Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 06
Part 16
[222] Il cangiamento dell'infausta voce _Averno_, ch'è nel testo, non è d'alcuna importanza. I due laghi Averno e Lucrino comunicavano insieme, e formavano per mezzo delle stupende moli d'Agrippa il porto Giuliano, che si apriva per uno stretto ingresso nel Golfo di Pozzuolo. Virgilio, che abitava in quel luogo, ha descritto (_Georg. II. 161_) quest'opera nel tempo della sua esecuzione, ed i comentatori di esso, particolarmente Catrou, hanno preso gran lume da Strabone, da Svetonio e da Dione. I terremoti, ed i Vulcani hanno mutata la faccia del luogo, e convertito il Lago Lucrino dopo l'anno 1538, nel monte nuovo. Vedi Camillo Pellegrino, _discorsi della Campan. Felice p. 239, 244. Anton Sanfelici, Campania p. 13, 88. _
[223] _Regna Cumana et Puteolana; loca, ceteroqui valde expetenda, interpellantium autem multitudine pene fugienda. Cicer., ad Attic. XVI. 17_.
[224] L'espressione di _tenebre Cimmerie_ fu presa in origine dalla descrizione d'Omero (_nel lib. XI. dell'Odissea_), applicandola esso ad un remoto e favoloso paese sui lidi dell'Oceano. (Vedi _Erasmi Adag. nelle sue opere Tom. 2. p. 593. ediz. di Leida_).
[225] Possiamo rilevare da Seneca (_epist. 123_) tre curiose circostanze relativamente ai viaggi de' Romani. 1. Essi eran preceduti da una truppa di Cavalleggieri di Numidia, che con un nuvolo di polvere annunziavano l'avvicinamento di un grand'uomo; 2. I loro muli da bagaglio non solamente trasportavano i vasi preziosi, ma anche i fragili vasellami di cristallo e di _murra_, sotto il qual nome è quasi provato dal dotto Francese Traduttore di Seneca (_T. III. p. 403, 422_) che intendevasi la porcellana della China e del Giappone; 3. i be' volti de' giovani schiavi eran coperti d'una crosta o unzione fatta ad arte per difenderli dagli effetti del sole e del gelo.
[226] _Distributio solemnium sportularum. Le sportulae e sportellae_ eran piccoli panieri, che si suppone che contenessero una quantità di cibi caldi del valore di 100 quadranti, o di dodici soldi e mezzo, ch'erano posti per ordine in una sala, e con ostentazione distribuiti alla famelica o servil turba, che stava aspettando alla porta. Si fa bene spesso menzione di tal grossolano costume negli epigrammi di Marziale e nelle satire di Giovenale. Vedasi anche Svetonio, _in Claud. c. 21. in Neron. c. 16. in Domitian. c. 4, 7_. Quanti panieri di cibi si convertirono in seguito in grosse monete, o in piatti d'oro e d'argento, che reciprocamente si davano e si ricevevano ancora dalle persona del più alto grado, nelle solenni occasioni de' Consolati, de' matrimonj ec. (Vedi Symmac., _Epist. IV. 55., IX. 124, e Miscell. p. 256_).
[227] Il ghiro, detto da' Latini _glis_ e da' Francesi _loir_, è un piccolo animale, che dimora ne' boschi, e rimane intorpidito nel grande inverno (Vedi Plin., _Hist. nat._ VIII. 82. Buffon, _Hist. nat. Tom. VIII, pag. 158_. Pennant, _Sinopsi de' quadrupedi_ p. 289.). V'era l'arte di allevare e d'ingrassare un gran numero di ghiri nelle ville Romane, risguardandosi questo come un vantaggioso articolo di economia rurale (Varrone, _de re rust. III. 15_). L'eccessiva richiesta di essi per le tavole di lusso si accrebbe per le folli proibizioni de' Censori, e si racconta, che sono tuttavia in pregio nella moderna Roma, e si mandano frequentemente in regalo da' Principi Colonna. (Vedi Brotier ultimo editore di Plinio _Tom. II. p. 458. ap. Barbou 1779_).
