Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 06

Part 31

Chapter 313,586 wordsPublic domain

Quando Attila diede udienza la prima volta ai Romani Ambasciatori sulle rive del Danubio, la sua tenda era circondata da una formidabile guardia. Il Monarca stesso era assiso sopra una sedia di legno. L'aria minacciante, gli sdegnosi gesti ed il tuono impaziente di esso rendettero attonito il costante Massimino; ma Vigilio avea più ragion di tremare, mentre chiaramente intese la minaccia, che se Attila non avesse rispettato il diritto delle genti, avrebbe fatto affiggere il bugiardo interprete ad una croce, abbandonando il suo corpo agli avoltoi. Il Barbaro condiscese a produrre un'esatta nota per dimostrare l'audace falsità di Vigilio, che aveva asserito non potersi trovare più di diciassette disertori. Ma egli arrogantemente dichiarò, che temeva solo la vergogna di combattere coi fuggitivi suoi schiavi; mentre disprezzava i loro impotenti sforzi a difendere le Province, che Teodosio aveva affidato alle loro armi: «Poichè qual fortezza (proseguì Attila) qual città in tutta l'estensione del Romano Impero può sperare d'esser sicura ed inespugnabile, se a noi piaccia di toglierla dalla terra?» Licenziò nonostante l'interprete, che tornò a Costantinopoli con la sua perentoria domanda d'una più compita restituzione e d'un'ambasceria più splendida. Appoco appoco si calmò la sua collera, ed il domestico suo contento in un matrimonio, che celebrò per istrada con la figlia d'Eslam, potè forse contribuire a mitigare la nativa fierezza del suo naturale. Si solennizzò l'ingresso di Attila nel regal villaggio con una ceremonia ben singolare. Una numerosa truppa di donne si fece incontro all'Eroe ed al Sovrano loro. Esse andavano avanti di lui disposte in lunghe regolari file: gli spazi fra queste file erano occupati da bianchi veli di lino fino che le donne tenevano da ambe le parti con le mani alte, e che formavano un baldacchino per un coro di fanciulle, che cantavano inni e canzoni in lingua Scita. La moglie d'Onegesio, suo favorito, con un seguito di donne salutò Attila alla porta della propria casa, sulla strada, che conduceva al palazzo; e gli presentò secondo l'uso del paese il suo rispettoso omaggio, invitandolo a gustare il vino ed il cibo ch'ella aveva preparato pel ricevimento di lui. Appena il Monarca ebbe accettato l'ospitale suo dono, i domestici della medesima alzarono una piccola tavola d'argento ad una conveniente altezza, stando egli sempre a cavallo; ed Attila dopo d'aver toccato colle sue labbra il bicchiere, salutò di nuovo la moglie d'Onegesio, e continuò il suo viaggio. Nel tempo della sua residenza nella Capitale dell'Impero il Re degli Unni non consumava le ore nella segreta oziosità d'un serraglio, e sapeva conservare la sublime sua dignità senza nascondersi alla pubblica vista. Frequentemente adunava il Consiglio, e dava udienza agli Ambasciatori delle nazioni: ed il suo Popolo poteva appellare al supremo Tribunale, su cui stava in certi determinati tempi, e secondo l'Oriental costume avanti la porta principale del suo palazzo di legno. I Romani sì dell'Oriente che dell'Occidente furono due volte invitati a' banchetti, nei quali Attila trattava i Principi e Nobili della Scizia. Massimino ed i suoi colleghi furono fermati sulla soglia per fare una devota libazione alla salute e prosperità del Re degli Unni; e dopo tal ceremonia vennero condotti ai rispettivi lor posti in una spaziosa sala. Nel mezzo di essa innalzavansi sopra vari gradini la tavola ed il letto reale, coperto di tappeti e di fina biancheria i od erano ammessi a parte del semplice o famigliar pranzo d'Attila un figlio, uno zio, o forse un Re favorito. Erano disposte per ordine da una parte e dall'altra due