Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 06

Part 28

Chapter 283,399 wordsPublic domain

NOTE:

[598] Τα συνεχη κατα στομα φιληματα è l'espressione di Olimpiodoro (_ap. Photium p. 197_), che intende forse di descrivere le stesse carezze, che Maometto faceva alla sua _figlia_ Fatima. Quando (dice il profeta), quando subit mihi desiderium Paradisi, osculor eam et ingero linguam meam in os ejus. Ma questa sensuale dilettazione era giustificata dal miracolo e dal misterio. Tal aneddoto è stato comunicato al Pubblico dal Rev. P. Maracci nella sua versione, e confutazione del Koran _Tom. I. p. 39_.

[599] Per queste rivoluzioni dell'Impero Occidentale si consultino Olimpiodoro, _ap. Foz. p. 192, 193, 196, 197, 200_, Sozomeno, _l. IX, c. 16_, Socrate, _l. VII. 23, 24_, Filostorgio, l_. XII c. 10, 11_, e Gotofredo, _dissert. p. 486_, Procopio, _de Bell. Vand. l. 1. c. 3. p. 182, 183_. Teofane, _in Chronograph. p. 72, 73_, e le Croniche.

[600] Vedi Grozio, _de Jur. Bell. et Pac. l. 11. c. 7_. Egli ha laboriosamente, ma invano, tentato di formare un ragionevol sistema di Giurisprudenza da' varj e fra loro contrari modi di real successione, che si sono introdotti dalla frode o dalla forza, dal tempo o dall'accidente.

[601] Gli Scrittori originali non convengono (Vedi Muratori, _Annali d'Ital. Tom. IV. p. 139_) se Valentiniano ricevesse il diadema Imperiale a Roma, o a Ravenna. In questa incertezza io voglio credere, che si dimostrasse qualche rispetto al Senato.

[602] Il Conte di Buat (_Hist. des Peuples de l'Europe Tom. VII. p. 292, 300_) ha stabilito la verità di questa notabil cessione, spiegatine i motivi, e rintracciatene le conseguenze.

[603] Vedi la primo novella di Teodosio, con cui ratifica e comunica (l'anno 438) il Codice Teodosiano. Circa quaranta anni prima di quel tempo si era provato l'unità della Legislazione per mezzo d'un'eccezione. Gli Ebrei, ch'erano assai numerosi nelle città della Puglia e della Calabria, produssero una legge dell'Oriente per giustificare la loro esenzione dagli ufizj municipali (_Cod. Theodos. lib. XII. Tit. VIII, leg. 13_); e l'Imperatore occidentale fu obbligato a derogare con uno special editto ad una legge, _quam constat meis partibus esse damnosam_. Cod. Theodos. _lib. XI. Tit. 1. leg. 158_.

[604] Cassiodoro (_Variar. l. IX. epist. 1 p. 238_) ha paragonato fra loro i governi di Placidia e d'Amalasunta. Egli attacca la debolezza della madre di Valentiniano, e loda le virtù della sua real Signora. In tale occasione sembra, che l'adulazione abbia preso il linguaggio della verità.

[605] Filostorgio _lib. XII. c. 12 col. Gotofred. dissert. p. 493_ e Renato Frigerido, ap. Gregor. Turon. _l. II. c. 8. in tom II. p. 163_. Gaudenzio, illustre cittadino della Provincia della Scizia e Generale di cavalleria, fu il padre d'Ezio: sua madre fu una ricca e nobile Italiana. Fin dalla sua più tenera gioventù, aveva Ezio, e come soldato e come ostaggio, conversato co' Barbari.

[606] Quanto al carattere di Bonifazio, vedi Olimpiodoro, _ap. Foz. p. 196_ e S. Agostino ap. Tillemont, _Mem. Eccl. T. XII. p. 712, 715, 886_. Il Vescovo d'Ippona deplora a lungo la caduta del suo amico, che dopo un voto solenne di castità avea preso una seconda moglie della setta Arriana, e ch'era sospetto di tenere nella sua casa più concubine.

