Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 06
Part 19
Ma come attribuire del pari a labil memoria l'ingiurioso confronto, che fu il Sig. Gibbon degl'Imperadori Cristiani co' Diocleziani, e co' Decj, scusando la crudeltà di questi per _i motivi d'ignoranza, e timore_, ed accusando quelli come _violatori dei precetti dell'umanità, e del Vangelo_ poichè proibirono l'Idolatria col rigor delle pene? Fu forse il trionfo della Chiesa macchiato di sangue, che, voglia o no col suo Dodwell il Sig. Gibbon[421], scorse a ruscelli nelle tante persecuzioni dei primi tre secoli? Il _sarebbe stato_, ei risponde, se i Gentili avessero avuto pei loro numi quello _zelo sì indomito ed ostinato_, (sono elleno queste lodi, od ingiurie?) _che occupava lo spirito dei primi credenti_. Ma intanto nol fu: e se non lo fu, sarà falso, che _rigorosamente si eseguisser le leggi Imperiali, che proibivano i sacrifizj, e le cerimonie del Paganesimo_. «Tanto tumultu, ac dissensione malignitas ejus plena est, in narrationes quacumque passim se insinuans occasione!»[422]. Fecero forse quei Cesari, più _crudeli dei Diocleziani e dei Decj_, qualche violenza per obbligare direttamente i lor sudditi ad onorar Gesù Cristo, come facevasi ai nostri Martiri[423] per offerir degl'incensi alle statue di Giove, e di Apollo? Volgete, e rivolgete quanto vi aggrada le leggi del Codice Teodosiano _de sacrificiis, Paganis, et Templis_, e vi sfido a trovarne una sola, la quale non prenda di mira azioni superstiziose e sacrileghe _tutte esteriori_, e tendenti alla depravazion del costume, siccome fatte in ossequio di certe divinità, delle quali si veneravano gli adulterj, gli stupri, e le frodi[424]. Potete però risparmiarvi una tal diligenza, giacchè lo stesso _Libanio ha lodato la moderazione di un Principe_ (e questi è Teodosio) _che non obbligò mai con legge positiva tutti i suoi sudditi ad immediatamente abbracciare e praticar In Religione del proprio Sovrano_. Ma qui Libanio è considerato dal Sig. Gibbon come _uno schiavo sempre pronto ad applaudire alla clemenza del suo Signore, che nell'abuso del potere assoluto non diviene all'ultima estremità dell'ingiustizia e della oppressione_. Oh quanto è diverso (perdonatemi se vel rammento) da un suo nazionale Filosofo del passato secolo[425] il sig. Gibbon! Quegli accordò stranamente ai Sovrani un illuminato potere anche nelle materie di Religione; questi trascorrendo all'estremo opposto teme di pensare _da schiavo_, se non ispoglia i Monarchi di uno degli essenziali diritti[426] inerenti al sacro loro carattere, e non condanna come violatori delle naturali leggi, e dei precetti vangelici gl'Imperadori, i quali crederono spediente di esercitarlo, rammentando ai lor sudditi quella spada, che i Principi non cingono invano, nel vietar che facevano atti _puramente esteriori_ di un culto condannato dalla natural ragione medesima, fautore della corruttela e del vizio[427], e, che che dicasi il Sig. Gibbon, mal confacente, in ispecial modo nel regno di alcuni, alla pubblica tranquillità, era sì strettamente connessa l'arte vanissima sì, ma funesta della divinazione co' riti del Paganesimo, che la stessa vita dei Principi, non che dei privati, finchè sussistevano, era sovente esposta a pericolo. Ed in fatti il celebre Gotofredo[428] giustificando per questo capo la severità di Costanzo nel proibire i sacrifizj, soggiunge = _Quod et Theodosio M. evertit, antequam sacrificio penitus prohiberentur_. Una conferma di ciò la troviamo nella legge duodecima del Codice Teodosiano, in cui si duole il nostro Critico, che fossero inclusi nella condanna (udite linguaggio!) _gl'innocenti diritti del Genio domestico, e dei Penati_; perciocchè in essa il Legislatore così ragiona intorno alle vittime vietate con più rigore: «Sufficit enim ad criminis molem naturae ipsius leges velle rescindere, inlicita perscrutari, occulta recludere, interdicta temprare; finem quaerere salutis alienae, spem alienis INTERITUS polliceri». Ne debbo