Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 06

Part 30

Chapter 302,934 wordsPublic domain

La timida o interessata, politica de' Romani occidentali aveva abbandonato agli Unni l'Impero d'Oriente[678]. Alla perdita degli eserciti, ed alla mancanza di disciplina o di valore non suppliva il personal carattere del Monarca. Teodosio poteva sempre affettare lo stile non meno che il titolo d'_Invincibile Augusto_; ma fu ridotto ad implorar la clemenza d'Attila, che imperiosamente dettò queste umilianti e dure condizioni di pace. I. L'imperator dell'Oriente cedè per un'espressa o tacita convenzione un importante e vasto paese, che s'estendeva lungo le rive meridionali del Danubio, da Singiduno o Belgrado fino a Nove nella Diocesi della Tracia. Ne fu definita la larghezza mediante l'incerto computo di quindici giornate di cammino: ma dalla proposta d'Attila di rimuovere il luogo del mercato nazionale, tosto si vide, ch'ei comprendeva dentro i limiti de' suoi Stati la rovinata città di Naisso. II. Il Re degli Unni richiese ed ottenne, che il suo tributo o sussidio fosse aumentato da settecento libbre d'oro all'annua somma di duemila e cento, e ne stipulò l'immediato pagamento di seimila per risarcirlo delle spese, o per espiare la colpa della guerra. Potrebbe taluno immaginarsi, che tal domanda, la quale appena arrivava alla misura d'una ricchezza privata, dovesse facilmente soddisfarsi dall'opulento Impero dell'Oriente; ma la pubblica angustia somministra una osservabil prova del povero o almeno disordinato stato delle Finanze. Una gran parte delle tasse, che s'estorcevan dal Popolo, veniva ritenuta e arrestata nel passaggio, che dovea fare pei più sordidi canali al tesoro di Costantinopoli. Teodosio ed i suoi favoriti dissipavan le rendite in un dispendioso e prodigo lusso, che si copriva co' nomi d'Imperiale magnificenza o di carità cristiana. S'erano esauriti gli immediati sussidj per l'improvvisa necessità dei militari apparecchi. Una personale contribuzione, rigorosamente ma capricciosamente imposta su' membri dell'Ordine Senatorio, fu l'unico espediente, che potesse disarmare, senza perdita di tempo, l'impaziente avarizia d'Attila, e la povertà de' Grandi li costrinse a prendere lo scandaloso partito d'esporre al pubblico incanto le gioie delle loro mogli, e gli ereditari ornamenti de' loro palazzi[679]. III. Pare che il Re degli Unni avesse fissato come un principio di giurisprudenza nazionale, ch'ei non potesse mai perdere il dominio, che aveva una volta acquistato sulle persone, che si erano volontariamente o con ripugnanza sottomesse alla sua autorità. Da questo principio concludeva, e le conclusioni d'Attila erano irrevocabili leggi, che gli Unni, i quali erano stati presi in guerra, fossero rilasciati senza dilazione e senza riscatto; che ogni schiavo Romano, che avesse ardito di fuggire dovesse comprare il diritto alla sua libertà col prezzo di dodici monete d'oro; e che tutti i Barbari, disertati dal campo di Attila, fossero restituiti senza promessa o stipulazione alcuna di perdono. Nell'esecuzione di questo crudele ed ignominioso trattato, i Ministri Imperiali furon costretti ad uccidere varj fedeli e nobili disertori, che ricusarono d'andare incontro ad una certa morte; ed i Romani perderono qualunque ragionevol diritto alla, amicizia d'ogni popolo Scita, mediante questa pubblica confessione, ch'essi mancavan di fede o di potenza per difendere i supplichevoli, che s'erano rifuggiti al trono di Teodosio[680].