fila di piccole tavole, ciascheduna delle quali conteneva tre o quattro convitati; la destra stimavasi la più onorevole; ma i Romani confessano ingenuamente, che essi furono posti dalla sinistra; e che Beric, incognito Capitano probabilmente di stirpe Gotica, precedeva i rappresentanti di Teodosio e di Valentiniano. Il Barbaro Monarca riceveva dal suo coppiere un bicchiere pieno di vino, e cortesemente beveva alla salute del più distinto fra' convitati, che si alzava in piedi, ed esprimeva nell'istessa guisa i fedeli e rispettosi suoi voti. Questa ceremonia si faceva successivamente a tutte o almeno alle più illustri persone dell'adunanza, e vi si doveva impiegare un tempo considerabile, poichè si ripeteva tre volte ad ogni portata, che ponevasi in tavola. Restò però il vino anche dopo che erano levati i cibi; e gli Unni continuarono a soddisfare la loro intemperanza per lungo tempo dopo che i sobri e decenti Ambasciatori dei due Imperi s'erano ritirati dal notturno convito. Ma prima di ritirarsi ebbero una singolare occasione d'osservare i costumi della nazione nei suoi divertimenti conviviali. Stavano davanti al letto d'Attila due Sciti, e recitavano i versi che avevan composti per celebrare il valore e le vittorie di esso. Si fece nella sala un profondo silenzio; l'attenzione dei convitati venne richiamata dalla vocale armonia, che rammentava e perpetuava la memoria delle proprie lor geste. Dagli occhi dei guerrieri usciva un marziale ardore, che li dimostrava impazienti della battaglia; e le lagrime dei vecchi esprimevano la generosa loro disperazione di non poter più essere a parte del pericolo e della gloria del campo[691]. A questo trattenimento, che potrebbe risguardarsi come una scuola di valor militare, successe una farsa, che abbassava la dignità della natura umana. Un buffone Moro ed uno Scita eccitavano a vicenda il brio dei rozzi spettatori con la deforme loro figura, co' ridicoli abiti, coi gesti caricati, con gli assurdi discorsi e con lo strano non intelligibil mescuglio delle lingue Latina, Gotica ed Unna; e la sala risuonava di alti e licenziosi scrosci di risa. In mezzo a questo smoderato fracasso il solo Attila senza mutar positura mantenne la sua costante ed inflessibile gravità, che non lasciò mai, fuori che nell'entrare d'Irnac, che era il più piccolo dei suoi figli: abbracciò egli il fanciullo con un sorriso di tenerezza paterna, lo prese gentilmente per le gote, e dimostrò una parziale affezione, che veniva giustificata dalla sicurezza, datagli da' suoi Profeti, che Irnac sarebbe stato il futuro sostegno della famiglia e dell'Impero di esso. Due giorni dopo gli Ambasciatori ebbero un secondo invito, ed ebbero motivo di lodare la cortesia ugualmente che l'ospitalità d'Attila. Il Re degli Unni ebbe un lungo e famigliare discorso con Massimino; ma la sua civiltà fu interrotta da crude espressioni e da superbi rimproveri; e fu mosso da un motivo d'interesse a sostenere con indecente zelo le private pretensioni di Costanzo suo segretario. «L'Imperatore (disse Attila) gli ha da gran tempo promesso una ricca moglie; Costanzo non dev'esser deluso; nè un Imperator Romano dovrebbe meritare il nome di bugiardo». Il terzo giorno, gli Ambasciatori furono licenziati; fu accordata la libertà di vari schiavi, per un moderato riscatto, alle premurose loro preghiere; ed oltre i presenti reali fu loro permesso d'accettare da ciascheduno de' nobili Sciti l'onorevole ed utile dono d'un cavallo. Massimino tornò per la medesima strada a Costantinopoli; e quantunque si trovasse impegnato accidentalmente in una disputa con Beric, nuovo Ambasciatore d'Attila, si lusingava d'aver contribuito, mediante il laborioso suo viaggio, a confermar la pace e l'alleanza delle due nazioni[692].

