. Foz. _pag. 1517_. I Maomettani, i Nestoriani ed i Cristiani Latini si crederono sicuri di guadagnare i figli ed i nipoti di Gengis, che trattò con imparzial favore que' Missionari rivali fra loro.
[673] I Germani, ch'esterminarono Varo e le sue legioni erano particolarmente irritati contro le leggi ed i legali Romani. Uno dei Barbari, dopo l'efficaci precauzioni di tagliar la lingua, e cucir la bocca d'un avvocato, osservò con molta soddisfazione, che la vipera non potea più fischiare. Flor. IV. 12.
[674] Prisco _p. 59_. Pare che gli Unni preferissero la lingua Gotica e la Latina alla propria, ch'era probabilmente un duro e sterile idioma.
[675] Filippo di Comines, nell'ammirabile sua pittura degli ultimi momenti di Luigi XI. (_memor. lib. VI, c. 12_), rappresenta l'insolenza del suo medico, il quale, in cinque mesi, estorse 54,000 luigi ed un ricco Vescovato da quel fiero ed avaro tiranno.
[676] Prisco (_p. 61_), inalza l'equità delle leggi Romane, che difendevano la vita d'uno schiavo. _Occidere solent_, dice Tacito de' Germani, _non disciplina et severitate, sed impetu et ira, ut inimicum, nisi quod impune. De morib. Germanor. c. 15_. Gli Eruli, che erano sudditi d'Attila, s'arrogavano ed esercitavano il potere di vita e di morte su' loro schiavi. Se ne veda un notabil esempio nel secondo libro di Agatia.
[677] Vedasi l'intera conversazione presso Prisco _p. 59, 62_.
[678] _Nova iterum Orienti assurgit ruina... cum nulla ab Occidentalibus ferrentur auxilia._ Prospero Tirone compose la sua Cronica nell'Occidente, e quest'osservazione contiene una censura.
[679] Secondo la descrizione o piuttosto l'invettiva del Grisostomo, un incanto del lusso Bizantino doveva dare un gran prodotto. Ogni casa ricca possedeva una tavola semicircolare d'argento massiccio, che appena due uomini potevano alzare, un vaso d'oro sodo del peso di quaranta libbre, de' bicchieri, de' piatti dell'istesso metallo ec.
[680] Gli articoli del Trattato, esposti senza grand'ordine o precisione, si posson vedere appresso Prisco, _p. 34, 35, 36, 37, 53 ec._ Il Conte Marcellino dà qualche conforto coll'osservare, I. che Attila stesso sollecitò la pace ed i presenti, che prima avea ricusato; e II. che verso il medesimo tempo gli Ambasciatori dell'India presentarono all'Imperator Teodosio una molto grossa tigre addomesticata.
[681] Prisco _p. 35, 36_. Fra le cent'ottantadue fortezze o castella della Tracia enumerate da Procopio (_de Aedific. l. IV, c. XI, Tom. II, pag. 92 edit. Paris_), ve n'è una col nome di _Esimontou_, la cui posizione è indicata dubbiosamente nelle vicinanze d'Anchialo e del Ponto Eussino. Il nome e le mura d'Azimunzio sussisterono forse fino al regno di Giustiniano; ma la gelosia dei Principi Romani si era presa la cura d'estirpare la razza de' bravi suoi difensori.
[682] La disputa fra S. Girolamo e S. Agostino, che cercavano con diversi espedienti di conciliare l'apparente contesa dei due Appostoli S. Pietro e S. Paolo, dipende dallo scioglimento d'un'importante questione (Middleton, _Oper. vol. II, p. 5, 10_), che si è frequentemente agitata fra' Teologi Cattolici e Protestanti, ed anche fra' giurisconsulti e filosofi d'ogni secolo.
[683] Montesquieu (_Considérations sur la grandeur etc. c. 19_), ha dipinto con audace e felice pennello alcune delle più forti circostanze dell'orgoglio d'Attila e del disonore dei Romani. Ei merita lode per aver letto i Frammenti di Prisco, che erano stati troppo trascurati.