[228] Questo giuoco, che può tradursi co' nomi più a noi famigliari di _Trictrac_, o di _Tavola Reale_ era il divertimento favorito de' più gravi Romani: ed il Giurisconsulto Muzio Scevola, il vecchio, aveva la fama di abilissimo giuocatore. Era chiamato _ludus duodecim scriptorum_ da' dodici scritti o linee che dividevano in uguali parti l'alveolo, o la tavola. Sopra di esse venivan ordinate due armate, una bianca e l'altra nera, ciascheduna delle quali conteneva quindici uomini, o pezzi, e si muovevano alternativamente secondo le regole del giuoco e le indicazioni delle _tessere_, o de' dadi. Il Dottor Hide, che fa diligentemente l'istoria, e nota le varietà del _Nerdiludium_ (nome di etimologia Persiana) dall'Irlanda al Giappone, versa su questo lieve soggetto un copioso torrente di erudizione classica ed orientale. Vedi _Syntagm. dissertat. Tom. II. p. 217, 405_.
[229] _Marius Maximus homo omnium verbosissimus, qui et mythistoricis se voluminibus implicavit._ Vopisc. _in Hist. August._ p. 242. Egli scrisse le vite degli Imperatori da Traiano fino ad Alessandro Severo. Vedi Gerardo Vossio, _de Hist. Latin. l. II. c. 3_ nelle sue Opere volum. IV, pag. 57.
[230] Questa satira probabilmente è esagerata. I Saturnali di Macrobio, e l'Epistole di Girolamo danno sufficienti prove, che molti Romani di ambi i sessi, e del più alto grado coltivavano studiosamente la teologia Cristiana e la classica letteratura.
[231] Macrobio, amico di quei nobili Romani, risguardava le stelle come la causa o almeno i segni de' futuri eventi (_de Somn. Scip., l. I. c. 19. p. 68_).
[232] Le storie di Livio (vedi specialmente lib. VI c. 36) son piene dell'estorsioni dei ricchi, e delle angustie dei poveri debitori. La patetica istoria di un bravo antico soldato (Dionis. Alicanass. l. V. c. 26. pag. 347. _Ediz. d'Hudson_. e Livio II. 23) deve essersi frequentemente ripetuta in quei primi tempi, che tanto immeritamente si son lodati.
[233] _Non esse in civitate duo millia hominum, qui rem haberent_: Cicero,_ Off. II. 21. col Coment. di Paolo Manuz. ediz. del Grevio_. Questo indeterminato calcolo fu fatto l'anno di Roma 649 in un discorso dal Tribuno Filippo, ed il sue scopo non meno che quello dei Gracchi (vedi Plutarco) era di deplorare e forse d'esagerare la miseria della plebe.
[234] Vedi la terza satira v. 60-125. di Giovenale, che deplora con isdegno.
_.... Quamvis quota portio faecis Achaeae?_ _Jampridem Syrus in Tiberim defluxit Orantes;_ _Et linguam et mores etc._
Seneca proponendosi di consolare la propria madre (_Consol. ad Helv. c. 6._) colla riflessione che una gran parte dell'uman genere si trovava in uno stato d'esilio, le rammenta quanto pochi fra gli abitanti di Roma fossero nati nella città.
[235] Quasi tutto quello che si è detto del pane, del lardo, dell'olio, del vino etc. può trovarsi nel lib. XIV. del Codice Teodosiano, che tratta espressamente del governo delle grandi città. Si vedano in specie i _Titoli 3, 4, 15, 16, 17 e 24_. Le autorità correlative son prodotte nel Comentario del Gotofredo; e non v'è bisogno di trascriverle. Secondo una legge di Teodosio, che riduce a danaro la contribuzion militare, una moneta d'oro (cioè undici scellini) equivaleva ad ottanta libbre di lardo, o ad ottanta libbre d'olio, o a dodici moggia di sale (_Cod. Teod. l. VIII. Tit. IV. Leg. 17_). Questo confronto, paragonato con un altro di sessanta libbre di lardo per un'anfora (_Cod. Teod. l. XIV. Tit. IV. Leg. 4_), determina il prezzo del vino a circa sedici soldi il gallone.