[607] Procopio (_de Bell. Vandal. l. 1. c. 3. p. 182, 186_) riporta la frode d'Ezio, la rivolta di Bonifazio e la perdita dell'Affrica. Quest'aneddoto, ch'è sostenuto dalla testimonianza di alcuni contemporanei (Vedi Ruinart, _Hist. Persecut. Vandal. p. 420, 421_) sembra coerente alla pratica delle antiche e moderne Corti, e naturalmente si sarebbe reso palese dal pentimento di Bonifazio.

[608] Vedi le Croniche di Prospero e d'Idazio. Salviano (_de Gubern. Dei l. VII. p. 246. Par. 1608_) attribuisce la vittoria de' Vandali alla superiore loro pietà. Essi digiunarono, pregarono, portaron la Bibbia alla testa dell'esercito, con intenzione forse di rinfacciar la perfidia ed il sacrilegio ai loro nemici.

[609] _Gizericus_ (il suo nome vien espresso in varie maniere) _statura mediocris et equi casu claudicans, animo profundus, sermone rarus, luxuriae contemptor, ira turbidus, habendi cupidus, ad solicitandus gentes providentissimus, semina contentionum jacere, odia miscere paratus_; Giornandes, _de reb. Get. c. 33. p. 657_. Questo ritratto, ch'è fatto con qualche arte e con forte verisimiglianza, dev'essere stato copiato dall'istoria Gotica di Cassiodoro.

[610] Vedi la Cronica d'Idazio. Questo Vescovo, Spagnuolo e contemporaneo, pone il passaggio de' Vandali nel mese di Maggio dell'anno d'Abramo (che comincia d'Ottobre) 2444. Tal data, che combina coll'anno 429, vien confermata da Isidoro, altro Vescovo Spagnuolo, ed è giustamente preferita all'opinione di quegli scrittori, che hanno assegnato a tal fatto uno de' due precedenti anni. (Vedi Pagi, _Critica Tom. II. p. 205_)

[611] Si confronti Procopio (_de Bell. Vand. l. 1. c. 5, p. 190_) con Vittore Vitense (_de persecut. Vand. l. 1. c. 1. p. 3. Edit. Ruinart_). Siamo assicurati da Idazio, che Genserico abbandonò la Spagna _cum Vandalis omnibus, eorumque familiis_; e Possidio (_in vit. August. c. 28. ap. Ruinart. p. 427_) descrive la sua armata, come, _manus ingens immanium gentium Vandalorum et Alanorum commixtam secum habens Gothorum gentem, aliarumque diversarum personas_.

[612] Quanto a' costumi de' Mori vedi Procopio (_de Bell. Vandal. l. 2. c. 6. n. 249_), quanto alla figura e carnagione di essi il Buffon (_Hist. natur. Tom. III. p. 430_), Procopio dice in generale, che i Mori s'erano uniti a' Vandali avanti la morte di Valentiniano (_de Bell. Vandal. l. 1. c. 5. p. 190_) ed è probabile, che le indipendenti Tribù non abbracciassero alcun sistema uniforme di politica.

[613] Vedi Tillemont (_Memoir. Eccl. Tom. XIII. p. 516, 558_), e tutta la serie della persecuzione ne' monumenti originali pubblicati dal Dupin al fine d'Ottato p. 323, 515.

[614] I Vescovi Donatisti nella conferenza di Cartagine, ascendevano a 279 ed asserirono, che tutto il lor numero non era meno di 400. I Cattolici ne avevano 286 presenti, e 120 assenti, oltre sessantaquattro Vescovati vacanti.

[615] Il quinto Titolo del XVI libro del Codice Teodosiano Somministra una serie di leggi Imperiali contro i Donatisti dall'anno 400 all'anno 428. Di queste la legge 54 promulgata da Onorio l'anno 414 è la più severa ed efficace.

