Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 06
Part 14
Il Generale chiamato Costanzo, che fece levare, col suo arrivo, l'assedio d'Arles, e dissipò le truppe di Geronzio, era nato Romano; e questa notevole distinzione è molto atta ad esprimere la decadenza dello spirito militare fra i sudditi dell'Impero. La forza e la maestà, che apparivano nella persona di quel Generale[334], lo facevano risguardare nell'opinione del Popolo come un candidato degno del Trono, al quale di poi salì. Nella conversazione della vita privata, le maniere di esso eran piacevoli ed attraenti; nè alle volte avrebbe sdegnato, nella licenza della tavola, di sfidare i pantomimi stessi nell'esercizio delle ridicole lor professioni. Ma quando la tromba invitavalo alla armi; quando montava a cavallo, e piegandosi quasi sul collo di esso (giacchè tale era il singolare costume di lui) fieramente girava i grandi e vivaci suoi occhi attorno al campo, allora Costanzo incuteva terrore ai nemici, ed inspirava la sicurezza della vittoria ne' suoi soldati. Egli avea ricevuto dalla Corte di Ravenna l'importante commissione d'estirpare i ribelli nelle province dell'Occidente; ed il preteso Imperator Costantino dopo un breve ed inquieto respiro, fu di nuovo assediato nella sua Capitale dalle armi d'un più formidabile nemico. Pure tale intervallo gli diede tempo per concludere un trattato coi Franchi e gli Alemanni ed Edobic suo ambasciatore in breve tornò alla testa d'un esercito a disturbare le operazioni dell'assedio d'Arles. Il Generale Romano, invece d'aspettare l'attacco nelle sue trincere, arditamente e forse con prudenza risolvè di passare il Rodano, e di andare incontro ai Barbari. Furono prese le opportune misure con tale abilità e segretezza, che mentre attaccarono essi alla fronte l'infanteria di Costanzo, furono ad un tratto assaltati, circondati e distrutti dalla cavalleria di Ulfila suo luogotenente, che tacitamente aveva occupato un posto vantaggioso dietro di essi. Gli avanzi dell'esercito d'Edobic si salvarono per mezzo della fuga o della resa; ed il loro Capitano si riparò dal campo di battaglia nella casa d'un infedele amico, il quale troppo chiaramente comprese, che il capo dell'infelice suo ospite sarebbe stato un gradito e lucroso dono pel Generale Imperiale. Costanzo in quest'occasione si portò con la magnanimità d'un vero Romano. Vincendo o sopprimendo qualunque sentimento di gelosia, pubblicamente riconobbe il merito ed i servigi d'Ulfila; ma rigettò con orrore l'assassino d'Edobic; e rigorosamente diede ordine, che il campo non fosse macchiato dalla presenza d'un ingrato ribaldo, che aveva violate le leggi dell'amicizia e dell'ospitalità. L'usurpatore, che dalle mura d'Arles vide la rovina delle ultime sue speranze, fu tentato ad aver qualche fiducia in un sì generoso conquistatore. Ei chiese una solenne promessa per la propria sicurezza e dopo aver ricevuto, mediante l'imposizione delle mani, il sacro carattere di Prete Cristiano, si avventurò ad aprir le porte della città. Ma tosto provò, che i principj d'onore e d'integrità, che potevan regolare l'ordinaria condotta di Costanzo, furono superati dalle libere dottrine della morale politica. Il Generale Romano ricusò, invero, di contaminare i propri allori col sangue di Costantino, ma il deposto Imperatore e Giuliano suo figlio furon mandati sotto forte guardia in Italia, ed avanti che arrivassero al palazzo di Ravenna incontrarono i ministri di morte.
