Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 06

Part 26

Chapter 263,257 wordsPublic domain

[590] Teodoreto l. V. c. 39, Tillemont _Mem. Eccl. T. XII, p. 356, 364_, Assemanni _Bibl. Oriental. Tom. III. p. 396. Tom. IV. p. 61_. Teodoreto biasima la temerità d'Abdas, ma innalza la costanza del suo martirio.

[591] Socrate (l. VII. c. 18, 19, 20, 21) è il migliore autore per la guerra Persiana. Possiamo ancora consultar le tre Croniche, la Pasquale, e quelle di Marcellino e di Malala.

[592] Questo racconto della rovina e divisione del regno di Armenia è presa dal terzo libro dell'Istoria Armena di Mosè di Corene. Mancante, com'egli è, d'ogni qualità di buono Istorico, la pratica de' luoghi che ha, le sue passioni, ed i suoi pregiudizi, sono forti prove ch'egli era nativo e contemporaneo. Procopio (_de Aedific. l. III. c. 1, 5_) riferisce i medesimi fatti in una maniera molto diversa; ma io ho estratto le circostanze per loro stesse più probabili e meno contrarie a Mosè di Corene.

[593] Gli Armeni occidentali usavano la lingua ed i caratteri Greci ne' loro ufizi di religione: ma i Persiani proibirono l'uso di quel nemico linguaggio nelle Province orientali, che furon costrette ad usare il Siriaco, sintatochè Mesrobe, nel principio del quinto secolo, inventò le lettere Armene, e fu successivamente fatta la versione della Bibbia in quella lingua; avvenimento, che rallentò l'unione della Chiesa e della nazione con Costantinopoli.

[594] Mosè di Corene _l. III. c. 59. p. 309 e p. 358_. Procop., _de aedif. l. 3. c. 5_. Teodosiopoli è, o piuttosto era, trentacinque miglia all'oriente d'Arzerum, moderna capitale dell'Armenia Turca. Vedi Danville, _Geogr. an. Tom. II p. 99, 100_.

[595] Mosè di Corene (_l. III. c. 63 p. 316_). Secondo l'istituzione di S. Gregorio, Apostolo dell'Armenia, l'Arcivescovo era sempre della famiglia reale; circostanza che in qualche modo correggeva l'influenza del carattere sacerdotale, ed univa la mitra con la corona.

[596] Tuttavia restò un ramo della casa reale d'Arsace col grado, e i diritti (come sembra) di Satrapo Armeno. Vedi Mosè di Corene _l. III. c. 65 p. 321_.

[597] Valarsace fu creato Re d'Armenia dal Re de' Parti suo fratello subito dopo la disfatta d'Antioco Sidete (Mos. di Corene _l. II. c. 2 p. 86_) cento trent'anni prima di Cristo. Senza appoggiarci ai varj e contraddittorj periodi de' regni degli ultimi Re, possiamo esser sicuri, che la rovina del Regno di Armenia successe dopo il Concilio di Calcedonia l'anno 451. (_l. 3 c. 61 p. 312_), e sotto Veramo o Baram Re di Persia (_l. III. c. 64 p. 317_), che regnò dall'anno 420. al 440. Vedi Assemanni, _Bibl. Orient. Tom. III. p. 396_.

CAPITOLO XXXIII.

_Morte d'Onorio. Valentiniano III Imperatore dell'Occidente. Amministrazione di Placidia, sua madre. Ezio, e Bonifazio. Conquista dell'Affrica fatta da' Vandali._