[616] S. Agostino variò la sua opinione intorno al modo con che si dovean trattare gli Eretici. La sua patetica dichiarazione di pietà e d'indulgenza verso i Manichei è stata inserita dal Locke (_vol. III. p. 469_) fra gli scelti saggi del suo Repertorio. Un altro Filosofo, il celebre Bayle (_Tom. II, p. 445, 496_), ha ribattuti con superflua diligenza e candore gli argomenti, coi quali il Vescovo d'Ippona giustificò, nella sua vecchiezza, la persecuzione de' Donatisti.

[617] Vedi Tillemont (_Mem. Eccl. Tom. XIII. p. 586, 592, 806_). I Donatisti vantavano delle _migliaia_ di questi martiri volontari. Agostino asserisce, e probabilmente con verità, che questo numero era molto esagerato; e fieramente sostiene, esser meglio, che _alcuni_ si tormentassero in questo Mondo, piuttosto che _tutti_ dovessero bruciare nelle fiamme dell'inferno.

[618] Secondo S. Agostino e Teodoreto i Donatisti erano inclinati a' principj, o almeno al partito degli Arriani sostenuto da Genserico. Tillemont, _Mem. Eccl. Tom. VI. p. 67_.

[619] Vedi Baron., _Annal. Eccl. an. 428 n. 7 an. 439 n. 35_. Il Cardinale, benchè più inchinato a cercare la cagione dei grandi avvenimenti nel cielo che sulla terra, ha osservato l'apparente connessione de' Vandali e de' Donatisti. Sotto il regno de' Barbari, gli Scismatici dell'Affrica goderono un'oscura pace di cento anni, al termine de' quali possiamo di nuovo rintracciarli al lume delle Imperiali persecuzioni. Vedi Tillem., _Mem. Eccl. Tom. VI. p. 192_.

[620] S. Agostino, in una lettera confidenziale al Conte Bonifazio, senza esaminare i fondamenti della contesa, piamente l'esorta a soddisfare i doveri di Cristiano e di suddito, a tirarsi fuori senza dilazione da quella pericolosa e rea situazione, ed anche, se poteva ottenere il consenso della sua moglie, ad abbracciare il celibato e la penitenza (Tillemont, _Mem. Ecci. Tom. XIII. p. 890_). Il Vescovo era intimamente vincolato con Dario, Ministro della pace. (Ivi, Tom. XIII. p. 928).

[621] Le originali querele della desolazione dell'Affrica si contengono: 1. in una lettera di Capreolo, Vescovo di Cartagine per iscusar la sua assenza dal Concilio d'Efeso (_ap. Ruinart p. 429_): 2. nella vita di S. Agostino scritta dal suo amico e collega Possidio (_ap. Ruinart p. 427_): 3. nell'istoria della persecuzione Vandalica fatta da Vittore Vitense (_l. 1. c. 1, 2, 3, edit. Ruinart_). L'ultima pittura, che fu fatta sessant'anni dopo l'evento, esprime più le passioni dell'Autore che la verità de' fatti.

[622] Vedi Cellar., _Geogr. antiq. Tom. 2. P. II. 112_, Leone Affricano, _in Ramusio Tom. 1. fol. 70_, l'Affrica di Marmol _Tom. II. p. 434, 437_, i viaggi di Shavv. _p. 46, 47_. L'antica Ippona Regia fu finalmente distrutta dagli Arabi nel settimo secolo; ma con que' materiali fu fabbricata una nuova città alla distanza di due miglia, e questa conteneva nel decimo sesto secolo circa trecento famiglie d'industriosi, ma turbolenti manifattori. Il territorio addiacente è famoso per un'aria pura, un fertile suolo, ed un'abbondanza, di squisiti frutti.