La fermezza d'una sola città, così oscura, che fuori di quest'occasione non è stata mai rammentata da verun istorico o geografo, fece vergogna all'Imperatore ed all'Impero. Azimo o Azimunzio, piccola città della Tracia sulle frontiere Illiriche[681], s'era distinta pel marzial coraggio della sua gioventù, l'abilità e la riputazione dei Capitani che aveva scelti, e le ardite loro imprese contro l'innumerabil esercito dei Barbari. Gli Azimuntini, invece d'aspettar quietamente che le truppe degli Unni s'avvicinassero, le attaccarono con frequenti e felici sortite, ed esse a grado a grado evitarono di accostarvisi; di più riscattarono dalle loro mani le spoglie ed i prigionieri, e reclutarono le domestiche loro forze mediante la volontaria associazione dei fuggitivi e dei disertori. Dopo la conclusion del trattato, Attila tuttavia minacciava l'Impero d'un'implacabile guerra, se gli Azimuntini non venivano persuasi o costretti ad eseguire le condizioni, che il loro Sovrano aveva accettate. I Ministri di Teodosio con Vergogna e verità confessarono, ch'essi non avevano più autorità veruna sopra una società di uomini, che sì bravamente sostenevano la loro naturale indipendenza; ed il Re degli Unni si contentò di concludere un cambio uguale co' cittadini d'Azimo. Essi domandarono la restituzione d'alcuni pastori, ch'erano stati accidentalmente sorpresi co' loro bestiami. Ne fu concessa una rigorosa quantunque inutil ricerca; ma gli Unni furono costretti a giurare, che essi non ritenevano alcun prigioniero appartenente a quella città, prima di poter ricovrare i due lor nazionali restati in vita, che gli Azimuntini si erano riservati come pegni per la salvezza dei perduti loro compagni. Attila, per la sua parte, restò soddisfatto e deluso dalla solenne loro asserzione, che il resto degli schiavi era stato messo a morte, e che avevano costantemente per costume di licenziar subito i Romani e i disertori, che avevano ottenuto la sicurezza della pubblica fede. Può condannarsi o scusarsi da' Casisti questa officiosa e prudente dissimulazione, secondo che sono inclinati alla rigida opinione di S. Agostino o al sentimento più dolce di S. Girolamo e di S. Grisostomo; ma ogni soldato ed ogni politico dee confessare, che se fosse stata incoraggita e moltiplicata la razza degli Azimuntini, i Barbari non avrebbero più calpestato la maestà dell'Impero[682].

Sarebbe stato maraviglioso, in vero, se Teodosio avesse comprato con la perdita dell'onore una sicura e solida tranquillità; o se la sua sommissione non avesse invitato a ripeter le ingiurie. La Corte di Bisanzio fu insultata da cinque o sei successive ambasciate[683] ed i Ministri d'Attila avevano tutti la commissione di sollecitare la tarda o imperfetta esecuzione dell'ultimo trattato; di produrre i nomi dei fuggitivi e dei disertori, che erano tuttavia protetti dall'Impero; e di dichiarare con apparente moderazione che qualora il loro Principe non avesse una compita ed immediata soddisfazione, sarebbe impossibile per lui, quand'anche lo volesse, di frenare lo sdegno delle sue guerriere tribù. Oltre i motivi di alterigia e d'interesse, che potevan muovere il Re degli Unni a continuare questa sorta di negoziazione, agiva sopra di esso anche l'oggetto meno onorevole d'arricchire i suoi favoriti a spese dei nemici. S'era esaurito il tesoro Imperiale a procurare i buoni ufizi degli Ambasciatori e dei principali lor famigliari, la favorevole relazione dei quali poteva influire a mantenere la pace. Il Barbarico Monarca era lusingato dalle liberali accoglienze dei suoi Ministri; computava con piacere il valore e la splendidezza dei loro doni; esigeva rigorosamente l'esecuzione d'ogni promessa, che potesse contribuire al privato loro vantaggio, e trattò come un importante affare di Stato il matrimonio di Costanzo suo Segretario[684]. Questo Gallico avventuriere ch'era stato raccomandato da Ezio al Re degli Unni, s'era impegnato a favorire i Ministri di Costantinopoli pel convenuto premio d'una ricca e nobile moglie, e fu scelta la figlia del Conte Saturnino per adempire le obbligazioni della sua patria. La ripugnanza della vittima, alcune