[A. 411-416]
In un tempo in cui generalmente si confessava, che quasi qualunque uomo nell'Impero superava in merito perdonale i Principi, che l'accidente della nascita avea posto sul trono, una rapida successione di usurpatori continuò tuttavia a sorgere, senza considerare il destino di quelli che gli aveano preceduti. Questo disastro si fece specialmente sentire nelle province della Spagna e della Gallia, dove la guerra e la ribellione aveano estinto i principj dell'ordine e dell'ubbidienza. Prima che Costantino deponesse la porpora, e nel quarto mese dell'assedio d'Arles, s'ebbe notizia nel Campo Imperiale, che Giovino aveva preso il diadema a Metz nella Germania superiore, ad istigazione di Goar Re degli Alani, e di Gunziario Re de' Burgundi: e che il candidato, a cui aveano affidato l'Impero, s'avanzava con un formidabile esercito di Barbari, dalle rive del Reno a quelle del Rodano. Nella breve istoria del regno di Giovino, tutte le circostanze son oscure e straordinarie. Era naturale il supporre, che un animoso ed abile Generale, alla testa d'una vittoriosa armata, avrebbe sostenuto in un campo di battaglia la giustizia della causa di Onorio. La precipitosa ritirata di Costanzo avrebbe potuto giustificarsi con forti ragioni; ma egli abbandonò senza contrasto il possesso della Gallia, e Dardano, Prefetto del Pretorio, si rammenta come l'unico Magistrato, che ricusasse di prestar ubbidienza all'usurpatore[335]. Quando i Goti, due anni dopo l'assedio di Roma, si stabilirono nella Gallia, era naturale il supporre, che le loro inclinazioni si dovessero solamente dividere fra l'Imperatore Onorio, col quale di fresco avevan fatto alleanza, ed il deposto Attalo, che essi riservavano nel loro campo ad oggetto di fare nelle occasioni la parte di musico o di Monarca. Pure in un momento di disgusto (di cui non è facile assegnare il tempo o la causa) Adolfo si collegò coll'usurpatore della Gallia, ed impose ad Attalo l'ignominiosa incumbenza di negoziare il trattato che ratificò il proprio suo disonore. Siamo di nuovo sorpresi nel leggere, che Giovino, invece di risguardare l'alleanza dei Goti come il più stabil sostegno del suo trono, insultò con oscuro ed ambiguo linguaggio l'officiosa importunità d'Attalo; che disprezzando il consiglio del suo grande alleato, rivestì della porpora Sebastiano suo fratello; e che con la massima imprudenza accettò il servizio di Saro, allorchè questo bravo capitano e soldato d'Onorio fu provocato ad abbandonar la Corte d'un Principe, che non sapeva come premiare e come punire. Adolfo, educato in mezzo ad una stirpe di guerrieri, che stimavano il dovere della vendetta, come la parte più preziosa e più sacra della loro eredità, s'avanzò con un corpo di diecimila Goti ad incontrar l'ereditario nemico della casa di Balti. Attaccò Saro in un momento di negligenza, quando era accompagnato solo da diciotto o venti dei suoi valenti seguaci. Questa banda di Eroi, uniti dall'amicizia, animati dalla disperazione, ma finalmente oppressi dalla moltitudine, meritò la stima, senza eccitare la compassione dei loro nemici, ed appena il leone fu preso ne' lacci[336], fu immediatamente fatto morire. La morte di Saro sciolse la debole alleanza, che Adolfo tuttavia manteneva con gli usurpatori della Gallia. Ei prestò nuovamente orecchio ai dettami dell'amore e della prudenza, e presto assicurò il fratello di Placidia, che avrebbe subito mandato al palazzo di Ravenna le teste dei Tiranni, Giovino e Sebastiano. Il Re dei Goti eseguì la sua promessa senza difficoltà o dilazione. Gl'infelici fratelli non sostenuti da alcun merito personale, furon abbandonati dai Barbari loro ausiliari; e la breve opposizione, che fece Valenza, fu espiata dalla rovina d'una delle più nobili città della Gallia. L'Imperatore, eletto dal Senato Romano, che era stato promosso, deposto, insultato, restituito, di nuovo deposto, e di nuovo insultato fu alla fine abbandonato al suo destino; ma nell'atto di privarlo della sua protezione il Re Goto fu ritenuto o per pietà o per disprezzo dal fare alcuna violenza alla persona di Attalo. Il misero Attalo, rimasto senza sudditi e senz'alleati, s'imbarcò in un porto di Spagna per cercare qualche sicuro e remoto ritiro: ma fu sorpreso per mare, condotto alla presenza d'Onorio, fatto passare in trionfo per le strade di Roma o di Ravenna, ed esposto pubblicamente agli occhi della moltitudine sul secondo scalino del trono dell'_invincibile_ suo vincitore. Attalo si trovò sottoposto alla medesima pena, di cui nel tempo della sua prosperità fu accusato d'aver minacciato il suo rivale. Fu esso condannato, dopo l'amputazione di due dita, ad un perpetuo esilio nell'isola di Lipari, dove gli fu somministrato un decente sostentamento per vivere. Il resto del regno d'Onorio non fu disturbato da ribellioni; e si può osservare che nello spazio di cinque anni sette usurpatori avean ceduto alla fortuna di un Principe, che era per se stesso incapace di consiglio e d'azione.