[623] La vita di S. Agostino fatta dal Tillemont, empie un volume in quarto (_Tom. XIII delle Mem. Eccl._) di più di mille pagine, e la diligenza di quell'erudito Giansenista fu eccitata, in quest'occasione, dal fazioso e devoto zelo pel fondatore della sua Setta.

[624] Tale almeno è il ragguaglio che ne dà Vittore Vitense (_de Persec. Vandal. l. 1. c. 3_) quantunque sembri che Gennadio dubiti, se alcuno abbia letto, o anche raccolto tutte le opere di S. Agostino (Vedi _Hieronym. oper. T. 1. p. 319 in catalog. scriptor. Eccles._). Queste si sono stampate più volte; e il Dupin (_Biblioth. Eccl. Tom. III. p. 158, 257_) ha fatto un esteso e soddisfacente estratto delle medesime, come stanno nell'ultima edizione de' Benedettini. La mia personal conoscenza col Vescovo d'Ippona non s'estende oltre le _Confessioni_, e la _Città di Dio_.

[625] Nella prima sua gioventù (_Confess. I. 24_) S. Agostino non ebbe gusto allo studio del Greco, e lo trascurò; e francamente confessa, ch'ei lesse i Platonici in una versione Latina (_Confess. VIII. 9_). Alcuni moderni critici hanno pensato, che la sua ignoranza del Greco lo rendesse incapace d'esporre la Scrittura; e Cicerone o Quintiliano avrebbero richiesto la cognizione di questa lingua in un Professor di Rettorica.

[626] Siffatte quistioni furono di rado agitate dal tempo di S. Paolo a quello di S. Agostino. Ho saputo che i Patriarchi greci adottavano i sentimenti de' semi-pelagiani, e che l'ortodossia di S. Agostino era tratta dalla scuola de' Manichei.

[627] La Chiesa di Roma ha canonizzato Agostino, e riprovato Calvino. Eppure come la _reale_ differenza tra loro è invisibile anche ad un microscopio teologico, i Molinisti sono oppressi dall'autorità del Santo, ed i Giansenisti disonorati dalla loro somiglianza coll'eretico. Frattanto i Protestanti Arminiani stanno in disparte, e deridono la reciproca perplessità de' disputanti. (Vedi una curiosa Rivista della controversia, nella _Biblioteca Universale_ di Le Clerc, Tom. XIV. p. 144-398). Forse un ragionatore, più indipendente ancora, potrebbe ridere, a sua volta, nel leggere un Comentario Arminiano sopra l'Epistola ai Romani.

[628] Du Cange, _Fam. Byzant. p. 67_. Da una parte v'è la testa di Valentiniano, e nel rovescio Bonifazio con una sferza in una mano, e con una palma nell'altra, che sta sopra un carro trionfale tirato da quattro cavalli, e in un'altra medaglia da quattro cervi: sfortunato emblema! Io dubiterei se si trovi altro esempio della testa d'un suddito nel rovescio d'una medaglia Imperiale. Vedi la scienza delle medaglie del P. Jobert _Tom. I. p. 132, 150 ediz. del 1739 fatta dal Barone de la Bastie_.

[629] Procopio (_de Bell. Vandal. l. 1 c. 3 p. 145_) non continua l'istoria di Bonifazio oltre il suo ritorno in Italia. Fanno menzione della sua morte Prospero e Marcellino; la espressione di quest'ultimo, ch'Ezio il giorno avanti s'era provisto d'una _lunga_ lancia, ha qualche cosa di simile ad un regolar duello.

[630] Vedi Procop., _de Bell. Vandal. l. 1. c. 4. p. 186_. Valentiniano fece varie discrete leggi per sollevare le angustie de' propri sudditi Numidi e Mauritani: gli assolvè in gran parte dal pagamento de' loro debiti; ridusse il loro tributo ad un ottavo; e diede loro il diritto d'appellare da' propri Magistrati Provinciali al Prefetto di Roma. (_Cod. Theodos. Tom. VI. Novell. p. 11, 12_).

