Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 05
Part 4
I. Gli Ambasciatori degli Alemanni erano stati offesi dalla dura ed altiera condotta di Ursacio, Maestro degli Uffizi[88], che per un atto d'inopportuna parsimonia avea diminuito il valore e la quantità dei presenti, ai quali essi avevan diritto, o per uso o per trattato, nell'innalzamento al trono dei nuovi Imperatori. Espressero e comunicarono essi a' loro nazionali un forte sentimento dell'affronto che facevasi alla nazione. Gli animi dei loro Capi, facilmente irritabili, furono inaspriti dal sospetto di esser disprezzati; e la marzial gioventù corse in folla a' loro stendardi. Avanti che Valentiniano fosse in istato di passare le alpi, i villaggi della Gallia erano in fiamme; e prima che il suo general Dagalaifo potesse andare incontro agli Alemanni, questi avevano già posto in sicuro gli schiavi e le spoglie nelle foreste della Germania. Al principio dell'anno seguente la militar forza di tutta la nazione ruppe in profonde e sode colonne il riparo del Reno nel mezzo al rigore d'un inverno settentrionale. Furon disfatti e feriti mortalmente due Conti Romani; e le bandiere degli Eruli e dei Batavi caddero nelle mani dei vincitori, che spiegarono con insultanti clamori e minacce il trofeo della loro vittoria. Le bandiere furono ricuperate: ma i Batavi non si eran purgati dalla macchia del disonore e della fuga loro agli occhi del severo lor giudice. Valentiniano era d'opinione, che i suoi soldati dovessero apprendere a temere il lor comandante, prima che potessero cessare di temere il nemico. Furono solennemente adunate le truppe, ed i tremanti Batavi circondati dall'esercito Imperiale. Valentiniano allora, salito sul Tribunale, quasi che sdegnasse di punir la codardia con la morte, impresse una nota d'indelebile ignominia negli uffiziali, la cattiva condotta e pusillanimità de' quali si trovò essere stata la prima occasione della disfatta. I Batavi furon deposti dal loro grado, spogliati delle armi, e condannati ad esser venduti per ischiavi al maggiore offerente. A questa tremenda sentenza le truppe caddero prostrate a terra; supplicarono che si calmasse lo sdegno del loro Sovrano; e si protestarono, che se gli avesse accordato loro di fare un'altra prova, si sarebbero dimostrati non indegni del nome di Romani e di suoi soldati. Valentiniano, che affettava ripugnanza, finalmente cedè alle loro istanze: i Batavi ripresero le armi, e con esse l'invincibil risoluzione di lavare il lor disonore nel sangue degli Alemanni[89]. Dagalaifo aveva scansato il principal comando, e quest'esperto Generale da cui erano rappresentate forse con troppa prudenza l'estreme difficoltà dell'impresa, ebbe la mortificazione di vedere avanti il termine della campagna, che il suo rivale Giovino cangiò quegli ostacoli in decisivi vantaggi sopra le forze disperse dei Barbari. Alla testa d'un ben disciplinato esercito di cavalleria, di infanteria e di truppe leggiere, Giovino s'avanzò con cauti e rapidi passi fino a Scarponna[90], nel territorio di Metz, dove sorprese una grossa divisione di Alemanni, prima che avessero tempo di prender le armi; ed animò i suoi soldati con la fiducia di una facile e non sanguinosa vittoria. Un'altra divisione o piuttosto armata nemica, dopo una crudele e licenziosa devastazione dell'adiacente paese, si riposava sulle ombrose rive della Mosella. Giovino, che aveva osservato il terreno coll'occhio di Generale, tacitamente si approssimò per mezzo d'una profonda e selvosa valle, fino a poter distintamente conoscere l'indolente sicurezza dei Germani. Alcuni stavan bagnando le robuste lor membra nel fiume: altri pettinavano i lunghi e biondi loro capelli; ed altri bevevano gran quantità di prezioso e delicato vino. Ad un tratto essi udirono il suono della tromba Romana; e videro nel loro campo il nemico. Lo stupore produsse il disordine; a questo successe la fuga e l'abbattimento; e la confusa moltitudine