domestiche turbolenze, e l'ingiusta confiscazione de' beni di lei raffreddaron l'ardore dell'interessato suo amante; ma egli tuttavia domandava in nome di Attila un matrimonio equivalente, e dopo molte ambigue dilazioni e scuse, la Corte Bizantina fu costretta a sacrificare a quest'insolente straniero la vedova d'Armazio, la nascita, l'opulenza e la bellezza della quale le davano uno dei più illustri posti fra le matrone Romane. Per queste importune ed oppressive ambascerie Attila pretendeva una conveniente corrispondenza: ei bilanciava con sospettoso orgoglio il carattere ed il grado degli Ambasciatori Imperiali; ma condiscese a promettere, che si sarebbe avanzato fino a Sardica per ricevere qualche Ministro che fosse stato investito della dignità Consolare. Il Consiglio di Teodosio evitò questa proposizione, rappresentando lo stato desolato e rovinoso di Sardica, ed anche s'avventurò a far intendere, che ogni Ufiziale dell'esercito o del palazzo era qualificato per trattare co' più potenti Principi della Scizia. Massimino[685], rispettabile cortigiano, che avea lungamente esercitato la sua abilità in impieghi civili e militari, accettò con ripugnanza l'incomoda e forse pericolosa commissione di riconciliare il torbido spirito del Re degli Unni. L'istorico Prisco[686] suo amico prese l'opportunità d'osservare il Barbaro Eroe nelle pacifiche e domestiche azioni della vita; ma il segreto dell'ambasceria (fatale e colpevol segreto) non fu affidato che all'interprete Vigilio. Nell'istesso tempo tornarono da Costantinopoli al campo Reale gli ultimi due Ambasciatori degli Unni, Oreste nobile suddito della Pannonia, ed Edecone valente Capitano della Tribù degli Scirri. Gli oscuri lor nomi furono in seguito illustrati dalla straordinaria fortuna e contrasto dei loro figli: i due servitori d'Attila divennero padri dell'ultimo Imperadore dell'Occidente, e del primo Re barbaro d'Italia.

[A. 448]

Gli Ambasciatori, che erano seguitati da un numeroso treno di uomini e di cavalli, fecero la prima loro fermata in Sardica alla distanza di trecento cinquanta miglia o di tredici giorni di cammino da Costantinopoli. Siccome i residui di Sardica erano tuttavia compresi dentro i limiti dell'Impero, toccava ai Romani ad esercitare gli ufizi dell'ospitalità. Essi provvidero coll'aiuto dei Provinciali un sufficiente numero di bovi e di pecore, ed invitarono gli Unni ad una splendida o almeno abbondante cena. Ma tosto fu disturbata l'armonia del convito dal vicendevole pregiudizio ed indiscretezza. Si sostenne ardentemente la grandezza dell'Imperatore e dell'Impero da' loro Ministri; gli Unni con ugual calore sostennero la superiorità del vittorioso loro Monarca: s'infiammò viepiù la contesa dalla temeraria ed inopportuna adulazione di Vigilio, che con veemenza rigettò il confronto d'un puro mortale col divino Teodosio; e con estrema difficoltà Massimino e Prisco poterono mutar la materia della conversazione, o addolcire gli animi sdegnati dei Barbari. Quando s'alzaron da tavola, l'Ambasciatore Imperiale presentò ad Edecone ed Oreste dei ricchi doni di vesti di seta, e di perle dell'India, che essi accettarono con rendimento di grazie. Ma Oreste non potè a meno di fare intendere, che egli non era stato sempre trattato con tal liberalità e rispetto: e l'offensiva distinzione, che si fece fra il suo civile ufizio, ed il posto ereditario del suo collega sembra, che rendesse Edecone un amico dubbioso, ed Oreste un irreconciliabil nemico. Dopo questo riposo fecero circa cento miglia da Sardica a Naisso. Quella florida città, che avea data i natali al Gran Costantino, era caduta a terra; gli abitanti di essa erano stati distrutti o dispersi; e la vista di alcuni malaticci individui, a' quali tuttavia permettevasi d'esistere fra le rovine delle Chiese, non serviva che ad accrescer l'orrore di quello spettacolo. La superficie del paese era coperta di ossa di morti; e gli Ambasciatori, che dirigevano il loro corso al Nord-ovest, furono costretti a passare i colli della moderna Servia prima di scendere nelle piane e paludose terre, che vanno a terminare al Danubio. Gli Unni eran