Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 05

Part 7

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L'Imperator d'Occidente, che aveva lasciato al fratello il comando del basso Danubio, riservò immediatamente a se stesso la difesa delle Province Retiche e Illiriche, che per tante centinaia di miglia estendevansi lungo il maggior fiume dell'Europa. L'attiva politica di Valentiniano era continuamente occupata in aggiunger nuove fortificazioni alla sicurezza della frontiera; ma l'abuso di tal politica provocò il giusto risentimento dei Barbari. I Quadi si dolsero che era stato preso dal lor territorio il suolo per una fortezza che si meditava di fare; e sostennero con tanta ragione e moderatezza le loro querele, che Equizio, Generale dell'Illirico, acconsentì a sospendere il proseguimento dell'opera, finattanto che fosse più chiaramente informato del volere del suo Sovrano. Questa bella occasione di far ingiuria a un rivale, e di avanzare la fortuna del proprio figlio, fu ardentemente abbracciata dal crudele Massimino, Prefetto o piuttosto tiranno della Gallia. Le passioni di Valentiniano non soffrivan opposizioni; ed egli prestò con credulità orecchio alle assicurazioni del suo favorito, che se fosse affidato allo zelo di Marcellino, suo figlio, il governo di Valeria e la direzione dell'opera, l'Imperatore non sarebbe stato più importunato dalle audaci rimostranze dei Barbari. I sudditi di Roma ed i nativi della Germania furono insultati dall'arroganza d'un giovane e indegno Ministro, che risguardava la rapida sua elevazione come la prova ed il premio del sublime suo merito. Egli affettò, per altro, d'ammettere la modesta istanza di Gabino, Re de' Quadi, con attenzione e riguardo: ma quest'artificiosa cortesia celava un oscuro e sanguinario disegno, ed il credulo Principe s'indusse ad accettare il premuroso invito di Marcellino. Io non so come variare la narrazione di delitti fra loro simili, o come riferire che nel corso d'un medesimo anno, ma in diverse lontane parti dell'Impero, l'inospita mensa di due Comandanti Imperiali fosse macchiata dal regio sangue di due ospiti ed alleati, crudelmente uccisi per ordine ed in presenza di essi. L'istesso fu il destino di Gabinio e quello di Para; ma in maniera molto diversa la crudel morte del Sovrano si risentì dalla servil indole degli Armeni e dal libero ed audace spirito dei Germani. I Quadi erano essi, in vero, assai scaduti da quel formidabil potere, che al tempo di Marco Antonino aveva sparso il terrore fino alle porte di Roma. Essi però avevano sempre armi e coraggio; questo fu animato dalla disperazione, ed ottennero il solito rinforzo di cavalleria dai Sarmati, loro alleati. Il perfido Marcellino fu tanto imprudente che scelse il momento, nel quale i veterani più bravi erano stati mandati a sopprimere la ribellione di Firmo; e tutta la Provincia era esposta con una debol difesa al furore dei Barbari esacerbati. Essi invasero la Pannonia nel tempo della raccolta; senza compassione distrussero tutto ciò che facilmente non potevano trasportare; e disprezzarono o demolirono le vuote fortificazioni. Alla Principessa Costanza, figlia dell'Imperator Costanzo, e nipote del gran Costantino, assai difficilmente riuscì di fuggire. La regia fanciulla che innocentemente avea sostenuta la ribellione di Procopio, era in quel tempo destinata per moglie all'Erede dell'Impero Occidentale. Traversava essa con uno splendido e non armato corteggio quella Provincia creduta pacifica. E la persona di lei fu salvata dal pericolo, ugualmente che la Repubblica dal disonore, mediante l'attivo zelo di Messala, Governatore di quelle Province. Appena egli seppe che il villaggio, dove ella s'era fermata per desinare, era quasi circondato dai Barbari, la pose in fretta sul proprio cocchio, e corse velocemente finchè giunse alle porte di Sirmio, che era distante ventisei miglia. Neppur questa città sarebbe stata sicura, se i Quadi ed i Sarmati si fossero speditamente avanzati, mentre i Magistrati del popolo erano in una generale costernazione. Il loro indugio concesse a Probo, Prefetto del Pretorio, tempo abbastanza di riprendere animo egli stesso, e di ravvivare il coraggio dei cittadini. Egli abilmente diresse i loro valorosi sforzi per riparare e fortificare le cadenti muraglie; e procurò l'opportuna ed efficace assistenza d'una compagnia di arcieri, per proteggere la capitale delle Province Illiriche. Sconcertati nei tentativi, che fecero contro le mura di Sirmio, gli irritati Barbari voltaron le armi contro il Generale della frontiera, al quale ingiustamente attribuivano la morte del loro Re. Non poteva Equizio mettere in campo che due legioni; ma contenevano esse il veterano vigore delle truppe Mesie e Pannonie. La ostinazione con cui disputaron fra loro i vani onori della precedenza e del grado, fu causa della lor distruzione; e mentre agivano con forze separate e con differenti disegni, sorprese furono e trucidate dall'operoso vigore della Sarmata cavalleria. Il buon successo di quest'invasione provocò l'emulazione delle confinanti tribù; e si sarebbe infallibilmente perduta la Provincia della Mesia, se il giovane Teodosio, Duce o militar Comandante della frontiera, non avesse, nella disfatta del pubblico nemico, segnalato un intrepido genio, degno dell'illustre suo padre e della sua futura grandezza[150].