[631] Vittore Vitense, _de persec. Vandal. l. 2. cap. 5. p. 26_. Le crudeltà di Genserico verso i suoi sudditi sono espresse con forza nella Cronica di Prospero An. 442.

[632] Possid., _in vit. Aug. c. 28, ap. Ruinart p. 428_.

[633] Vedi le Croniche d'Idazio, d'Isidoro, di Prospero, e di Marcellino. Essi notano il medesimo anno, ma diversi giorni, per la sorpresa di Cartagine.

[634] La pittura di Cartagine nello stato, in cui trovavasi nel quarto e quinto secolo, è presa dall'_Esposit. totius mundi p. 17, 18_, nel terzo tomo de' Geografi minori di Hudson, da Ausonio, _de claris urbibus p. 228, 229_., e specialmente da Salviano, _De Gubernat. Dei l. VII. p. 257, 258_. Mi fa maraviglia, che la _Notitia_ non abbia posto nè una zecca, nè un arsenale in Cartagine, ma solo un _Gynecaeum_ o fabbrica per le donne.

[635] L'autore anonimo dell'_Exposit. totius mundi_ confronta nel suo barbaro Latino il paese cogli abitatori; e dopo aver notato la lor mancanza di fede, freddamente conclude _difficile autem inter eos invenitur bonus, tamen in multis pauci boni esse possunt. p. 18._

[636] Ei dichiara che i vizi particolari d'ogni paese erano raccolti nella sentina di Cartagine (_l. VII. p. 257_). Gli Affricani s'applaudivano del maschio loro vigore nell'esercizio de' vizi. _Et illi se magis virilis fortitudinis esse crederent, qui maxime viros foeminei usus probrositate fregissent p. 268_. Le strade di Cartagine eran contaminate da effemminati miserabili, che pubblicamente prendevano l'aria, le vesti ed il carattere di donne. (p. 264). Se compariva un Monaco nella città, il sant'uomo veniva oltraggiato con empio disprezzo e derisione, _detestantibus ridentium cacchinis p. 289_.

[637] Si paragoni Procopio, _de Bell. Vandal. lib. 1. c. 5. p. 189, 190_ con Vittore Vitense, _de persecut. Vandal. l. 1. c. 4._

[638] Il Ruinart (_p. 444, 457_) ha raccolto da Teodoreto e da altri autori le disgrazie reali e favolose degli abitanti di Cartagine.

[639] La scelta delle circostanze favolose è di poca importanza; pure mi son limitato alla narrazione che fu tradotta dal Siriaco per opera di Gregorio di Tours (_de gloria martyr. l. 1. c. 95 in maxima Biblioth. Patr. T. XI. p. 856_), agli atti Greci del loro martirio (_ap. Phot. p. 1400, 1401_), ed agli annali del Patriarca Eutichio (_T. 1. p. 391, 531, 532, 535 vers. Pocock_).

[640] Due Scrittori Siriaci, come sono citati dall'Assemanni (_Biblioth. Orient. Tom. 1. p. 336, 338_) pongono la risurrezione de' sette Dormienti nell'anno 736 (_an. di G. C. 425_) o 748, (_an. di Gesù Cristo 437_) _dell'era de' Seleucidi_. I loro atti Greci, che Fozio avea letti, assegnano la data dell'anno trentesim'ottavo del regno di Teodosio che può coincidere coll'anno di Cristo 439 o col 446. Può facilmente determinarsi il tempo, che passò da questo alla persecuzione di Decio e non vi voleva di meno che l'ignoranza di Maometto, o de' leggendari per supporre un intervallo di tre o quattrocent'anni.

