Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 05

Part 9

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[115] Lord Littleton ha riferito circostanziatamente (_Istor. d'Enric. II. Vol. I. pag._ 182.) e David Darymple ha brevemente rammentato (_Annal. di Scozia Vol._ I. _p._ 69) una barbara irruzione degli Scoti in un tempo (an. 1137) in cui la legge, la religione e la società dovevano avere addolcito gli antichi loro costumi.

[116] _Attacotti bellicosa hominum natio_: Ammiano XXVII. 8. Cambden ha restituito (_Introd. p._ CLIII) il loro vero nome nel testo di Girolamo. Le truppe degli Attacotti, che Girolamo aveva veduto nella Gallia, furono in seguito poste nell'Italia e nell'Illirico: _Notit. l._ VIII. XXXIX. XL.

[117] _Cum ipse adolescentulus in Gallia viderim Attacottos (o Scotos) gentem Britannicam humanis vesci carnibus; et cum per silvas porcorum greges et armentorum pecudumque reperiant, pastorum nates, et feminarum papillas solere abscindere; et has solas ciborum delicias arbitrari._ Tale è la testimonianza di Girolamo (_Tom._ II. _p._ 75), di cui non ho ragione di porre in dubbio la veracità.

[118] Ammiano ha succintamente descritto (XX. 1. XXVI. 4. XXVII. 8. XXVIII. 3.) tutta la serie della guerra Britannica.

[119]

_Horrescit... ratibus... impervia Thule._ _Ille... nec falso nomine Pictos._ _Edomuit, Scotumque vago mucrone secutus_ _Fregit Hyperboreas remis audacibus undas._

Claudian. in III. Cons. Honorii v. 53.

_.... Maduerunt Saxone fuso_ _Orcades: incaluit Pictorum sanguine Thule._ _Scotorum cumulos flevit glacialis Jerne._

_In IV. Consult. Honor._ v. 31. Vedasi anche Pacato (_in Paneg. veter. XII._ 5). Ma non è facile lo stabilire il valore intrinseco dell'adulazione e della metafora. Si paragonino le vittorie _Britanniche_ di Bolano (_Stat. Silv. V._ 2) col vero carattere di lui (_ap. Tacit. in vit. Agricol._ 6. 16).

[120] Ammiano fa spesso menzione del loro _concilium annuum, legitimum etc._ Leptis e Sabrata sono da gran tempo distrutte; ma la città di Oea, patria d'Apulejo, fiorisce ancora sotto la provincial denominazione di _Tripoli_. Vedi Cellar. _Geogr. antiq. Tom. II. P. II. pag._ 8. Danville _Geogr. Ancien. Tom. II. pag._ 71 72 e Marmol _Afrique Tom. II. pag._ 562.

[121] Ammiano XVIII. 6. Il Tillemont (_Hist. des Emper. T. V. p._ 25. 676) ha discusso le difficoltà cronologiche dell'istoria del Conte Romano.

[122] La cronologia d'Ammiano è sconnessa ed oscura; ed Orosio (l. VII. c. 33. p. 551 _edit. Havercamp._), sembra, che ponga la rivoluzione di Firmo dopo la morte di Valentiniano e di Valente. Il Tillemont (_Hist. des Emper. T. V. p._ 691) procura di sgombrar la strada. Ne' più sdrucciolevoli sentieri possiamo affidarci al paziente e sicuro mulo delle Alpi.

[123] Ammiano XXIX. 5. Il testo di questo lungo capitolo (di quindici pagine in quarto) è mutilato e corrotto; e la narrazione è ambigua per mancanza d'indicazioni cronologiche e geografiche.

[124] Ammiano XXVIII. 4. Orosio l. VII. c. 33. p. 551. 552. Girol. _Chron. p._ 187.

[125] Leone Affricano (_nei viaggi di Ramusio Tom. I. fol._ 78, 83) ha fatto una curiosa pittura sì del popolo che del paese, il quale vien più minutamente descritto nell'_Affrica di Marmol. Tom._ III. _p._ 1-54.

[126] Tale inabitabile zona fu appoco appoco ridotta, pei miglioramenti fatti all'antica geografia, da quarantacinque a ventiquattro o anche sedici gradi di latitudine. Vedi una dotta e giudiziosa nota del Dott. Robertson _Istor. d'Amer. Vol. I. p._ 426.

