Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 05
Part 5
Sei anni dopo la morte di Costantino, le rovinose irruzioni degli Scoti e dei Pitti richiesero la presenza del suo figlio minore, che regnava nell'Impero occidentale. Costante visitò i suoi stati Britannici; ma possiam formare qualche giudizio dell'importanza delle sue operazioni dal linguaggio del panegirico, che celebra soltanto il suo trionfo sugli elementi, o in altri termini la buona fortuna d'un salvo e felice passaggio dal porto di Bologna a quello di Sandwich[112]. Le calamità, che i miseri Provinciali continuavano a soffrire per la guerra di fuori, e per la domestica tirannia, furono aggravate dalla debole e corrotta amministrazione degli eunuchi di Costanzo; ed il passeggiero sollievo, che aver poterono dalle virtù di Giuliano, tosto svanì per l'assenza e la morte del loro benefattore. Le somme d'argento e d'oro, che erano state a gran fatica raccolte o generosamente trasmesse pel pagamento delle truppe, furono intercettate dall'avarizia de' Comandanti; pubblicamente vendevansi le dimissioni, o almen l'esenzioni dal servizio militare; la miseria dei soldati, che erano ingiustamente spogliati della legittima e scarsa lor sussistenza, gl'induceva a spesse diserzioni; erano rilassati i nervi della disciplina; e le pubbliche strade infestate dai ladroni[113]. L'oppressione dei buoni e l'impunità dei malvagi contribuivano ugualmente a sparger nell'isola uno spirito di malcontentezza e di ribellione; ed ogni suddito ambizioso, ogni esule disperato poteva concepire una ragionevole speranza di sovvertire il debole e distratto governo della Britannia. Le nemiche tribù Settentrionali, che destavan l'orgoglio e il potere del Re del Mondo, sospesero i domestici loro odj; ed i Barbari della terra e del mare, gli Scoti cioè i Pitti ed i Sassoni, si diffuser con rapido ed irresistibil furore dalla muraglia d'Antonino fino ai lidi di Kent. Nella ricca e fertil provincia della Britannia erasi accumulata ogni produzione della natura e dell'arte, ogni oggetto di comodità o di lusso, che quelli erano incapaci di formar col lavoro, o di procurarsi per via del commercio[114]. Un filosofo può deplorare in vero l'eterna discordia del genere umano; ma dovrà confessare, che la brama della preda è un eccitamento più ragionevole che la vanità della conquista. Dal tempo di Costantino fino a quello dei Plantageneti, questo rapace spirito continuò a dominare i poveri e robusti Caledoni; ma quell'istesso popolo, la generosa umanità del quale pare che inspirasse i canti d'Ossian, fu disonorato da una selvaggia ignoranza delle virtù della pace e delle leggi della guerra. I loro meridionali vicini han provato e forse esagerato le crudeli depredazioni degli Scoti e de' Pitti[115]; e gli Attacotti[116], valorosa tribù della Caledonia, prima nemici e poi soldati di Valentiniano, da un testimone di veduta sono accusati di essersi deliziati nel gustare la carne umana. Si dice, che quando andavano a caccia nei boschi, attaccavano più i pastori che il bestiame, e che avidamente sceglievano le più delicate e carnose parti, sì degli uomini che delle donne, cui essi preparavano per gli orridi loro conviti[117]. Se realmente si è trovata nelle vicinanze della commerciante e letterata città di Glascovia una razza di cannibali, si possono ravvisare nel corso dell'istoria Scozzese gli opposti estremi d'una vita selvaggia ed incivilita. Queste riflessioni tendono ad ampliare il giro delle nostre idee, ed a secondare la piacevole speranza, che la nuova Zelanda in qualche secolo futuro possa produrre l'Hume dell'emisfero Meridionale.