[A. 409]
La situazione della Spagna, separata per ogni parte dai nemici di Roma per mezzo del mare, dei monti, e delle intermedie province, aveva assicurato la tranquillità di quel remoto e diviso paese, e possiamo risguardare come un sicuro sintomo di pace domestica l'avere pel corso di quattrocento anni la Spagna somministrato ben pochi materiali all'istoria del Romano Impero. I vestigi dei Barbari, che nel regno di Gallieno erano penetrati al di là dei Pirenei, furono tosto cancellati dal ritorno della pace; e nel quarto secolo dell'Era Cristiana le città d'Emerita o Merida, di Cordova, di Siviglia, di Bracara, di Tarragona si contavano fra le più illustri del Mondo Romano. Le varie produzioni del regno animale, vegetabile e minerale, migliorate e lavorate dall'arte d'un industrioso popolo, ed i particolari vantaggi delle provvisioni navali contribuivano a sostenere un esteso e profittevol commercio[337]. Vi fiorivan le arti o le scienze sotto la protezione degl'Imperatori, e se il carattere degli Spagnuoli s'era indebolito per causa della pace e della servitù, l'ostile avvicinamento dei Germani, che avevano sparto il terrore e la desolazione dal Reno fino ai Pirenei, parve che riaccendesse in loro qualche scintilla dell'ardor militare. Finattantochè la difesa delle montagna fu affidata alla robusta e fedel milizia del paese, questa rispinse con buon successo i frequenti attacchi dei Barbari. Ma tosto che le truppe nazionali dovettero cedere il posto ai soldati Onoriani, al servizio di Costantino, le porte della Spagna furono perfidamente aperte al pubblico nemico, circa dieci mesi prima del sacco di Roma fatto da' Goti[338]. La coscienza della propria colpa e la sete della rapina indusse le guardie mercenarie dei Pirenei ad abbandonare il loro posto, ad invitare le armi degli Svevi, dei Vandali, e degli Alani, ed a far più gonfiare il torrente, che con irresistibil violenza delle frontiere della Gallia scorse fino al mare dell'Affrica. Si posson descrivere le disgrazie della Spagna con le frasi del più eloquente suo storico, il quale in breve ha espresso le patetiche e forse esagerate declamazioni degli scrittori contemporanei[339]. «L'irruzione di tali popoli fu accompagnata dalle più terribili calamità; mentre i Barbari esercitarono indistintamente la lor crudeltà sulle sostanze dei Romani e degli Spagnuoli, e saccheggiarono con ugual furore le città e l'aperta campagna. Il progresso della fame ridusse i miserabili abitanti a cibarsi della carne dei loro simili; ed anche le bestie selvagge, che si moltiplicarono senza opposizione nelle boscaglie, furono irritate dalla sete del sangue e dall'impazienza della fame ad arditamente attaccare e divorare l'umana lor preda. Tosto comparve la pestilenza, inseparabile compagna della fame; una gran quantità di Popolo fu distrutta; ed i lamenti di quei che morivano, non facevano che eccitar l'invidia degli amici, che loro sopravvivevano. Finalmente i Barbari, sazi della strage e della rapina, ed afflitti dal mal contagioso, che essi stessi vi aveano introdotto, stabilirono la permanente loro dimora nello spopolato paese. L'antica Galizia, i limiti della quale contenevano il regno della vecchia Castiglia, fu divisa fra gli Svevi ed i Vandali: gli Alani si sparsero nelle Province di Cartagena, e di Lusitania, dal mare Mediterraneo all'Atlantico; ed il fertile territorio della Betica toccò in sorte a' Silingi, altro ramo della nazione Vandalica. Dopo aver regolato tal divisione, i conquistatori ed i nuovi lor sudditi contrassero certi reciproci vincoli di protezione e d'ubbidienza fra loro: si coltivaron di nuovo le terre, e furon di nuovo abitate le città ed i villaggi da un Popolo schiavo. La massima parte degli Spagnuoli si trovò anche disposta a preferire questa nuova condizione di povertà e di barbarie alle severe oppressioni del Governo Romano: ve ne furono però molti, che sempre sostennero la nativa lor libertà; e che ricusarono, specialmente nelle montagne della Galizia, di sottomettersi al giogo dei Barbari[340]».
