Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 06

Part 27

Chapter 273,636 wordsPublic domain

La persecuzione de' Donatisti[613] fu un caso non meno favorevole a' disegni di Genserico. Diciassette anni prima ch'egli sbarcasse nell'Affrica fu tenuta per ordine de' Magistrati una pubblica conferenza a Cartagine. I Cattolici tenevano per fermo, che dopo le invincibili ragioni, ch'essi avevano addotte, dovesse l'ostinazione degli Scismatici essere inescusabile e volontaria; e l'Imperatore Onorio fu persuaso ad infliggere le più rigorose pene ad una fazione, che aveva tanto tempo abusato della sua pazienza e clemenza. Trecento Vescovi[614] con molte migliaia d'inferiori cherici furono strappati dalle lor chiese, spogliati delle ecclesiastiche possessioni, rilegati nelle isole, e proscritti dalle leggi, se ardivano di star nascosti nelle Province dell'Affrica. Le numerose loro congregazioni, sì nelle città che in campagna, furon private de' diritti di cittadinanza, e dell'esercizio del Culto religioso. Fu curiosamente determinata una scala regolare di pene, da dieci fino a dugento libbre d'argento, secondo le distinzioni del grado e delle facoltà, per punire il delitto di chi assisteva ad una conventicola scismatica; e se la pena era stata pagata cinque volte, senza vincer l'ostinazione del trasgressore, il suo futuro gastigo si rimetteva alla discrezione della Corte Imperiale[615]. Per mezzo di questi rigori, che ottennero la più calda approvazione di S. Agostino[616], un gran numero di Donatisti si riconciliò con la Chiesa Cattolica; ma i fanatici, che tuttavia perseverarono nella lor opposizione, furono spinti alla pazzia ed alla disperazione; la divisa campagna era piena di tumulti e di stragi; le truppe armate de' Circoncellioni dirigevano il loro furore a vicenda o contro se stessi o contro i loro nemici; ed il calendario de' martiri ebbe da ambe le parti un considerabile aumento[617]. In queste circostanze Genserico, Cristiano, ma nemico della comunione ortodossa, comparve a' Donatisti come un potente liberatore, dal quale potevano essi ragionevolmente aspettare la revocazione degli odiosi ed oppressivi editti degl'Imperatori Romani[618]. Si facilitò la conquista dell'Affrica dall'attivo zelo e dal segreto favore d'una domestica fazione; i capricciosi oltraggi contro le chiese ed il clero, de' quali sono accusati i Vandali, possono con ragione imputarsi al fanatismo dei loro alleati; e forse lo spirito d'intolleranza che disonorò il trionfo del Cristianesimo, contribuì alla perdita della più importante Provincia dell'Occidente[619].

[A. 430]

La Corte ed il Popolo rimasero sorpresi alla strana notizia che un virtuoso Eroe, dopo tanti favori e tanti servigi, avea rinunziato alla sua fedeltà, ed invitato i Barbari a distruggere la Provincia confidata al suo governo. Gli amici di Bonifazio, che sempre credevano si potesse scusare la sua colpevol condotta con qualche onorevol motivo, sollecitarono, nell'assenza di Ezio, una libera conferenza col Conte dell'Affrica; e Dario, ufiziale di gran distinzione, fu eletto per quell'importante ambasceria[620]. Nel primo loro congresso a Cartagine furono vicendevolmente spiegate le immaginarie provocazioni; si produssero e si paragonaron fra loro le opposte lettere d'Ezio; e facilmente restò scoperta la frode. Placidia e Bonifazio si dolsero del loro fatal errore; ed il Conte ebbe sufficiente magnanimità da confidare nel perdono della sua Sovrana, od esporre la sua testa al futuro sdegno di lei. Il suo pentimento fu fervente e sincero; ma tosto conobbe che non era più in suo potere di restaurar l'edifizio, che egli aveva scosso da' fondamenti. Cartagine e le guarnigioni Romane tornarono, insieme col lor Generale, all'ubbidienza di Valentiniano; ma il resto dell'Affrica restò tuttavia diviso dalla guerra e dalla fazione; e l'inesorabil Re de' Vandali, sdegnando qualunque termine d'accomodamento, fieramente ricusò di lasciare il possesso della sua preda. Il corpo de' Veterani, che marciarono sotto gli ordini di Bonifazio, e le leve di truppe Provinciali fatte precipitosamente, furono rotte con notabile perdita: il vittorioso Barbaro insultava l'aperta campagna; e Cartagine, Cirta, ed Ippona Regia furono le sole città che parvero restare a galla nella generale inondazione.

