Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 06

Part 24

Chapter 243,587 wordsPublic domain

Ma i Romani erano da tanto tempo assuefatti all'autorità d'un Monarca, che la prima persona, anche fra le femmine della famiglia Imperiale, la qual dimostrò qualche coraggio o capacità, potè salire sul trono vacante di Teodosio. Pulcheria[578] sua sorella, che aveva solo due anni più di lui, ricevè all'età di sedici anni il titolo d'Augusta; e benchè il suo favore fosse alle volte annuvolato dal capriccio o dal raggiro, continuò a governar l'Impero Orientale quasi quarant'anni, in tutta la lunga minorità del suo fratello, e, dopo la morte di questo, in suo proprio nome ed in quello di Marciano, suo nominale marito. Per un motivo o di prudenza o di religione abbracciò una vita celibe; e ad onta di alcuni dubbi sulla castità di Pulcheria[579], questa risoluzione, ch'essa comunicò alle sue sorelle Arcadia e Marina, fu celebrata dal Mondo cristiano come il sublime sforzo d'un'eroica pietà. In presenza del Clero e del Popolo, le tre figlie d'Arcadio[580] consacrarono a Dio la loro virginità; e l'obbligazione del solenne lor voto fu scritta sopra una tavoletta d'oro e di gemme, che esse pubblicamente offerirono nella maggior chiesa di Costantinopoli. Convertirono in un monastero il loro palazzo; ed eccettuati i direttori delle loro coscienze, Santi che avevano dimenticate la distinzione de' sessi, tutti gli uomini furono scrupolosamente esclusi dalla sacra soglia. Pulcheria, le due sue sorelle, ed uno scelto numero di damigelle lor favorite formavano una religiosa comunità: esse rinunziarono alla vanità delle vesti; interrompevano con frequenti digiuni il semplice e frugale lor vitto; assegnavano una parte del tempo alle opere di ricamo; e consacravan più ore del giorno e della notte agli esercizi delle preghiere e della salmodia. La pietà d'una vergine cristiana era adornata dallo zelo e dalla liberalità d'una Imperatrice. La storia Ecclesiastica descrive le splendide chiese, che si edificarono a spese di Pulcheria in tutte le Province dell'Oriente; i suoi caritatevoli stabilimenti a benefizio de' pellegrini e de' poveri; le ampie donazioni, che assegnò pel perpetuo mantenimento di monastiche società: e l'attivo rigore, con cui procurò di sopprimere l'eresie fra loro contrarie di Nestorio e d'Eutiche. Tante virtù pareano meritare il particolar favore della Divinità, e la Santa Imperatrice ebbe visioni e rivelazioni che gli scoprirono occulte reliquie di martiri, e la ragguagliarono di eventi futuri[581]. Pure la devozion di Pulcheria non distrasse mai l'instancabile sua attenzione dagli affari dell'Impero; e sembra ch'ella sola, fra tutti i discendenti del Gran Teodosio, ereditasse una parte del virile suo spirito e della sua capacità. L'uso elegante o famigliare, che aveva acquistato sì della lingua Greca che della Latina, era felicemente applicato da essa alle varie occasioni di parlare o di scrivere intorno a' pubblici affari; le sue deliberazioni erano maturamente ponderate; le sue azioni pronte e decisive; e mentre muoveva senza strepito ed ostentazione la ruota del governo, attribuiva discretamente al genio dell'Imperatore la lunga tranquillità del suo regno. L'Europa, in vero, fu afflitta negli ultimi anni della pacifica sua vita dalle armi d'Attila; ma le più estese Province dell'Asia continuarono sempre a godere una costante e profonda quiete. Teodosio il Giovane non fu mai ridotto alla disgraziata necessità d'aver contro, o di punire un suddito ribelle; e poichè non possiamo applaudire il vigore dell'amministrazion di Pulcheria, dobbiamo dar qualche lode alla dolcezza e prosperità di essa.