omettere la memorabil combriccola narrata da Zosimo, ed Ammiano Marcellino[429] non men che dai nostri[430]; in cui i Gentili, annojatisi degl'Imperadori Cristiani, sebbene fosse loro accordata in quel tempo una pienissima libertà religiosa[431], ansiosi tuttavolta di aver un Principe del lor partito, tentarono, come si esprime Sozomeno, ogni maniera dell'arte divinatoria per risapere il successor di Valente[432]. _I Pagani_, son riflessioni del Sig. Gibbon, _nutrivano sempre una forte speranza che una felice rivoluzione, un secondo Giuliano potesse di nuovo ristabilire gli altari degli Dei_[433]. Libanio alle suppliche in favore dei tempj accoppiò un'insolente minaccia[434]; in Oriente, con uno spirito ben diverso da quello, che animava i mansueti Cristiani nel furore delle più crude persecuzioni, non si erano risparmiate le armi[435]: si spargevano pubblicamente dei vaticinj, che il Paganesimo doveva risorgere trionfante[436]: si ripeteva l'antica querela, che le calamità dell'Impero fossero un castigo dei numi irritati pel nuovo culto[437]: e l'esperienza mostrava, che la moderazione del Principe[438] rendeva più audaci quei creduli sudditi, che _ammettevano le favole di Ovidio, e rigettavano ostinati i miracoli del Vangelo_. E si negherà tuttavolta agl'Imperadori Cristiani la _scusa di sospetto e di timore_, che tanto liberalmente si concede ai Tiranni?
Io mi do a credere, che il Sig. Gibbon esigesse, che i Cesari, prima di promulgare veruna legge penale contro i riti del Paganesimo, lasciassero decretar dal Senato qual culto dovesse formare la Religion dei Romani. Or bene, Teodosio appunto ch'ei tenta di rendere odioso sopra di ogni altro, come se ancora il governo di Roma fosse stato sul piede, su cui era allor quando fu solennemente prescritta la licenza dei Baccanali[439], rilasciò al Senato una tal decisione; e quel rispettabile ceto decise, che si formasse dal culto di GESU' CRISTO. Un'azione sì bella e sì nobile, e tanto più gloriosa per Teodosio, quanto men necessaria, doveva riscuoter gli applausi di uno Storico vero; ma la malignità per esser coerente a se stessa dee sempre annettere _facto pulcherrimo atque justissimo imposturae calumniam_[440]. Quindi è che dal Sig. Gibbon pretendesi la _libertà di quei voti_ conceduta da Teodosio per _affettazione_, anzi _tolta dalle speranze_, e _dai timori inspirati dalla presenza di lui_. Che le grandi speranze fossero un forte allettativo ad operare io lo sapeva già da fanciullo[441]; ma che giungano a togliere la libertà non l'ho per anco imparato. Neppur so comprendere qual timor tanto grave da togliere la libertà[442] potesse ispirar la presenza di un Principe che perdonava ai carnefici di coloro, i quali non dubitava di venerar come martiri[443]; _Principe di un carattere sì virtuoso da potersi quasi scusare la supposizione dell'Oratore Pacato, che se al vecchio Bruto fosse stato permesso di ritornar sulla terra, avrebbe quel rigido Repubblicano deposto a' piè di Teodosio l'odio che aveva pe' Re_ (così il Sig. Gibbon) = _Ita enim accusas_ (direbbe Plutarco) _mox patrocinaris calumniasque de viris illustribus perscribis, quas rursum dilluas_[444]. «La professione del Cristianesimo, aggiunge l'autore, non divenne essenziale per godere i diritti civili, non s'impose alcun peso ai Pagani; il palazzo, le scuole, l'esercito n'eran pieni. Simmaco fu innalzato alla dignità consolare. Libanio era distinto per l'amicizia del suo Sovrano, gli apologisti più eloquenti del Paganesimo non furono mai sollecitati o a mutare o a dissimulare le religiose loro opinioni». Da tali fatti considerati come tante premesse, la mia Dialettica, vel confesso, non si sente inclinata a dedurre, che fosse _affettata_ la libertà dei voti concessa al al Senato Romano da Teodosio il Grande, e molto meno che fosse _tolta dalle speranze, e dai timori inspirati dalla presenza di lui_. Giudicate poi Voi, se il sig. Gibbon sia punto partecipe della malizia dei Sofisti Pagani Libanio, ed Eunapio.