Ma il Romano Ambasciatore non sapeva il disegno del tradimento, che si era coperto sotto la maschera della pubblica fede. La sorpresa e la gioia d'Edecone allorchè osservava lo splendor di Costantinopoli, avea incoraggito l'interpetre Vigilio a procurargli un segreto abboccamento coll'Eunuco Crisafio[693], che governava l'Imperatore e l'Impero. Dopo qualche preliminare discorso, ed un vicendevole giuramento di segretezza, l'Eunuco, che secondo i propri sentimenti o la propria esperienza non avea concepito alcuna sublime idea della virtù ministeriale, si avventurò a proporre la morte d'Attila, come un importante servigio, per cui Edecone avrebbe potuto meritare una gran parte della ricchezza e del lusso che egli ammirava. L'Ambasciatore degli Unni diede orecchio alla seducente offerta; e dichiarò con apparente zelo, che esso aveva il potere e la facilità d'eseguire la sanguinosa impresa: ne fu comunicato il disegno al Maestro degli Ufizi, e Teodosio acconsentì all'assassinamento dell'invincibile suo nemico. Ma svanì questa perfida cospirazione per la dissimulazione o pel pentimento d'Edecone, e quantunque potesse esagerare l'interna sua ripugnanza pel tradimento, ch'egli pareva approvare, destramente si procurò il merito d'una opportuna e volontaria confessione. Ora se vogliamo esaminar l'ambasceria di Massimino e la condotta d'Attila, dobbiamo applaudire a quel Barbaro, che rispettò le leggi dell'ospitalità, e generosamente trattò e lasciò libero il Ministro d'un Principe, che avea cospirato contro la sua vita. Ma comparirà sempre più straordinaria la temerità di Vigilio, che consapevole del suo delitto e pericolo, tornò al campo reale in compagnia del proprio figlio, e portando seco una pesante borsa d'oro, somministratagli dall'Eunuco favorito per soddisfare le richieste d'Edecone, e corrompere la fedeltà delle guardie. L'interprete fu subito preso, e tratto al Tribunale d'Attila, dove asserì la sua innocenza con apparente fermezza, finattantochè la minaccia d'uccidere immediatamente il suo figlio, gli trasse di bocca una sincera confessione del colpevol fatto. Sotto nome di riscatto o di confiscazione, il rapace Re degli Unni accettò dugento libbre d'oro per la vita d'un traditore, ch'egli sdegnava di punire. Diresse il suo giusto risentimento contro un oggetto più nobile. Furono immediatamente spediti a Costantinopoli Eslao ed Oreste, suoi Ambasciatori, con una perentoria istruzione, che era molto più sicuro per essi l'eseguire, che il non osservarla. Entrarono arditamente alla presenza Imperiale con la fatal borsa appesa al collo d'Oreste, il quale interrogò l'Eunuco Crisafio, che stava vicino al trono, se riconosceva la prova della sua colpa. Ma l'ufizio del rimprovero era riserbato alla superior dignità d'Eslao suo collega, che gravemente s'indirizzò all'Imperatore dell'Oriente con queste parole. «Teodosio è figlio d'un illustre e rispettabile padre: Attila parimente è disceso da una nobile stirpe, ed ha sostenuto, con le proprie azioni, la dignità che ereditò dal suo genitore Mundzuk. Ma Teodosio ha perduto i suoi paterni onori, ed acconsentendo a pagar tributo, si è abbassato alla condizion d'uno schiavo. Egli è dunque giusto, che veneri quell'uomo, che la fortuna ed il merito hanno posto sopra di lui, invece di tentare come un malvagio schiavo di cospirare furtivamente contro il suo Signore». Il figlio d'Arcadio, il quale solo era assuefatto alla voce dell'adulazione, udì con sorpresa il severo linguaggio della verità: arrossì e tremò; nè osò di negare direttamente la testa di Crisafio, che Eslao ed Oreste avevan ordine di domandare. Fu subito spedita una solenne Ambasceria, munita di pieno potere e di magnifici doni, per calmare la collera d'Attila; e fu secondato il suo orgoglio con la scelta di Nomio e d'Anatolio, due Ministri di grado Consolare o Patrizio, l'uno dei quali era gran Tesoriere e l'altro era Generale degli eserciti dell'Oriente. Egli condiscese ad incontrar questi Ambasciatori sulle rive del fiume Drence; e quantunque a principio affettasse un sostenuto e superbo contegno, l'ira di esso appoco appoco fu ammollita dalla loro eloquenza e liberalità. Si contentò di perdonare all'Imperatore, all'Eunuco ed all'interpetre; s'obbligò con giuramento ad osservare le condizioni della pace; rilasciò un gran numero di schiavi; abbandonò al loro destino i fuggitivi e i disertori; e cedè un vasto territorio al mezzodì del Danubio, che egli avea già spogliato di ricchezze e di abitatori. Ma si comprò questo trattato ad un prezzo, che avrebbe potuto sostenere una vigorosa e felice guerra; ed i sudditi di Teodosio furon costretti a redimere la vita d'un indegno favorito per mezzo di opprimenti imposizioni, che essi avrebbero più volentieri pagate per la sua morte[694].