[236] L'anonimo autore della Descrizione del Mondo (p. 14. nel _Tom. III. Geogr. Minor. Hudson_) nel suo barbaro Latino così parla della Lucania: _Regio optima et ipsa omnibus abundans, et lardum multum foras emittit. Propter quod est in montibus, cujus escam animalium variam etc_.
[237] Vedi _Novell. ad calcem Cod. Theod. D. Valent. l. I. Tit. XV_. Questa legge fu pubblicata in Roma il 20. Giugno 452.
[238] Sueton., _in August. c. 42_. Il più grand'eccesso dell'Imperatore medesimo, nel suo favorito vino della Rezia, non eccedè mai un Sestario, cioè una pinta Inglese, id. c. 77. Torrent., _Ib. e Tavol. d'Arbuthnot p. 86_.
[239] Il suo disegno era di piantar vigne lungo le coste marittime dell'Etruria; Vopisc., _in Hist. August. p. 225_. cioè nell'orrida, malsana ed incolta _Maremma_ della moderna Toscana.
[240] Olimp., _ap. Phot. p. 197_.
[241] Seneca (_Epist. 86_) paragona i bagni di Scipione Affricano alla sua villa di Literno con la magnificenza, che andava continuamente crescendo, de' pubblici bagni di Roma, molto tempo avanti che fossero fatte le magnifiche _Terme_ d'Antonino e di Diocleziano. Il _quadrante_, che si pagava per l'ingresso nelle medesime, era la quarta parte d'un asso, circa un ottavo d'un soldo Inglese.
[242] Ammiano (l. XIV. c. 6, e lib. XXVIII. c. 4) dopo aver descritto il lusso e l'orgoglio dei Nobili Romani, espone con uguale indignazione i vizi e le follie della plebe.
[243] Gioven., _Satir. XI. 191_. L'espressioni dell'Istorico Ammiano non son meno forti ed animate di quelle del satirico; e tanto l'uno che l'altro dipingono al vivo. Il numero delle persone, che il Circo Massimo era capace di contenere, è preso dalle _Notizie originali_ della città. Le differenze, che sono fra loro, provano che non si sono copiate, ma la quantità può sembrare incredibile, quantunque in tali occasioni il contado accorresse in folla alla città.
[244] Alle volte in vero componevano opere originali.
_.... vestigia Graeca_ _Ausi deserere et celebrare domestica facta._
Orazio, _Epist. ad Pison. 285._ con la dotta quantunque ambigua nota di Dacier, che avrebbe potuto accordare il nome di tragedie al _Bruto_ e al _Decio_ di Pacuvio, o al Catone di Materno. Tuttavia sussiste come un saggio assai svantaggioso della tragedia Romana l'_Ottavia_, attribuita ad uno dei Senechi.
[245] Al tempo di Quintiliano e di Plinio un poeta tragico era ridotto all'imperfetto metodo d'invitar molta gente in un luogo capace, ad oggetto di leggere ivi la sua composizione. Vedi il dialogo _de Oratorib. c. 9, 11_, e _Plinio, Epist. VII. 17_.
[246] Vedi il Dialogo di Luciano _de saltatione Tom. II. p. 265-317. Ediz. Reitz_. I pantomimi ebbero l'onorevol nome di χειροσοφοι sapienti di mano; ed era necessario, che si esercitassero in quasi ogni arte e scienza. Burette (_nelle Memor. dell'Accadem. delle Iscriz. Tom. I. p. 127_) ha fatto una breve storia dell'arte de' pantomimi.
[247] Ammiano (l. XIV. c. 6) si duole con decente sdegno, che le strade di Roma fossero piene d'una turba di donne, che avrebbero potuto dare dei figli allo Stato, ma che non avevano altra occupazione che quella d'arricciarsi, ed accomodarsi i capelli, e _jactari volubilibus gyris dum exprimunt innumera simulacra, quae finxere fabulae theatrales_.