[684] Vedi Prisco _pag. 69, 71, 72_ ec. Io mi sarei quasi indotto a credere, che questo avventuriero fosse di poi crocifisso per ordine d'Attila sul sospetto di tradimento, ma Prisco ha troppo chiaramente distinto _due_ persone col nome di Costanzo, che pei simili avvenimenti della loro vita si sarebber potuti facilmente confondere.
[685] Nel trattato di Persia concluso l'anno 422 il savio ed eloquente Massimino era stato assessore d'Ardaburio (Socrate, lib. VII, c. 20). Quando fu inalzato al trono Marciano, fu dato l'ufizio di gran Ciamberlano a Massimino, che in un pubblico editto è posto fra' quattro principali Ministri di Stato (_Novell. ad Calc. Cod. Theod. p. 31_). Egli eseguì una militare e civil commissione nelle Province Orientali; e la sua morte dispiacque ai Selvaggi dell'Etiopia, dei quali esso avea represso le scorrerie. Vedi Prisco _p. 40, 41_.
[686] Prisco era nativo di _Panium_ nella Tracia, e meritò per la sua eloquenza un onorevole posto fra' Sofisti di quel tempo. La sua storia Bizantina, che appartiene ai propri suoi tempi, era contenuta in sette libri. Vedi Fabricio, _Bibl. Graec. VI, p. 235, 236_. Nonostante il caritatevol giudizio dei Critici, io sospetto, che Prisco fosse Pagano.
[687] Gli Unni continuavano tuttavia a disprezzare i lavori dell'agricoltura; essi abusavano del privilegio di una nazione vittoriosa; ed i Goti, loro industriosi sudditi, che coltivavano la terra, temevano la lor vicinanza come quella di tanti lupi rapaci (Prisco p. 45). Nell'istessa guisa i Sarti ed i Tadgici provvedono alla propria lor sussistenza, ed a quella dei Tartari Usbecchi, lor oziosi e rapaci Sovrani. Vedi _Ist. Genealog. dei Tartari p. 423, 456 ec_.
[688] È certo che Prisco passò il Danubio ed il Teiss, e che non arrivò al piè dei monti Carpazi. Agria, Tokai e Giasberin sono situate nei piani circonscritti da questi limiti. Il Buat (_Hist. des Peuples ec. Tom. VII, pag. 461_) ha scelto Tokai; Otrokosci, erudito Unghero (_p. 180 ap. Mascou IX, 23_), ha preferito Giasberin, luogo circa trenta sei miglia all'occidente di Buda e del Danubio.
[689] Il real villaggio d'Attila si può paragonare alla città di Karacorum, residenza dei successori di Gengis; la quale, sebbene sembri, che fosse un'abitazione più stabile, pure non uguagliava la grandezza o lo splendore della città ed Abbazia di S. Dionigi nel secolo XIII. (Vedi Rubruquis nell'_Istor. general. dei viaggi Tom. VII, p. 286_). Il campo d'Aurengzebe, quale viene sì piacevolmente descritto da Bernier (_Tom. II, p. 217, 235_), mescolò i costumi della Scizia con la magnificenza ed il lusso dell'Indostan.
[690] Allorchè i Mogolli facevan mostra delle spoglie dell'Asia nella Dieta di Toncal, il Trono di Gengis era sempre coperto di quel primo tappeto di lana nera, sul quale fu collocato, quando fu inalzato al comando dei guerrieri suoi nazionali. Vedi _Vie de Gengiscan l. IV, c. 9_.
[691] Se prestiam fede a Plutarco (_in Demetrio Tom. V, p. 24_) gli Sciti avevano per costume, allorchè si davano al piacere della tavola, di risvegliare il languido loro coraggio con la marziale armonia, che veniva dal suono delle corde dei loro archi.
[692] Si può vedere presso Prisco (p. 49, 70) la curiosa narrazione di quest'Ambasceria, che richiedeva poche osservazioni, e non era suscettibile d'alcuna prova di Autori contemporanei. Ma non mi son limitato all'ordine di quella, e ne avea precedentemente tratte le circostante istoriche, che erano meno intrinsecamente connesse col viaggio e coll'affare dei Romani Ambasciatori.