[A. 375]

Lo spirito di Valentiniano, che allora risedeva in Treveri, fu profondamente commosso dalle calamità dell'Illirico; ma la stagione avanzata sospese l'esecuzione de' suoi disegni fino alla primavera seguente. Mosse egli in persona, con una parte considerabile delle truppe della Gallia, dalle rive della Mosella; ed ai supplichevoli Ambasciatori dei Sarmati, che l'incontraron per viaggio, rispose dubbiosamente, che quando fosse giunto al luogo dell'azione, avrebbe esaminato e deciso. Arrivato a Sirmio, diede udienza ai Deputati delle Province Illiriche, i quali altamente gloriaronsi della loro felicità sotto il prospero governo di Probo, Prefetto del Pretorio[151]. Valentiniano, ch'era lusingato da tali dimostrazioni di fedeltà e di gratitudine, dimandò imprudentemente al Deputato dell'Epiro, che era un filosofo Cinico d'intrepida sincerità[152], s'era egli stato inviato liberamente dai voti della Provincia? «Io son mandato (replicò Ificle) con lacrime e con lamenti da un popolo contro sua voglia». L'Imperatore s'arrestò: ma l'impunità de' suoi ministri fece stabilire la perniciosa massima che essi potevano opprimere i sudditi, senza offendere il servizio di lui. Una rigorosa ricerca sopra la loro condotta avrebbe medicato il pubblico disgusto. La severa condanna dell'uccisor di Gabinio era il solo mezzo che restituir potesse la confidenza dei Germani, e vendicar l'onore del nome Romano. Ma il superbo Monarca era incapace della magnanimità, che osa riconoscere una mancanza. Dimenticò egli la causa, solo si rammentò dell'ingiuria, e s'avanzò nel paese dei Quadi con un'insaziabile sete di vendetta e di sangue. Si giustificò agli occhi dell'Imperatore, e forse a quelli del Mondo l'estrema devastazione ed il promiscuo macello d'una barbara guerra dalla crudele equità delle rappresaglie[153], e tale fu la disciplina dei Romani e la costernazione del nemico, che Valentiniano ripassò il Danubio senza la perdita d'un solo uomo. Siccome aveva egli risoluto di totalmente distruggere i Quadi in una seconda campagna, stabilì i suoi quartieri d'inverno a Bregezio sul Danubio, vicino alla città di Presburgo nell'Ungheria. Mentre il rigore della stagione teneva sospese le operazioni di guerra, i Quadi fecero un umile tentativo di mitigare il furor del vincitore; ed i loro Ambasciatori, alla premurosa persuasione d'Equizio, furono introdotti nel consiglio Imperiale. Accostaronsi al trono inchinati ed in aria dimessa; e senza neppure osar di dolersi della morte del loro Re, affermarono con solenni giuramenti, che l'ultima invasione era solo imputabile ad alcuni sregolati ladroni, dal consiglio pubblico della nazione condannati ed abborriti. La risposta dell'Imperatore lasciò ad essi ben poca speranza di clemenza o di pietà. Egli rinfacciò loro, col più intemperante linguaggio, la lor viltà, ingratitudine ed insolenza. Gli occhi, la voce, il colore, i gesti esprimevano la violenza dello sfrenato furore di lui. Mentre tutto il suo aspetto era agitato da una passion convulsiva, un grosso vaso sanguigno ad un tratto gli si ruppe nel petto; e Valentiniano cadde senza parola nelle braccia dei suoi famigliari. Essi ebbero immediatamente la cura di nasconder la sua situazione alla moltitudine: ma in pochi minuti l'Imperator d'Occidente spirò in un'agonia dolorosa, ritenendo fino all'ultimo i suoi sentimenti, e cercando inutilmente di esprimere le sue intenzioni ai Generali e Ministri che circondavano il reale suo letto. Valentiniano aveva circa cinquantaquattro anni; e non mancavano che cento giorni a compire i dodici anni del suo regno[154].