[641] Jacopo, uno de' Padri ortodossi della Chiesa Siriaca, era nato l'anno 452, principiò a comporre i suoi discorsi l'anno 474, fu fatto vescovo di Barne nel distretto di Sarug e nella Provincia della Mesopotamia l'anno 519 e morì l'anno 521 (Assemanni _Tom_. 1. p. 268, 289). Quanto all'omilia _de pueris Ephesinis_, vedi p. 335, 339; sebbene avrei desiderato, che l'Assemanni avesse piuttosto tradotto il testo di Jacopo di Sarug, invece di rispondere alle obiezioni del Baronio.

[642] Vedi _Acta Sanctorum_ de' Bollandisti (_mens. Jul. T. VI. p. 375-397_). Quest'immenso calendario di Santi in centoventi sei anni (1644, 1770) ed in cinquanta volumi in foglio non ha progredito oltre il dì 7 d'Ottobre. La soppressione dei Gesuiti ha probabilmente arrestato un'opera, che in mezzo alle favole ed alle superstizioni, somministra molte istoriche e filosofiche notizie.

[643] Vedi Maracci, _Alcoran, Sura XVIII. Tom. II. p. 420, 427 e Tom. I. part. IV, p. 103_. Con un privilegio sì ampio Maometto non ha dimostrato molto gusto ed ingegno. Egli ha inventato il cane de' sette Dormienti (al Rakim); il rispetto del sole, che alterò il suo corso due volte in un giorno per non entrare nella caverna; e la cura di Dio medesimo, che preservò i loro corpi dalla putrefazione, rivoltandoli a destra e a sinistra.

[644] Vedi d'Herbelot, _Biblioth. Orient_. p. 139 e Renaudot, _Hist. Patriarch. Alexand. p. 39, 40._

[645] Paolo Diacono d'Aquileia (_de Gestis Langobard. l. 1. c. 4. p. 745, 746. edit. Grot._), che visse verso il fine dell'ottavo secolo, ha posto in una caverna sotto un masso sulla riva dell'Oceano i sette Dormienti del Norte, il lungo riposo de' quali fu rispettato da' Barbari. Il loro abito li dimostrava Romani; ed il Diacono congettura, che dalla Provvidenza vennero riservati per essere i futuri Apostoli di quegl'infedeli paesi.

CAPITOLO XXXIV.

_Carattere, conquiste e Corte d'Attila Re degli Unni. Morte di Teodosio il Giovane. Innalzamento di Marciano all'Impero dell'Oriente._

[A. 376-433]

Il Mondo occidentale fu oppresso da' Goti e dai Vandali, che fuggivano gli Unni; ma le imprese degli Unni medesimi non corrisposero alla loro potenza e prosperità. Lo vittoriose lor Orde si erano sparse dal Volga al Danubio; ma la pubblica forza fu esausta dalla discordia degl'indipendenti lor capitani; il lor valore si consuma oziosamente in oscure e predatorie scorrerie; e spesso avvilirono la nazionale lor dignità, contentandosi per la speranza della preda d'arrolarsi sotto le bandiere de' lor fuggitivi nemici. Nel regno d'Attila[646] gli Unni divennero di nuovo il terrore del Mondo; ed io descriverò adesso il carattere e le azioni di quel formidabil Barbaro, che insultò ed invase a vicenda l'Oriente e l'Occidente, e sollecitò la rapida caduta del Romano Impero.