[248] Lipsio (_Tom. III. p 423. de magnitud, Rom. l. III. c. 3_) ed Isacco Vossio (_Observ. var. p. 26, 34_) si son lasciati trasportare da strani sogni di quattro, di otto, o di quattordici milioni di persone in Roma. David Hume, (_Saggi Vol. I. p. 460-457_) unitamente ad un ammirabile buon senso e scetticismo, dimostra qualche segreta disposizione a diminuir la popolazione degli antichi tempi.
[249] Olimpiodoro, _ap. Phot. p. 197_. Vedi Fabric., _Bibl. Graec. Tom. IX. p. 400_.
[250] _In ea autem majestate urbis, et civium infinita frequentia innumerabiles habitationes opus fuit explicare. Ergo cum recipere non posset area plana tantam multitudinem in urbe, ad auxilium altitudinis aedificiorum res ipsa coegit devenire_: Vitruv. II. 8. Questo passo, di cui son debitore al Vossio, è chiaro, forte, e pieno.
[251] Le successive testimonianze di Plinio, di Aristide, di Claudiano, di Rutilio ec. provano l'insufficienza di questi editti restrittivi. Vedi Lipsio, _de Magnitud. Rom. l. III c. 2_.
_... Tabulata, tibi jam tertia fumant,_ _Tu nesciis; nam si gradibus trepidatur ab imis_ _Ultimus ardebit, quem tegula Sola tuetur_ _A pluvia...._ Juvenal., _Satir. III. 199_.
[252] Leggasi tutta la satira terza, ma particolarmente i versi 166-223. La descrizione dell'_insula_, o casa d'appigionarsi piena di gente in Petronio (c. 95. 97) perfettamente s'accorda coi lamenti di Giovenale; e sappiamo da prove legali, che al tempo d'Augusto (Heinec., _Hist. Jur. Rom._ c. IV. p. 181) la rendita ordinaria di varj _cenacoli_ o appartamenti d'una _isola_ era di quarantamila sesterzi l'anno, fra tre e quattrocento lire sterline (_Pandect. lib. XIX. Tit II. n. 30_); somma che prova nel tempo stesso e la grand'estensione, e l'alto valore di quelle comuni fabbriche.
[253] Questa somma totale è composta di 1780 Domus o vaste case, di 46,602 _insule_ o abitazioni plebee (vedi Nardini, Rom. ant. l. III. p. 88); e questi numeri vengono assicurati dalla conformità dei testi delle diverse _Notitiae_ (Nardini, l. VIII. p. 498-500).
[254] Vedasi l'esatto scrittore Messance, _Recherches sur la Population p. 17-187_. Appoggiato a probabili o certi fondamenti egli assegna a Parigi 23,565 case, 71,114 famiglie, e 576,630 abitanti.
[255] Questo computo non è molto diverso da quello che il Brotier, ultimo editore di Tacito, (Tom. II. pag. 380) ha tratto da principj simili; quantunque sembri, che esso tenda ad un grado di precisione, a cui non è possibile nè importante di giungere.
[256] Quanto ai fatti seguiti nel primo assedio di Roma, che vengono spesso confusi con quelli del secondo e del terzo, vedi Zosimo l. V. p. 350-354. Sozomeno lib IX. c. 6, Olimpiodoro, _ap. Phot. p. 180_, Filostorgio lib. XII. c. 3, e Gotofredo, _Dissert. p. 467-475_.
[257] La madre di Leta era chiamata _Pissuxena_. Erano però ignoti il padre, la famiglia, e la patria di essa. (Ducange, _Famil. Byzantin. p. 59_).
[258] _Ad nefandos cibos erupit esurientium rabies et sua invicem membra laniarunt, dum mater non parcit lactenti infantiae: et recipit utero quem paullo anta effuderat. Girolam., ad Principiam Tom. I. p. 121_. La stessa orribile circostanza parimente si racconta degli assedj di Gerusalemme e di Parigi. Quanto all'ultimo, si paragonino fra loro il decimo libro dell'Enriade, ed il Giornale di Enrico IV. (T. I. p. 47-83) e si osservi che una semplice narrazione dei fatti è molto più patetica delle più elaborate descrizioni dell'epica poesia.