padroni di quel gran fiume: facevan la loro navigazione in ampi canotti formati dal tronco di un solo albero incavato; i Ministri di Teodosio furono trasportati sicuri all'altra riva, ed i Barbari loro compagni subito s'affrettarono verso il campo d'Attila, che era preparato ugualmente pei divertimenti della caccia o della guerra. Appena Massimino erasi allontanato circa due miglia dal Danubio, che principiò a sperimentare la fastidiosa insolenza del vincitore. Gli fu assolutamente proibito d'alzar le sue tende in una piacevol vallata per timore che non violasse il distante rispetto dovuto all'abitazione Reale. I Ministri d'Attila insistettero perchè comunicasse loro gli affari e le istruzioni, che ei riservava per la persona del loro Sovrano. Allorchè Massimino moderatamente allegò il costume contrario delle nazioni, restò sempre più confuso nel sapere, che le risoluzioni del Sacro Consistoro, quei segreti (dice Prisco) che non dovrebbero rivelarsi neppure agli Dei, erano stati per tradimento aperti al pubblico nemico. Ricusando egli d'adattarsi a tali vergognosi termini, fu immediatamente dato ordine all'Ambasciatore Imperiale di partire; l'ordine però fu revocato; ei fu richiamato indietro; e gli Unni rinnovarono gli inutili loro sforzi per vincere la paziente fermezza di Massimino. Finalmente per intercessione di Scotta fratello di Onegesio, del quale s'era comprata l'amicizia con un liberal dono, fu ammesso alla presenza Reale; ma invece d'ottenere una decisiva risposta, fu costretto ad intraprendere un lontano viaggio verso il Settentrione, affinchè Attila potesse godere la superba soddisfazione di ricevere nel medesimo campo gli Ambasciatori dell'Impero Orientale ed Occidentale. Fu regolato il suo cammino dalle guide, che l'obbligavano a fermarsi, ad affrettar la sua marcia, o a deviare dalla strada maestra, secondo che meglio si attagliava al comodo del Re. I Romani che traversarono le pianure dell'Ungheria, crederono di passare vari fiumi navigabili o in canotti, o in battelli portatili; ma v'è motivo di sospettare, che il tortuoso corso del Teiss o del Tibisco si presentasse loro in diversi luoghi sotto vari nomi. Dai vicini villaggi ricevevano una copiosa e regolar quantità di provvisioni, cioè idromele invece di vino, miglio in luogo di pane, ed un certo liquore chiamato _Camus_, che secondo la descrizione di Prisco, era stillato dall'orzo[687]. Tal nutrimento pareva forse grossolano e non delicato a persone assuefatte al lusso di Costantinopoli: ma nei loro accidentali bisogni furono aiutati dalla gentilezza ed ospitalità di quegli stessi Barbari, che erano così terribili e senza pietà nella guerra. Gli Ambasciatori si erano attendati sulla riva di una gran palude. Una violenta tempesta di vento e di pioggia, di tuoni e di fulmini rovesciò le lor tende, gettò il lor bagaglio ed i loro arnesi nell'acqua, e disperse i loro famigliari, che andavano errando nell'oscurità della notte incerti della strada, in cui si trovavano, e timorosi di qualche incognito pericolo, finattantochè risvegliarono con le lor grida gli abitanti d'un vicino villaggio, che apparteneva alla vedova di Bleda. L'officiosa benevolenza di questi illuminò tosto quel luogo, ed accese in pochi momenti un opportuno fuoco di canne; furono generosamente soddisfatti i bisogni ed anche i desiderj dei Romani; e sembra, che fossero imbarazzati dalla singolar gentilezza della vedova di Bleda, che aggiunse agli altri di lei favori il dono, o almeno l'imprestito di un sufficiente numero di belle ed ossequiose donzelle. Il giorno seguente fu destinato al riposo, a raccogliere ed asciugare il bagaglio, ed a rinfrescar gli uomini ed i cavalli; ma la sera, prima di proseguire il loro viaggio gli Ambasciatori dimostrarono alla cortese Signora del villaggio la lor gratitudine mediante un dono molto gradito di coppe di argento, di lane rosse, di frutti secchi e di pepe d'India. Dopo quest'avventura tosto raggiunsero Attila, dal quale erano stati separati circa sei giorni; e lentamente s'avanzarono verso la Capitale d'un Impero che nello spazio di più migliaia di miglia non conteneva neppure una città.

