Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 06

Part 15

Chapter 153,458 wordsPublic domain

Mentre l'Italia era devastata da' Goti ed una serie di deboli tiranni opprimeva la Province di là dalle Alpi, l'Isola Britannica si separò dal corpo del Romano Impero[355]. Si erano appoco appoco ritirate le truppe regolari, che guardavano quella remota Provincia; e la Britannia restò abbandonata senza difesa a' pirati Sassoni, ed a' Selvaggi dell'Irlanda e della Caledonia. I Britanni, ridotti a tal estremità, non s'affidarono più al dubbioso e tardo soccorso d'una Monarchia decadente. S'armarono da loro stessi, rispinsero gl'invasori, e fecero con piacere l'importante scoperta della propria lor forza. Le Province Armoriche (nome che comprendeva i paesi marittimi della Gallia fra la Senna e la Loira)[356] afflitte da simili calamità, ed eccitate dal medesimo spirito, risolvettero d'imitar l'esempio della vicina Isola. Scacciarono esse i Magistrati Romani, che obbedivano all'autorità dell'usurpator Costantino; e fu stabilito un governo libero sopra un Popolo, ch'era sì lungamente stato soggetto all'arbitraria volontà d'un Signore. L'indipendenza della Britannia e dell'Armorica fu tosto confermata da Onorio medesimo, legittimo Imperatore dell'Occidente, e le lettere, con le quali commise ai nuovi Stati la cura della propria loro salvezza, possono interpretarsi come un'assoluta e perpetua rinunzia dell'esercizio e dei diritti della Sovranità. Quest'interpretazione fu in qualche modo giustificata dall'evento. Dopo che gli usurpatori della Gallia, l'uno dopo l'altro, furon caduti, le Province marittime vennero restituite all'Impero. La lor obbedienza però fu imperfetta e precaria: la vana, incostante e tumultuosa disposizione del Popolo non s'accordava nè con la libertà, nè con la servitù[357]; e l'Armorica, sebbene non potesse lungamente conservare la forma di Repubblica[358], fu agitata da frequenti e rovinose sommosse. La Britannia non fu mai ricuperata[359]. Ma siccome gl'Imperatori saviamente accordarono l'indipendenza di quella remota Provincia, tal separazione non fu amareggiata colla taccia di tirannia o di ribellione; ed ai diritti di fedeltà e di protezione successero i vicendevoli o volontari ufizi di nazionale amicizia[360].

[A. 409-449]

Questa rivoluzione disciolse l'artificiosa fabbrica del governo civile e militare; e per il corso di quarant'anni, fino alla discesa de' Sassoni, l'indipendente paese fu governato dall'autorità del Clero, de' Nobili, e delle città Municipali[361]. I. Zosimo, che solo ci ha conservato la memoria di questo singolar avvenimento, con grande accuratezza osserva, che le lettere d'Onorio furono indiritte alle città della Britannia[362]. Sotto la protezione de' Romani si erano edificate in varie parti di quella gran Provincia novantadue considerabili città; e fra queste trentatre si distinguevano sopra le altre per l'importanza ed i maggiori privilegi che avevano[363]. Ciascheduna di queste città, come in tutte le altre Province dell'Impero, formava un corpo legale, ad oggetto di regolare la domestica lor polizia; e la podestà del governo municipale si distribuiva fra' Magistrati annuali, uno scelto Senato, e l'assemblea del Popolo, secondo l'original modello della costituzione Romana[364]. Queste piccole Repubbliche avevano il maneggio d'una pubblica entrata, l'esercizio della civile o criminale giurisdizione, e l'abitudine del consiglio e del comando pubblico, e quando si trovarono indipendenti, la gioventù della città e de' contorni di essa doveva porsi naturalmente sotto lo stendardo del magistrato. Ma il desiderio di godere i vantaggi, e di evitare i pesi della società politica, è una perpetua ed inesausta sorgente di discordia; nè si può ragionevolmente presumere, che la restaurazione della Britannica libertà fosse esente dal tumulto e dalla fazione. Gli audaci e popolari cittadini avranno frequentemente violato la superiorità della nascita e della fortuna; e gli orgogliosi Nobili, che si lagnavano di esser divenuti soggetti a' loro propri servi[365], avranno talvolta desiderato il regno d'un arbitrario Monarca.