Il lungo ed angusto tratto della costa dell'Affrica era pieno di frequenti monumenti dell'arte e magnificenza Romana; e potrebbero esattamente misurarsi i respettivi gradi di perfezione, computando la distanza da Cartagine e dal Mediterraneo. Una semplice riflessione imprimerà in chiunque rifletta la più chiara idea della fertilità e della coltivazione: la campagna era estremamente popolata: gli abitanti si riservavano pel proprio uso tanto da poter comodamente sussistere; e l'annua esportazione, specialmente di grano, era sì regolare ed abbondante, che l'Affrica meritò il nome di comune granaio di Roma e del genere umano. Ad un tratto, le sette fertili Province, da Tangeri a Tripoli, furon messe sossopra dall'invasione de' Vandali, il rovinoso furore de' quali è stato forse esagerato dalla popolare animosità, dal religioso zelo, e dalla stravagante declamazione. La guerra, nella sua forma più dolce, porta seco la perpetua violazione dell'umanità e della giustizia; e le ostilità de' Barbari sono infiammate da uno spirito senza legge e feroce, che continuamente disturba la pacifica e domestica società. I Vandali rare volte davan quartiere, dove trovavano resistenza; ed espiavan la morte de' valorosi lor nazionali con la rovina delle città, sotto le mura delle quali essi eran caduti. Non curando alcuna distinzione d'età, di sesso, o di grado impiegavano qualunque specie d'indegnità e di tortura per forzare i prigionieri a scuoprire i nascosti loro tesori. La severa politica di Genserico giustificò i suoi frequenti esempi d'esecuzione militare: ei non era sempre padrone delle sue passioni, o di quelle de' suoi seguaci; e le calamità della guerra furono aggravate dalla licenza dei Mori, e dal fanatismo de' Donatisti. Pure io non mi persuaderò facilmente, che i Vandali avessero comunemente in uso di sradicare gli ulivi, e gli altri alberi fruttiferi d'un paese, dov'essi avevano intenzione di stabilirsi; e sembra incredibile che fosse un ordinario loro stratagemma d'uccidere un gran numero di prigionieri avanti le mura d'un'assediata città, col solo fine d'infettar l'aria, e di produrre una pestilenza, di cui essi medesimi sarebbero stati le prime vittime[621].

[A. 430]

Lo spirito generoso del Conte Bonifazio era tormentato dall'estremo rammarico di veder la rovina, ch'esso avea cagionato, e di cui non era capace di raffrenare il rapido progresso. Dopo la perdita d'una battaglia, si ritirò ad Ippona _Regia_, dove fu immediatamente assediato da un nemico, che la risguardava come il vero baloardo dell'Affrica. La colonia marittima d'_Ippona_[622] circa dugento miglia all'occidente di Cartagine, aveva anticamente acquistato il distinto epiteto di _regia_ dalla residenza de' Re Numidi; e son tuttavia restati nella moderna città, che è conosciuta in Europa col nome corrotto di Bona, alcuni avanzi di popolazione e di commercio. Le militari fatiche, e le ansiose riflessioni del Conte Bonifazio venivano alleggerite e temperate dall'edificante conversazione di S. Agostino[623], suo amico; finattantochè quel Vescovo, lume e colonna della Chiesa Cattolica, non fu dolcemente liberato, nel terzo mese dell'assedio e nel settantesimo sesto anno della sua età, dalle presenti ed imminenti calamità della patria. La gioventù d'Agostino fu macchiata di vizi e di errori, ch'egli confessa con tanta ingenuità; ma dal momento della sua conversione a quello della sua morte, i costumi del Vescovo d'Ippona furono puri ed austeri: e la più cospicua delle sue virtù era un ardente zelo contro gli eretici d'ogni denominazione; ed in modo speciale contro i Manichei, i Donatisti, ed i Pelagiani, contro de' quali agitò una controversia perpetua. Allorchè la città, pochi mesi dopo la sua morte, fu bruciata dai Vandali, fortunatamente si salvò la libreria, che conteneva i voluminosi suoi scritti; cioè dugento trenta due libri o trattati diversi sopra materie teologiche, oltre una compita esposizione del Salterio e dell'Evangelio, ed un copioso magazzino di lettere e di omilie[624]. Secondo il giudizio de' più imparziali critici, la superficial erudizione d'Agostino fu ristretta alla lingua Latina[625]; ed il suo stile, quantunque alle volte animato dall'eloquenza della passione, è quasi sempre adombrato da una falsa ed allettata rettorica. Ma egli aveva uno spirito forte, vasto, ed acuto e arditamente scandagliò l'oscuro abisso della grazia, della predestinazione, della libertà, e del peccato originale[626]; ed il rigido sistema del Cristianesimo, ch'egli formò, o ristaurò, si è ritenuto con pubblicò applauso e con segreta ripugnanza dalla Chiesa Latina[627].