Per quanto possiam rilevare dall'incerta ed oscura geografia di Prisco, pare che questa Capitale fosse collocata fra il Danubio, il Tibisco ed i Colli Carpazi nelle pianure dell'Ungheria superiore, e più probabilmente nelle vicinanze di Giasberin, d'Agria, o di Tokai[688]. Nel suo principio non poteva essere, che un campo accidentale, che mediante la lunga e frequente residenza d'Attila era divenuto appoco appoco un grosso villaggio, atto a ricevere la sua Corte, le truppe che lo seguitavano, e la varia moltitudine degli oziosi o attivi schiavi e domestici[689]. I bagni eretti da Onegesio erano il solo edifizio di pietra; se n'erano trasportati i materiali dalla Pannonia, e poichè il vicino paese era privo anche di grosso legname può supporsi, che le minori abitazioni del villaggio reale fossero formate di paglia, di terra o di grossa tela. Le case di legno dei più illustri fra gli Unni erano costrutte ed ornate con rozza magnificenza secondo il grado, le sostanze, o il gusto dei proprietarj. Sembra, che fossero disposte con qualche specie di ordine o di simetria, ed ogni luogo diveniva più onorevole a misura che più era vicino alla persona del Sovrano. Il Palazzo d'Attila, che avanzava tutte le altre case dei suoi Stati, era tutto fabbricato di legno, ed occupava un ampio spazio di terreno. L'esterno recinto chiudevasi da un'alta muraglia o palizzata di tavole piane squadrate, intersecata da alte torri fatte più per ornamento che per difesa. Questa muraglia, che pare circondasse il declive d'un colle, conteneva una gran quantità di edifizi di legno adattati all'uso della Corte. Era assegnata una casa a parte a ciascheduna delle numerose mogli d'Attila; ed invece del rigoroso ritiro imposto dalla gelosia Asiatica, esse ammettevano gentilmente gli Ambasciatori Romani alla lor presenza, alla loro tavola, ed anche alla libertà di un innocente abbracciamento. Quando Massimino presentò i suoi doni a Cerca, Regina principale, egli ammirò la singolare architettura della sua abitazione, l'altezza delle rotonde colonne, la grossezza e bellezza del legname, che era con arte lavorato o tornito o lustrato o inciso; e l'attento di lui occhio fu capace di scoprire qualche gusto negli ornamenti, o qualche regolarità nelle proporzioni. Dopo aver passato le guardie, che stavano avanti la porta, gli Ambasciatori furono introdotti nell'appartamento privato di Cerca. La Moglie d'Attila ricevè la lor visita, sedendo o piuttosto coricata sopra un morbido letto; il pavimento era coperto di un tappeto; i famigliari formavano un cerchio attorno la Regina; e le sue damigelle assise in terra s'impiegavano a lavorare i ricami di vari colori, che adornavano gli abiti dei guerrieri Barbari. Gli Unni erano ambiziosi di far pompa di quelle ricchezze, che erano il frutto e la prova delle loro vittorie; i finimenti dei loro cavalli, le loro spade e fino le scarpe loro erano guarnite d'oro e di pietre preziose, e le loro tavole erano profusamente coperte di piatti, di bicchieri e di vasi d'oro e d'argento, che eran opere di Greci artefici. Il solo Monarca aveva il sublime orgoglio di star sempre attaccato alla semplicità dei suoi maggiori Sciti[690]. Le vesti d'Attila, le sue armi ed i finimenti del suo cavallo erano semplici, senz'ornamenti e d'un solo colore. La tavola reale non ammetteva che piatti e bicchieri di legno; ei non mangiava che carne; ed il Conquistatore del Settentrione mai non gustò il lusso del pane.