Durante un lungo e disonorevole regno di ventotto anni, Onorio, Imperatore dell'Occidente, fu separato dall'amicizia del suo fratello, e di poi del nipote, che regnarono nell'Oriente; e Costantinopoli rimirò con apparente indifferenza e segreta gioia le calamità di Roma. Le strane avventure di Placidia appoco appoco rinnovarono, e fomentarono l'unione de' due Imperi. La figlia del Gran Teodosio era stata prigioniera e Regina de' Goti: essa perdè un affezionato marito; fu tratta in catene dall'insultante di lui assassino; gustò il piacere della vendetta; e fu cambiata nel trattato di pace per seicentomila misure di grano. Dopo il suo ritorno dalla Spagna in Italia, Placidia provò una nuova persecuzione in seno alla sua famiglia. Essa era contraria ad un matrimonio, ch'era stato stipulato senza il suo consenso; ed il prode Costanzo ricevè come un nobile premio delle vittorie, che avea riportate contro i tiranni, dalla mano d'Onorio medesimo, la ripugnante destra della vedova d'Adolfo. Ma terminò lo sua resistenza con la ceremonia delle nozze, nè Placidia ricusò di divenir madre d'Onoria e di Valentiniano III, e d'assumere ed esercitare un assoluto dominio sull'animo del grato di lei marito. Questo generoso soldato, che aveva fin allora diviso il suo tempo fra' piaceri sociali, ed il militar servizio, apprese nuove lezioni d'ambizione e d'avarizia: egli estorse il titolo d'Augusto; ed il servo d'Onorio fu associato all'Impero dell'Occidente. La morte di Costanzo, nel settimo mese del suo regno, invece di diminuire parve che accrescesse il poter di Placidia; e l'indecente famigliarità[598] del fratello, che non era forse che un effetto di puerile affezione, universalmente attribuivasi ad un amore incestuoso. Ad un tratto, per causa d'alcuni bassi intrighi d'un maestro di casa e d'una nutrice, quest'eccessiva tenerezza si convertì in una irreconciliabil contesa: i contrasti dell'Imperatore e della sorella non restarono lungamente nascosti dentro le mura del Palazzo; e siccome i soldati Gotici erano aderenti alla loro Regina, la città di Ravenna fu agitata da sanguinosi e pericolosi tumulti, che non poterono acquietarsi, che mediante il volontario o forzato ritiro di Placidia e de' suoi figli. I reali esuli sbarcarono a Costantinopoli, poco dopo il matrimonio di Teodosio, e nel tempo delle feste per le vittorie Persiane. Furono essi trattati con affetto e magnificenza; ma siccome si erano rigettate dalla Corte Orientale le statue dell'Imperator Costanzo, non poteva decentemente accordarsi alla vedova di esso il titolo d'Augusta. Pochi mesi dopo l'arrivo di Placidia, un celere messaggio annunziò la morte d'Onorio, in conseguenza d'un'idropisia; ma non ne fu divulgato l'importante segreto, finattantochè non furono dati gli ordini necessari per la marcia d'un grosso corpo di truppe verso le coste marittime della Dalmazia. Le botteghe e le porte di Costantinopoli restarono chiuse per sette giorni: e la morte d'un Principe straniero, che non poteva essere nè stimato nè desiderato, si celebrò con alte ed affettate dimostrazioni di pubblico lutto.

[A. 423-425]