[127] _Intra, si credere libet, vix jam homines, et magis semiferi... Blemmyes, satyri_ ec. Pomponio Mela l. 4. p. 26. _Edit. Voss._ in 8. Plinio spiega _filosoficamente_ (VI. 35) le irregolarità della natura, che _con credulità_ egli aveva ammesse V. 8.

[128] Se il Satiro era l'Orang-outang, o la grande scimia umana di Buffon (_Hist. nat._ Tom. XIV. p. 43 ec.), potè realmente farsi veder vivo uno di quella specie in Alessandria nel regno di Costantino. Contuttociò resta sempre qualche difficoltà sopra la conversazione che ebbe S. Antonio con uno di quei pii Selvaggi nel deserto della Tebaide (Girol. _vit. Paul. Erem._ Tom. I. p. 238).

[129] S. Antonio incontrò anche uno di _questi_ mostri; l'esistenza dei quali fu sostenuta seriamente dall'Imperatore Claudio. Il pubblico se ne rideva; ma il suo Prefetto dell'Egitto ebbe la cura di mandare l'artificiosa preparazione di un corpo imbalsamato d'un _Hippocentauro_ che fu conservato quasi per un secolo nel palazzo Imperiale. Vedi Plin. (_Hist. nat._ VIII. 3) e le giudiziose osservazioni di Freret (_Mem. de l'Acad._ Tom. VII. p. 321).

[130] La favola de' pimmei è antica quanto Omero (_Iliad._ III. 6). I pimmei dell'India e dell'Etiopia erano (trispithami) alti ventisette pollici. Nella primavera marciava la lor cavalleria (sopra capre e montoni) in militare ordinanza per distrugger le ova delle grue: _aliter_ (dice Plin.) _futuris gregibus non resisti_. Le loro case erano formate di terra, di foglie e di gusci di conchiglie. Vedi Plin. VI. 35. VII 2., e Strabone l. II. p. 121.

[131] I Volumi III e IV della stimabile _Storia dei viaggi_ descrivono lo stato presente de' Neri. Le nazioni delle coste marittime si sono incivilite pel commercio Europeo; e quelle dell'interno del paese sono state migliorate dalle colonie Moresche.

[132] _Hist. Philos. e Polit._ Tom. IV. p. 192.

[133] È originale e decisiva la testimonianza d'Ammiano (XXVII 12). Si son consultati Mosè di Corene (l. III. c. 17. p. 249 e c. 24. p. 169), e Procopio (_De Bell. Pers. l. I. c._ 5. _p._ 17. _Ed. Louvr._), ma bisogna far uso con diffidenza e cautela di quest'istorici, che confondono i fatti fra loro distinti, ripetono i medesimi avvenimenti, e v'inseriscono stravaganti racconti.

[134] Forse Artagera o Ardis, sotto le mura di cui restò ferito Cajo nipote d'Augusto. Questa fortezza era situata sopra Amida, vicino ad una delle sorgenti del Tigri. Vedi Danville _Geogr. anc._ Tom. II. p. 106.

[135] Il Tillemont (_Hist. des Emper._ Tom. V. pag. 701) prova colla cronologia, che Olimpia deve essere stata madre di Para.

[136] Ammiano (XXVII. 12. XXIX. 1. XXX. 1. 2), ha descritto gli avvenimenti della guerra Persiana, senza le date. Mosè di Corene (_Hist. Armen. l. III. c._ 28. _p._ 261. _c._ 31. _p._ 266. _c._ 33. p. 271) somministra altri fatti; ma è sommamente difficile il distinguere il vero dal favoloso.

[137] Artaserse fu successore e fratello (cugino germano) del gran Sapore, e custode del suo figlio Sapore III (Agat. l. IV. p. 136. _Edit. Louvr._) Vedi l'_Istor. Univers._ Vol. XI. p. 86, 162. Gli autori di quell'opera disuguale hanno compilato i fatti della dinastia Sassania con erudizione e diligenza; ma è male inteso il metodo di dividere in due distinte storie le narrazioni Romane e le Orientali.

[138] Pacat. _in Paneg. Vet. XII._ 22. ed Oros. _lib. VII. c._ 34. _Ictumque tum foedus est, quo universus Oriens usque ad nunc_ (an. 416) _tranquillissime fruitur_.