Il Mondo Romano aveva grandissimo interesse nell'educazione del suo Signore. Fu giudiziosamente instituito un regolar corso di studi, e di esercizi, vale a dire de' militari esercizi di cavalcare, e di tirare coll'arco, e degli studi liberali della grammatica, della rettorica e della filosofia. I più abili maestri dell'Oriente ambiziosamente sollecitavano l'attenzione del loro allievo Reale; e furono introdotti nel palazzo molti nobili giovani per animarne la diligenza coll'emulazione dell'amicizia. La sola Pulcheria eseguì l'importante incombenza d'istruire il fratello nell'arte del governo; ma i suoi precetti posson far nascere qualche sospetto intorno all'estensione della sua capacità, ed alla purità delle sue intenzioni. Essa gl'insegnò a conservare un grave e maestoso portamento; a camminare, a tener la veste, a porsi a sedere sul trono in una maniera degna d'un gran Principe; ad astenersi dal riso; ad ascoltare con piacevolezza; a rispondere a proposito, a prendere, secondo le occasioni, un contegno placido o serio; in una parola, a rappresentare con dignità e con grazia l'esterna figura d'un Romano Imperatore. Ma Teodosio[582] non fu mai eccitato a sostenere il peso e la gloria d'un illustre nome; ed invece d'aspirare ad imitare i suoi antenati, degenerò (se è permesso di misurare i gradi dell'incapacità) anche al di sotto della debolezza del padre, e dello zio. Arcadio ed Onorio erano stati assistiti dalla vigilante cura d'un padre, le lezioni del quale prendevan vigore dall'autorità e dall'esempio. Ma l'infelice Principe, che nasce nella porpora, dee rimanere straniero alla voce della verità; ed il figlio d'Arcadio fu condannato a passare la sua perpetua infanzia, circondato solo da una servil truppa di donne, e di eunuchi. Il grand'ozio, che aveva, perchè trascurava gli essenziali doveri dell'alto suo grado, era occupato in vani divertimenti ed inutili studj. La caccia era l'unica occupazione attiva, che lo tentasse ad uscire da' confini del suo palazzo; ma con più grande assiduità esercitavasi talvolta al lume d'una notturna lampada, ne' meccanici lavori di dipingere e d'incidere; e l'eleganza, con cui trascriveva i sacri libri, fece acquistare al Romano Imperatore il singolar epiteto di _Calligraphos_, o di bello scrittore. Teodosio, separato dal Mondo mediante un impenetrabile velo, affidavasi alle persone che amava; amava quelli ch'erano assuefatti a divertire e lusingare la sua indolenza; e siccome non leggeva mai i fogli, che gli erano presentati per la reale sottoscrizione, frequentemente si facevano in nome di esso gli atti d'ingiustizia più ripugnanti al suo carattere. L'Imperatore, quanto a sè, era casto, temperante, liberale e compassionevole: ma queste qualità, che possono meritar solo il nome di virtù, quando vengono sostenute dal coraggio, e regolate dalla discrezione, rare volte furono di vantaggio, e qualche volta divenner dannose al genere umano. Il suo spirito, snervato da una educazione regale, era oppresso e abbattuto da una vile superstizione: ei digiunava, cantava i salmi, e ciecamente ammetteva i miracoli e le dottrine, colle quali era continuamente nutrita la sua fede. Teodosio devotamente adorava i Santi, vivi e morti, della Chiesa cattolica, ed una volta ricusò di mangiare, finattantochè un insolente Monaco, che aveva scomunicalo il suo Sovrano, non ebbe condisceso a medicare la spiritual ferita, che gli aveva fatto[583].

[A. 421-460]