[693] Il Tillemont ha dato molto esattamente la serie dei Ciamberlani, che regnarono in nome di Teodosio. Crisafio fu l'ultimo, e secondo l'unanime testimonianza dell'Istoria, il più cattivo di questi favoriti (Vedi _Hist. des Emper. Tom. VI. p. 117-119. Mem. Eccl. Tom. XV. p. 438_). La parzialità, che aveva per l'Eresiarca Eutiche, suo compare, l'impegnò a perseguitare il partito cattolico.
[694] Può vedersi questa segreta cospirazione, e le importanti sue conseguenze nei frammenti di Prisco p. 37, 38, 39 54, 70, 71, 72. La Cronologia di quell'Istorico non è stabilita da veruna data precisa; ma la serie delle negoziazioni fra Attila e l'Impero Orientale dee porsi dentro i tre o quattro anni, che precederono la morte di Teodosio, seguita nel 450.
[695] Teodoro Lettore (Vedi Vales., _Hist. Eccl. Tom. III. p. 563_) e la Cronica Pasquale fanno menzione della caduta senza specificare il male; ma la conseguenza di ciò era così facile a vedersi, e tanto improbabile che fosse inventata, che possiamo sicuramente credere a Niceforo Callisto, Greco del decimo quarto secolo.
[696] _Pulcheriae nutu_ (dice il Conte Marcellino) _sua cum avaritia interemptus est._ Essa abbandonò l'Eunuco alla pia vendetta d'un figlio, il padre del quale aveva sofferto ad istigazione del medesimo.
CAPITOLO XXXV.
_Attila invade la Gallia. È rispinto da Ezio, e da' Visigoti. Invade, ed abbandona l'Italia. Morte d'Attila, di Ezio, e di Valentiniano III._
[A. 450]
Marciano era di opinione, che fosse da evitarsi la guerra, finattantochè si poteva mantenere una sicura, ed onorevole pace; ma credeva altresì, che la pace non avrebbe mai potuto essere onorevole o sicura, se il Principe avesse dimostrato una pusillanime avversione alla guerra. Questo suo moderato coraggio gli dettò la risposta alle domande d'Attila, che insolentemente chiedeva il pagamento dell'annuo tributo. L'Imperatore fece sapere a' Barbari, ch'essi non dovevano più insultare la Maestà di Roma col far menzione di tributi; ch'egli era disposto a premiare, con decente generosità, la fedele amicizia de' suoi alleati; ma che se ardivano di violar la pubblica tranquillità, avrebbe loro fatto sentire, ch'esso aveva truppe, armi, e fermezza capace di rispingere i loro assalti. Usò l'istesso linguaggio nel campo stesso degli Unni Apollonio, suo ambasciatore, che arditamente ricusando di consegnare i presenti, finattantochè non fu ammesso alla personale udienza del Re, dimostrò un sentimento di dignità, ed un disprezzo del pericolo, che Attila non avrebbe mai aspettato da' degenerati Romani[698]. Ei minacciò di gastigare l'ardito successor di Teodosio; ma stava dubbioso, se doveva prima rivolgere le invitte sue armi contro l'Impero d'Oriente, o d'Occidente. Mentre il Mondo sospeso aspettava con timore la sua decisione, egli mandò una ugual disfida sì alla Corte di Ravenna, che a quella di Costantinopoli; ed i suoi Ministri salutarono i due Imperatori con la stessa superba dichiarazione di questo tenore: «Attila, _mio e tuo_ Signore, ti comanda di preparargli un palazzo per immediatamente riceverlo»[699]. Ma siccome il Barbaro disprezzava, o affettava di disprezzare i Romani Orientali, che tante volte avea superato, ben tosto dichiarò la sua risoluzione di sospendere quella facil conquista, finattantochè non avesse condotto a fine una più importante e gloriosa impresa. Nelle memorabili invasioni della Gallia e dell'Italia, gli Unni erano naturalmente attratti dalla ricchezza e dalla fertilità di quelle Province; ma non si possono rilevare i particolari motivi ed incitamenti d'Attila, che dallo stato dell'Impero occidentale sotto il regno di Valentiniano, o per parlare più esattamente, sotto l'amministrazione d'Ezio[700].