Mentre i Ministri di Costantinopoli deliberavano, il trono vacante d'Onorio fu usurpato dall'ambizione di uno straniero. Giovanni era il nome del ribelle; occupava esso il confidenziale ufizio di _Primicerio_, o sia di principal Segretario; e l'Istoria ha attribuito al suo carattere più virtù di quelle, che si possano facilmente conciliare con la violazione del dovere più sacro. Incoraggiato Giovanni dalla sommission dell'Italia, e dalla speranza d'una confederazione con gli Unni, osò d'insultare con un'ambasceria la maestà dell'Imperatore Orientale; ma quando seppe, che i suoi agenti erano stati banditi, carcerati, e finalmente cacciati via con la dovuta ignominia, si preparò a sostenere con le armi l'ingiustizia delle sue pretensioni. In tale occasione il nipote del Gran Teodosio avrebbe dovuto marciare in persona; ma i medici facilmente dissuasero il giovane Imperatore da un sì temerario e pericoloso disegno; e la condotta della spedizione d'Italia fu prudentemente affidata ad Ardaburio ed al suo figlio Aspar, che avevano già segnalato il loro valore contro i Persiani. Fu risoluto, che Ardaburio s'imbarcasse coll'infanteria, mentre Aspar, alla testa della cavalleria, conduceva Placidia e Valentiniano suo figlio, lungo le coste dell'Adriatico. La marcia della cavalleria fu eseguita con tale attiva diligenza, che sorprese, senza resistenza, l'importante città d'Aquileia, quando le speranze d'Aspar rimasero inaspettatamente confuse dalla notizia, che una tempesta avea disperso la flotta Imperiale, e che suo padre con due sole galere, era stato preso e condotto schiavo nel porto di Ravenna. Questo accidente, d'altronde, per quanto potesse parer disgraziato, facilitò la conquista dell'Italia. Ardaburio si servì, o piuttosto abusò della cortese libertà, che gli era permesso di godere, per ravvivare fra le truppe un sentimento di fedeltà e di gratitudine; ed appena la cospirazione fu giunta alla sua maturità, invitò, per mezzo di segreti avvisi, e sollecitò l'avvicinamento d'Aspar. Un pastore, che la popolare credulità trasformò in un angelo, guidò la cavalleria orientale per mezzo d'un segreto, e per quanto si credeva, impraticabil sentiero attraverso i pantani del Po: le porte di Ravenna, dopo una breve resistenza, s'aprirono; ed il tiranno senza difesa fu abbandonato alla mercè, o piuttosto alla crudeltà dei conquistatori. Gli fu prima tagliata la mano destra; e dopo essere stato esposto sopra un asino alla pubblica derisione, Giovanni fu decapitato nel Circo d'Aquileia. L'Imperatore Teodosio, quando ricevè le nuove della vittoria, interruppe le corse de' cavalli; e cantando, nel tempo che camminava per le strade, un opportuno salmo, condusse il suo Popolo dall'Ippodromo alla Chiesa, dove consumò il resto del giorno in grata devozione[599].

[A. 425-435]

In una Monarchia, che secondo i varj esempi, avuti precedentemente, potea risguardarsi com'elettiva, o come ereditaria, o come patrimoniale, era impossibile che fossero chiaramente definiti gl'intricati diritti di femminile e collateral successione[600]; e Teodosio, per gius di consanguineità o di conquista, poteva regnar solo come legittimo Imperator de Romani. Forse per un momento restarono abbagliati i suoi occhi dal prospetto d'un illimitato dominio: ma l'indolente sua natura appoco appoco acquietossi a' dettami della sana politica. Si contentò di possedere l'Oriente, e saviamente abbandonò la faticosa impresa di fare una distante e dubbiosa guerra contro i Barbari di là dalle alpi; o d'assicurarsi dell'ubbidienza degl'Italiani e degl'Affricani, gli animi de' quali erano alienati dall'irreconciliabile differenza d'interesse e di linguaggio. Teodosio invece d'ascoltar la voce dell'ambizione, risolvè d'imitare la moderazione dell'avo, e di collocare Valentiniano suo cugino sul trono dell'Occidente. Il real fanciullo fu distinto a Costantinopoli col titolo di _Nobilissimo_: avanti la sua partenza da Tessalonica fu promosso al grado ed alla dignità di _Cesare_; e dopo la conquista dell'Italia, il patrizio Elione coll'autorità di Teodosio ed in presenza del Senato, salutò Valentiniano III col nome d'_Augusto_, e solennemente l'adornò del diadema e della porpora Imperiale[601]. Col consenso delle tre donne, che governavano il Mondo Romano, il figlio di Placidia contrasse gli sponsali con Eudossia, figlia di Teodosio e d'Atenaide, e tostochè furono essi giunti alla pubertà, quest'onorevol legame ebbe il pieno suo effetto. Nel tempo stesso fu distaccato l'Illirico occidentale dagli Stati d'Italia, e ceduto al trono di Costantinopoli[602], forse come una compensazione delle spese della guerra. L'Imperatore dell'Oriente acquistò l'utile dominio della ricca e marittima provincia della Dalmazia, e la pericolosa sovranità della Pannonia e del Norico, ch'era stata più di venti anni ripiena e devastata da una promiscua folla di Unni, di Ostrogoti, di Vandali e di Bavari. Teodosio e Valentiniano continuarono a rispettare le obbligazioni della pubblica e domestica loro alleanza; ma l'unità del Governo Romano definitivamente fu sciolta. Con una positiva dichiarazione, la validità di tutte le leggi fu limitata in futuro agli Stati di quello, che particolarmente le avesse fatte; qualora non credesse proprio di comunicarla sottoscritte di sua mano per essere approvate dal suo indipendente collega[603].