[A. 450]

L'Imperator Teodosio non sopravvisse lungamente alla più umiliante circostanza d'una vita priva di gloria. Andando a cavallo a caccia nelle vicinanze di Costantinopoli, fu tratto dal suo cavallo nel fiume Lico; nella caduta restò offesa la spina del dorso; e pochi giorni dopo spirò nel cinquantesimo anno della sua età, e quarantesimo terzo del regno[695]. Pulcheria, di lui sorella, all'autorità della quale si era opposta sì negli affari civili che negli Ecclesiastici la perniciosa influenza degli Eunuchi, fu di comun consenso proclamata Imperatrice dell'Oriente, ed i Romani si sottoposero per la prima volta all'Impero d'una donna. Appena fu Pulcheria salita sul trono, che soddisfece il pubblico risentimento con un atto di popolar giustizia. L'Eunuco Crisafio, senz'alcuna legal forma di giudizio, fu decapitato avanti le porte della città: e le immense ricchezze, che dal rapace favorito s'erano accumulate, non servirono che ad affrettare e giustificare la sua punizione[696]. In mezzo alle generali acclamazioni del clero e del popolo, l'Imperatrice non dimenticò il pregiudizio ed il danno, a cui era esposto il suo sesso, e saviamente risolvè d'impedire ogni susurro con la scelta d'un collega, che sempre rispettasse il superior grado e la verginal castità della sua moglie. Essa sposò Marciano, Senatore di circa sessant'anni, ed il marito, solo di nome, di Pulcheria, fu solennemente investito della porpora Imperiale. Il solo zelo, da lui dimostrato per la fede Ortodossa, che fu stabilita nel Concilio di Calcedonia, avrebbe potuto inspirare la grata eloquenza dei Cattolici. Ma la condotta di Marciano nella vita privata, e di poi sul trono, può sostenere una più ragionevol credenza, che egli era atto a restaurare ed invigorire un Impero, che s'era quasi disciolto per la successiva debolezza di due Monarchi ereditari. Esso era nato nella Tracia, ed educato nella professione delle armi; ma la gioventù di Marciano era stata duramente esercitata dalla povertà e dalla disgrazia, mentre l'unica sua ricchezza, quando arrivò a Costantinopoli la prima volta, consisteva in dugento monete d'oro, che aveva prese in prestito da un amico. Passò diciannove anni al domestico e militar servizio d'Aspar e d'Ardaburio, suo figlio; seguitò quei potenti Generali nella guerra Persiana ed Affricana; ed ottenne per loro mezzo l'onorevole posto di Tribuno e di Senatore. La sua dolce disposizione e gli utili suoi talenti, senza eccitare la gelosia dei suoi Signori, procurarono a Marciano la stima ed il favore di essi; egli aveva veduto e forse provato gli abusi d'una oppressiva e venale amministrazione; ed il proprio suo esempio diede peso ed energia alle leggi, che ei promulgò per la riforma dei costumi[697].

NOTE:

[646] Si posson trovare i materiali autentici per l'istoria di Attila presso Giornandes (_de reb. Get. c. 34, 50. p. 660, 668. Edit. Grot._), e Prisco (_Excerpta de Legation. p. 33, 76. Paris 1648_). Io non ho veduto le vite d'Attila composte da Giovenco Celio Calano Dalmatino nel XII secolo, o da Nicola Olao Arcivescovo di _Gran_ nel XVI. Vedi Mascov., _Istor. de' German_. IX. 23, e Maffei, _Osservaz. letterar. Tom. 1. p. 88, 89_. Tuttociò, che vi hanno aggiunto i moderni Ungheri, dev'esser favoloso. Suppongono questi, che quando Attila invase la Gallia e l'Italia, sposò innumerabili donne etc., avesse l'età di centoventi anni. Thwrocz., _Chron. p. 1 c. 22 in Script. Hund. Tom. 1. p. 76._

[647] L'Ungheria è stata successivamente occupata da tre colonie Scite, 1. dagli Unni d'Attila; 2. dagli Arabi nel sesto secolo; e 3. da' Turchi o Magiari l'anno 889 che sono gl'immediati e genuini maggiori de' moderni Ungheri, la connessione de' quali co' due Popoli precedenti è sommamente debole e lontana. Sembra che il _Prodromus_ e la _Notitia_ di Matteo Belio contenga un ricco fondo di cognizione intorno all'Ungheria antica e moderna. Io ne ho veduti gli estratti nella Biblioteca antica e moderna (_Tom. XXII. p. 1, 51_) e nella Biblioteca ragionata (_Tom. XVI. p. 127, 175_).

[648] Socrate _l. VII c. 43_. Teodoreto _l. 5. c. 36_. Il Tillemont, che sempre s'appoggia alla fede de' suoi autori Ecclesiastici, vigorosamente sostiene (_Hist. des Emper. T. VI. p. 136, 607_), che le guerre e le persone non erano le medesime.