II. La giurisdizione d'ogni città sull'addiacente campagna veniva sostenuta dall'influenza, che i principali Senatori vi esercitavano con le lor possessioni; e le città più piccole, i villaggi, ed i proprietari di terre provvedevano alla propria lor sicurezza con ricorrere alla protezione di queste nascenti Repubbliche. La sfera della loro attrazione era proporzionata a' lor respettivi gradi di popolazione e di ricchezza; ma i Signori ereditari di ampie tenute, che non eran oppressi dalla vicinanza d'alcuna potente città, aspiravano al grado di Principi indipendenti, ed esercitavano arditamente i diritti della guerra e della pace. I giardini e le ville, che dimostravano qualche debole imitazione dell'eleganza italiana, si dovettero presto mutare in forti castelli per servir di rifugio in occasione di pericolo agli abitatori della vicina campagna[366]; il prodotto della terra fu impiegato in comprare armi e cavalli, ed in mantenere una milizia di schiavi, di contadini, e di licenziosi satelliti; ed il Capitano dovette assumere, dentro il suo dominio, l'ufizio di civil magistrato. Alcuni di questi Capitani Britanni erano forse i veri discendenti degli antichi Re; e molti di più saranno stati tentati ad adottare quell'onorevole genealogia, ed a rivendicare gli ereditari loro diritti, sospesi dall'usurpazione de' Cesari[367]. La situazione e le speranze loro dovetter disporli ad affettare l'abito, il linguaggio, ed i costumi de' loro antichi. Se i _Principi_ della Britannia ricaddero nella barbarie, mentre le città procuravano di mantener le leggi ed i costumi di Roma, tutta l'isola dovè appoco appoco dividersi per la distinzione di due nazionali partiti, ancor essi dispersi in mille suddivisioni di fazioni e di guerre, prodotte dalle varie cause d'interesse e di sdegno. La pubblica forza, in vece d'essere unita contro i nemici di fuori, si consumava in oscure ed interne contese; ed il merito personale, che avrebbe potuto porre un buon Capitano alla testa de' suoi uguali, lo rendeva capace di soggiogare la libertà di qualche città vicina, e di pretendere un posto fra' _tiranni_[368], che infestarono la Britannia dopo lo scioglimento del Governo Romano. III. La Chiesa Britannica poteva esser composta di trenta o quaranta Vescovi[369] con un'adequata proporzione del Clero inferiore; e la mancanza di ricchezze (giacchè sembra che fossero poveri[370]) gli doveva costringere a meritar la pubblica stima con una decente ed esemplare condotta. L'interesse ugualmente che l'indole del Clero favoriva la pace e l'unione della divisa lor patria: ne' lor popolari discorsi potevan frequentemente inculcare salutari lezioni; ed i sinodi Episcopali erano i soli concilj, che potevano assumere l'autorità ed il peso d'un'assemblea nazionale. In questi concilj, dove i Principi ed i Magistrati sedevano mescolati co' Vescovi, potevan esser liberamente dibattuti gl'importanti affari dello Stato e della Chiesa, composte le differenze, formate nuove alleanze, imposti i tributi, spesso concertate, e talvolta eseguite molte savie risoluzioni; e v'è motivo di credere che in occasione d'estremo pericolo, s'eleggesse col generale assenso de' Brettoni un Pendragon, o Dittatore. Queste cure pastorali, così degne del carattere episcopale furono però interrotte dalla superstizione, e dallo zelo; ed il Clero Britannico di continuo s'affaticava a sradicare l'eresia Pelagiana, che esso abborriva come uno special disonore del proprio nativo paese[371].

[A. 418]