[A. 428-450]

Quando Valentiniano ricevè il titolo d'Augusto, non avea più di sei anni: e la sua lunga minorità fa affidata alla tutelar cura d'una madre, che avrebbe potuto avere un femminile diritto alla successione dell'Impero Occidentale. Placidia invidiò, ma non potè uguagliare la riputazione e le virtù della moglie e della sorella di Teodosio, l'elegante genio d'Eudossia, la savia e felice politica di Pulcheria. La madre di Valentiniano era gelosa del potere, ch'essa era incapace di esercitare[604]: regnò venticinque anni in nome del figlio; ed il carattere di quell'indegno Imperatore appoco appoco diede valore al sospetto, che Placidia avesse snervato la sua gioventù per mezzo d'una dissoluta educazione, ed a bello studio divertito la sua attenzione da ogni virile ed onorevole impresa. Nella decadenza dello spirito militare, furono comandati gli eserciti da due Generali, Ezio[605] e Bonifazio[606], che possono meritamente chiamarsi gli ultimi de' Romani. L'unione loro avrebbe potuto sostenere un cadente Impero; la loro discordia fu l'immediata e fatal causa della perdita dell'Affrica. L'invasione e la sconfitta d'Attila hanno fatta immortale la fama d'Ezio; e quantunque il tempo abbia tirato un velo sopra le imprese del suo rivale, la difesa di Marsiglia, e la liberazione dell'Affrica attestano i militari talenti del Conte Bonifazio. Nel campo di battaglia, ne' particolari incontri, ne' combattimenti a corpo a corpo, egli era sempre il terrore de' Barbari. Il Clero, ed in ispecie Agostino suo amico, erano edificati dalla cristiana pietà, che una volta l'avea tentato a ritirarsi dal Mondo; il Popolo applaudiva la sua irreprensibile integrità; l'esercito ne temeva l'uguale ed inesorabil giustizia, che può dimostrarsi in un esempio assai singolare. Ad un uomo di campagna, che si era doluto della colpevole famigliarità fra la propria moglie ed un soldato Goto, fu ordinato di portarsi al suo tribunale il giorno seguente: la sera il Conte, che s'era diligentemente informato del tempo e del luogo del congresso, montò a cavallo, fece dieci miglia di cammino, sorprese la colpevole coppia, punì coll'immediata morte il soldato, e quietò i lamenti del marito con presentargli, la mattina dopo, la testa dell'adultero. L'abilità d'Ezio e di Bonifazio avrebbe potuto essere utilmente impiegata contro i pubblici nemici in separati ed importanti comandi; ma l'esperienza della passata loro condotta avrebbe dovuto decidere il real favore e la fiducia dell'Imperatrice Placidia. Nell'infelice occasione dell'esilio e dell'angustie di essa, il solo Bonifazio avea sostenuto la sua causa con intrepida fedeltà; e le truppe ed i tesori dell'Affrica essenzialmente avevan contribuito ad estinguere la ribellione. L'istessa ribellione, al contrario, s'era sostenuta dallo zelo e dall'attività d'Ezio, che condusse un'armata di sessantamila Unni dal Danubio a' confini dell'Italia, in servizio dell'Usurpatore. L'inopportuna morte di Giovanni lo costrinse ad accettare un vantaggioso trattato; ma sempre continuò, quantunque suddito e soldato di Valentiniano, a tenere una segreta e forse perfida corrispondenza co' Barbari suoi alleati, la ritirata de' quali erasi comprata con liberali doni, e con più liberali promesse. Ma Ezio aveva un vantaggio di singolare importanza nel regno d'una donna: egli era presente: assediava con artificiosa ed assidua adulazione il palazzo di Ravenna; cuopriva gli oscuri suoi disegni con la maschera della lealtà e dell'amicizia; e finalmente ingannò la sua Signora, quanto l'assente di lui rivale con una sottile cospirazione, che ad una debole donna, e ad un bravo soldato non poteva facilmente cadere in pensiero. Segretamente persuase Placidia[607] di richiamar Bonifazio dal governo dell'Affrica; e segretamente avvisò Bonifazio di disubbidire all'Imperiale chiamata: all'uno rappresentò quell'ordine come una sentenza di morte; all'altra espose il rifiuto come un segno di ribellione; e quando il credulo e non sospettoso Conte ebbe armato la Provincia in sua difesa, Ezio applaudì la sua sagacità nell'aver preveduta la rivolta, che aveva eccitato la propria perfidia. Un moderato esame de' veri motivi di Bonifazio avrebbe restituito un servo fedele al suo dovere ed alla Repubblica; ma le arti d'Ezio continuavano sempre a tradire, ed a fomentare l'incendio, ed il Conte fu costretto dalla persecuzione ad abbracciare i più disperati consigli. Il buon successo, con cui evitò o rispinse i primi attacchi, non poteva inspirargli una vana speranza di potere, alla testa di alcuni sparsi e disordinati Affricani, opporsi alle forze regolate dell'Occidente, comandate da un rivale, di cui egli non poteva disprezzare il militare carattere. Dopo qualche dubbiezza, che fu l'ultimo contrasto della prudenza e della fedeltà, Bonifazio spedì un fedele amico alla Corte o piuttosto al campo di Gonderico Re de' Vandali, con la proposizione d'una stretta alleanza, e coll'offerta d'un vantaggioso e perpetuo stabilimento.