L'istoria d'una bella e virtuosa ragazza, esaltata da una privata condizione al trono Imperiale, potrebbe stimarsi un incredibil romanzo, se non si fosse verificata nel matrimonio di Teodosio. La celebre Atenaide[584] fu educata da Leonzio suo padre nella religione e nelle scienze de' Greci; e sì vantaggiosa era l'opinione, che l'Ateniese Filosofo aveva de' suoi contemporanei, che divise il suo patrimonio fra i due suoi figli, facendo alla figlia un piccol legato di cento monete d'oro, nella viva fiducia, che la sua beltà ed il suo merito le sarebbero stati di sufficiente dote. La gelosia e l'avarizia de' fratelli tosto costrinsero Atenaide a cercare un rifugio a Costantinopoli; e con qualche speranza, o di giustizia o di favore, a gettarsi a' piedi di Pulcheria. Questa sagace Principessa porse orecchio all'eloquenti di lei querele; e segretamente destinò la figlia del Filosofo Leonzio per futura moglie dell'Imperator dell'Oriente, ch'era giunto allora al ventesimo anno della sua età. Eccitò essa facilmente la curiosità del fratello per mezzo d'un'interessante pittura delle grazie d'Atenaide; aveva essa gli occhi grandi, un naso ben proporzionato, una bella carnagione, aurei capelli, un'agile persona, un portamento grazioso, una mente coltivata dallo studio, ed una virtù provata dalla disgrazia. Teodosio, nascosto dietro ad una cortina nell'appartamento della sorella, potè vedere la vergine Ateniese: il modesto giovane subito dichiarò il puro ed onorevol suo amore; e si celebraron le nozze reali in mezzo alle acclamazioni della Capitale e delle Province. Atenaide, che facilmente fu persuasa a rinunziare agli errori del paganesimo, ricevè nel battesimo il nome cristiano d'Eudossia; ma l'accorta Pulcheria ritenne il titolo d'Augusta, finattantochè la moglie di Teodosio non ebbe dimostrato la sua fecondità col partorire una figlia, che quindici anni dopo sposò l'Imperatore dell'Occidente. I fratelli d'Eudossia obbedirono, con qualche perplessità, alle sue Imperiali chiamate; ma siccome poteva essa volentieri scordarsi della fortunata loro asprezza, soddisfece la tenerezza, o forse anche la vanità d'una sorella con promuoverli al grado di Consoli o di Prefetti. Nel lusso del palazzo essa coltivò sempre quelle arti liberali, che avevan contribuito alla sua grandezza; e saviamente consacrò i suoi talenti all'onore della religione e del marito. Eudossia compose una parafrasi poetica de' primi otto libri del Vecchio Testamento, e delle Profezie di Daniele e di Zaccaria; un centone de' versi d'Omero applicati alla vita ed ai miracoli di Cristo; la leggenda di S. Cipriano; ed un panegirico sulle vittorie Persiane di Teodosio: ed i suoi scritti, che furono applauditi da un secolo servile e superstizioso, non si sono sdegnati dal candore d'una critica imparziale[585]. La tenerezza dell'Imperatore non fu diminuita dal tempo, nè dal possesso; e fu permesso ad Eudossia, dopo il matrimonio della sua figlia, di adempire i grati suoi voti con un solenne pellegrinaggio a Gerusalemme. Il suo viaggio per l'Oriente, pieno d'ostentazione, può sembrare incoerente allo spirito di cristiana umiltà: essa pronunziò, da un trono d'oro e di gemme, un'eloquente orazione al Senato d'Antiochia, dichiarò la sua reale intenzione di allargare le mura della città, fece un donativo di dugento libbre d'oro per risarcire i pubblici bagni, ed accettò le statue, che le furono decretate dalla gratitudine degli Antiocheni. Nella Terra Santa, le sue elemosine e pie fondazioni eccederono la munificenza della grande Elena; e quantunque fosse impoverito il pubblico tesoro da tal eccessiva liberalità, essa godè l'interna soddisfazione di tornare a Costantinopoli con le catene di S. Pietro, col braccio destro di S. Stefano, e con una indubitata immagine della Vergine dipinta da S. Luca[586]. Ma questo pellegrinaggio fu il termine fatale delle glorie d'Eudossia. Sazia d'una vana pompa, e dimenticatasi forse delle sue obbligazioni verso Pulcheria, ambiziosamente aspirò al governo dell'Impero Orientale; il palazzo fu diviso dalla femminile discordia; ma la vittoria finalmente fu decisa dal superiore ascendente della sorella di Teodosio. L'esecuzione di Paolino, Maestro degli Ufizi, e la disgrazia di Ciro, Prefetto del Pretorio d'Oriente, convinsero il Pubblico, che il favore d'Eudossia non era sufficiente a proteggere i suoi più fedeli amici[587]. Appena l'Imperatrice s'accorse, che l'affezione di Teodosio era per essa irreparabilmente perduta, chiese la permissione di ritirarsi alla remota solitudine di Gerusalemme. Ottenne quello che domandava; ma la gelosia di Teodosio, o il vendicativo animo di Pulcheria, la perseguitò in quel suo estremo ritiro, e fu ordinato a Saturnino, Conte de' Domestici, di punir con la morte due Ecclesiastici, suoi servi più favoriti. Eudossia immediatamente li vendicò, facendo assassinare il Conte: parve, che le furiose passioni, alle quali si lasciò trasportare in questa sospettosa occasione, giustificassero la severità di Teodosio; e l'Imperatrice, ignominiosamente spogliata degli onori del suo grado[588], fu svergognata, forse ingiustamente, agli occhi del Mondo. I sedici anni in circa di vita, che restarono ad Eudossia, si consumarono da lei nell'esilio e nella devozione; e l'avvicinamento della vecchiezza, la morte di Teodosio, le disgrazie dell'unica sua figlia, che fu condotta schiava da Roma a Cartagine, e la conversazione dei santi Monaci della Palestina insensibilmente confermarono la religiosa indole della sua mente. Dopo una piena esperienza delle vicende dell'umana vita, la figlia del Filosofo Leonzio spirò in Gerusalemme nell'anno 67 della sua età, protestando, nell'atto di morire, che non aveva mai oltrepassato i confini dell'innocenza e dell'amicizia[589].