dei più bravi guerrieri fu trafitta dalle spade e dai giavelotti dei legionari e degli ausiliari. I fuggitivi corsero al terzo e più considerabile corpo, che si trovava nelle pianure Catalaunie vicino a Scialons nella Sciampagna; furono in fretta richiamati i distaccamenti sparsi ai loro stendardi, ed i Capi dei Barbari, ammoniti ed irritati dal fato dei loro compagni, si prepararono ad incontrare in una decisiva battaglia le vittoriose forze del Luogotenente di Valentiniano. Il sanguinoso ed ostinato combattimento durò tutta una giornata di state con egual valore e con dubbio successo. Ma prevalsero finalmente i Romani con la perdita di mille dugento soldati. Vi restarono morti seimila degli Alemanni, e quattromila feriti; ed il valente Giovino, dopo avere inseguito i fuggitivi residui del loro esercito fino alle sponde del Reno, tornò a Parigi a ricever l'applauso del suo Sovrano e le insegne del Consolato pel seguente anno[91]. Il trionfo dei Romani fu macchiato in vero dal trattamento che fecero al Re prigioniero, il quale fu da essi appiccato ad un patibolo, senza che lo sapesse lo sdegnato loro Generale. Questo vergognoso atto di crudeltà, che potrebbe imputarsi al furor delle truppe, fu seguito dalla deliberata uccisione di Witicab figlio di Vadomairo, Principe Germano, di costituzione di corpo debole ed infermiccia, ma d'ardimentoso e formidabile spirito. Il domestico assassino di lui fu instigato e protetto da' Romani[92]; e la violazione delle leggi d'umanità e di giustizia dimostra la segreta loro apprensione della debolezza del cadente Impero. Rade volte nei pubblici consigli si adotta l'uso del pugnal traditore, sin tanto che si conserva qualche fiducia nella forza aperta del brando.
[A. 368]
Mentre gli Alemanni sembravano umiliati dalle recenti loro calamità, restò mortificato l'orgoglio di Valentiniano dall'inaspettata sorpresa di Mogunziaco o Magonza, città principale dell'alta Germania. Nel tempo meno sospetto d'una solennità Cristiana, Rando ardito ed abile Capitano, che aveva lungamente premeditato l'attacco, passò improvvisamente il Reno; entrò nella non difesa città, e ritirossi con una gran quantità di schiavi d'ambedue i sessi. Valentiniano risolvè di prendere una severa vendetta sopra tutto il corpo della nazione. Fu ordinato al Conte Sebastiano d'invadere il loro paese con le truppe dell'Italia e dell'Illirico probabilmente dalla parte della Rezia. L'Imperatore in persona, accompagnato da Graziano suo figlio, passò il Reno alla testa d'un formidabile esercito, che era sostenuto d'ambe le parti da Gioviano e da Severo, Generali della cavalleria e dell'infanteria dell'Occidente. Gli Alemanni, essendo incapaci di impedire la devastazione dei loro villaggi, piantarono il campo sopra un'alta e quasi inaccessibil montagna nel moderno ducato di Virtemberga, e con fermezza aspettarono l'avvicinarsi dei Romani. Valentiniano espose la propria vita ad un imminente pericolo per l'intrepida curiosità, con cui volle persistere ad esplorare un passo segreto e non guardato. Una truppa di Barbari uscì ad un tratto da un'imboscata; e l'Imperatore, che spronò fortemente il cavallo verso una ripida e sdrucciolevole scesa, dovè lasciarsi dietro il proprio scudiere, e l'elmetto magnificamente ornato d'oro e di pietre preziose. Al segno di un assalto generale, le truppe Romane circondarono e salirono da tre diverse parti la montagna di Solicinio. Ogni passo che facevano, accresceva loro l'ardore, ed abbatteva la resistenza del nemico; e poscia che le riunite lor forze ebbero occupata la sommità del monte, impetuosamente spinsero i Barbari verso il declive settentrionale, dove era situato il Conte Sebastiano per impedir loro la ritirata. Dopo tal segnalata vittoria Valentiniano tornò ai suoi quartieri d'inverno a Treveri; dove promosse la pubblica gioia colla rappresentazione di trionfali e splendidi giuochi[93]. Ma il saggio Monarca, invece d'aspirare alla conquista della