[A. 431]

Per l'abilità di Bonifazio, e forse per l'ignoranza de' Vandali, fu prolungato l'assedio d'Ippona più di quattordici mesi: era il mare continuamente aperto; e quando restò esausta l'adiacente campagna da un'irregolare rapina, gli assedianti medesimi furon costretti dalla fame ad abbandonare la loro impresa. L'Amministratrice dell'Occidente sentì bene l'importanza e il pericolo dell'Affrica. Placidia implorò l'assistenza dell'Orientale suo alleato, e la flotta ed armata Italiana ebbero un rinforzo da Aspar, che partì da Costantinopoli con un potente armamento. Appena furon riunite le forze de' due Imperi sotto il comando di Bonifazio, egli arditamente marciò contro i Vandali; e la perdita d'una seconda battaglia irreparabilmente decise il destino dell'Affrica. Ei s'imbarcò con una precipitazione da disperato; e fu concesso al Popolo di Ippona d'occupare con le proprie famiglie e facoltà il posto vacante de' soldati, la maggior parte de' quali erano stati uccisi, o fatti prigionieri da' Vandali. Il Conte, di cui la fatale credulità aveva offeso le parti vitali della Repubblica, entrò nel palazzo di Ravenna col cuore perplesso; ma tosto liberato fu dal timore per la cortese accoglienza che Placidia gli fece. Bonifazio accettò con riconoscenza il grado di Patrizio, e la dignità di Generale degli eserciti Romani; ma egli dovè senza dubbio arrossire alla vista di quelle medaglie, nelle quali esso veniva rappresentato col nome e cogli attributi della vittoria[628]. L'orgoglioso e perfido animo d'Ezio fu esacerbato dalla scoperta della sua frode, dallo sdegno dell'Imperatrice, e dal distinto favore del suo rivale. Tornò in fretta dalla Gallia in Italia, con un seguito o piuttosto con un esercito di Barbari suoi seguaci; e tal era la debolezza del governo, che i due Generali decisero la privata loro contesa in una sanguinosa battaglia. Bonifazio ebbe il vantaggio; ma nella pugna ricevè dalla lancia del suo nemico una mortal ferita, della quale dentro pochi giorni morì, con tali cristiani e caritatevoli sentimenti, ch'egli esortò la sua moglie, ricca erede Spagnuola, a prender Ezio per suo secondo marito. Ma questi non potè ritrarre alcun immediato vantaggio dalla generosità del suo spirante nemico; ei fu dalla giustizia di Placidia dichiarato ribelle, e quantunque tentasse di difendere alcune fortezze erette ne' suoi fondi patrimoniali, la forza Imperiale tosto lo costrinse a ritirarsi nella Pannonia alle tende de' fedeli suoi Unni. La repubblica restò priva de' suoi due più illustri campioni[629] a causa della mutua loro discordia.

[A. 431-439]