[649] Vedi Prisco _p. 47, 48_ ed _Hist. des Peuples de l'Europe Tom. VII. c. XII, XIII, XIV, XV._

[650] Prisc. p. 39. I moderni Ungheri ne hanno fatta la genealogia, che ascende nel trentesimo quinto grado a Cham figlio di Noè; non sanno però il vero nome di suo padre (De Guignes, _Hist. des Huns. Tom. II. p. 297_).

[651] Si paragoni Giornandes (_cap. 35. p. 661_) con Buffon (_Hist. nat. Tom. III. p. 380_). Il primo avea diritto d'osservare, _originis suae signa restituens_. Il carattere ed il ritratto d'Attila sono probabilmente trascritti da Cassiodoro.

[652] Abulpharag., _Dynast. vers. Procock. p. 281_. Istoria genealogica de' Tartari d'Abulghazi Bahader Kan _part. III c. 15, part. IV. c. 3_. Vita di Gengis-khan, di Petit de la Croix _l. 1 c. 1, 6_. Le relazioni de' Missionari, che visitarono la Tartaria nel secolo XIII (Vedi il settimo volume dell'Istoria de' viaggi) esprimono il linguaggio e le opinioni popolari. Gengis è chiamato il figlio di Dio ec.

[653] _Nec Templum apud eos visitur, aut delubrum, ne tugurium quidem, culmo tectum cerni usquam potest; sed_ gladius _Barbarico ritu humi figitur nudus, eumque ut Martem regionum, quas circumcircant praesulem verecundius colant._ Ammian. Marcellin. XXXI. 2. con le dotte note del Lindenbrogio, e del Valesio.

[654] Prisco riferisce questa notabile istoria tanto nel suo proprio testo (_p. 65_), quanto nella citazione che ne fa Giornandes (_c. 35. p. 662_). Egli avrebbe potuto spiegare la tradizione o la favola, che caratterizzava questa famosa spada, ed il nome non meno che gli attributi della Divinità Scita, che ha traslatato nel Marte de' Greci e de' Romani.

[655] Erodoto (_L. IV. c. 62_). Per amore d'economia ho fatto il calcolo secondo lo stadio minore. Ne' sacrifizi umani essi tagliavano la spalla ed il braccio della vittima, che gettavano in aria, e traevano auspici e presagi dalla maniera, con cui cadeva sulla catasta.

[656] Prisco (_p. 55_). Anche un eroe più civilizzato, lo stesso Augusto, si compiaceva se la persona, sulla quale fissava gli occhi, pareva inabile a sostenere il divino loro splendore. Sueton., _in August c. 79_.

[657] Il Conte di Buat (_Hist. des Peuples de l'Europe Tom. VII. p. 428, 429_) tenta di purgare Attila dall'uccisione del fratello; ed è quasi inclinato il rigettare la concorde testimonianza di Giornandes, e delle Croniche di quel tempo.

[658] _Fortissimarum gentium dominus, qui inaudita ante se potentia solus Scythica et Germanica regna possedit._ Giornandes _c. 49. p. 684_. Prisco p. 64, 65. Il Guignes, mediante la sua cognizione del Chinese, ha acquistato (Tom. II. p. 295-301) una giusta idea dell'Impero d'Attila.

[659] Vedi _Hist. des Huns Tom. II. p. 296_. I Geugensi credevano, che gli Unni potessero eccitare a lor piacimento, tempeste di vento e di pioggia. Questo fenomeno era prodotto dalla pietra _Gezi_, alla magica forza della quale fu attribuita la perdita d'una battaglia da' Tartari Maomettani del decimoquarto secolo. Vedi Cherefeddin Ali, _Hist. de Timur Bec. Tom. 1. p. 82, 83_.

[660] Giornandes _c. 35. p. 661. c. 37. p. 667_. Vedi Tillemont _Hist. des Emper. Tom. VI. p. 129, 138_. Cornelio ha rappresentato l'orgoglio d'Attila verso i Re suoi sottoposti; e principia la sua tragedia con questi ridicoli versi.

_Ils ne sont pas venus nos deux Rois! qu'on leur die_ _Qu'ils se font trop attendre, et qu'Attilla s'ennuie._

I due Re de' Gepidi e degli Ostrogoti son profondi politici e sensibili amanti; e tutta l'opera presenta i difetti senza il genio del Poeta.