Del primo ho già detto abbastanza. Declamava il secondo furiosamente[445] contro il _nuovo_ culto dei martiri, dolendosi, che i templi si fosser cambiati in sepolcri coll'introdurvi le loro _reliquie_, e rinfacciando ai Cristiani, che venerassero quei _malfattori_, come altrettante _Divinità_. Guardimi il Cielo dall'opinare, che il Sig. Gibbon consideri come giustamente condannati alla morte i Campioni della fede di Gesù Cristo; egli è però manifesto che il _culto dei Santi e delle Reliquie_ è considerato da lui come una _innovazione adottata e favorita_ ne' tempi di Costantino, _innovazione perniciosa, la qual corruppe la pura e perfetta semplicità del Cristiano Sistema: pratica superstiziosa_ che fece introdurre nel Mondo Cristiano le cerimonie pagane, che _Tertulliano, e Lattanzio avrebbono riguardata con_ tanto sdegno, che diè luogo al _risorgimento del Politeismo ed estinse appoco appoco il lume della Storia, e della ragione_: onde venne a verificarsi la profezia di Eunapio[446], _il quale predisse la rovina del Paganesimo in quelle parole_ και τι μυθωδες, και αειδεξ σκοτος τηραννησει τα απι γης καλλιςα. Dopo ciò crederassi in diritto qualunque Cattolico[447], di conchiudere, che se in Eunapio vi era malizia, il Sig. Gibbon n'è partecipe in buona dose: anzi temo, che alcuno nol creda più malizioso dello stesso Eunapio, a cui, siccome ad uomo pagano, dee molto valere la scusa di una cognizione imperfetta dei nostri dommi e della nostra disciplina[448]; scusa la quale non vorrassi ammettere sì di leggieri nel Sig. Gibbon. Se egli si fosse limitato a rilevare gli abusi, che in tutti i secoli, ma specialmente in quelli di universale barbarie, si sono introdotti nella Chiesa rispetto al culto dei Santi, e delle loro Reliquie, sarebbe stato partecipe di quella lode[449], che hanno meritato i Pastori, e i fedeli zelanti della purità del Sistema Cristiano, alzando contro di essi la voce in ogni età: ma il riprovare come _nuova, superstiziosa, nocevole ed idolatrica_ in se medesima una dottrina, ed una pratica _buona ed utile_[450] sol perchè alcuni semplici, e troppo fervorosi divoti l'hanno talora sfigurata e corrotta, e forse anche ai dì nostri la sfigurano e la corrompono contro lo spirito di quel corpo, di cui son membra[451], oltre ad essere una manifesta ingiustizia, egli è altresì un incorrere nella censura fatta dal nostro Plutarco a Licurgo _Driantide_, il quale volle recise le viti per impedir l'ubbriachezza[452]. Gli atti pubblici, come i Concilj, e le Professioni di fede, gli scritti dei Santi Padri e Pastori depositarj legittimi della credenza, questi sono i fonti, dai quali si debbe attingere il domma e la disciplina del Cristianesimo[453].