Dopo la ritirata di Bonifazio potrebbe naturalmente aspettarsi che i Vandali terminassero senza resistenza o dilazione la conquista dell'Affrica. Eppure passarono otto anni dall'abbandonamento d'Ippona alla prosa di Cartagine. In questo spazio di tempo l'ambizioso Genserico, in tutto il colmo d'un'apparente prosperità, concluse un trattato di pace, in cui diede per ostaggio Unnerico suo figlio; ed acconsentì a lasciare l'Imperatore occidentale nel pacifico possesso delle tre Mauritanie[630]. Tal moderazione, che non può imputarsi alla giustizia del conquistatore, si deve attribuire alla sua politica. Era circondato il suo trono da nemici domestici, che accusavano la bassezza della sua nascita, o sostenevano i legittimi diritti de' figli di Gonderico, suoi nipoti. In fatti ei li sacrificò alla propria salvezza; e la vedova del defunto Re, loro madre, fu di suo ordine precipitata nel fiume Ampsaga. Ma si palesò la pubblica malcontentezza in pericolose e frequenti cospirazioni; e si suppone, che il guerriero tiranno spargesse più sangue Vandalo per mano del carnefice, che nel campo di battaglia[631]. Le convulsioni dell'Affrica, che avevano favorito il suo attacco, si opposero al pieno stabilimento del suo potere; e le varie sedizioni de' Mori o de' Germani, de' Donatisti e de' Cattolici continuamente turbavano o minacciavano l'incerto regno del conquistatore. A misura che s'avanzò verso Cartagine, fu costretto a ritirar le sue truppe dalle Province Occidentali; la costa marittima fu esposta alle imprese navali de' Romani di Spagna e d'Italia; e nel cuore della Numidia la forte mediterranea città di Cirta continuò sempre in un'ostinata indipendenza[632]. Queste difficoltà furono ad una ad una superate dal coraggio, dalla perseveranza e dalla crudeltà di Genserico, il quale usava a vicenda le arti della pace e della guerra per istabilire il suo regno Affricano. Ei sottoscrisse un solenne trattato con la speranza di trarre qualche vantaggio dal termine della continuazione di esso, e dal momento della rottura. Si diminuì la vigilanza de' suoi nemici dalle proteste d'amicizia, che coprivano l'ostile suo avvicinamento; e Cartagine alla fine fu sorpresa da' Vandali, cinquecento ottantacinque anni dopo la distruzione, che fece della città e della Repubblica Scipione il Giovane[633].

[A. 439]

Dalle sue rovine s'era innalzata una nuova città col titolo di colonia; e quantunque Cartagine cedesse alle reali prerogative di Costantinopoli, e forse al commercio d'Alessandria, o allo splendor d'Antiochia, essa teneva sempre il secondo posto nell'Occidente, come la Roma (se ci è permesso d'usar la frase dei contemporanei) nel Mondo Affricano. Quella ricca ed opulenta Metropoli[634] spiegava, in uno stato di dipendenza, l'immagine d'una florida Repubblica. Cartagine conteneva le manifatture, le armi, e le ricchezze di sei Province. Una regolare gradazione di onori civili ascendeva dai Procuratori delle strade e de' quartieri della città fino al tribunale del sommo Magistrato, che rappresentava, col titolo di Proconsole, lo stato e la dignità d'un Console dell'antica Roma. V'erano instituite scuole e Ginnasi per educazione della gioventù Affricana; e pubblicamente s'insegnavano le arti liberali, i costumi, la grammatica, la rettorica, e la filosofia nelle lingue Greca e Latina. Le fabbriche di Cartagine erano uniformi e magnifiche; nel mezzo della Capitale sorgeva un ombroso bosco; il nuovo porto serviva di sicuro e capace ricetto per la commerciante industria de' cittadini e degli stranieri; e si rappresentavano gli splendidi giuochi del Circo e del Teatro quasi in presenza de' Barbari. La riputazione de' Cartaginesi non corrispondeva a quella del loro paese; e tuttavia si attribuiva al loro sottile ed infedele carattere[635] la taccia della fede Punica. L'abitudine del commercio, e l'abuso del lusso avevan corrotto i loro costumi; ma l'empio loro disprezzo de' Monaci e l'uso sfacciato di non naturali piaceri sono le due abbominazioni, ch'eccitano la pia veemenza di Salviano predicatore di quel tempo[636]. Il Re de' Vandali riformò severamente i vizi d'un Popolo voluttuoso, e l'antica, nobile, ingenua libertà di Cartagine (tali espressioni di Vittore non mancano d'energia) fu ridotta da Genserico ad uno stato d'ignominiosa servitù. Dopo d'aver permesso alle licenziose sue truppe di saziare il furore e l'avarizia loro, introdusse un più regolar sistema di rapina e d'oppressione. Fu promulgato un editto, che ordinava a tutti di consegnare senza frode o dilazione l'oro, l'argento, le gioie, ed ogni arnese o adornamento di valore, che avevano, a' Ministri Regi, ed il tentativo di nascondere qualche parte del lor patrimonio era inesorabilmente punito con la morte e co' tormenti, come un atto di perfidia contro lo Stato. Furono esattamente misurate e divise fra' Barbari le addiacenti parti della Numidia e della Getulia[637].