[259] Zosimo (l. V. p. 355, 356) parla di queste ceremonie come un Greco male informato della nazionale superstizione di Roma e della Toscana. Io sospetto, che contenesser due parti, cioè le segrete e le pubbliche: le prime erano probabilmente un'imitazione delle arti e degl'incantesimi, coi quali Numa aveva tratto Giove ed il suo fulmine sul monte Aventino.
_... Quid agant laqueis, quae carmina dicant,_ _Quaque trahant superis sedibus arte Jovem,_ _Scire nefas homini...._
Gli _ancili_ o scudi di Marte, _pignora Imperii_, che si portavano nelle processioni solenni per le calende di Marzo, traevano l'origine da questo misterioso evento (Ovid., _Fastor. III. 259, 398_). Si aveva probabilmente intenzione di far risorgere quest'antica festa, che era stata soppressa da Teodosio. In tal caso noi scuopriremmo una data cronologica, vale a dire il primo di Marzo dell'anno 409, che finora non si è osservata.
[260] Sozomeno (l. IX. c. 6.) induce a credere, che l'esperimento fosse realmente fatto, quantunque senza successo; ma non rammenta il nome d'Innocenzo; ed il Tillemont (_Mem. Eccl. Tom. X. p. 645_) è determinato a non credere, che un Papa potesse esser reo d'una sì empia condiscendenza.
[261] Il pepe era un ingrediente favorito della più sontuosa cucina Romana, e la sorte migliore di esso vendevasi quindici _denarii_, o dieci scellini la libbra. Vedi Plinio, _Hist. Nat. XII. 14_. Era portato dall'India; ed il medesimo paese, cioè la costa del Malabar, tuttavia ne somministra la più grande abbondanza: ma il perfezionamento del commercio e della navigazione ha moltiplicato la quantità e diminuito il prezzo di esso. Vedi _Hist. Polit. et Philos. ec. Tom. I. p. 457._
[262] Questo Capitano Goto è chiamato _Athaulphus_ da Isidoro e da Giornandes; _Ataulphus_ da Zosimo e da Orosio: e da Olimpiodoro _Adaoulphus_. Io mi son servito del celebre nome d'_Adolfo_, che sembra essere autorizzato dalla pratica degli Svedesi, figli o fratelli degli antichi Goti.
[263] Il trattato fra Alarico ed i Romani ec. è preso da Zosimo lib. V. p. 354, 355, 358, 359, 362, 363. Le circostanze, che vi si potrebbero aggiungere, sono troppo poche e di piccola importanza per esigere qualche altra citazione.
[264] Zosimo, lib. V. p. 367, 368, 369.
[265] Zosimo, lib. V. p. 360, 361, 362. Il Papa, essendo restato a Ravenna, scansò le imminenti calamità di Roma, Orosio, l. VII. c. 39 p. 573.
[266] Per le avventure d'Olimpio e de' suoi successori nel ministero, vedi Zosimo (l. V. p. 363, 365, 366) ed Olimpiodoro (_ap. Phot. p. 180, 181_).
[267] Zosimo (l. V, p. 364) riferisce tal circostanza con visibile compiacenza, e celebra il carattere di Gennerido come l'ultima gloria del Paganesimo spirante. Assai diversi furono i sentimenti del Concilio di Cartagine, che deputò quattro Vescovi alla Corte di Ravenna per dolersi della legge, stata fatta poco avanti, che ogni conversione al Cristianesimo dovesse esser libera e volontaria. (Vedi Baron., _Annal. Eccles. an. 409. n. 12. ap. 48 n. 47, 48_).
[268] Zosimo l. V. p. 367, 368, 369. Questo costume di giurare per la testa o la vita, la salute o il genio del Sovrano era della più remota antichità, tanto in Egitto (_Genes_. XLII. 15.) quanto nella Scizia. Fu ben tosto per adulazione trasferito a' Cesari, e Tertulliano si duole, che questo fosse l'unico giuramento, che i Romani del suo tempo affettavano di rispettare. Vedasi un'elegante dissertazione dell'Abate Massieu sopra i giuramenti degli antichi nelle _Memorie dell'Accadem. delle Inscriz. Tom. I. p. 208, 209_.