Ogni messaggio, che attraversar poteva il canale Britannico, portava alle orecchie di Valentiniano le più triste e terribili nuove; e l'Imperatore fu tosto informato, che i due militari Comandanti della Provincia erano stati sorpresi e tagliati a pezzi dai Barbari. Fu spedito in fretta Severo, Conte dei domestici, e con ugual celerità richiamato, dalla Corte di Treveri. Le rappresentanze di Giovino non servirono che ad indicar la grandezza del male; e dopo una lunga e seria deliberazione, fu affidata la difesa o piuttosto la ricuperazione della Britannia all'abilità del valoroso Teodosio. Le imprese di tal Generale, che fu padre d'una serie d'Imperatori, si son celebrate con particolar compiacenza dagli scrittori di quel tempo: era però degno del loro applauso il reale suo merito; e fu ricevuta dall'esercito e dalla provincia la scelta di lui, come un sicuro presagio di vicina vittoria. Ei prese il momento favorevole alla navigazione; e pose in terra sicure le numerose e veterane truppe degli Eruli e dei Batavi, de' Gioviani e dei Vittori. Nella sua marcia da Sandwich a Londra, Teodosio disfece vari corpi di Barbari, liberò una moltitudine di schiavi, e dopo aver distribuito ai soldati una piccola parte della preda, acquistossi la fama d'una disinteressata giustizia con restituire il rimanente ai legittimi proprietari. I cittadini di Londra, che avevan quasi disperato della loro salute, spalancaron le porte; ed appena Teodosio ebbe ottenuto dalla Corte di Treveri l'importante aiuto di un Luogotenente militare, e d'un Governatore civile, eseguì con saviezza e vigore il laborioso disegno di liberare la Britannia. Si richiamarono ai loro stendardi i soldati vaganti; un editto di general perdono dissipò i pubblici timori; ed il gradito suo esempio alleggerì il rigore della marzial disciplina. Il variabile metodo di guerreggiare dei Barbari, che divisi in più corpi infestavan la terra ed il mare, lo privò della gloria d'una segnalata vittoria; ma si conobbe il prudente spirito e la consumata perizia d'un Generale Romano nelle operazioni di due campagne, che liberarono l'una dopo l'altra ogni parte della provincia dalle mani d'un crudele e rapace nemico. Fu diligentemente restituito lo splendore alle città e la sicurezza alle fortificazioni dalla paterna cura di Teodosio, il quale con la forte sua destra confinò i Caledoni tremanti nell'angolo settentrionale dell'isola, e perpetuò col nome e con lo stabilimento della nuova provincia di _Valenza_ le glorie del regno di Valentiniano[118]. La voce della poesia e del panegirico può aggiungere forse con qualche grado di verità, che le incognite regioni di Tule imbrattate furon dal sangue dei Pitti; che i remi di Teodosio percossero i flutti dell'Oceano iperboreo; e che le remote Orcadi furon la scena della sua vittoria navale sopra i pirati Sassoni[119]. Ei lasciò la provincia con una buona e splendida reputazione, e fu immediatamente promosso al posto di Generale della cavalleria da un Principe, che applaudir poteva senza invidia al merito dei propri sudditi. Nell'importante posto dell'alto Danubio il conquistatore della Britannia represse e disfece le armate degli Alemanni, avanti d'esser destinato a sopprimere la ribellione dell'Affrica.
[A. 366]
III. Il Principe, che ricusa d'esser il giudice, insegna al popolo di risguardarlo come il complice dei suoi ministri. Si era per lungo tempo esercitato il comando militare dell'Affrica dal Conte Romano, ed a quel posto non era inferiore la sua abilità; ma siccome il sordido interesse era l'unico motivo di sua condotta, egli diportavasi in molte occasioni come se fosse stato nemico della provincia, ed amico dei Barbari del deserto. Le tre floride città di Oea, di Leptis, e di Sabrata, che sotto il nome di Tripoli avevano già da gran tempo stabilita una unione federativa[120], furon costrette per la prima volta a chiudere le porte contro un'ostile invasione; molti dei loro più onorevoli cittadini furon sorpresi e trucidati, saccheggiati i villaggi ed anche i sobborghi; ed estirpate le viti e gli alberi fruttiferi di quel ricco territorio dai maliziosi selvaggi della Getulia. I miseri Provinciali implorarono la protezione di Romano; ma presto si accorsero che il loro Governatore militare non era