Egli era ben naturale, che Genserico odiasse quelli che aveva ingiuriato: la nobiltà ed i Senatori di Cartagine furon esposti alla gelosia e allo sdegno di esse; e tutti quelli, che ricusavano le vergognose proposizioni, che l'onore e la religione impediva loro d'accettare, venivan costretti dall'Arriano Tiranno a prendere il partito d'un perpetuo esilio. Roma, l'Italia e le Province dell'Oriente si empirono d'una folla di esuli, di fuggitivi, e d'illustri schiavi, ch'esigevano la pubblica compassione: e le umane lettere di Teodoreto ci hanno conservato i nomi e le sventure di Celestiano, e di Maria[638]. Il Vescovo Siro deplora le disgrazie di Celestiano, che dallo stato di nobile ed opulento Senator di Cartagine s'era ridotto con la propria moglie, la famiglia ed i servi a mendicare il pane in un paese straniero: ma egli fa plauso alla rassegnazione dell'esule cristiano, ed alla sua filosofica indole, che nelle angustie di tali calamità potea godere una felicità reale, maggiore di quella, che ordinariamente producano la prosperità e la ricchezza. La storia di Maria, figlia del magnifico Eudemone, è singolare ed interessante. Nel sacco di Cartagine i Vandali la venderono a certi mercanti di Siria, i quali di poi la rivenderono, come una schiava, tornati al loro paese. Una sua domestica trasportata nella medesima nave, e venduta nell'istessa famiglia, continuò sempre a rispettare una padrona, che la fortuna aveva ridotto al medesimo livello di schiavitù; e la figlia d'Eudemone dal grato suo affetto riceveva i medesimi servigi, che soleva già esigere dalla sua ubbidienza. Questo notabil contegno divulgò la real condizione di Maria; che nell'assenza del Vescovo di Cirro fu redenta dalla generosità di alcuni soldati della guarnigione. La liberalità di Teodoreto provvide al suo decente mantenimento; ed essa passò dieci mesi fra le Diaconesse della Chiesa, finattantochè fu inaspettatamente informata, che suo padre, il quale era scampato dalla rovina di Cartagine, si trovava in un onorevol ufizio in una delle Province Occidentali. La sua filiale impazienza fu secondata dal pietoso Vescovo; Teodoreto in una lettera, che tuttavia sussiste, raccomanda Maria al Vescovo d'Ege, città marittima della Cilicia, in cui nell'annua fiera capitavano molti vascelli dell'Occidente, pregando con la maggior caldezza il suo collega a trattar la fanciulla con quell'accoglienza, che conveniva alla sua nascita, e ad affidarla alla custodia di tali fedeli mercanti, che avessero stimato sufficiente guadagno, se avessero riportato nelle braccia dell'afflitto padre una figlia fuor d'ogni umana speranza già perduta.