[A. 414-415]
L'importante dono delle teste di Giovino e di Sebastiano aveva confermato l'amicizia d'Adolfo, e restituita la Gallia all'ubbidienza d'Onorio, cognato di lui. La pace però era incompatibile con la situazione e coll'indole del Re dei Goti. Volentieri dunque accettò la proposizione di rivolgere le vittoriose sue armi contro i Barbari della Spagna: le truppe di Costanzo impedirono che avesse comunicazione coi porti della Gallia, e dolcemente gli fecero dirigere la marcia verso i Pirenei[341]. Passò questi monti, ed in nome dell'Imperatore sorprese la città di Barcellona. La tenerezza d'Adolfo per la Romana sua sposa non fu diminuita dal tempo, nè dal possesso, e la nascita d'un figlio, chiamato col nome dell'illustre suo avo Teodosio, parve, che lo fissasse per sempre negl'interessi della Repubblica. La morte di questo fanciullo, il corpo del quale posto in una cassa d'argento fu depositato in una Chiesa vicino a Barcellona, afflisse i suoi genitori; ma il dispiacere del Re Goto fu sospeso dalle fatiche del campo, ed il corso delle sue vittorie fu presto interrotto da un domestico tradimento. Egli aveva imprudentemente preso al suo servizio uno dei seguaci di Saro, Barbaro d'animo ardito, sebbene piccolo di statura, in cui la segreta brama di vendicare la morte del suo amato Signore veniva continuamente irritata dai sarcasmi dell'insolente suo Principe. Fu Adolfo assassinato nel palazzo di Barcellona: una tumultuosa fazione fu causa, che si violassero le leggi della successione[342], e Singerico, fratello dell'istesso Saro, non attenente alla stirpe reale, fu posto sul trono dei Goti. Il primo atto del suo regno fu l'inumana uccisione de' sei figli di Adolfo, nati da un anterior matrimonio, ch'ei senza pietà strappò dalle deboli braccia d'un venerabile Vescovo[343]. La sfortunata Placidia, invece della rispettosa compassione che avrebbe dovuto eccitare nei petti più selvaggi, fu trattata con crudele e vergognoso insulto. La figlia dell'Imperator Teodosio, confusa in una folla di volgari schiave, fu costretta a camminare a piedi più di dodici miglia innanzi al cavallo d'un Barbaro, assassino d'un marito, che Placidia amava e piangeva[344].