[139] Vedi ap. Ammiano (XXX. 1.) le avventure di Para. Mosè di Corene lo chiama Tiridate; e racconta una lunga e non improbabile storia di Gnelo suo figlio, che in seguito divenne popolare nell'Armenia, e provocò la gelosia del Re allora regnante (l. III. c. 21, ec. p. 253).

[140] Sembra che il breve racconto del regno e delle conquiste d'Ermanrico sia uno dei più stimabili frammenti, che Giornande abbia preso (c. 28) dalle Gotiche storie d'Ablavio o di Cassiodoro.

[141] Il Buat (_Hist. des Peuples de l'Eur._ Tom. VI. p. 311, 329) va investigando, con maggiore industria che effetto, le nazioni domate dalle armi d'Ermanrico. Ei nega l'esistenza dei _Vasinobronci_, per causa dell'eccessiva lunghezza del loro nome. Eppure l'Inviato Francese a Ratisbona o a Dresda deve aver traversato il paese dei _Mediomatrici_.

[142] L'edizione di Grozio (_Jornandes_ p. 642) porta il nome di _Aestri_. Ma la ragione ed il MS. Ambrosiano hanno restituito quello di _Aestii_, i costumi e la situazione dei quali si rappresentano dal pennello di Tacito (_Germ. c._ 45).

[143] Ammiano (XXXI. 3) osserva in termini generali: _Ermenrichi... nobilissimi Regis, et per multa fortiter facta, vicinis gentibus formidati, ec._

[144] _Valens... docetur relationibus Ducum, gentem Gothorum ea tempestate intactam, ideoque saevissimam, conspirantem in unum ad pervadendum parari collimitia Thraciarum._ Ammiano XXVI. 6.

[145] Il Buat (_Hist. des Peuples de l'Europ. Tom. VI. p._ 332) ha con esattezza determinato il vero numero di questi ausiliari. I tremila d'Ammiano, ed i diecimila di Zosimo non erano che le prime divisioni dell'armata Gotica.

[146] Si trova descritta questa marcia e la successiva negoziazione nei Frammenti d'Eunapio (_Excerpt. legat. p._ 18. _Edit. Louvr._). I Provinciali, che in seguito divennero famigliari coi Barbari, trovarono la loro forza più apparente che reale. Essi erano alti di statura, ma avevano le gambe grosse, e le spalle anguste.

[147] _Valens enim, ut consulto placuerat fratri, cujus regebatur arbitrio, arma concussit in Gothos ratione justa permotus_: Ammiano (XXVII. 4.) poi continua a descrivere non già il paese dei Goti, ma la pacifica ed obbediente provincia della Tracia, che non era attaccata dalla guerra.

[148] Eunap. _in Excerpt. Leg. pag. 18 19._ Bisogna che il Greco Sofista risguardasse come una medesima guerra tutta la serie dell'istoria Gotica, sino alle vittorie, ed alla pace di Teodosio.

[149] La guerra Gotica è descritta da Ammiano, (XXVII. 5) da Zosimo (l. IV. p. 211 214) e da Temistio (_Orat. X. p. 129 141_). L'oratore Temistio fu invitato dal Senato di Costantinopoli a congratularsi col vittorioso Imperatore; e la sua servile eloquenza paragona Valente sul Danubio ad Achille sullo Scamandro. Giornandes ha tralasciato una guerra particolare ai Visigoti, e non gloriosa pel nome Gotico. Mascou _Istor. dei Germani VII. 3._

[150] Ammiano (XXIX. 6) e Zosimo (l. IV. p. 119 220) notano esattamente l'origine ed il progresso della guerra dei Quadi e de' Sarmati.

[151] Ammiano, che (XXX. 5) confessa il merito di Petronio Probo, ne ha con giusta asprezza censurato l'oppressivo governo. Quando Girolamo tradusse e continuò la Cronica d'Eusebio an. 380 (Vedi Tillemont Mem. _Eccl. Tom. XII. p. 53 626_) espresse la verità o almeno la pubblica opinione del paese con queste parole; _Probus P. P. Illirici iniquissimis tributorum exactionibus ante provincias, quas regebat, quam a Barbaris vastarentur, erasit: Chron. Edit. Scaliger. p. 187. Animad. p 259._ Il Santo contrasse in seguito un'intima e tenera amicizia con la vedova di Probo; ed il nome del Conte Equizio, meno a proposito in vero, ma senza molta ingiustizia è stato sostituito nel testo.