Nel corso dell'emigrazione, che impetuosamente si fece da' confini della China a quelli della Germania, le più potenti e popolate Tribù ordinariamente si trovarono sulle frontiere delle Province Romane. Fu per qualche tempo da ripari artificiali sostenuto il peso, che andava sempre crescendo; e la facile condiscendenza degl'Imperatori invitava, senza soddisfare, le insolenti domande de' Barbari, che avevano acquistato un ardente appetito pei comodi della vita civile. Gli Ungheri, che sono ambiziosi d'inserire il nome d'Attila fra' nativi loro Sovrani, possono asserire con verità, che le Orde sottoposte a Roas o Rugilas suo zio, avevan formato i loro accampamenti dentro i limiti della moderna Ungheria[647], in una fertil campagna, che abbondantemente suppliva a' bisogni d'una nazione di cacciatori e di pastori. In tal vantaggioso posto Rugilas, ed i suoi valorosi fratelli, de' quali continuamente cresceva il potere e la riputazione, disponevano alternativamente della guerra e della pace co' due Imperi. La sua alleanza co' Romani dell'Occidente veniva secondata dalla personale amicizia, che aveva pel Grande Ezio, ch'era sempre sicuro di trovare nel campo Barbaro un ospitale ricevimento ed un potente sostegno. Ad istanza di esso, ed in nome dell'usurpatore Giovanni, sessantamila Unni avanzaronsi verso i confini dell'Italia; la marcia e la ritirata loro fu ugualmente dispendiosa per lo Stato, e la riconoscente politica d'Ezio abbandonò il possesso della Pannonia a' suoi fedeli confederati. I Romani Orientali non erano meno timorosi delle armi di Rugilas, che ne minacciava le Province od anche la Capitale. Alcuni Storici Ecclesiastici hanno distrutto i Barbari co' fulmini e con la peste[648]; ma Teodosio fu ridotto al più umile espediente di stipulare un annuo pagamento di trecento cinquanta libbre d'oro, e di mascherare questo vergognoso tributo col titolo di Generale, che il Re degli Unni condiscese a ricevere. Era spesso interrotta la pubblica tranquillità dalla feroce impazienza de' Barbari, e da' perfidi intrighi della Corte di Bisanzio. Quattro dipendenti nazioni, fra le quali possiamo distinguere i Bavari, si sottrassero alla sovranità degli Unni; e la loro rivolta fu incoraggita e protetta da un'alleanza co' Romani; finattantochè le giuste pretensioni e la formidabil potenza di Rugilas furono con effetto esposte dalla voce di Eslao suo ambasciatore. La pace fu l'unanime desiderio del Senato: ne venne ratificato il decreto dall'Imperatore; e furono eletti due ambasciatori, cioè Plinta Generale d'origine Scita, ma di grado Consolare, ed il Questore Epigene, savio e sperimentato politico, a cui fu procurato tal ufizio dal suo ambizioso collega.

[A. 443-453]

La morte di Rugilas sospese il proseguimento del trattato. I due suoi nipoti, Attila e Bleda, che successero al trono dello zio, acconsentirono ad un personale abboccamento con gli ambasciatori di Costantinopoli; ma siccome orgogliosamente ricusarono essi di smontar da cavallo, il negozio fu trattato a cavallo, in una spaziosa pianura vicino alla città di Margus nella Mesia superiore. I Re degli Unni si presero i reali vantaggi non meno che i vani onori della negoziazione. Essi dettaron le condizioni della pace, ed ogni condizione fu un insulto alla Maestà dell'Impero. Oltre la libertà d'un sicuro ed abbondante mercato sulle rive del Danubio, richiesero che fosse aumentata l'annua contribuzione da trecento cinquanta fino a sette cento libbre d'oro; che si pagasse una multa o riscatto d'otto monete d'oro per ogni schiavo Romano che fosse fuggito dal Barbaro suo Signore; che l'Imperatore dovesse rinunziare a tutti i trattati ed impegni co' nemici degli Unni; e che tutti i fuggitivi, che si erano rifuggiti alla Corte o nelle Province di Teodosio, fossero consegnati alla giustizia del loro offeso Sovrano. Questa giustizia fu rigorosamente esercitata contro alcuni sfortunati giovani di stirpe reale. Furono essi per comando d'Attila crocifissi dentro il territorio dell'Impero: e tosto che il Re degli Unni ebbe impresso ne' Romani il terror del suo nome, concesse loro un breve ed arbitrario respiro, mentre soggiogava le ribelli o indipendenti nazioni della Scizia o della Germania[649].