[A. 415-418]
Ma Placidia ebbe presto il piacere della vendetta; e la vista degl'ignominiosi travagli di lei potè muovere uno sdegnato Popolo contro il Tiranno, che fu assassinato il settimo giorno della sua usurpazione. Dopo la morte di Singerico, la libera scelta della nazione diede lo scettro Gotico a Vallia, l'indole guerriera ed ambiziosa del quale parve nel principio del suo regno estremamente contraria alla Repubblica. Ei marciò in armi da Barcellona fino a' lidi del mar Atlantico, che gli Antichi veneravano e temevano come il confine del Mondo. Ma quando giunse al promontorio meridionale della Spagna[345], e dallo scoglio, dove ora è la fortezza di Gibilterra, osservò la vicina e fertile costa dell'Affrica, Vallia riprese i disegni di conquista, che la morte d'Alarico aveva interrotti. I venti ed i flutti sconcertaron di nuovo l'impresa dei Goti; e le menti di un superstizioso Popolo furono altamente commosse dai replicati disastri delle tempeste e dei naufragi. In tali circostanze il successore d'Adolfo non ricusò più di dare orecchio ad un ambasciatore Romano, le proposizioni del quale venivano invigorite dal vero o supposto avvicinamento d'un numeroso esercito sotto la condotta del valoroso Costanzo. Si stipulò, e si mantenne un solenne trattato: Placidia fu restituita onorevolmente al fratello; furono date agli affamati Goti seicentomila misure di grano[346]; e Vallia s'impegnò a combattere in servizio dell'Impero. S'eccitò immediatamente una sanguinosa guerra fra' Barbari della Spagna; e si dice, che i Principi contendenti fra loro mandassero lettere, ambasciadori, ed ostaggi al trono dell'Imperatore occidentale, esortandolo a rimanere spettatore tranquillo della lor pugna, il cui evento doveva esser favorevole pei Romani, attesa la vicendevole strage de' comuni loro nemici[347]. La guerra di Spagna fu ostinatamente sostenuta per tre campagne con disperato valore, e con vario successo; e le marziali operazioni di Vallia sparsero per l'Impero la superior fama dell'eroe Gotico. Egli esterminò i Silingi, che avevano irreparabilmente rovinato l'elegante abbondanza della Provincia della Betica. Uccise in battaglia il Re degli Alani; e gli avanzi di que' vagabondi Sciti, che scamparono dalla battaglia, invece d'eleggersi un nuovo condottiero, si cercarono umilmente un asilo sotto lo stendardo de' Vandali, coi quali essi poi furono sempre confusi. I Vandali stessi e gli Svevi cederono agli sforzi degl'invincibili Goti. Una promiscua moltitudine di Barbari, a' quali era stata impedita la ritirata, andò a rifuggirsi nelle montagne della Galizia, dove sempre continuarono in un angusto luogo e sopra uno sterile terreno ad esercitare le domestiche loro ed implacabili ostilità. Nell'orgoglio della vittoria, Vallia osservò fedelmente le sue promesse, rimise le sue conquiste di Spagna sotto l'ubbidienza d'Onorio; e la tirannia degl'Imperiali Ministri ben tosto ridusse l'oppresso popolo a sospirare il tempo della sua Barbarica servitù. Mentre l'evento della guerra era sempre dubbioso, i primi vantaggi delle armi di Vallia avevano incoraggiato la Corte di Ravenna a decretare gli onori del trionfo al debole suo Sovrano. Questi entrò in Roma come gli antichi conquistatori delle nazioni; e se i monumenti di servil corruzione non avessero da gran tempo avuto il destino che meritavano, probabilmente si vedrebbe che una folla di poeti e di oratori, di Magistrati e di Vescovi applaudirono alla fortuna, alla saviezza, ed all'invincibil coraggio dell'Imperatore Onorio[348].
[A. 419]
Tal trionfo si sarebbe potuto giustamente pretendere dall'alleato di Roma, se Vallia, prima di ripassare i Pirenei, avesse estirpato i semi della guerra di Spagna. I suoi vittoriosi Goti, quarantatre anni dopo aver passato il Danubio, si posero, secondo la fede de' trattati, in possesso della seconda Aquitania, Provincia marittima fra la Garonna e la Loira, sotto la civile ed Ecclesiastica giurisdizion di Bordò. Questa Metropoli, situata vantaggiosamente per il commercio dell'Oceano, era fabbricata in una forma regolare ed elegante; ed i molti suoi abitatori eran distinti fra' Galli per la ricchezza, per la cultura, e per la gentilezza delle loro maniere. L'addiacente Provincia, che si è graziosamente paragonata al giardino d'Eden, gode un