meno crudele e rapace dei Barbari. Poichè non erano essi capaci di somministrare i quattromila cammelli, e l'esorbitante donativo, che egli esigeva prima di marciare in soccorso di Tripoli, la sua domanda equivaleva a un rifiuto, e poteva esser giustamente accusato come l'autore della pubblica calamità. Nella annuale assemblea delle tre città, furono eletti due Deputati per portare a' piedi di Valentiniano la solita offerta di una vittoria d'oro, ed accompagnar questo tributo di dovere, piuttosto che di gratitudine, coll'umile loro querela di essere rovinati dal nemico e traditi dal loro Governatore. Se la severità di Valentiniano fosse stata ben regolata, avrebbe dovuto cadere sulla rea testa di Romano. Ma il Conte, molto esperto nelle arti della corruzione, avea mandato un veloce e fedel messaggiero per assicurarsi della venale amicizia di Remigio, Maestro degli Uffizi. La saviezza del consiglio Imperiale fu ingannata dall'artifizio, e raffreddatone il giusto sdegno dalla dilazione. Finalmente, quando la replica delle doglianze fu giustificata dalla reiterazione delle pubbliche angustie, fu spedito dalla Corte di Treveri il notaro Palladio ad esaminare lo Stato dell'Affrica e la condotta di Romano. Facilmente si disarmò la rigida imparzialità di Palladio; fu egli tentato a riservare per sè una parte del tesoro pubblico, che portava seco pel pagamento delle truppe; e dal momento, in cui fu testimone a se stesso del proprio delitto, non potè più ricusar d'attestare l'innocenza ed il merito del Conte. Si dichiarò frivola e falsa l'accusa dei Tripolitani; e da Treveri fu rimandato nell'Affrica Palladio stesso con una speciale commissione per iscuoprire e perseguitare gli autori di quell'empia cospirazione contro i rappresentanti del Sovrano. Le sue ricerche maneggiate furono con tanta destrezza e felicità, che obbligò i cittadini di Leptis, i quali di fresco avean sostenuto un assedio di otto giorni, a contraddire la verità dei propri loro decreti, ed a censurar la condotta dei lor deputati. Dalla temeraria e caparbia crudeltà di Valentiniano si pronunziò senza esitare una sanguinosa sentenza. Per espresso comando dell'Imperatore fu pubblicamente decapitato in Utica il presidente di Tripoli, che aveva preteso di aver compassione delle angustie della provincia; furon posti a morte quattro distinti cittadini come complici dell'immaginaria frode; e a due altri fu tagliata la lingua. Romano, superbo per l'impunità, ed irritato dalla resistenza continuò a godere il comando militare, finattanto che gli Affricani provocati furono dall'avarizia di lui ad unirsi allo stendardo ribelle di Firmo il Mauritano[121].
[A. D. 372]
Nabal, padre di lui, era uno dei più ricchi e potenti Principi Mauritani che riconoscessero la Sovranità di Roma. Siccome però aveva lasciato dalle sue mogli o concubine una numerosa prole, ardentemente si disputava intorno alla ricca sua eredità; e Zamma, uno de' suoi figli, in una domestica rissa fu ucciso da Firmo di lui fratello. L'implacabile zelo, col quale Romano procedè alla legittima vendetta di questo omicidio, si potrebbe attribuire soltanto ad un motivo di avarizia o di odio personale: ma in quest'occasione le sue pretensioni eran giuste; la sua influenza era potente; e Firmo chiaramente conobbe che egli o doveva presentare il collo al carnefice, o appellare dalla sentenza del concistoro Imperiale alla sua spada ed al popolo[122]. Esso fu ricevuto come il liberator della patria; ed appena si vide, che Romano non era formidabile che ad una sommessa Provincia, il Tiranno dell'Affrica divenne un oggetto d'universale disprezzo. La rovina di Cesarea, che fu saccheggiata e bruciata dai licenziosi Barbari, convinse le città refrattarie del pericolo che correvano resistendo; la potenza di Firmo si stabilì, almeno nelle Province della Mauritania e della Numidia; e pareva che egli non fosse più dubbioso che nell'assumere o il diadema di Re Mauritano o la porpora di Romano Imperatore. Ma gl'imprudenti ed infelici Affricani presto s'accorsero, che in questa inconsiderata rivoluzione non avevano a sufficienza esaminata la propria loro forza o l'abilità del lor condottiero. Avanti che questi aver potesse alcuna certa notizia, che l'Imperator d'Occidente avesse determinata