Egli è alquanto notabile, o piuttosto assai naturale, che la rivolta della Britannia e dell'Armorica dovesse introdurre un'apparenza di libertà nelle obbedienti Province della Gallia. In un Editto solenne[372] ripieno delle più forti proteste di quel paterno affetto, che i Principi esprimon sì spesso, e sentono sì di rado, l'Imperatore Onorio promulgò la sua intenzione di convocare un'assemblea delle sette Province: nome particolarmente attribuito all'Aquitania ed all'antica Narbonese, che avevano da gran tempo cangiato la celtica rozzezza loro colle utili ed eleganti arti dell'Italia[373]. Arles, che era la sede del governo e del commercio, fu destinata per luogo dell'assemblea, la quale ogni anno regolarmente durava ventotto giorni, dal quindici d'Agosto fino al tredici di Settembre. Era composta dal Prefetto del Pretorio delle Gallie, dai sette Governatori Provinciali, uno consolare, e sei Presidenti; dai Magistrati, e forse dai Vescovi di circa sessanta città; e da un competente, quantunque indeterminato numero dei più onorevoli ed opulenti possessori di terre, che potessero giustamente considerarsi come i rappresentanti del loro paese. Avevano essi la facoltà d'interpretare e di comunicar le leggi del loro Sovrano; di esporre gli aggravj e i desiderj dei loro costituenti; di moderare l'eccessivo o disugual peso delle tasse; e di deliberare sopra ogni materia d'importanza locale o nazionale, che potesse tendere a restituir la pace e la prosperità delle sette Province. Se tale instituto, che faceva prendere al Popolo un interesse nel proprio loro governo, si fosse universalmente stabilito da Traiano o dagli Antonini, si sarebbero potuti apprezzare e propagare nell'Impero di Roma i semi della virtù e della saviezza pubblica; i privilegi del suddito avrebbero assicurato il trono del Monarca; si sarebbero potuti in qualche modo impedire o corregger gli abusi d'un'amministrazione arbitraria, mediante l'interposizione di quei corpi rappresentativi; ed il paese sarebbe stato difeso contro i nemici stranieri, dalle armi dei liberi nazionali. Sotto il dolce e generoso influsso della libertà, il Romano Imperio avrebbe potuto durare invincibile ed immortale; o se l'eccessiva sua grandezza, e le vicende delle cose umane si fossero opposte a tal perpetua continuazione, i vitali membri, che lo formavano, avrebber potuto separatamente conservare la loro indipendenza e il vigore. Ma nella decadenza dell'Impero, allorchè s'era già esausto ogni principio di salute o di vita, la tarda applicazione di questo parzial rimedio non era capace di produrre alcuno importante o salutevol effetto. L'Imperatore Onorio esprime la sua sorpresa nell'aver dovuto costringere le ripugnanti Province ad accettare un privilegio, che esse avrebber dovuto ardentemente richiedere. Fu imposta una pena di tre, od anche di cinque libbre di oro a' rappresentanti assenti, i quali sembra che evitassero questo immaginario dono di costituzione libera, come l'ultimo ed il più crudele insulto dei loro oppressori.

NOTE:

[183] La serie de' fatti, dalla morte di Stilicone fino all'arrivo d'Alarico sotto Roma, non si trova che in Zosimo _Lib. V. p. 347, 350_.

[184] L'espressione di Zosimo; καταφρονησιν εμποιησαι τοις πολεμιοις αρκοντας; capaci d'eccitare il disprezzo a' nemici, è forte e vivace.

[185] «Eos qui Catholicae sectae sunt inimici, intra palatium militare prohibemus. Nullus nobis sit aliqua ratione conjunctus, qui a nobis fide et religione discordat.» _Cod. Theod. Lib. 16, tit. 5. leg. 42_, ed il Coment. del Gotofredo _Tom. VI. p. 364_. Questa legge fu interpretata nella massima estensione, e rigorosamente eseguita. (Zosimo _Lib. V. p. 364_).

[186] Addisson (nelle sue opere _vol. 2. p. 54 dell'Ediz. di Baskerville_) ha fatto una descrizione molto pittoresca della strada per l'Appenino. I Goti non avevano agio d'osservare le bellezze del prospetto; ma ebbero ben piacere di trovare che _Saxa intercisa_, stretto passo che Vespasiano aveva tagliato nel masso (Cluver. _Ital. antiq. Tom. 1. p. 618_) fosse totalmente abbandonato.

[187]

_Hinc albi Clitumni greges, et maxima taurus_ _Victima; saepe tuo perfusi flumine sdero_ _Romanos ad tempia Deum duxere triumphos._

Oltre Virgilio, molti altri Poeti Latini, Properzio, Lucano, Silio Italico, Claudiano ec., i passi de' quali posson trovarsi appresso Cluverio ed Addisson, hanno celebrato le trionfali vittime del Clitunno.

[188] Si è presa qualche idea della marcia d'Alarico dal viaggio d'Onorio fatto pei medesimi luoghi (Vedi Claudiano _in VI. conf. Honor. 404. 522_). La distanza misurata fra Ravenna, e Roma era 254 miglia Romane. _Itinerar. del Wesseling. p. 126_.

[189] La marcia e la ritirata d'Annibale son descritte da Livio (_Lib. XXVI. c. 7, 8, 9, 10, 11_) ed il Lettore si fa spettatore di quell'interessante scena.