terreno fruttifero ed un clima temperato; l'aspetto della campagna dimostrava le arti ed i premj dell'industria: ed i Goti, dopo i loro marziali travagli, lussuriosamente esaurivano le ricche vigne dell'Aquitania[349]. I confini Gotici s'estesero per l'aggiunta di alcune vicine diocesi date loro; ed i successori d'Alarico piantarono la lor residenza Reale in Tolosa, che conteneva cinque popolati quartieri o città dentro lo spazioso recinto delle sue mura. Verso il medesimo tempo, negli ultimi anni del regno d'Onorio, i Goti, i Borgognoni, ed i Franchi ottennero stabil sede, e permanente dominio nelle Province della Gallia. La liberal concessione, fatta dall'usurpatore Giovino a' Borgognoni suoi alleati, fu confermata dall'Imperadore legittimo; si cederono a que' formidabili Barbari le terre della Germania prima o superiore, ed essi appoco appoco, o per via di conquista, o di trattato, occuparono le due Province, che tuttavia ritengono, co' titoli di Ducato e di Contea, il nome nazionale di Borgogna[350]. I Franchi, valorosi e fedeli alleati della Repubblica Romana, furono presto tentati ad imitar gl'invasori, a' quali avevano sì valorosamente resistito. Le libere loro truppe saccheggiarono Treveri, capitale della Gallia; e la piccola colonia, che sì lungamente si conservò nel ristretto di Toxandria nel Brabante, insensibilmente si dilatò lungo le rive della Mosa e della Schelda, finattantochè l'indipendente loro potenza riempì tutta l'estensione della seconda o bassa Germania. Si possono sufficientemente giustificar questi fatti con prove istoriche: ma la fondazione della Monarchia Francese per opera di Faramondo, le conquiste, le leggi, ed anche l'esistenza di quell'Eroe, si sono giustamente attaccate dall'imparziale severità della moderna critica[351].
[A. 420]
La rovina delle opulenti Province della Gallia può prender l'epoca dallo stabilimento di questi Barbari, l'alleanza de' quali era pericolosa ed oppressiva, mentre venivano capricciosamente spinti dall'interesse o dalla passione a violare la pubblica pace. Fu imposto un grave e parzial tributo a' Provinciali, sopravvissuti alle calamità della guerra; le più belle e fertili terre furono assegnate ai rapaci stranieri per uso delle loro famiglie, de' loro schiavi e del loro bestiame; ed i nativi tremanti abbandonarono sospirando l'eredità dei loro maggiori. Tali domestiche disgrazie però, che rare volte affliggono un Popolo soggiogato, si erano provate ed inflitte da' Romani medesimi non solo nell'insolenza delle straniere conquiste, ma anche nel furore delle discordie civili. I Triumviri proscrissero diciotto delle più floride colonie d'Italia, e distribuirono le loro terre e case a' veterani, che vendicarono la morte di Cesare, ed oppressero la libertà della patria. Due Poeti di non ugual fama in simili circostanze hanno deplorato la perdita del loro patrimonio: ma sembra, che i legionari d'Augusto sorpassassero in violenza ed ingiustizia i Barbari, che invasero la Gallia sotto il regno d'Onorio. Non fu senza la massima difficoltà, che Virgilio evitò la spada del Centurione, che aveva usurpato le sue possessioni nelle vicinanze di Mantova[352], ma Paolino di Bordò ricevè una somma di danaro dal Gotico suo conquistatore, che fu da lui accettata con piacere e sorpresa; e quantunque essa fosse molto inferiore alla real valuta del suo patrimonio, quest'atto di rapina fu coperto di qualche colore di moderazione e d'equità[353]. Si mitigò l'odioso nome di conquistatori con la dolce ed amichevole denominazione di ospiti de' Romani; ed i Barbari della Gallia, specialmente i Goti, dichiararono più volte, ch'essi erano uniti al popolo co' vincoli dell'ospitalità, ed all'Imperatore mediante il dovere della fedeltà, e del servizio militare. Il titolo d'Onorio, e de' suoi successori, lo loro leggi, ed i civili lor Magistrati si rispettarono sempre nelle Province della Gallia, delle quali avevan ceduto il possesso a' Barbari alleati; ed i Re, ch'esercitavano una suprema e indipendente autorità su' nativi lor sudditi, erano ambiziosi del più onorevole posto di generali degli eserciti Imperiali[354]. Tanta era l'involontaria venerazione, che tuttavia il nome Romano imprimeva nelle menti di que' guerrieri, che avevan portato in trionfo le spoglie del Campidoglio.
[A. 419]