[152] Giuliano (_Orat. VI. p. 298_) descrive il suo amico Ificle come un uomo virtuoso e di merito, che erasi reso ridicolo ed infelice, adottando l'abito ed i costumi stravaganti de' Cinici.

[153] Ammiano XXX. 5. Girolamo, che esagera la disgrazia di Valentiniano, gli nega sino quest'ultima consolazione della vendetta: _Genitali vastato solo et inultam Patriam derelinquens: Tom. I. p. 26._

[154] Vedasi quanto alla morte di Valentiniano, Ammiano (XXX. 6), Zosimo (l. IV. p. 221), Vittore (_in Epitom._), Socrate (l. IV. c. 31) e Girolamo (_in Chron. p. 187, e Tom. I. p. 26 ad Heliodor._). Fra loro si trova gran varietà di circostanze; ed Ammiano è tanto eloquente che scrive senza alcun senso.

[155] Socrate (l. IV. c. 31) è l'unico testimone originale di questa stolta istoria, sì repugnante alle leggi ed ai costumi de' Romani, che appena merita la formale ed elaborata dissertazione del Bonamy (_Mem. de l'Acad. Tom. XXX. p. 394 405_). Pure io riterrei la natural circostanza del bagno, piuttosto che seguitare Zosimo, che rappresenta Giustina, come una vecchia vedova di Magnenzio.

[156] Ammiano (XXVII. 6) descrive la forma di questa militar elezione ed _augusta_ investitura. Pare che Valentiniano non consultasse, e neppur ne informasse il Senato di Roma.

[157] Ammiano XXX. 10. Zosimo l. IV. pag. 222, 223. Il Tillemont ha provato (_Hist. des Emper. T. V. p. 707, 709_) che Graziano regnò nell'Italia, nell'Affrica e nell'Illirico. Io ho procurato di esprimere la sua autorità negli stati del Fratello, in uno stile ambiguo, simile alla maniera con cui l'usava.

RIFLESSIONI D'IGNOTO AUTORE SOPRA I CAPITOLI XVII, XVIII, XIX, XX, XXI, XXII, XXIII, XXIV E XXV DELLA STORIA DELLA DECADENZA E ROVINA DELL'IMPERO ROMANO

DI

EDOARDO GIBBON

DIVISE IN TRE LETTERE

DIRETTE AI SIGG. FOOTHEAD E KIRK

INGLESI CATTOLICI

LETTERA I.

So per lunga esperienza, che l'amore del vero, e lo zelo per la Santa Religione Cattolica, che vi siete obbligati con giuramento solenne di propagare nella Inghilterra, dove nasceste, prevalgon di molto in cuore vostro allo spirito di patriottismo: e però non temo di confessarvi, che quanto più mi vado inoltrando nella lettura della Storia Romana del vostro Gibbon, tanto meno mi sembra meritevole di quelle lodi, che io sull'altrui relazione in presenza vostra incautamente gli tributai. A me par di vedere nel Sig. Gibbon uno scrittore per verità elegante ed erudito; ma che ora vergognosamente si contraddice, ora dà per indubitati dei fatti di Storia Ecclesiastica; i quali se non sono falsissimi, sono almeno dubbi, e non bene decisi; e per l'opposto nega ed oscura i meglio autenticati e i più certi, e ciò sempre a danno ed avvilimento del partito Cattolico; mostrando sempre un indicibil dispregio dei Santi Padri, depositari fedeli e sostenitori indefessi di quei venerabili dogmi, che egli malamente conosce, e sfigura. Non è già intenzione mia di tener dietro al Sig. Gibbon in tutti i suoi traviamenti: se io lo facessi, vi stancherebbero le mie riflessioni per la moltitudine e la lunghezza, e vi priverei di quel piacere che si gusta nel rilevare da se medesimo gli sbagli degli uomini, che menan rumore nella Repubblica letteraria. Ne farò adunque quante possan bastare a porre in chiaro l'asserzion mia: e per quel che riguarda la prima parte di essa mi ristringo a S. Atanasio, a Giuliano l'Apostata, ed al carattere generale dei Cristiani dei loro tempi.