[A. 428]

Dopo la ritirata de' Goti, l'autorità d'Onorio si era precariamente ristabilita nella Spagna; eccettuata solamente la Provincia della Galizia dove gli Svevi ed i Vandali avevan fortificato i lor campi in mutua discordia, ed in ostile indipendenza. I Vandali prevalsero; ed i loro nemici erano assediati ne' colli Nervasi fra Leone ed Oviedo; allorchè l'approssimarsi del Conte Asterio costrinse, o piuttosto provocò i vittoriosi Barbari a trasferir la scena della guerra nella pianura della Betica. Il rapido progresso de' Vandali tosto richiese una più efficace opposizione; ed il Generale Cestino marciò contro di loro con un numeroso esercito di Romani e di Goti. Vinto Castino in battaglia da un nemico inferiore di forze, fuggì vergognosamente a Tarragona; e questa memorabil disfatta, ch'è stata rappresentata come la pena della temeraria sua presunzione[608], ne fu poi probabilmente l'effetto. Siviglia e Cartagena divennero il premio, o piuttosto la preda de' feroci conquistatori; ed i vascelli, ch'essi trovarono nel porto di Cartagena, facilmente li poterono trasportare alle isole di Maiorca, e di Minorca, dove i fuggitivi Spagnuoli avevano inutilmente nascosto, come in un sicuro asilo, le loro famiglie e sostanze. L'esperienza della navigazione, e forse il prospetto dell'Affrica incoraggiò i Vandali ad accettare l'invito, che riceverono dal Conte Bonifazio; e la morte di Gonderico non servì che a fomentare e ad animare l'audace impresa. In luogo d'un Principe, che non fu insigne per alcuna superiore abilità nè di spirito nè di corpo, acquistarono il terribile Genserico[609], suo fratello bastardo; nome, che nella distruzione del Romano Impero ha meritato un posto uguale a quelli di Attila e d'Alarico. Il Re de' Vandali vien descritto di statura mediocre, e zoppo di un piede per causa d'un accidental caduta, ch'ei fece da cavallo. Il tardo e cauto suo discorso rare volte dichiarava i profondi disegni dell'animo suo: ei sdegnava d'imitare il lusso del vinto; ma secondava le più forti passioni dell'ira, e della vendetta. L'ambizione di Genserico era senza limiti e senza scrupoli; ed il guerriero sapeva destramente impiegare le segrete macchine della politica per trarre a sè quegli alleati, che potevano favorire i suoi successi, o spargere fra' suoi nemici i semi dell'odio e della contesa. Quasi nel momento della sua partenza fu informato, che Ermanrico, Re degli Svevi, aveva osato di saccheggiare il territorio della Spagna, che egli aveva risoluto d'abbandonare. Non soffrendo l'insulto, Genserico perseguitò la precipitosa ritirata degli Svevi fino a Merida; gettò il Re e la sua armata nel fiume Anas, e tranquillamente tornò al lido del mare ad imbarcar le vittoriose sue truppe. I vascelli, che trasportarono i Vandali sul moderno stretto di Gibilterra, canale di sole dodici miglia di larghezza, furon somministrati dagli Spagnuoli, che ansiosamente bramavano la loro partenza, e dal Generale Affricano, che aveva implorato il formidabile loro aiuto[610].