Dopo la morte di Bonifazio suo rivale, si era Ezio prudentemente ritirato alle tende degli Unni; ed alla loro alleanza doveva la sua salvezza, ed il suo ristabilimento. Invece di prendere il supplichevole tuono d'un esule delinquente, domandava il perdono alla testa di sessantamila Barbari; e l'Imperatrice Placidia con una debole resistenza fece conoscere, che la sua condiscendenza, la quale avrebbe potuto attribuirsi a clemenza, fu l'effetto della debolezza o del timore. Abbandonò se stessa, il proprio figlio Valentiniano, e l'Impero dell'Occidente nelle mani d'un insolente suddito, nè Placidia potè difendere il virtuoso e fedel Sebastiano, genero di Bonifazio[701], dall'implacabile persecuzione, che lo cacciò da un regno in un altro, finattantochè non perì miserabilmente al servizio dei Vandali. Il fortunato Ezio, che fu immediatamente promosso al grado di Patrizio, ed investito per tre volte degli onori del Consolato, assunse col titolo di Generale della cavalleria e dell'infanteria, tutto il potere militare dello Stato; e dagli scrittori contemporanei tal volta si nomina il Duce, o il Generale dei Romani d'Occidente. La sua politica, piuttosto che la virtù, l'impegnò a lasciare il nipote di Teodosio in possesso della porpora; e fu permesso a Valentiniano di godere la pace ed il lusso d'Italia, mentre il Patrizio faceva la luminosa comparsa d'un eroe e d'un difensor della patria, che sostenne quasi venti anni le rovine dell'Impero Occidentale. L'istorico Goto confessa ingenuamente ch'Ezio era nato per la salvezza della Repubblica Romana[702]; ed il seguente ritratto, ch'ei ne fa, quantunque ornato de' più be' colori, bisogna confessare, che contiene una porzione maggiore di verità che di adulazione: «sua madre era una ricca e nobile Italiana, e Gaudenzio suo padre, che aveva un posto distinto nella Provincia della Scizia, s'inalzò a grado a grado dallo stato di _domestico_ militare alla dignità di Generale di cavalleria. Il loro figlio, che fu arrolato quasi nella sua infanzia fra le guardie, fu dato come ostaggio prima ad Alarico, e di poi agli Unni; e successivamente ottenne gli onori civili e militari del Palazzo, a sostenere i quali era ugualmente atto pel superiore suo merito. La graziosa figura d'Ezio non eccedeva la statura mezzana; ma le virili sue membra eran meravigliosamente formate per la forza, per la bellezza, e per l'agilità; ed egli era eccellente ne' marziali esercizi di maneggiare i cavalli, di tender l'arco, e di scagliare i dardi. Esso era capace di soffrir pazientemente la mancanza del cibo o del sonno, ed aveva lo spirito ugualmente che il corpo suscettibile degli sforzi più laboriosi. Era dotato di quel verace coraggio, che sa disprezzare non solamente i pericoli, ma anche le ingiurie; ed era impossibile il corrompere, l'ingannare, o l'intimorire la costante integrità dell'animo suo[703]». I Barbari, che si erano stabiliti nelle Province Orientali, appoco appoco impararono a rispettare la fede, ed il valore del Patrizio Ezio. Egli addolcì le loro passioni, studiò i lor pregiudizi, ne bilanciò gl'interessi, e ne frenò l'ambizione. Un opportuno trattato, ch'ei fece con Genserico, difese l'Italia dalle depredazioni de' Vandali; gl'indipendenti Brettoni implorarono e provarono il salutare suo aiuto; fu ristabilita e mantenuta l'autorità Imperiale nella Gallia e nella Spagna; ed esso costrinse i Franchi e gli Svevi, che aveva superati in battaglia, a divenire utili confederati della Repubblica.