Ecco adunque come il Sig. Gibbon parla del primo. _L'immortal nome di Atanasio non potrà mai separarsi dalla Dottrina Cattolica della Trinità._ Quindi è, che _essendo la causa di lui quella della verità, e della giustizia quella_, io dico, _della verità religiosa, il regno dell'Imperadore Costanzo restò infamato dalla ingiusta persecuzione del grande Arcivescovo intrepido campion della Fede Nicena, ed ospite venerando di Costantino_ il figlio, il quale _colla decenza del suo contegno si conciliò l'affezione del Clero non men che del popolo_: e rei pur furono di solenne _ingiustizia quelli Ecclesiastici Giudici_, che lo condannarono in Tiro.

Or se io dicessi, che noi _possiam diffidare delle proteste di rispetto, che quell'istesso Atanasio faceva all'Imperatore Costanzo_; che _egli in quel modesto equipaggio, solito ad affettarsi dalla politica e dall'orgoglio, faceva le visite Episcopali_; che _Arsenio era un'immaginaria sua vittima e suo segreto amico_; che _egli sì abbondante di difese rispetto ad Arsenio medesimo ed al calice, lasciò la grave accusa di aver fatto battere, ed imprigionare sei Vescovi senza risposta_; se io mettessi in _forse_, che _la ragione fosse veramente dalla parte di Atanasio_: se finalmente decidessi, che _la differenza tra homoousion, ed homoiusion essendo quasi invisibile all'occhio Teologico più delicato_, Atanasio mostrossi _avido di fama ed attaccato dal contagio del fanatismo_; neghereste voi mai, che io fossi oppostissimo di sentimento al Sig. Gibbon in riguardo a quel celebre Primate di Egitto? E come negarlo? Asserisce l'Autore, che il Clero deposto sotto Costanzo era _Ortodosso_, che la dottrina di Atanasio era _Cattolica_, che i Giudici di lui furono _ingiusti_; io per lo contrario direi, che buona parte di quella disputa fu più grammaticale che teologica, e che Atanasio fu ben fanatico a sacrificarsi se non per un dittongo, almeno per un vocabolo _proibito dal Concilio d'Antiochia_. Il Sig. Gibbon afferma, che il contegno di quel Santo era decente, ed attissimo a conciliarsi l'affetto universale: ed io in quel modesto equipaggio ravviserei l'orgoglio, la politica, e l'avidità della fama. Il Sig. Gibbon ripete sovente, che la giustizia e la verità, e per conseguenza la ragione assistevano la causa di Atanasio: io dubiterei se la ragione fosse veramente dalla sua parte: il Sig. Gibbon profonde per Atanasio luminosi titoli di _grande, d'immortale, di venerando_, io gli darei quelli di finto, di adulatore o di subdolo. Non valuto però molto quell'ultimo, perchè essendo lo stesso, che _Venerabile_, questo l'Autore lo trova benissimo conciliabile in S. Gregorio Nazianzeno con l'altro di _stolto_ e di _calunniatore_[158]. Nell'esporvi la mia ipotesi non ho fatto altra cosa, che trascrivervi letteralmente le parole del Sig. Gibbon, che voi potete riscontrare nel libro. Vi sarà dunque facile il conchiudere, che il Sig. Gibbon è in opposizione con se medesimo.

Dovremo noi credere a questo A. nel primo caso o sibben nel secondo? Io per me voglio credergli assolutamente nel primo; perocchè il carattere, che ivi fa di Atanasio è conforme a quello, che fanno di lui il Tillemont ed i Monaci Benedettini: ed egli stesso m'insegna, che _la diligenza del Tillemont e degli Editori Benedettini ha raccolto tutti i fatti ed esaminata ogni difficoltà concernente la vita del grande Atanasio_: e mi maraviglio che dimenticatosi di una regola così giusta, tratti Gioviano d'_adulatore, empio e stravagante_ per aver detto celestiali le virtù del S. Arcivescovo, ed averlo chiamato figura della Divinità[159], e con una nuova opposizione con se medesimo _non ammetta la delicatezza del Baronio, del Valesio_, e precisamente _del Tillemont nel rigettare l'aneddoto del rifugio di Atanasio in casa della bella vedova Alessandrina_, indegno certamente della gravità della Storia Ecclesiastica, ingiurioso alla memoria di un Santo sì illustre, e forse inventato dal livor degli Arriani. Ma che volete aspettarvi di coerente da un Autore, il quale ad onta degli _originali ed autentici monumenti, onde confessa esser giustificate le apologie e le lettere ai Monaci di Atanasio_ ha la stravaganza di dichiararsi di _prestarvi minor fede: perchè egli troppo vi apparisce, innocente e troppo assurdi gli avversari di lui_? Intanto con questo suo modo di pensare e di scrivere ci fa toccar con mano, come non vi ha assurdo delirio, di cui non sia capace un uomo preoccupato dallo spirito di religioso partito, o di una tolleranza sfrenata. Osservatelo più distintamente in Giuliano l'Apostata.