[A. 375]

Un istorico Ecclesiastico attesta seriamente la poligamia di Valentiniano[155]. «L'Imperatrice Severa (io riferisco la favola ) ammise alla sua famigliar conversazione la bella Giustina, figlia d'un Governatore Italiano; ed espresse con sì grandi ed inconsiderate lodi la sua ammirazione di quelle nude bellezze, che aveva spesso vedute nel bagno, che l'Imperatore fu tentato d'introdurre una seconda moglie nel proprio letto; e con pubblico editto estese a tutti i sudditi dell'Impero l'istesso domestico privilegio, che aveva preso per se medesimo». Ma noi siamo assicurati dalla testimonianza della ragione e dell'Istoria, che i due matrimoni di Valentiniano con Severa e con Giustina furon contratti l'un dopo l'altro; e che ei si servì dell'antica permission del divorzio, che era sempre accordata dalle leggi, quantunque condannata dalla Chiesa. Severa fu madre di Graziano, il quale sembrò che riunisse in sè ogni diritto all'indubitata successione dell'Impero Occidentale. Egli era il figlio maggiore d'un Monarca, il glorioso regno del quale avea confermato la libera ed onorevol scelta dei suoi compagni soldati. Prima di giungere all'età di nove anni il regio fanciullo avea ricevuto dalle mani dell'indulgente suo padre la porpora ed il diadema col titolo d'Augusto; n'era stata solennemente confermata la scelta dal consenso ed applauso degli eserciti della Gallia[156]; ed erasi aggiunto il nome di Graziano a quelli di Valentiniano e di Valente in tutti gli atti legali del Governo Romano. Mercè del suo maritaggio con la nipote di Costantino, il figlio di Valentiniano acquistò tutti gli ereditari diritti della Famiglia Flavia, che in una serie di tre Imperiali generazioni s'erano confermati dal tempo, dalla religione, e dalla riverenza del popolo. Alla morte del padre il giovane reale aveva l'età di diciassette anni; e già le sue virtù giustificavano la favorevole opinione del popolo e dell'esercito. Ma Graziano si trovava senza timore nella reggia di Treveri, allorchè alla distanza di molte centinaia di miglia Valentiniano subitamente morì nel campo di Bregezio. Le passioni che sì lungo tempo erano state soppresse dalla presenza d'un dominante, immediatamente si ravvivarono nel consiglio Imperiale; e l'ambizioso disegno di regnare in nome di un fanciullo fu posto artificiosamente in effetto da Mellobaude e da Equizio, che avevano per sè l'amore delle truppe Illiriche ed Italiane. Immaginarono essi i più onorevoli pretesti per rimuovere i Capi del popolo e le truppe della Gallia, che avrebber potuto sostenere i diritti del legittimo successore; e suggerirono con un ardito e decisivo passo la necessità di estinguere le speranze dei nemici sì domestici che stranieri. L'Imperatrice Giustina, che era restata in un palazzo circa cento miglia lontano da Bregezio, fu rispettosamente invitata a venire nel campo col figlio del morto Imperatore. Il sesto giorno dopo la morte di Valentiniano, il Principe fanciullo dell'istesso nome, che non aveva più di quattr'anni, fu mostrato nelle braccia della propria madre alle legioni, e coll'acclamazion militare solennemente investito dei titoli e delle insegne del potere supremo. La savia e moderata condotta dell'Imperator Graziano impedì a tempo gli imminenti pericoli d'una guerra civile. Accettò volentieri la scelta dell'esercito; dichiarò che avrebbe sempre risguardato il figlio di Giustina come fratello, non come rivale; e consigliò l'Imperatrice a stabilire col figlio di Valentiniano la sua residenza a Milano nella bella e pacifica provincia dell'Italia, mentre egli assumeva il più difficil comando delle regioni oltre le alpi. Graziano dissimulò il suo sdegno finattanto che potesse con sicurezza punire, o svergognare gli autori della cospirazione: e sebbene si diportasse con uniforme tenerezza e riguardo verso il suo infante collega, tuttavia nell'amministrazione dell'Impero occidentale confuse appoco appoco l'uffizio di tutore coll'autorità di Sovrano. Si esercitava il governo del Mondo Romano unitamente in nome di Valente e dei suoi due nipoti: ma il debole Imperator Orientale, che in questa dignità successe al suo fratello maggiore, non ebbe mai peso od ascendente veruno nei consigli dell'Occidente[157].