[190] Si usarono tali comparazioni da Cinea, consigliere di Pirro, dipoi che fu tornato dalla sua ambasceria, in occasione della quale aveva esso diligentemente studiato la disciplina ed i costumi di Roma (Vedi Plutarco _in Pyrrho Tom. 2 p. 459_).

[191] Ne' tre _censi_ del Popolo Romano, che si fecero verso il tempo della seconda guerra Punica, i numeri sono 270213, 137108, 214000: vedi Liv. _Epitom. L. XX. Hist. Lib. XXVII. 36. XXIX. 37_. La diminuzione del secondo, e l'accrescimento del terzo pare sì enorme, che vari critici, nonostante l'uniformità de' Manoscritti, hanno sospettato nel testo di Livio qualche corruzione (Vedi Drakenborch _ad XXVII. 36_ e Beaufort _Republ. Rom. Tom._ 1. p. 325). Essi non avvertirono, che il secondo censo fu fatto solamente in Roma, e che il numero era diminuito non solo per la morte, ma anche per l'assenza di molti soldati. Nel terzo censo Livio espressamente dice, che de' Commissari particolari ebber la cura di passare in rivista le legioni. Da' numeri notati si dee sempre dedurre una duodecima parte sopra sessanta, e gl'incapaci di portar armi. (Vedi _Populat. de la France p. 72_).

[192] Livio risguarda questi due accidenti come gli effetti solo del caso e del coraggio. Io sospetto che ambedue fossero prodotti dall'ammirabile politica del Senato.

[193] Vedi Girolamo _Tom. 1. p. 169, 170 ad Eultoch._ Egli dà a Paola questi splendidi titoli _Graecorum stirps_, _saboles Scipionum_, _Pauli haeres_, _cujus vocabulum trahit_, _Martiae Papyriae matris Africani vera et germana propago_. Questa particolar descrizione suppone un titolo più solido, che il cognome di Giulio, che Tossono aveva comune con mille famiglie delle Province occidentali. Vedi l'Indice di Tacito, delle Iscrizioni del Grutero ec.

[194] Tacito (_Annal. III. 55_) afferma, che fra la battaglia d'Azio ed il regno di Vespasiano, il Senato fu di mano in mano ripieno di famiglie _nuove_, prese da' Municipj e dalle colonie d'Italia.

[195]

_Nec quisquam Procerum tentet (licet aere vetusto_ _Floreat, et claro cingatur Roma Senatu)_ _Se jactare parem; sed prima sede relicta_ Aucheniis, _de jure licet certare secando._ Claudian. _in Prob. et Olybrii Cons. 18_.

Tal complimento, fatto all'oscuro nome degli _Auchenj_, ha sorpreso i critici; ma tutti convengono, che qualunque sia la vera lezione di questo passo, non si può applicare il senso di Claudiano che alla famiglia Anicia.

[196] La data più antica negli annali del Pighio è quella di M. Anicio Gallo Trib. della Plebe nell'anno di Roma 506. Un altro Tribuno Q. Anicio nell'anno 508 si distingue coll'epiteto di Prenestino. Livio (XLV. 43) pone gli Anicj sotto le gran famiglie di Roma.

[197] Livio XLIV. 30, 31. XLV. 3, 26, 43. Ei pone in buona veduta il merito d'Anicio, e giustamente osserva, che la sua fama fu oscurata dal maggior lustro del trionfo Macedonico che precedè l'Illirico.

[198] Questi tre Consolati cadono negli anni di Roma 593, 818, e 967, ed i due ultimi ne' regni di Nerone e di Caracalla. Il secondo di que' Consoli si distinse solo per mezzo dell'infame sua adulazione: Tacit. _Annal. XV, 74_. Ma eziandio la testimonianza dei delitti, se hanno l'impronta della grandezza e dell'antichità, viene ammessa senza ripugnanza a provare la genealogia d'una casa nobile.

[199] Nel sesto secolo si fa menzione della nobiltà del nome Anicio con singolar rispetto dal Ministro d'un Re Goto d'Italia. (Cassiodoro, _Variat. L. X, Ep. 10, 12_).

[200]

_.... Fixus in omnes_ _Cognatos procedit honos; quemcumque requiras_ _Hac de stirpe virum, certum est de Consule nasci_ _Per fasces numerantur avi, semperque renata_ _Nobilitate virent, et prolem fata sequuntur_

Claudiano _in Prob. et Olyb. cons. 12. etc_. Gli Annii, il nome dei quali sembra essersi trasfuso nell'Anicia, notano i Fasti con molti Consolati, dal tempo di Vespasiano sino al quarto secolo.