[A. 422]

Lo spirito mite di Teodosio non fu mai acceso dall'ambizione di conquiste, o di gloria militare; ed il leggier rumore d'una guerra Persiana appena interruppe la tranquillità dell'Oriente. I motivi di questa guerra eran giusti ed onorevoli. Nell'ultimo anno del regno di Jesdegerde, supposto tutore di Teodosio, un Vescovo, che aspirava alla corona del martirio, distrusse uno de' tempj del Fuoco a Susa[590]. Fu vendicato lo zelo e l'ostinazione di lui sopra i suoi confratelli: i Magi eccitarono una crudel persecuzione; e l'intollerante zelo di Jesdegerde s'imitò dal suo figlio Vararane, o Baram, che poco dopo salì sul trono. Furono rigorosamente richiesti alcuni Cristiani fuggitivi, che si ritirarono alle frontiere Romane, e generosamente ricusati; e tal negativa, aggravata dalle dispute di commercio, tosto accese una guerra fra le rivali due Monarchie. I monti dell'Armenia e le pianure della Mesopotamia erano piene di armate nemiche; ma le operazioni di due successive campagne non produssero alcun decisivo o memorabil evento. S'ingaggiarono varj azzuffamenti, ed alcune città furono assediate con vario e dubbioso successo; e se a' Romani riuscì vano il tentativo di ricuperare il possesso da gran tempo perduto di Nisibi, i Persiani furon rispinti dalle mura d'una città della Mesopotamia, pel valore d'un Vescovo marziale, che adoprava le sue macchine da guerra in nome di S. Tommaso Apostolo. Pure si celebrarono con panegirici e feste le splendide vittorie, che l'incredibile celerità del messaggiero Palladio più volte annunziò al palazzo di Costantinopoli. Da questi panegirici[591] gli Storici di quel tempo possono aver prese le loro straordinarie e forse favolose novelle, della superba disfida d'un eroe Persiano, che fu imbarazzato da' lacci, ed ucciso dalla spada del Goto Arcobindo; de' diecimila _Immortali_, che perirono nell'attacco del campo Romano; e de' centomila Arabi o Saraceni, che furono spinti da un panico terrore a gettarsi capovolti dentro l'Eufrate. Tali avvenimenti si possono trascurare, o non credere, ma non si può lasciare in oblivione la carità d'un Vescovo, Acacio d'Amida, il nome del quale avrebbe potuto fare onore al calendario de' Santi. Arditamente dichiarando, che i vasi d'oro e d'argento sono inutili ad un Dio, che non mangia nè beve, il generoso Prelato vendè l'argenteria della Chiesa d'Amida; ne impiegò il prezzo nella redenzione di settemila schiavi Persiani; provvide con amorosa liberalità ai loro bisogni; e li rimandò alla patria ad informare il loro Sovrano del vero spirito della religione ch'ei perseguitava. La pratica della beneficenza in mezzo alla guerra deve sempre contribuire a placar l'animosità delle combattenti nazioni; ed io son portato a persuadermi, che Acacio contribuisse alla restaurazion della pace. Nella conferenza, che fu tenuta su' confini de' due Imperi, i Romani ambasciatori avvilirono il personal carattere del loro Sovrano per un vano sforzo di magnificare l'estensione del suo potere; allorchè seriamente avvisarono i Persiani ad impedire, per mezzo d'un opportuno accomodamento, lo sdegno d'un Monarca, che non era per anche informato di quella distante guerra. Fu solennemente ratificata una tregua di cento anni; e quantunque le rivoluzioni dell'Armenia potessero minacciar la pubblica tranquillità, l'essenziali condizioni di questo trattato si rispettarono quasi per ottant'anni da' successori di Costantino e d'Artaserse.