Germania, limitò la sua attenzione all'importante e laboriosa difesa della frontiera Gallica contro un nemico, la forza di cui era rinnovata da uno sciame di coraggiosi volontari, che di continuo venivano dalle più lontane tribù del Settentrione[94]. Sulle rive del Reno, dalla sua sorgente fino allo stretto dell'Oceano, s'eressero frequenti e considerabili fortezze ed opportune torri; l'ingegno d'un Principe, abile nelle arti meccaniche, inventò nuove operazioni e novelle armi; e le sue numerose reclute di gioventù, sì Romana che Barbara, venivano esercitate rigorosamente in tutti gli esercizi di guerra. Il progresso dell'opera, alla quale si opposero ora le modeste rappresentanze, ed ora gli attacchi dei nemici, assicurò la tranquillità della Gallia pei nove seguenti anni dell'amministrazione di Valentiniano[95].
[A. D. 371]
Questo prudente Imperatore, che diligentemente praticava le savie massime di Diocleziano, procurava di fomentare e d'eccitar le interne divisioni delle tribù della Germania. Verso la metà del quarto secolo il paese (probabilmente della Lusazia e della Turingia) da ambe le parti dell'Elba era occupato dall'incostante dominio dei Borgognoni, guerriero e numeroso popolo della razza dei Vandali[96], l'oscuro nome del quale appoco appoco s'estese ad un potente regno, e finalmente è restato ad una florida Provincia. Sembra, che la circostanza più considerabile negli antichi costumi dei Borgognoni fosse la diversità della civile ed ecclesiastica loro costituzione. Si dava il nome di _Hendino_ al Re o Generale, e quello di _Sinisto_ al sommo Sacerdote della nazione. La persona di quest'ultimo era sacra, e perpetua la sua dignità; ma il governo temporale tenevasi con un titolo molto precario. Se i successi della guerra intaccavano il coraggio o la condotta del Re, egli veniva immediatamente deposto; e l'ingiustizia dei propri sudditi lo faceva responsabile della fertilità della terra e della regolarità delle stagioni, che pareva dovere più propriamente spettare al dipartimento Sacerdotale[97]. Il dibattuto possesso di alcune saline[98] impegnava gli Alemanni ed i Borgognoni a frequenti contese; questi secondi facilmente furon tentati dalle sollecitazioni segrete e dalle generose offerte dell'Imperatore; e con vicendevol credulità s'ammise la favolosa lor discendenza dai soldati Romani, che erano stati anticamente lasciati di guarnigione nelle fortezze di Druso, come quella ch'era coerente al mutuo loro interesse[99]. Tosto comparve un'armata di ottantamila Borgognoni sulle rive del Reno; e con impazienza chiedevan l'aiuto ed i sussidi che Valentiniano avea loro promesso; ma lusingati furono a forza di scuse o dilazioni, finchè dopo avere inutilmente aspettato, furon costretti al fine di ritirarsi. Le armi e le fortificazioni della frontiera Gallica frenarono il furore del lor giusto sdegno; e la strage, che fecero dei prigionieri, servì ad inasprire l'odio ereditario dei Borgognoni e degli Alemanni. Si può spiegar forse l'incostanza del savio Principe, per qualche alterazione delle circostanze; e può anche darsi che il primo disegno di Valentiniano fosse quello di spaventare piuttosto che di distruggere; giacchè si sarebbe tolto ugualmente l'equilibrio del potere coll'estirpazione sì dell'una che dell'altra nazione Germanica. Fra i Principi Alemanni, Macriano, che col nome Romano apprese avea le arti di soldato e di politico, meritò l'odio e la stima di Valentiniano. L'Imperatore s'indusse a passare in persona con una leggiera e spedita truppa il Reno, si avanzò per cinquanta miglia nell'interno del paese, ed avrebbe infallibilmente ottenuto l'oggetto delle sue ricerche, se le giudiziose misure di lui non si fossero sconcertate dall'impazienza delle sue truppe. Macriano in seguito fu ammesso all'onore di una personale conferenza coll'Imperatore: ed i favori che ne ricevè, lo assodarono fino alla morte nella sincera e costante amicizia della Repubblica[100].