[201] Può comprovarsi coll'autorità di Prudenzio (_in Symmach. l. 553_) il titolo di primo Senatore Cristiano, ed il disgusto de' Pagani verso la famiglia Anicia: vedi Tillemont _Hist. des Emper., Tom. IV. p. 183. V. p. 44._ Baron., _Annal. A. 312. n. 78. A. 322. n. 2._

[202] _Probus........ claritudine generis, et potentia et opum magnitudine cognitus orbi Romano, per quem universum pene patrimonia sparsa possedit, juste an secus non judicioli est nostri_. (Ammiano Marcell. XVII. 11). La moglie ed i figliuoli gli eressero un magnifico sepolcro nel Vaticano, che fu demolito al tempo del Pontefice Nicolò V. per dar luogo alla nuova Chiesa di S. Pietro. Il Baronio, che deplora la rovina di questo monumento Cristiano, ne ha diligentemente conservate le iscrizioni ed i bassi rilievi. (Vedi _Annal. Eccl. An. 395. n. 5. 17_).

[203] Due Satrapi Persiani andarono a Milano ed a Roma per udir S. Ambrogio, e per veder Probo (Paulin., _in vit. Ambros_.) Claudiano sembra che non abbia termini da esprimere la gloria di Probo (_in cons. Prob. et Olybr. 30, 60_).

[204] Vedi il poema, che Claudiano fece per i due nobili giovani.

[205] Secondino Manicheo, ap. Baron. _ann. 490. n. 34_.

[206] Vedi Nardini. _Roma antica, p. 89, 498, 500_.

[207]

«_Quid loquar inclusas inter laquearia sylvas;_ «_Vernula quae vario carmine ludit avis_».

Claud. Rutil. Numatian., _Itiner, v. III._. Il Poeta visse al tempo dell'invasione Gotica. Un moderato palazzo avrebbe occupato la possessione di quattro iugeri di Cincinnato (Val. Max. IV. 4.). «In laxitatem ruris excurrunt» dice Seneca _Ep. 114_. Vedi una giudiziosa nota di Hume (_Saggi vol. 1. p. 562 dell'ultima edizione in 8_).

[208] Questo curioso ragguaglio di Roma nel tempo d'Onorio si trova in un frammento dell'Istorico Olimpiodoro, ap. _Fozio, p. 197_.

[209] I figlj d'Alipio, di Simmaco, e di Massimo spesero nelle respettive loro Preture, chi dodici, chi venti, e chi quaranta centenari (o cento libbre d'oro). Vedi Olimpiodoro, ap. Fozio, p. 197. Tale stima popolare ammette qualche estensione; ma è difficile spiegare una legge nel Codice Teodosiano (_Lib. VI. Tit. 4. leg. 5._) che determina la spesa del primo Pretore a 25000 _folli_, del secondo a 20000, e del terzo a 15000. Il nome di _follis_ (Vedi _Mem. dell'Accad. delle Inscriz., Tom. XXVIII. p. 727_) si dava tanto ad una somma di 125 monete d'argento, che ad una piccola moneta di rame, ch'era 1/2625 di quella somma. Nel primo senso i 25000 folli sarebbero stati 150000 lire sterline: nel secondo solamente cinque o sei. L'uno sembra stravagante, l'altro è ridicolo. Bisogna che ve ne fosse una terza specie d'un valor medio, di cui s'intende di parlare in questo luogo; ma nel linguaggio delle leggi la ambiguità è una mancanza inescusabile.

[210] «Nicopolis... in Actiaco littore, sita possessionis vostrae, nunc pars vel maxima est»: Girolam. _in praef. Comm. ad Epistol. ad Tit. Tom. IX. p. 243_. Il Tillemont suppone assai stranamente, che questa fosse una parte dell'eredità di Agamennone. (_Mem. Eccl. tom. XII. pag. 85_).

[211] Seneca _Ep. 89_. Il suo stile è declamatorio; ma v'è appena declamazione, che possa esagerare l'avarizia ed il lusso de' Romani. Il Filosofo stesso meritava qualche specie di rimprovero, se è vero, che la sua rigorosa esazione dei _quadringenties_ (cioè più di trecentomila lire sterline) che egli aveva prestato ad un alto interesse, suscitò una ribellione nella Britannia (Dion. Cas. _l. 62. p. 1003_). Secondo la congettura di Gale (_Itinerar. d'Antonino in Britann. p. 92_) il medesimo Faustino godeva una possessione vicino a Bury in Suffolk, ed un'altra nel regno di Napoli.