[A. 431-440]

Da che s'incontrarono la prima volta le bandiere Romane e Partiche sulle rive dell'Eufrate, il Regno d'Armenia[592] fu alternativamente oppresso da' suoi formidabili protettori; e nel corso di quest'istoria si son già riferiti più avvenimenti, che fecero piegar la bilancia della pace e della guerra. Un vergognoso trattato avea ceduto l'Armenia all'ambizione di Sapore; e parve che la bilancia dalla parte della Persia preponderasse. Ma la reale stirpe degli Arsaci mal volentieri si sottomise alla casa di Sassan; i turbolenti Nobili sostennero, o tradirono l'ereditaria loro indipendenza; e la nazione era sempre attaccata a' Principi _Cristiani_ di Costantinopoli. Nel principio del quinto secolo l'Armenia fu divisa pel progresso della guerra e delle fazioni[593]; e tale non natural divisione precipitò la caduta di quell'antica Monarchia. Cosroe, vassallo Persiano, regnò sull'orientale e più estesa parte del paese; mentre la Provincia occidentale riconobbe la giurisdizione d'Arsace e la supremazia dell'Imperatore Arcadio. Dopo la morte d'Arsace i Romani soppressero il governo reale, ed imposero a' loro alleati la condizione di sudditi. Fu delegato il comando militare al Conte della frontiera Armena, si fabbricò e fortificò in una vantaggiosa situazione sopra un alto e fertile suolo la città di Teodosiopoli[594] vicino alla sorgente dell'Eufrate; ed i territori dipendenti erano governati da cinque Satrapi, la dignità de' quali era distinta da un abito particolare di porpora e d'oro. I Nobili meno fortunati, che si dolevano della perdita del loro Re, ed invidiavano gli onori de' loro uguali, furono eccitati a trattare di pace e di perdono alla Corte Persiana; e tornando co' loro seguaci al palazzo d'Artaxata, riconobbero Cosroe per legittimo loro Sovrano. Circa trent'anni dopo, Artasire, nipote e successore di Cosroe, cadde in disgrazia degli altieri e capricciosi Nobili dell'Armenia, i quali concordemente richiesero un Governatore Persiano in luogo d'un indegno Re. La risposta dell'Arcivescovo Isacco, di cui premurosamente ricercaron l'autorità, esprime il carattere d'un Popolo superstizioso. Ei deplorò i manifesti ed inescusabili vizi d'Artasire; e dichiarò, che non avrebbe dubitato d'accusarlo al tribunale d'un Imperatore cristiano, che avrebbe punito il peccatore senza distruggerlo. «Il nostro Re (continuò Isacco) è troppo addetto a' piaceri licenziosi, ma egli è stato purificato nelle sante acque del Battesimo. Egli ama le donne, ma non adora il fuoco o gli elementi. Può meritare la taccia di libidinoso, ma è un indubitato cattolico, ed è pura la sua fede, quantunque ne sian dissoluti i costumi. Io non acconsentirò mai ad abbandonar le mie pecore alla rabbia de' lupi divoratori; e voi presto vi pentirete del temerario cambio, che fate, fra le infermità d'un credente, e le speciose virtù d'un pagano»[595]. Inaspriti dalla fermezza d'Isacco i faziosi Nobili accusarono sì il Re che l'Arcivescovo, come segreti aderenti dell'Imperatore; ed assurdamente fecero festa della condanna che, dopo una parzial processura, fu solennemente pronunziata da Baram istesso. I discendenti d'Arsace furono spogliati della dignità reale[596], che avevan goduta più di cinquecento sessant'anni[597]; e gli Stati dell'infelice Artasire, sotto il nuovo e significante nome di Persarmenia, furon ridotti a Provincia. Questa usurpazione risvegliò la gelosia del governo Romano; ma tosto si terminarono le nascenti dispute mediante una amichevole, sebben disugual, divisione dell'antico regno d'Armenia; ed il territoriale acquisto, che Augusto avrebbe disprezzato, apportò qualche lustro al decadente Impero di Teodosio il Giovane.

NOTE:

[511] Il P. Montfaucon, che per comando de' suoi superiori Benedettini fu condotto (Vedi _Longueruana Tom. 1. p. 205_) a fare la laboriosa edizione di S. Gio. Grisostomo in tredici tomi in foglio (Parigi 1738) si è divertito ad estrarre da quell'immensa collezione di cose morali alcune curiose _antichità_, che illustrano i costumi del secolo di Teodosio (Vedi _oper. Chrysostomi_ Tom. XIII. p. 192, 196. e la sua dissertazione Francese nelle _Memorie dell'Accademia delle Inscriz. Tom. XIII pag. 474, 490_).