[661]

_.... Alii per Caspia claustra_ _Armeniasque nives inopino tramite ducti_ _Invadunt Orientis opes: jam pascua fumant_ _Capadocum, volucrumque parens Argaeus equorum_ _Jam rubet altus Halys; nec se defendit iniquo_ _Monte Cilix: Syriae tractus vastantur amaeni;_ _Assuetumque choris et lauta plebe canorum_ _Proterit imbellem sonipes hostilis Orontem._

Claudian. _in Rufin. l. II. 28, 35_. Vedi ancora il medesimo _in Eutrop. l. I, 243, 251_ e la forte descrizione di Girolamo che scriveva per propria esperienza _Tom. I. p. 26. ad Heliodor. p. 200, ad Oceanum_. Filostorgio (_l. IX. c. 8_) fa menzione di tal invasione.

[662] Vedi l'originale conversazione appresso Prisco p. 64, 65.

[663] Prisco p. 331. La sua storia conteneva un copioso ed elegante ragguaglio della guerra (_Evagr. l. 1. c. 17_), ma gli estratti, relativi alle ambasciate, sono le uniche parti, che son giunte fino ai nostri tempi. Potè riscontrarsi però l'opera originale dagli scrittori, dai quali prendiamo le nostre imperfette notizie, cioè da Giornandes, da Teofane, dal Conte Marcellino, da Prospero Tirone, e dall'Autore della Cronica Alessandrina o Pasquale. Il Buat (_Hist. des Peuples de l'Europe Tom. VII. c. 15_) ha esaminato la causa, le circostanze e la durata di questa guerra, e non accorda, che s'estendesse oltre l'anno 444.

[664] Procop. _de aedific. l. IV. c. 9_. Queste fortezze furono di poi restaurate, fortificate ed ampliate dall'Imperator Giustiniano; ma presto vennero distrutte dagli Abari, che succederono al potere ed al dominio degli Unni.

[665] _Septuaginta civitates_ (dice Prospero Tirone) _depraedatione vastatae_. L'espressione del Conte Marcelli non è anche più forte, _Pene totam Europam, invasis_ excisisque _civitatibus atque castellis_, conrasit.

[666] Il Tillemont (_Hist. des Emper. Tom. VI. p. 106, 107_) ha fatto grand'attenzione a questo memorabile terremoto, che fu sentito da Costantinopoli sino ad Antiochia ed Alessandria, ed è celebre presso tutti gli Scrittori Ecclesiastici. Nelle mani di un Predicator popolare un terremoto è uno stromento di mirabil effetto.

[667] Ei rappresentò all'Imperator de' Mogolli, che le quattro Province (Petheli, Chantong, Chansi e Leaotong) che già possedeva, potevan rendere annualmente, sotto una dolce amministrazione, cinquecentomila once d'argento, 400,000 misure di riso e 800,000 pezze di seta. Gaubil _Hist. de la Dynast. des Mongous p. 58, 59_. Yelutchousay (così chiamavasi il Mandarino) era un saggio e virtuoso Ministro, che salvò la sua patria, e ne incivilì i conquistatori. Vedi _p. 102, 103_.

[668] Sarebbero infiniti gli esempi, che potremmo addurre; ma il curioso lettore può consultare la vita di Gengis-khan fatta da Petit de la Croix, l'_Histoire des Mongous_, ed il lib. 15 dell'Istoria degli Unni.

[669] A Maru 1,300000; ad Herat 1,600000; a Neisabour 1,747000. D'Herbelot, _Biblioth. Orient. p. 380, 381_. Io mi servo dell'ortografia delle carte di Danville. Bisogna confessare però, che i Persiani eran disposti ad esagerar le loro perdite, ed i Mogolli a magnificare le loro imprese.

[670] Chereffeddin Ali, suo servile panegirista, ci somministrerebbe degli esempi altrettanto orribili. Nel suo campo avanti Delhi Timur trucidò 100,000 prigionieri Indiani, che avevano sorriso, quando fu alle viste l'armata de' lor nazionali, _Hist. de Timur Bec. Tom. III, p. 90_. Il popolo d'Ispahan somministrò 70,000 teschi umani per la costruzione di varie alte torri (_Id. Tom. I, p. 434_). Un simile tributo fu levato in occasione della rivolta di Bagdad (_T. III, p. 370_); e l'esatto numero, che Chereffeddin non potè sapere dai propri Ufiziali, si fissa da un altro Istorico (Alimed Arabsiada _Tom. II, pag. 175 Vedi Manger_) a 90,000 teste.