[A. 429]

La nostra fantasia, da tanto tempo assuefatta ad esagerare ed a moltiplicare i marziali sciami de' Barbari, che parevano scaturire dal Settentrione, sarà probabilmente sorpresa dal numero de' soldati, che Genserico passò la rivista sulle coste della Mauritania. I Vandali, che in venti anni avean penetrato dall'Elba al monte Atlante, erano uniti sotto il comando del guerriero lor Re; ed ei regnava con uguale autorità sopra gli Alani, che nel termine della vita umana eran passati dal freddo della Scizia all'eccessivo caldo del clima Affricano. Le speranze dell'ardita impresa avevano eccitato molti bravi avventurieri della nazione Gotica, e più Provinciali furon tentati dalla disperazione a riacquistare le sostanze loro con quegli stessi mezzi, che avevan cagionato la loro rovina. Pure questa varia moltitudine non ascendeva che a cinquantamila uomini effettivi; e quantunque Genserico artificiosamente magnificasse l'apparente sua forza con eleggere ottanta _Chiliarchi_, o Comandanti di mille soldati, il fallace aumento de' vecchi, de' fanciulli, e degli schiavi avrebbe appena fatto crescere la sua armata fino al numero d'ottantamila persone[611]. Ma la sua destrezza, ed i malcontenti dell'Affrica tosto aumentarono le forze de' Vandali, mediante l'aggiunta di numerosi ed attivi alleati. Le parti della Mauritania, che confinano col gran deserto e col mare Atlantico, erano piene d'una feroce ed intrattabile razza di uomini, l'indole selvaggia de' quali s'era inasprita piuttosto, che mitigata dal timore che aveano delle armi Romane. I vagabondi Mori[612] a misura che appoco appoco ardivano d'accostarsi al lido del mare ed al campo de' Vandali, dovettero risguardar con terrore e sorpresa l'abito, l'armatura, il marziale orgoglio e la disciplina degli incogniti stranieri, ch'erano sbarcati sulla lor costa; e le belle carnagioni degli occhi-azzurri guerrieri della Germania facevano un contrasto ben singolare col bruno o olivastro colore, che nasce dalla vicinanza della Zona torrida. Poscia che furono in qualche modo superate le prime difficoltà, che nascevano dalla vicendevole ignoranza de' respettivi loro linguaggi, i Mori, senza riguardo ad alcuna futura conseguenza, fecero alleanza co' nemici di Roma; ed uscì da' boschi, e dalle valli del Monte Atlante una folla di nudi selvaggi per saziare la loro vendetta contro i civilizzati tiranni, che gli avevano ingiustamente scacciati dalla nativa sovranità del paese.