NOTE:

[1] Le medaglie di Gioviano l'adornano di vittorie, di corone di lauro e di schiavi prostrati. Du Cange _Famil. Bizantin._ p. 52. L'adulazione è uno stolto suicidio: distrugge se stessa con le proprie mani.

[2] Gioviano restituì alla Chiesa τον αρχαιον κοσμον, _l'antico decoro_; espressione forte e significante; Filostorg. l. VIII. c. 5 _con le dissertazioni del Gotofredo_ p. 329, Sozomeno VI. c. 3. Si esagera da Sozomeno la nuova legge, che condannò il ratto o il matrimonio delle Monache (_Cod. Teodos._ l. IX. tit. XXV. leg. 2). Egli suppone che uno sguardo amoroso, l'adulterio del cuore, fosse punito con la morte dall'Evangelico Legislatore.

[3] Si confronti Socrate l. III c. 25. e Filostorgio l. VIII. c. 6. _con le dissertazioni del Gotofredo_. 330.

[4] La parola _celestiale_ esprime debolmente l'empia e stravagante adulazione dell'Imperatore verso l'Arcivescovo τἦ πρὸς τον θεὸν τὦν ολων ὁμὸιωσεως; _figura di Dio onnipotente_. Vedi la lettera originale appresso Atanasio Tom. II. p. 33. Gregorio Nazianzeno (_Orat. XXI._ p. 392.) celebra l'amicizia di Gioviano e di Atanasio. I Monaci d'Egitto consigliarono il Primate a far quel viaggio: Tillemont _Mem. Eccl. Tom._ VIII. p. 221.