Già v'immaginerete, che egli debba esser l'Eroe del Sig. Gibbon, ed in sostanza è così. _Erano inimitabili_, dice egli, _le virtù di Giuliano_, ed il suo trono era _la sede della ragione, della virtù, e forse della vanità_, vanità, che il medesimo nostro Critico non si risovvenendo del _forse_ chiama _eccessiva_. Io non istarò a discutere quale alleanza possa darsi tra la vera virtù e la vanità: Teologia sarebbe questa troppo sublime per uno che applaude ai _Protestanti della Francia, della Germania, e dell'Inghilterra per aver sostenuta con l'armi la civile e religiosa lor libertà_ contro la teoria e la pratica costante dei primi Cristiani, e che giudica lo stesso Giuliano _tollerabil Teologo_ sebben sostenga che _Cristo è uomo puro, e che la Trinità non è dottrina nè di Paolo, nè di Gesù, nè di Mosè_. Chiederò solo al Sig. Gibbon primieramente, se Giuliano costantemente, o spesso almeno _si rammentava di quella fondamental massima di Aristotele, che la vera virtù si trova in ugual distanza fra gli opposti vizi_? Ora ei mi risponde, che _l'indole di Giuliano era di rammentarsene rare volte_. Dunque il trono di lui non era la sede della ragione e della virtù, ed il Sig. Gibbon si contraddice[160]. Domando a voi in secondo luogo, se l'ingiustizia, l'ingratitudine, la mala fede, la leggerezza di naturale siano ragionevoli e virtuose? Una simile domanda ecciterà forse le vostre risa, e forse il vostro sdegno. Incolpatene il Sig. Gibbon: egli è che mi obbliga a farvela. Imperciocchè se la _giustizia medesima parve che piangesse il fato di Ursulo tesorier dell'Impero, ed il suo sangue accusò l'ingratitudine di Giuliano, di cui si erano opportunamente sollevate le angustie dall'intrepida liberalità di quell'onesto Ministro_; se l'Imperatore stesso restò _profondamente colpito dai propri rimorsi_ per un attentato, che Ammiano (L. XX.) chiama _impurgabile_, o conviene ammettere un'ingiustizia ed una ingratitudine ragionevole e virtuosa, o d'uopo è confessare, che il trono di Giuliano non fu la sede della ragione e della virtù. Si obbligò ancora Giuliano con una promessa, che _avrebbe dovuto esser sempre inviolabile_, che se gli Egizi, i quali altamente richiedevano i doni fatti o illegittimamente o per imprudenza, _fosser comparsi in Calcedonia, avrebbe ascoltato in persona, e decise le lor querele_; ma intanto dal trono, che era la sede della ragione e della virtù, _partì un ordine assoluto, che vietando di trasportare a Costantinopoli Egizio veruno, esausta la loro pazienza e il denaro, furono costretti a tornare con isdegnosi lamenti al nativo loro paese_. Ma vi è di più. L'Imperatore, che occupava quel trono, sede della ragione e della virtù, sostenne _l'ingiustizia di escludere_ i Cristiani da tutti gli uffizi di fedeltà e di profitto, _maliziosamente_ rammentando loro, che non era lecito ad un Cristiano di usar la spada o della giustizia o della guerra, e _dissimulando più che potè l'ingiustizia_, che esercitavasi in nome di lui dai Ministri, (per quanta tara si debba fare all'espressioni degli Storici Ecclesiastici) _esprimeva il suo real sentimento intorno alla loro condotta con dolci riprensioni e con reali premi_ e per finirla, quell'Imperatore medesimo _leggiero di naturale ordinò senza prove_, che fosse immediatamente eseguita _la vendetta contro i Cristiani, ai quali un leggierissimo rumore_ imputava _l'incendio del Tempio di Dafne_. Con tutto ciò _affinchè sembri mancar qualche cosa alla grazia e perfezione della intera figura, bisogna guardare con minuta e forse malevola attenzione il ritratto di Giuliano_, poichè ei cercò sempre di unire l'_autorità_ con il _merito_, e la _felicità colla virtù_.