Per un principio d'interesse non meno che di gratitudine, Ezio coltivò assiduamente l'amicizia degli Unni. Allorchè dimorava nelle loro tende, in ostaggio o com'esule, aveva famigliarmente conversato con Attila stesso, nipote del suo benefattore; e sembra che questi due famosi antagonisti fossero uniti con una personale e militare amicizia, che di poi confermarono per mezzo di reciproci doni, di frequenti ambascerie, e dell'educazione di Carpilione, figlio d'Ezio, nel Campo d'Attila. Con le sue speciose proteste di gratitudine, e di volontario attaccamento, poteva il Patrizio mascherare i suoi timori del conquistatore Scita, che stringeva con le innumerabili sue truppe i due Imperi. Si eseguivano però le sue domande, o si eludevano. Quando ei richiese le spoglie d'una città soggiogata, cioè alcuni vasi d'oro, ch'erano stati fraudolentemente trafugati, furono immediatamente spediti a soddisfare le sue querele[704] i Governatori civili e militari del Norico; ed è patente dal congresso, ch'ebbero nel villaggio reale con Massimino e Prisco, che il valore e la prudenza d'Ezio non aveva potuto salvare i Romani Occidentali dalla comune ignominia del tributo. Pure la sua destra politica prolungò i vantaggi d'una salutevole pace; e fu impiegato in difesa della Gallia un numeroso esercito di Unni e di Alani, ch'esso aveva impegnato a suo favore. Furono giudiziosamente poste due colonie di questi Barbari ne' territori di Valenza, e d'Orleans[705]; e l'attiva loro cavalleria assicurò gli importanti passaggi del Rodano, e della Loira. Questi selvaggi alleati non erano in vero meno formidabili pei sudditi, che pei nemici di Roma. Il loro stabilimento a principio fu sostenuto dalla licenziosa violenza della conquista; e la Provincia, che occupavano, fu esposta a tutte la calamità d'un'ostile invasione[706]. Gli Alani della Gallia, estranei rispetto all'Imperatore o alla Repubblica, erano addetti all'ambizione d'Ezio; e sebbene questi potesse sospettare, che in una guerra con Attila stesso si sarebbero rivoltati alle bandiere del nazionale loro Sovrano, contuttociò il Patrizio si affaticava a frenarne, piuttosto che ad eccitarne, lo zelo e lo sdegno contro i Goti, i Borgognoni, ed i Franchi.
[A. 451]
Il regno, stabilito da' Visigoti nelle Province meridionali della Gallia, aveva appoco appoco acquistato forza e maturità; e la condotta di quegli ambiziosi Barbari, tanto in pace che in guerra, impegnava Ezio ad una perpetua vigilanza. Dopo la morte di Vallia, lo scettro Gotico passò a Teodorico, figlio del Grande Alarico[707]; ed il suo prospero regno di più di trent'anni sopra un Popolo turbolento può risguardarsi come una prova, che la sua prudenza era sostenuta da un vigore non comune sì di mente, che di corpo. Mal soffrendo i suoi stretti confini, Teodorico aspirava al possesso di Arles, ricca sede di governo e di commercio; ma la città fu salvata mediante l'opportuno arrivo d'Ezio; ed il Re Goto, che ne aveva intrapreso l'assedio con qualche perdita e disgrazia, si lasciò persuadere per mezzo d'un adeguato sussidio a rivolgere il marzial valore de' suoi contro la Spagna. Non ostante però Teodorico sempre studiò, ed arditamente prese il favorevol momento di rinnovare gli ostili suoi tentativi. I Goti assediarono Narbona, mentre le Province Belgiche erano invase da' Borgognoni; e da ogni parte veniva minacciata la salvezza pubblica dall'apparente unione de' nemici di Roma. Ma l'attività d'Ezio, e la sua cavalleria Scita da ogni parte oppose una costante ed efficace resistenza. Restaron morti sul campo ventimila Borgognoni; ed il restante della nazione accettò umilmente un'abitazione soggetta all'Impero nelle montagne della Savoia[708]. Le mura di Narbona erano già state scosse dalle batterie militari; e gli abitanti avevan sofferto le ultime estremità della fame, quando il Conte Litorio tacitamente avvicinatosi, ed avendo ordinato a ciaschedun uomo a cavallo di portarsi dietro due sacca di farina, si fece strada fra le trincere degli assedianti. Fu immediatamente levato l'assedio e la più decisiva