[5] Il Bleterie rappresenta ingegnosamente Atanasio alla Corte d'Antiochia _Hist. de Jovien Tom. I._ pag. 131, 148. Egli traduce le singolari ed originali conferenze dell'Imperatore, del Primate d'Egitto, e de' Deputati Arriani. L'Abbate non si mostra soddisfatto delle rozze facezie di Gioviano; ma la parzialità dell'Imperatore per Atanasio prende a' suoi occhi il carattere di giustizia.

[6] Il vero tempo della sua morte è oscurato da varie difficoltà: (Tillemont _Mem. Eccl._ Tom. VIII. p. 719-723). Ma la data del 2. Maggio 373., che sembra più coerente all'istoria ed alla ragione vien confermata dall'autentica vita di lui. Maffei _Osservaz. Letterar. Tom. III._ p. 81.

[7] Vedi le osservazioni del Valesio e Jortin (_Rifles. sull'Istor. Eccl._ Vol. IV. p. 38.) sopra la lettera originale d'Atanasio conservataci da Teodoreto (l. IV. c. 3). In alcuni manoscritti vien tralasciata quell'imprudente promessa, forse dai Cattolici gelosi della fama profetica del loro Capo.

[8] Atanasio (ap. Teodoret. l. IV. c. 3) magnifica il numero degli Ortodossi, che riempivano tutto il Mondo; παρέξ ὸλὶγων των τα Αρεὶ ου Φρονουντὦν; _eccettuati alcuni pochi seguaci della dottrina d'Arrio_. Quest'asserzione fu verificata nello spazio di 30. o 40. anni.

[9] Socrate (l. III. c. 24.) Gregorio Nazianzeno, (_Orat. IV._ p. 131), e Libanio (_Orat. parent._ c. 148, p. 369) esprimono i viventi sensi delle rispettive loro fazioni.

[10] Temist. _Orat._ V. p. 63-71, _edit. Harduin. Paris_ 1684. L'Ab. della Bleterie giudiziosamente osserva (_Hist. de Jovien Tom._ II. pag. 199.) che Sozomeno ha passato in silenzio la general tolleranza, e Temistio lo stabilimento della religione Cattolica. Ciascheduno di essi ha voltato l'occhio lungi da quell'oggetto, che non gli piaceva, ed ha procurato di sopprimere quella parte dell'editto, che secondo la propria opinione, era meno onorevole all'Imperator Gioviano.

[11] Οι δε Αντίοχεις ουκ ηδεως δὶεκειντο πρὸς ὰυτὸν, ὰλλ’ έπεσκωπτον ὰυτὸν ωδαὶς καὶ παροδὶαις καὶ καλουμενοις Φαμωσοις: _E quelli d'Antiochia non si portavan piacevolmente verso di esso: ma l'insultavano con canzoni, con motti satirici, e con quelli che chiaman libelli famosi_. Giovanni Antioch. _in Excerpt. Valesian. p._ 845. Possono ammettersi le satire d'Antiochia anche su debolissime prove.

[12] Si paragoni Ammiano (XXV. 10.) che omette il nome dei Batavi, con Zosimo (l. III. p. 197.) che trasferisce la scena dell'azione da Reims a Sirmio.

[13] _Quos capita scholarum ordo castrensis appellat._ Ammiano XXV. 10, e Vales. _ib._

[14] _Cujus vagitus pertinaciter reluctantis, ne in curuli sella veheretur ex more, id quod mox accidit, protendebat._ Augusto ed i Successori di lui avevan chiesta rispettosamente la dispensa dell'età per li figliuoli o nipoti, che avevano innalzati al Consolato. Ma la sella curule del primo Bruto non era mai stata disonorata da un bambolo.

[15] L'Itinerario d'Antonino pone Dadastana distante 125 miglia da Nicea, e 117 da Ancira (Wesseling. _Itinerar._ p. 142). Il Pellegrino di Bordò, tralasciando alcune fermate, riduce tutto quello spazio da 242 a 181 miglia: Wesseling. p. 574.