[512] Secondo l'inesatto calcolo, che una nave può fare con un buon vento mille stadi o 125 miglia nel corso d'un giorno e d'una notte, Diodoro Siculo conta dieci giorni dalla Palude Meotide a Rodi, e quattro da Rodi ad Alessandria. La navigazione del Nilo, da Alessandria a Siene, sotto il tropico di cancro, essendo contro la corrente, richiedeva dieci giorni di più. Diodoro Siculo _Tom. I. L. III. p. 200. Ediz. del Wesseling_. Ei poteva senza grande improprietà misurare l'estremo caldo dal principio della Zona torrida; ma parla della palude Meotide, ch'è al grado 47 di latitudine settentrionale, come se fosse nel cerchio polare.

[513] Il Barzio, che adorava il suo autore con la cieca superstizione d'un comentatore, dà la preferenza a due libri, che Claudiano compose contro Eutropio, sopra tutte le altre sue produzioni (Baillet _Jugemens des Savans Tom. IV. p. 227_). In vero contengono essi una satira molto elegante e spiritosa; ed in linea d'Istoria sarebbero più valutabili, se le invettive fossero meno generali e più moderate.

[514] Claudiano dopo d'essersi lagnato del progresso che facevan gli Eunuchi nel Palazzo di Roma, ed aver definite le funzioni proprio di essi, aggiunge _in Eutrop._ I. 41.

_... A fronte recedant_ _Imperii._

Pure non sembra che quest'Eunuco si fosse attribuito alcuno degli ufizj di forze nell'Impero; ed è chiamato solo _Praepositus sacri cubiculi_ nell'editto del suo esilio. Vedi _Cod. Teod. Lib. IX. tit. 40, leg. 17._

[515]

_Jamque oblita sui nec sobria divitiis mens_ _In miseras leges hominumque negotia ludit:_ _Judicat Eunuchus....._ _Arma, etiam violare parat....._

Claudiano (_l. 229, 270_) con quella mescolanza di sdegno e di fantasia, che sempre piace in un Poeta satirico, descrive l'insolente follìa dell'Eunuco, la vergogna dell'Impero, e la gioia de' Goti.

_.... Gaudet, cum viderit hostis,_ _Et sentit jam deesse viros._

[516] La viva descrizione, che fa il Poeta della sua deformità (1. 110, 125) vien confermata dall'autentica testimonianza del Grisostomo (_Tom. III. p. 384 edit. Monfauc._) il quale osserva, che quando era tolto il belletto, la faccia d'Eutropio appariva più brutta e rugosa di quella d'una vecchia. Claudiano osserva (1, 469) e tal osservazione dev'esser fondata sull'esperienza, che appena si trova qualche intervallo fra la gioventù e la decrepitezza d'un Eunuco.

[517] Sembra, ch'Eutropio fosse nativo dell'Armenia o dell'Assiria. I suoi tre servizi, che Claudiano più particolarmente descrive, son questi: 1. consumò varj anni in qualità di drudo di Tolomeo, palafreniere, o guardia delle stalle Imperiali: 2. Tolomeo lo diede al vecchio Generale Arinteo, per il quale con grande abilità esercitò la profession di ruffiano: 3. fu dato alla Figlia d'Arinteo quando si maritò; ed il futuro Consolo era impiegato in pettinare, in presentare il mesciroba d'argento, in bagnare, ed in far vento alla sua padrona in tempo di state. Vedi l. 1, 31, 137.

[518] Claudiano (_lib. 1. in Eutrop. 2, 22_) dopo aver enumerato i varj prodigi delle nascite mostruose, degli animali parlanti, delle piogge di sangue e di sassi, de' Soli raddoppiati ec. soggiunge con qualche esagerazione:

_Omnia cesserunt Eunucho constile monstra._

Il primo libro finisce con un nobil discorso della Dea Roma ad Onorio suo favorito, esecrando la _nuova_ ignominia, a cui trovavasi esposta.

[519] Fl. Mallio Teodoro, i civili onori e le opere filosofiche del quale si celebrarono da Claudiano in un panegirico molto elegante.