[212] Volusio, ricco Senatore (Tacit., _Annal._ III. 30), preferiva sempre gli affittuali nativi del luogo. Columella, che da esso ebbe questa massima, discorre molto giudiziosamente su tal materia. (_De re rustica, lib. 1. c. 7. p. 408 edit. Gesner. Lips. 1735_).

[213] Il Valesio (_ad Ammian._ XIV. 6 ) ha provato coll'autorità del Grisostomo e d'Agostino, che a' Senatori non era permesso dar del denaro ad usura. Pure apparisce dal Codice Teodosiano (Vedi Gotofred. _ad lib. II. tit. XXXIII. Tom. I. p. 230, 289_) che si concedeva loro di prendere il sei per cento, o la metà dell'interesse legale, e quel ch'è più singolare, tal permissione accordavasi a' _giovani_ Senatori.

[214] Plinio, _Hist. Nat. XXXIII. 50_. Egli determina l'argento a sole 4380 libbre, che sono accresciute da Livio (XXX. 45) fino a 100,023. La prima somma pare troppo piccola per una opulenta città, e l'altra troppo grande per qualunque tavola privata.

[215] L'erudito Arbuthnot (_Tavole d'antiche monete p. 153_) ha osservato graziosamente, ed io credo con verità, che Augusto non aveva nè vetri alle sue finestre, nè una camicia indosso. Nel basso Impero l'uso del vetro e del lino divenne alquanto più comune.

[216] Io debbo spiegare le libertà, che mi ho prese intorno al testo d'Ammiano: 1. Ho unito insieme il Cap. 6 del libro XIV col cap. 4. del XXVIII; 2. Ho dato ordine e connessione alla massa confusa de' suoi materiali; 3. Ho mitigato alcune iperbole stravaganti, e tolto alcune superfluità dell'originale; 4. Ho sviluppato alcune osservazioni ch'erano accennate piuttosto che espresse. Con tali licenze, la mia versione in vero non si troverà litterale, ma è però fedele ed esatta.

[217] Claudiano, il quale pare che avesse letto l'istoria di Ammiano, parla di questa gran rivoluzione in uno stile assai meno cortigianesco:

_Postquam jura ferox in se communia Caesar_ _Transtulit, et lapsi mores desuetaque priscis_ _Artibus, in gremium pacis servile recessi._ _De bello Gildonico_, 49.

[218] La minuta diligenza degli Antiquari non è stata capace di verificar questi nomi straordinari. Io son d'opinione, che siano stati inventati dall'Istorico stesso, per evitare qualunque satira o applicazione personale. Egli è certo però, che le semplici denominazioni de' Romani furono appoco appoco prolungate sino al numero di quattro, cinque o anche sette pomposi cognomi, per esempio _Marcus Maecius Memmius Furius Balburius Caecilianus Placidus_. (Vedi Noris, _Cenotaph. Pis. diss. IV. p. 438_).

[219] I cocchi o _Carrucae_ de' Romani spesso eran d'argento sodo, superbamente intagliati e figurati, e gli arnesi delle mule o de' cavalli erano intarsiati d'oro. Tal magnificenza durò dal regno di Nerone fino a quello d'Onorio; e la via Appia era coperta di splendidi equipaggi di nobili, che venivano ad incontrar S. Melania, quando ritornò a Roma, sei anni prima dell'assedio Gotico (_Senec., epist. 87. Plin., Hist. Nat. XXXIII. 49. Paulin. Nolan., ap. Baron. Ann. Eccl. an. 397. n. 5_). La pompa però si è rettamente mutata nel comodo; ed una semplice carrozza moderna sulle molle è molto preferibile ai carri d'argento o d'oro dell'antichità, che posavano sugli assi delle rote, ed erano per lo più esposti all'inclemenza dell'aria.

[220] In un'omelia d'Asterio, Vescovo di Amasia, il Valois ha scoperto (_ad Ammian. XIV. 6_.) che questa era una nuova moda; che si rappresentavano in ricamo orsi, lupi, leoni e tigri, boschi, caccie ec., e che i più devoti vi sostituivano la figura, o la leggenda di qualche Santo lor favorito.

[221] Vedi Plin., _Hist. t. 6_. Tre grossi cignali furono tirati e presi ne' lacci senza interromper gli studi del filosofico cacciatore.