[16] Vedi Ammiano (XXV. 10.) Eutropio (X. 18.), che potè per avventura trovarsi presente, Girolamo (Tom. I. p. 26. _ad Heliodorum_), Orosio (VII. 31), Sozomeno (l. VI. c. 6), Zosimo (lib. III. p. 197. 198.) e Zonara (Tom. II. l. XIII. p. 28. 29). Non può sperarsi un perfetto accordo fra loro, nè staremo a discutere le minute differenze che vi si trovano.

[17] Ammiano, dimenticatosi del solito suo candore e buon senso, paragona la morte dell'innocente Gioviano a quella del secondo Affricano, che aveva eccitato i timori e lo sdegno della fazion popolare.

[18] Grisostomo Tom. I, p. 336. 344. _Edit. Monfaucon_. L'oratore Cristiano procura di confortare la vedova con esempi d'illustri avversità; ed osserva che fra nove Imperatori (includendovi Gallo Cesare) che avevan regnato al suo tempo, due soli (Costantino e Costanzo) eran morti di morte naturale. Tali vaghe consolazioni non hanno mai servito ad asciugare una lacrima.

[19] Sembra, che dieci giorni difficilmente potessero esser sufficienti per la marcia e per l'elezione. Ma possiamo osservare in primo luogo, che i Generali potevano ordinar l'uso speditivo delle pubbliche poste, per se stessi, per i loro famigliari e per i messaggi; secondariamente, che le truppe marciavano, per comodo delle città, in più divisioni; e che la fronte della colonna poteva essere a Nicea, quando la retroguardia trovavasi ad Ancira.

[20] Ammiano XXVI. 1. Zosim. l. III. p. 198. Filostorg. l. VIII. c. 8. e Gotofred. _dissert._ p. 334. Filostorgio, il quale pare che avesse delle importanti ed autentiche notizie, attribuisce la scelta di Valentiniano al Prefetto Sallustio, al Generale Arinteo, a Dagalaifo Conte dei domestici, ed al patrizio Daziano, le pressanti raccomandazioni dei quali da Ancira ebbero una grande influenza nell'elezione.

[21] Ammiano XXX. 7. 9. e Vittore il giovane hanno somministrato il ritratto di Valentiniano, che dee naturalmente precedere ed illustrare l'istoria del suo regno.

[22] In Antiochia, dove era obbligato a seguire l'Imperatore nel tempio, ei percosse un sacerdote, che avea preteso di purificarlo coll'acqua lustrale. Sozomeno l. VI. c. 6. Teodoreto l. III. c. 15. Tal pubblica provocazione poteva convenire a Valentiniano; ma essa non dà luogo all'indegna accusa del filosofo Massimo, che suppone qualche più privata ingiuria. Zosimo l. IV. p. 200, 201.

[23] Socrate l. IV. Da Sozomeno (l. VI. c. 6.) e da Filostorgio (l. VII. c. 7. _con le Dissertazioni del Gotofredo p._ 293) vi si interpone un precedente esilio a Melitene o nella Tebaide. (Il primo potrebbe esser vero).

[24] Ammiano, in una lunga ed inopportuna digressione (XXVI. 1. e _Vales. iv._) inconsideratamente suppone d'intender egli una questione astronomica, della quale i suoi lettori siano all'oscuro. Essa è trattata con più giudizio, ed a proposito da Censurino (_De die Natal._ c. 20.) e da Macrobio (_Saturnal._ l. I. _c._ 12-16). Il nome di bisestile, che indica l'anno di cattivo augurio (Agostino _ad Januar. Epist._ 119.) è nato dalla ripetizione del giorno _sesto_ avanti le calende di Marzo.

[25] Il primo discorso di Valentiniano è pieno in Ammiano, (XXVI. 2.) conciso e sentenzioso in Filostorgio (l. VIII.).

[26] _Si tuos amas, Imperator, optime, habes fratrem: si Rempublicam, quaere quem vestias_: Ammiano XXVI. 4. Nella division dell'imperio, Valentiniano ritenne per sè quell'ingenuo Consigliere (c. 6.).