Era il paese coperto dalle fortificazioni di Valentiniano; ma le coste marittime della Gallia e della Britannia rimanevano esposte alle depredazioni dei Sassoni. Questo celebre nome, pel quale noi abbiamo un dolce e domestico interesse, sfuggì di vista a Tacito; e nelle carte di Tolomeo appena s'indica l'angusto collo della penisola Cimbrica, e le tre piccole isole verso la bocca dell'Elba[101]. Questo piccolo territorio, corrispondente al moderno Ducato di Slevvig o forse d'Holstein, non era capace di produrre quegli immensi sciami di Sassoni, che dominarono sull'Oceano, che empirono le isole Britanniche del proprio linguaggio, delle loro leggi e colonie, e che per tanto tempo difesero la libertà del Settentrione dalle armi di Carlo Magno[102]. Facilmente trarremo la soluzione di questa difficoltà dalla somiglianza dei costumi e dalla libera costituzione delle tribù della Germania, che si univano l'una coll'altra nelle più minute occorrenze di amicizia o di guerra. La situazione dei primitivi Sassoni li disponeva ad abbracciar le pericolose professioni di soldati o di pirati; ed il buon successo delle loro avventure doveva eccitare naturalmente la emulazione dei loro più bravi paesani, che erano disgustati della trista solitudine delle loro boscaglie e montagne. In ogni stagione scorrevano giù per l'Elba intere flotte di barche, piene di valorose ed intrepide compagnie, che aspiravano a vedere l'immenso aspetto dell'Oceano, ed a gustare la ricchezza ed il lusso di incogniti Mondi. Sembrerebbe però verosimile, che i più copiosi ausiliari dei Sassoni fossero somministrati dalle nazioni, che abitavan lungo i lidi del Baltico. Avevano esse armi e navi, l'arte della navigazione e l'abitudine della guerra marittima; ma la difficoltà di passar le colonne d'Ercole settentrionali[103], le quali per più mesi dell'anno eran chiuse dal ghiaccio, limitava la loro perizia e il loro coraggio dentro i confini d'uno spazioso lago. La fama dei fortunati successi di quelli, che navigavano dalla bocca dell'Elba, dovea ben presto incitarli ad attraversare lo stretto istmo di Slesvvig, ed a lanciare le loro navi nell'ampio mare. Le varie truppe di pirati e di avventurieri che combattevano sotto l'istesso stendardo, appoco appoco s'unirono in una società permanente, di ruberie a principio, e di governo in appresso. D'una confederazion militare a grado a grado formossi un corpo di nazione, mediante le dolci operazioni del matrimonio e della consanguineità; e le circonvicine tribù, che ne sollecitavano l'alleanza, presero il nome e le leggi dei Sassoni. Se il fatto non fosse renduto certo dalle più indubitabili prove, parrebbe che noi ci abusassimo della credulità dei nostri lettori, descrivendo i vascelli, nei quali i Sassoni pirati arrischiaronsi a scherzare coi flutti dell'Oceano Germanico, del canale Britannico, e della baia di Biscaglia. La chiglia delle lor larghe e piatte barche era formata di leggiero legname; ma i lati e le opere morte non eran che di vimini con una coperta di forti pelli[104]. Nel corso delle tarde loro e distanti navigazioni dovettero sempre trovarsi esposti a' pericoli, e molto spesso alla disgrazia del naufragio, e gli annali marittimi dei Sassoni furon senza dubbio ripieni di ragguagli delle perdite che essi fecero sulle coste della Britannia e della Gallia. Ma l'audace spirito dei pirati affrontò i pericoli tanto del mare che del lido; la lor perizia fu confermata dall'abitudine delle imprese; l'infimo dei loro marinari era ugualmente capace di maneggiare