Fra le insipide leggende dell'Istoria Ecclesiastica io son tentato a distinguere la memorabil novella dei sette Dormienti[639]; l'immaginaria data de' quali corrisponde al regno di Teodosio il Giovane, e all'epoca della conquista dell'Affrica fatta da' Vandali[640]. Quando l'Imperator Decio perseguitava i Cristiani, sette nobili giovani d'Efeso si nascosero in una spaziosa caverna nel declive d'una vicina montagna, dove furono condannati a perire dal Tiranno, che diede ordine, che ne fosse fortemente chiuso l'ingresso con un cumulo di grosse pietre. Caddero essi immediatamente in un profondo sonno, che fu miracolosamente prolungato, senza offendere le facoltà della vita, pel corso di cento ottantasette anni. Al termine del qual tempo gli schiavi d'Adolfo, il quale aveva ereditato la montagna, tolsero quelle pietre onde servirsene di materiali per una fabbrica di campagna: penetrò la luce del Sole nella caverna; ed i sette Dormienti si risvegliarono. Dopo un sonno, com'essi credevano, di poche ore, si sentirono stimolati dalla fame; e risolvettero, che Jamblico, uno di loro, tornasse segretamente alla città a comprare del pane per uso de' suoi compagni. Il giovane (se ci è permesso di continuare a chiamarlo così) non sapeva più riconoscere l'aspetto una volta a lui famigliare del suo nativo paese; e se ne accrebbe la sorpresa nel vedere una gran croce trionfalmente innalzata sopra la porta principale di Efeso. Il singolare suo abito e l'antiquato linguaggio confusero il fornaio, al quale presentò un'antica medaglia di Decio, come una moneta corrente dell'Impero; e Jamblico, sul dubbio che avesse trovato un tesoro nascosto, fu condotto avanti al Giudice. Le vicendevoli loro interrogazioni produssero la maravigliosa scoperta, che erano quasi passati due secoli, da che Jamblico ed i suoi compagni si erano sottratti al furore d'un Tiranno pagano. Il Vescovo d'Efeso, il Clero, i Magistrati, il Popolo, e, per quanto si dice, l'istesso Imperator Teodosio corsero a veder la caverna de' sette Dormienti, i quali riferirono la loro Istoria, diedero ad essi la loro benedizione, e nel medesimo istante tranquillamente spirarono. Non si può attribuir l'origine di questa maravigliosa favola alla pia frode e credulità de' Greci moderni, poichè se ne può rintracciare l'autentica tradizione circa mezzo secolo in vicinanza del supposto miracolo. Jacopo di Sarug, Vescovo Siriaco, il quale era nato solo due anni dopo la morte di Teodosio il Giovane, ha consacrato una delle sue dugento trenta omilie alle lodi de' Giovani d'Efeso[641]. Avanti la fine del sesto secolo la loro leggenda fu dalla lingua Siriaca tradotta nella Latina per opera di Gregorio di Tours. Le Congregazioni Orientali, fra loro nemiche, venerano con ugual riverenza la lor memoria; e sono inseriti onorevolmente i lor nomi ne' Calendari Romano, Abissinio, e Russo[642]. Nè la lor fama si è limitata al Mondo cristiano. È stata introdotta nel Koran[643] come una rivelazione divina questa popolar novella, che Maometto probabilmente apprese, quando guidava i suoi cammelli alle fiere della Siria. È stata ammessa e adornata la storia dei sette Dormienti dalle nazioni, che professano la religion Maomettana[644] da Bengala fino all'Affrica; e si son trovati alcuni vestigi d'una simile tradizione fino nelle remote estremità della Scandinavia[645]. Questa facile ed universal credenza, che tanto esprime i sentimenti del genere umano, si può attribuire al genuino merito della favola stessa. Noi ci avanziamo senz'accorgercene dalla gioventù alla vecchiaia, senz'osservare l'insensibile ma continuo cangiamento delle cose umane; ed anche nella nostra più estesa esperienza dell'Istoria, l'immaginazione, mediante una perpetua serie di cause e di effetti, è solita d'unire insieme le più distanti rivoluzioni. Ma se ad un tratto si potesse toglier di mezzo l'intervallo fra due memorabili epoche, se fosse possibile, dopo un momentaneo sonno di dugent'anni, presentare il _nuovo_ Mondo agli occhi d'uno spettatore, che tuttavia ritenesse una viva e fresca impressione del _vecchio_, la sua sorpresa, e le riflessioni somministrerebbero un piacevol soggetto ad un romanzo filosofico. Non poteva porsi la scena più vantaggiosamente, che ne' due secoli, che passarono fra' regni di Decio e di Teodosio il Giovane. In questo spazio di tempo erasi trasferita la sede del Governo da Roma in una nuova città sulle rive del Bosforo Tracio; e si era soppresso l'abuso dello spirito militare mediante un artificial sistema d'umile e cerimoniosa servitù. Il trono del persecutor Decio era occupato da una serie di Principi cristiani ed ortodossi, che avevan distrutti i favolosi Dei dell'antichità; e la pubblica devozione di quel tempo era impaziente di esaltare i Santi ed i Martiri della Chiesa Cattolica sopra gli altari di Diana e d'Ercole. S'era sciolta l'unione dell'Impero Romano; era caduto a terra il suo genio; ed eserciti d'incogniti Barbari, venendo fuori dalle gelate regioni del Norte, avevano stabilito il vittorioso lor regno sulle più belle Province dell'Europa e dell'Affrica.