[27] _In Suburbano_ Ammiano XXVI. 4. Il famoso _Hebdomon_, o campo di Marte, era distante sette stadj, o sette miglia da Costantinopoli. Vedi Vales. ed il suo fratello. _Iv. e_ Ducange _Const. l._ II. _p._ 140, 141, 172, 173.

[28] _Participem quidem legitimum potestatis; sed in modum apparitoris morigerum, ut progrediens aperiet textus._ Ammiano XXVI. 4.

[29] Nonostante la testimonianza di Zonara, di Suida, e della Cronica Pasquale, il Tillemont (_Hist. des Emper. Tom._ V. _p._ 671.) brama di non dar fede a questi racconti sì vantaggiosi per un Pagano.

[30] Eunapio celebra ed esagera i patimenti di Massimo (p. 82. 83). Egli confessa però che questo Sofista o mago, reo favorito di Giuliano, e personal nemico di Valentiniano, fu rilasciato libero, mediante il pagamento d'una piccola multa.

[31] Il Tillemont (Tom. V. p. 21.) ha esaminato e confutato quelle illimitate asserzioni di general disgrazia che si trovano app. Zosimo l. IV. p. 201.

[32] Ammiano XXVI. 5.

[33] Ammiano dice in termini generali, _subagrestis ingenii, nec bellicis, nec liberalibus studiis eruditus_: Ammiano XXXI. 14. L'oratore Temistio, con l'impertinenza propria di un Greco, desiderò allora per la prima volta di parlar la lingua Latina, dialetto del suo Sovrano, την δὶαλεκτον κρατουσαν; _dialetto Imperiale_: Orat. VI. pag. 71.

[34] La parola ανεψὶος _cognatus consobrinus_, esprime un grado incerto di parentela, o di consanguinità. _Vedi Vales. ad Ammian_. XXIII. 3. Forse la madre di Procopio era sorella di Basilina madre dell'Apostata e del Conte Giuliano zio del medesimo. Du Cange _Fam. Byzant. p. 49._

[35] Ammiano XXIII. 3. XXIV. 6. Ei fa menzione di tal voce con molta dubbiezza. _Susurravit obscurior fama; nemo enim dicti auctor extitit verus_. Giova però l'osservare, che Procopio era Pagano; quantunque la sua religione sembra che non apportasse favore nè danno alle sue pretensioni.

[36] Tra i suoi luoghi d'asilo fu una casa di campagna dell'eretico Eunomio. Il padrone di essa era lontano, innocente, e non consapevole del fatto; pure appena evitar potè la sentenza di morte, e fu bandito nelle remote regioni della Mauritania: Filostorg. l. IX. c. 5. 8. e Gotofredo _Dissert. p. 369. 378._

[37] _Hormisdae maturo juveni, Hormisdae regalis illius filio potestatem Proconsulis detulit, et civilia, more veterum et bella recturo_; Ammiano XXVI. 8. Il Principe Persiano si trasse fuori da tal pericolo con onore e sicurezza, e dipoi (l'anno 380), gli fu restituito il medesimo straordinario uffizio di Proconsole della Bitinia (Tillemont _Hist. des Emper._ Tom. V. p. 204). Io non so se la razza di Sassan si propagasse. Trovo nell'anno 514 un Papa Ormisda; ma egli era nativo di Frusino nell'Italia (Pagi _Brev. Pontif. T. I. pag._ 247).

[38] Questa ribelle fanciulla fu in seguito moglie dell'Imperator Graziano; ma morì giovane e senza figli. Vedi Du Cange _Fam. Byzant. p._ 48, 59.

[39] _Sequimini culminis summi prosapiam._ Tale era il linguaggio di Procopio, che affettava di sprezzare l'oscura nascita e la fortuita elezione dell'ignobil Pannonio. Ammiano XXVI. 7.