Ecco pertanto ciò che insegna precisamente un Concilio, da noi riputato ecumenico, su questi punti. I Santi che regnano con Gesù Cristo _offeriscono a Dio_ le loro _preghiere_ a favore degli uomini, e per conseguenza ella è una pratica _buona e vantaggiosa_ l'invocarli, perchè _c'impetrino da Dio_ i benefizj per mezzo di Gesù Cristo, _unico nostro Redentore_ e _Salvatore_[454]. Non si credono adunque i Santi gli _arbitri delle nostre suppliche_, e molto meno altrettante Divinità. Per esser superstiziosi e idolatri bisognerebbe togliere a Dio alcuna delle perfezioni della sua essenza infinita, od attribuirne alcuna alle sue creature propria unicamente di Lui[455]. «Ma la nostra Chiesa non permette di riconoscere nei più gran Santi alcun grado di eccellenza che non venga da Dio, nè alcun pregio avanti agli occhi di Lui, che per le virtù loro, nè alcuna virtù che non sia un DONO della SUA GRAZIA[456], nè alcuna conoscenza delle cose umane che quella, che egli loro comunica[457], nè alcun potere di assisterci, che per le loro preghiere.»
Se l'invocazione dei Santi considerata in questo aspetto diminuisse la confidenza in Dio o fosse ingiuriosa alla mediazione di Gesù Cristo, sarebbe da condannarsi egualmente il costume di ricorrere alle preghiere dai nostri fratelli ancor viatori[458]. Che se un tal costume è inculcato come utilissimo dalle Sante Scritture[459]; perchè saremo noi idolatri, se ci rivolgiamo ai medesimi nostri fratelli già liberati dai legami del corpo, o regnanti con Cristo (non essendo il Dio di Abramo, di Giacobbe, e d'Isacco il Dio dei morti, ma bensì dei viventi non sonnecchiosi ed inerti[460]); affinchè ci rendan propizio pe' meriti del Redentore[461] il nostro Padre comune con le loro preghiere, le quali debbono essere più potenti assai delle nostre, perchè fatte da servi a Lui costantemente fedeli, che hanno compita la virtuosa loro carriera, e combattuto con gloria[462]?
Essendo pertanto i nostri sentimenti intorno alle anime dei Beati sì scevri da ogni ombra di Politeismo, o di superstizione; ed essendo uno dei motivi del culto esteriore quello di render pubblica testimonianza dei sentimenti interni dell'animo; è egli impossibile, che noi veneriamo le Reliquie per qualche Divinità che si creda ad esse inerente, o che ad esse noi dirigiamo le nostre suppliche[463], o che in esse riponghiamo la nostra fiducia. La Chiesa nell'intimarci una tale venerazione, c'insegna ancora[464], che ella si debbe ai corpi dei Santi, perchè già furono membra vive di _Cristo_, e templi del _S. Spirito_, perchè _Dio_ stesso non isdegnerà di coronarli colla gloria celeste dopo l'universale resurrezione, o perchè il medesimo _Dio_ per mezzo delle Reliquie[465] si è compiaciuto talora di di spargere su l'uman genere le sue sovrane beneficenze: ed è suo intendimento esponendole con qualche pompa alla pubblica venerazione di risvegliar nei suoi figli un amore sincero per le virtuose azioni dei Santi, e renderli in cotal guisa adoratori veraci del nostro eterno Padre e Signore: che è l'altro motivo giustissimo, per cui si è stabilita una forma di culto esterno[466].
Nulla vi ha dunque in un tal culto dei Santi, e delle Reliquie, che possa accusarsi di Gentilesimo, o di Superstizione, nulla che a Dio non si riferisca, unico fonte di ogni santità, e d'ogni bene. Testimone ne sia oltre il Grozio allegato di sopra, il Ministro Sig. Noguier, il quale dopo aver letto _l'Esposizione etc._, di M. Bossuet ripeteva sovente, che quel Prelato aveva cambiato partito. Il fatto però si è che egli si era limitato ad esporre la pura dottrina del Tridentino, e che quella immortale Operetta fu applaudita dai Ricci, dai Bona, dai Lauria, da tutti i dotti del secolo, e dal Pontefice stesso Innocenzo XI[467].