[269] Zosimo l. V. p. 368, 369. Io ho moderato l'espressioni d'Alarico, il quale si diffonde in uno stile troppo florido sull'istoria di Roma.
[270] Vedi Sueton. _in. Claud. c. 20. Dione Cassio lib. LX. p. 949. edit. Reimar_. e la vivace descrizione di Giovenale _Sat. XII. 75_. ec. Nel secolo decimosesto, allorchè i residui di questo augusto Porto eran tuttora visibili, gli Antiquari ne abbozzaron la pianta (vedi Danville _Mem. dell'Accad. delle Inscriz. Tom. XXX. p. 198_), e dichiararono con entusiasmo, che tutti i Monarchi dell'Europa non sarebbero stati capaci d'eseguire un'Opera così grande (Bergier, _Hist. des grands chemins des Romains Tom. II. p. 356_).
[271] _Ostia Tyberina_ (Vedi Cluver. _Ital. antiq. l. III. 870-879_) in numero plurale, o sia le bocche del Tevere eran separate dall'_Isola sacra_, che formava un triangolo equilatero, ogni lato del quale veniva considerato circa due miglia. La Colonia d'Ostia fu fondata di là dal ramo sinistro o meridionale, e la distanza fra i residui, che ve ne sono, ascende a poco più di due miglia nella Carta del Cingolani. Al tempo di Strabone la sabbia e la belletta depositatavi dal Tevere, avevan ristretto il porto d'Ostia; in seguito la medesima causa ha molto accresciuto la mole dell'_Isola sacra_, ed appoco appoco ha fatto restare Ostia ed il Porto ad una considerabil distanza dal lido. I canali detti _fiumi morti_, ed i grandi _stagni di Ponente e di Levante_ dimostrano i cangiamenti del fiume e gli sforzi del mare. Quanto allo stato presente di quest'orrido e desolato paese può consultarsi l'eccellente carta dello Stato Ecclesiastico fatta dai matematici di Benedetto XIV, un'attual descrizione dell'_Agro Romano_ in sei vedute fatta dal Cingolani, che contiene 113,819 rubbj o 570,000 acri inglesi, e la gran carta topografica dell'Ameti in otto vedute.
[272] Fino dal terzo secolo (Lardner _Credibilità del Vangelo_ Part. II. Vol. III. p. 80-92) o almeno dal quarto (_Carol. a S. Paulo Notit. Eccles. p. 47_) il Porto di Roma era una città Episcopale, che sembra essere demolita nel nono secolo dal Pontefice Gregorio IV al tempo delle scorrerie degli Arabi. Adesso è ridotto ad un'osteria, ad una Chiesa, ed alla casa o palazzo del Vescovo, che è uno dei sei Cardinali Vescovi della Chiesa Romana. (Vedi Eschinard, _Descrizione di Roma e dell'Agro Romano p. 328_).
[273] Quanto all'innalzamento d'Attalo vedi Zosimo l. VI. p. 377, 380, Sozomeno l. IX. c. 8. 9, Olimpiodoro ap. Fozio p. 180, 181, Filostorg. l. XII. c. 3, e Gotofredo _Dissert. p 570_.
[274] Possiamo ammettere la testimonianza di Sozomeno quanto all'Arriano Battesimo d'Attalo, e quella di Filostorgio quanto alla sua educazione Pagana. Il visibil contento di Sozomeno, e il dispiacere che egli attribuisce alla famiglia Anicia, sono circostanze assai svantaggiose al Cristianesimo del nuovo Imperatore.
[275] Egli spinse la sua insolenza a tal segno, che dichiarò, che avrebbe mutilato Onorio avanti di mandarlo in esilio. Ma quest'asserzione di Zosimo vien distrutta dalla più imparziale testimonianza d'Olimpiodoro, che attribuisce tal vergognosa proposizione, la quale fu assolutamente rigettata da Attalo, alla viltà, e forse alla perfidia di Giovio.
[276] Procop. _de Bell. Vandal. l. I. c. 1_.