vittoria, che si attribuisce alla condotta personale d'Ezio medesimo, fu notata col sangue di ottomila Goti. Ma nell'assenza del Patrizio, che fu richiamato in fretta in Italia da qualche pubblico o privato affare, il Conte Litorio successe al comando; e la sua presunzione tosto fece conoscere, quanto sia diversa l'abilità, che si richiede per condurre un'ala di cavalleria, da quella necessaria per dirigere le operazioni d'una importante guerra. Alla testa d'un esercito di Unni temerariamente avanzossi fino alle porte di Tolosa, pieno di non curante disprezzo per un nemico, che le sue disgrazie avevan renduto prudente, e la sua situazione disperato. Le predizioni degli Auguri avevano inspirato a Litorio la profana fiducia di entrare in trionfo nella capitale de' Goti; e la fede, ch'egli prestava a' suoi Pagani alleati, l'incoraggì a rigettare le belle condizioni di pace, che furono più volte proposte da' Vescovi a nome di Teodorico. Il Re de' Goti mostrò nelle sue angustie l'edificante contrapposto d'una cristiana pietà e moderazione; nè lasciò il sacco e le ceneri, finattantochè non fu preparato ad armarsi per combattere. I suoi soldati, animati da un marziale o religioso entusiasmo, assaltarono il campo di Litorio; la battaglia fu ostinata, la strage reciproca. Il Generale Romano, dopo una total disfatta, che poteva unicamente imputarsi alla sua temeraria ignoranza, fu realmente condotto per le strade di Tolosa non già nel proprio, ma in un ostile trionfo; e la miseria, ch'egli provò in una ignominiosa e lunga schiavitù, eccitò la compassione degli stessi Barbari[709]. Una tal perdita in un paese, in cui la bravura e le finanze da lungo tempo erano esauste, non poteva facilmente ripararsi; ed i Goti, a vicenda mossi da sentimenti d'ambizione e di vendetta, avrebber piantato le vittoriose loro bandiere sulle rive del Rodano, se la presenza d'Ezio non avesse rinvigorito la disciplina e la forza de' Romani[710]. I due eserciti aspettavano il segno d'un'azion decisiva; ma i Generali, che conoscevan la forza l'uno dell'altro, e dubitavano ciascheduno della propria superiorità, prudentemente riposero le loro spade nel fodero; e la riconciliazione loro fu permanente e sincera. Sembra, che Teodorico Re de' Visigoti, meritasse l'amor de' suoi sudditi, la fiducia de' suoi alleati, e la stima dell'uman genere. Il suo trono era circondato da sei valorosi figli, che erano educati con ugual diligenza tanto negli esercizi del campo Barbaro, quanto in quelli delle scuole Galliche: dallo studio dalla Giurisprudenza Romana essi appresero almeno la teoria della legge e della giustizia; e gli armoniosi sentimenti di Virgilio contribuirono ad addolcire l'asprezza de' nativi loro costumi[711]. Le due figlie del Re Goto furono maritate a' primogeniti de' Re degli Svevi e de' Vandali, che regnavano nella Spagna, e nell'Affrica; ma queste illustri affinità partorirono delitti e discordie. La Regina degli Svevi pianse la morte d'un marito crudelmente ucciso dal fratello di essa. La Principessa de' Vandali cadde vittima d'un geloso tiranno, ch'essa chiamava suo padre. Il crudel Genserico sospettò, che la moglie del proprio figlio avesse tentato d'avvelenarlo; il supposto delitto fu punito coll'amputazione del naso e degli orecchi; e l'infelice figlia di Teodorico fu ignominiosamente rimandata alla Corte di Tolosa in quello stato di deforme mutilazione. Tal orrido fatto, che dee parere incredibile in un secolo incivilito, trasse ad ogni spettatore le lacrime: ma Teodorico fu mosso da' sentimenti di padre e di Re a vendicare queste irreparabili ingiurie. I ministri Imperiali, che sempre favorivano la discordia de' Barbari, avrebbero somministrato a' Goti armi, navi, e danaro per la guerra Affricana; e la crudeltà di Genserico avrebbe potuto riuscirgli fatale, se l'artificioso Vandalo non avesse tratto in suo favore la formidabil potenza degli Unni. I ricchi doni e le vive sollecitazioni di esso accesero l'ambizione d'Attila; ed i disegni d'Ezio e di Teodorico furono impediti dall'invasione della Gallia[712].
[A. 422-451]