la scelta di un Generale, o che si fosse preparata una flotta di trasporti alla bocca del Rodano, ad un tratto egli seppe che il Gran Teodosio con una piccola truppa di veterani avea preso terra presso a Igilgiti o Gigeri sulla costa dell'Affrica; ed il timido usurpatore fu oppresso dalla superiorità del valore e del genio militare. Quantunque Firmo avesse armi e danaro, pure la disperazione di vincere lo ridusse immediatamente all'uso di quegli artifizi che nel medesimo luogo ed in simili circostanze si erano praticati dall'astuto Giugurta. Ei tentò d'ingannare con un'apparente sommissione la vigilanza del Generale Romano, di sedurre la fedeltà delle sue truppe, e di prolungar la durata della guerra coll'impegnar l'una dopo l'altra le tribù indipendenti dell'Affrica ad abbracciare il partito, ed a proteggere la fuga di esso. Teodosio imitò l'esempio, ed ebbe il successo del suo predecessore Metello. Quando Firmo in aria di supplicante accusò la sua temerità, ed umilmente sollecitò la clemenza dell'Imperatore, il Luogotenente di Valentiniano lo accolse, e lo licenziò con un amichevole abbraccio; ma premurosamente richiese i sodi e sostanziali contrassegni d'un pentimento sincero; nè dalle assicurazioni di pace si potè mai persuadere a sospendere per un momento le operazioni d'un'attiva guerra. Dalla penetrazione di Teodosio fu scoperta un'oscura cospirazione; ed egli soddisfece, senza molta ripugnanza, il pubblico sdegno, che segretamente aveva eccitato. Molti de' rei complici di Firmo furono abbandonati, secondo il costume antico, al tumulto d'una esecuzion militare; molti altri più, mediante l'amputazione di ambe le mani, continuarono a presentare un istruttivo spettacolo d'orrore; l'odio dei ribelli era accompagnato da timore; ed il timore, che avevano dei soldati Romani, era mescolato con una rispettosa ammirazione. Fra le immense pianure della Getulia, e le innumerabili valli del monte Atlante era impossibile d'impedir la fuga di Firmo; e se avesse l'usurpatore potuto stancare la pazienza del nemico, avrebbe posto in sicuro la sua persona in fondo a qualche remota solitudine, ed avrebbe potuto aspettar la speranza di una ribellione futura. Ei fu vinto però dalla perseveranza di Teodosio, che avea fatto un'inflessibile risoluzione di non terminare la guerra che con la morte del tiranno, e d'involger nella rovina di lui qualunque nazione Affricana, che avesse ardito di sostenerne la causa. Alla testa d'un piccolo corpo di truppe, che rare volte eccedevano il numero di tremila cinquecento uomini, il Generale Romano avanzavasi con una costante prudenza, senza temerità e senza timore, nel cuore d'un paese, in cui veniva attaccato alle volte da eserciti di ventimila Mauritani. La fermezza della sua disciplina disordinava l'irregolarità dei Barbari; essi erano sconcertati dalle opportune ed ordinate sue ritirate; restavan continuamente delusi dagli ignoti ripieghi dell'arte militare, e sentirono e confessarono la giusta superiorità che aveva sopra di loro il Capitano d'una incivilita nazione. Allorchè Teodosio entrò negli estesi dominj d'Igmazen Re degli Isaflensi, l'altiero Selvaggio domandò in termini di diffidenza il suo nome, e l'oggetto di sua spedizione: «Io sono (replicò il forte e non timido Conte) io sono il Generale di Valentiniano, Signore del Mondo, che qua mi ha spedito a perseguitare e punire un disperato ladrone. Dàllo subito nelle mie mani; e sia certo, che se non obbedirai agli ordini dell'invincibile mio Sovrano, tu ed il popolo, su cui regni, sarete totalmente distrutti». Tosto che Igmazen fu convinto, che il suo nemico avea forza e risolutezza capace d'eseguire quella fatal minaccia, consentì a comprare una pace necessaria col sacrifizio d'un reo fuggitivo. Le guardie, che furon poste alla custodia della persona di Firmo, gli tolsero qualunque speranza di fuga; ed il Mauritano Tiranno, dopo d'aver estinto col vino il sentimento del pericolo, deluse l'insultante trionfo dei Romani, strangolandosi da se stesso la notte. Il suo cadavere, unico presente che Igmazen potè offerire all'Imperatore, fu con disprezzo gettato sopra un cammello; e Teodosio riconducendo le sue vittoriose truppe a Sitifi, fu salutato dalle più vive acclamazioni di gioia e di fedeltà[123].