[277] Vedi la causa e le circostanze della caduta d'Attalo appresso Zosimo l. VI. p. 380-384, Sozomeno l. IX. c. 8, e Filostorgio l. XII. c. 3. I due atti d'indennità, che sono nel Codice Teodosiano l. IX. Tit. 38. leg. 11, 12, e che furono pubblicati il dì 12. di Febbr. ed il dì 7. d'Agosto dell'anno 410. evidentemente si riferiscono a quest'usurpatore.
[278] _In hoc, Alaricus, Imperatore facto, infecto, refecto, ac defecto... mimum risit, et ludum spectavit Imperii_. Orosio l. VII. c 42. p. 582.
[279] Zosimo l. VI. p. 484 Sozomeno l. IX. c. 9. Filostor. l. XII. c. 3. In questo luogo il testo di Zosimo è mutilato, ed abbiam perduto il sesto e l'ultimo suo libro, che terminava col sacco di Roma. Per quanto credulo o parziale sia quest'istorico, noi ci dobbiamo licenziare da lui con qualche rammarico.
[280] _Adest Alaricus, trepidam Romam obsidet, turbat, irrumpit_. (Orosio lib. VII. c. 39. p. 573.) Egli sbriga questo gran fatto in sette parole; ma impiega delle intere pagine a celebrare la devozione dei Goti. Io ho tratto da un'improbabile storia di Procopio le circostanze, che avevano qualche aria di probabilità. (Procop. _de Bell. Vandal. l. I. c. 2_). Questi suppone, che la città fosse sorpresa mentre i Senatori dormivano dopo pranzo; ma Girolamo con maggiore autorità e ragione asserisce, che ciò seguì nella notte; _nocte Moab capta est; nocte cecidit murus ejus: Tom. I p. 121 ad Principiam_.
[281] Orosio (l. VII. c. 39. p. 573-576) fa plauso alla pietà dei Goti Cristiani, senza parer d'accorgersi, che per la maggior parte erano eretici Arriani. Giornandes (c. 30. p 653) ed Isidoro di Siviglia (_Chron. p. 614. Edit. Grot_.) che erano ambidue attaccati alla causa dei Goti, hanno ripetuto ed abbellito questi racconti. Secondo Isidoro s'udì dire ad Alarico medesimo, che egli faceva la guerra coi Romani, non cogli Apostoli. Questo era lo stile del settimo secolo; duecento anni prima, si sarebbe attribuito il merito e la gloria non agli Apostoli ma a Cristo.
[282] Vedi Agostino, _de Civ. Dei, lib. I. c. 1, 6_. Esso particolarmente cita gli esempj di Troia, di Siracusa e di Taranto.
[283] Girolamo (T. I. p. 121. _ad Principiam_) applicò al sacco di Roma tutte le forti espressioni di Virgilio:
_Quis cladem illius noctis, quis funera fando_ _Explicet etc._
Procopio (l I. c. 2) positivamente afferma che fu ucciso un gran numero di Romani dai Goti. Agostino (_de Civit. Dei, lib. I. c. 12, 13_) offre un conforto Cristiano per la morte di quelli, i corpi de' quali (_multa corpora_) eran restati (_in tanta strage_) insepolti. Il Baronio, da' diversi scritti dei Padri, ha sparso qualche lume sul sacco di Roma. _Annal. Eccles. an. 410. n. 16, 44._
[284] Sozom. l. IX. c. 10. Agostino (_de Civ. Dei, l. II. c. 17_) racconta, che alcune vergini o matrone s'uccisero da se stesse per evitar la violazione, e sebbene ammiri il loro spirito, pure è costretto dalla teologia, a condannare la temeraria lor presunzione. Forse il buon Vescovo d'Ippona fu troppo facile a credere, ugualmente che troppo rigido a censurare, questo atto di femminile eroismo. Lo venti fanciulle (se pur vi furono) che si gettarono nell'Elba, quando Magdeburgo fu preso d'assalto, si son moltiplicate fino al numero di mille e dugento: Vedi Harte _Istor. di Gustavo Adolfo_ Vol I. pag 308.