[A. 376]
S'era perduta l'Affrica pe' vizi di Romano e ricuperata per le virtù di Teodosio: ora la nostra curiosità può vantaggiosamente occuparsi in investigare il trattamento che i due Generali rispettivamente ottennero dalla Corte Imperiale. Era stata sospesa l'autorità del Conte Romano dal Comandante generale della cavalleria; egli era stato posto in sicura ed onorevol custodia fino al termine della guerra. I suoi delitti eran dimostrati con le più autentiche prove; ed il pubblico aspettava con impazienza il decreto di una rigorosa giustizia. Ma il parziale e potente favore di Mellobaude l'animò a ricusare i legittimi suoi giudici, ad ottenere replicate dilazioni a fine di procurarsi una folla di favorevoli testimonianze, e finalmente a cuoprire la rea sua condotta coll'altro delitto della frode e della finzione. Verso il medesimo tempo, il restauratore della Britannia e dell'Affrica, sopra un incerto sospetto, che il nome ed i servigi di lui fossero superiori al grado di suddito, fu ignominiosamente decapitato a Cartagine. Non regnava più Valentiniano; e la morte di Teodosio non meno che l'impunità di Romano si può giustamente attribuire alle arti dei Ministri, che abusarono della confidenza, ed ingannarono l'inesperta gioventù dei suoi figli[124].
Se Ammiano avesse usato la geografica sua esattezza nel descrivere le operazioni Affricane di Teodosio, noi avremmo con ardente curiosità seguitato i distinti e domestici passi della sua marcia. Ma la tediosa enumerazione delle incognite e non interessanti tribù dell'Affrica, si può ridurre alla generale osservazione, che esse erano tutte della nera stirpe dei Mori, che abitavano gl'interni stabilimenti delle province della Mauritania e della Numidia, paese (come in seguito si è chiamato dagli Arabi) dei datteri e dello locuste[125]; e che come andava nell'Affrica decadendo la potenza Romana, insensibilmente si ristringevano i limiti della civiltà e dell'agricoltura. Oltre gli ultimi confini de' Mauritani, il vasto ed inospito deserto del Sud s'estende più di mille miglia fino alle rive del Nigro. Gli Antichi, i quali avevano una cognizione molto debole ed imperfetta della gran Penisola dell'Affrica, furono alle volte indotti a credere, che dovesse la zona torrida restare perpetuamente priva di abitatori[126]; ed alle volte divertivano la lor fantasia con empire quel voto intervallo di uomini o piuttosto di mostri[127], di satiri con le corna e col piede forcuto[128], di favolosi centauri[129], e di umani pimmei, che facevano un'audace e dubbiosa guerra contro le grue[130]. Cartagine avrebbe tremato alla strana notizia che le terre di là dall'equatore eran piene d'innumerabili popoli, i quali non differivano dall'ordinaria figura della specie umana, che nel colore; ed i sudditi del Romano Impero avrebbero potuto affannosamente aspettare, che quegli sciami di Barbari, che uscivan dal Settentrione, presto incontrassero dalla parte del Mezzogiorno nuovi sciami di Barbari ugualmente formidabili e fieri. Tali oscuri terrori si sarebbero invero dissipati dalla più esatta cognizione del carattere degli Affricani loro nemici. L'inazione per altro dei Neri non sembra che sia l'effetto nè della virtù, nè della pusillanimità loro. Soddisfano essi, come il resto degli uomini, le loro passioni ed appetiti; e le vicine tribù si trovan frequentemente impegnate in atti d'ostilità[131]. Ma la rozza loro ignoranza non ha inventata mai verun arme efficace di difesa o di distruzione; pare che siano incapaci di formare alcun piano esteso di governo o di conquista; e le nazioni della zona temperata facilmente hanno scoperta l'inferiorità delle loro potenze intellettuali; e ne hanno abusato. Ogni anno s'imbarcano dalla costa della Guinea sessantamila Neri per non tornar mai più al nativo loro paese; ma sono imbarcati in catene[132]; e tal continua emigrazione che nello spazio di due secoli avrebbe potuto somministrar eserciti da soggiogar tutto il globo, accusa la reità dell'Europa e la debolezza dell'Affrica.
[A. 365-378]