un remo e d'alzare una vela, che di regolare un vascello; ed i Sassoni si rallegravano all'aspetto d'una tempesta, che occultava i loro disegni, e dispergeva le flotte nemiche[105]. Dopo d'aver acquistato un'esatta cognizione delle Province marittime d'Occidente, estesero più oltre le loro depredazioni, ed i luoghi più remoti avean ragion di temere per la lor sicurezza. I navigli Sassoni pescavan sì poco, che potevan facilmente rimontar quaranta o cento miglia su pei gran fiumi; tanto piccolo era il loro peso, che trasportavansi sopra dei carri da un fiume all'altro; ed i pirati, che erano entrati nell'imboccatura della Senna o del Reno, potevan discendere pel rapido corso del Rodano giù nel Mediterraneo. Le Province marittime della Gallia furon molestate dai Sassoni sotto il regno di Valentiniano; fu posto un Conte militare a difesa della costa o del confine Armorico; e quest'uffiziale che non trovò la sua forza o abilità sufficiente all'impresa, implorò l'aiuto di Severo, Generale dell'infanteria. I Sassoni, circondati ed oppressi dal numero, furon costretti ad abbandonare le loro spoglie, ed a cedere una scelta truppa dell'alta loro e robusta gioventù per militare negli eserciti Imperiali. Essi non stipularono che una sicura ed onorevole ritirata; e facilmente accordossi tal condizione dal Generale Romano, che meditava un atto di perfidia[106] non meno inumano che imprudente, finchè restava in vita ed in armi un solo Sassone, che vendicar potesse la sorte dei suoi nazionali. Il prematuro ardore de' fanti, che erano stati posti segretamente in una profonda valle, manifestò l'imboscata: e sarebbero forse restati vittime del lor tradimento, se un grosso corpo di corazze, eccitato dallo strepito della pugna, non si fosse velocemente avanzato a trar d'angustia i compagni, e ad opprimere l'indomito valore dei Sassoni. Si salvarono alcuni prigionieri dal furor della spada per spargere il sangue nell'anfiteatro; e l'oratore Simmaco si duole, che ventinove di quei disperati selvaggi, strangolandosi con le proprie mani, avessero impedito il divertimento del Pubblico. Ciò nondimeno i filosofi ed i culti cittadini di Roma concepirono un profondo orrore, quando furono informati che i Sassoni consacravano agli Dei la decima delle loro prede _umane_, e che determinavano a sorte gli oggetti del barbaro sacrifizio[107].
II. Le favolose colonie degli Egizj e dei Troiani, degli Scandinavi e degli Spagnuoli, che lusingavano l'ambizione, e divertivano la credulità dei nostri rozzi antenati, sono insensibilmente svanite alla luce della scienza e della filosofia[108]. Il presente secolo è persuaso della semplice e ragionevole opinione, che le isole della Gran Brettagna e dell'Irlanda fossero appoco appoco popolate dal vicino continente della Gallia. Si è conservata la distinta memoria d'un'origine Celtica dalla costa di Kent fino all'estremità di Catness e d'Ulster nella costante somiglianza della lingua, della religione e dei costumi; ed i caratteri particolari delle tribù Britanniche possono attribuirsi naturalmente all'influenza di circostanze accidentali e locali[109]. La provincia Romana era ridotta allo stato di civile e pacifica servitù; i diritti della selvaggia libertà s'eran ristretti agli angusti confini della Caledonia. Gli abitanti di quella Settentrionale regione fino dal regno di Costantino eran divisi nelle due grandi tribù degli Scoti e dei Pitti[110], che dopo hanno avuto una sorte molto diversa. È restata estinta la potenza e quasi anche la memoria dei Pitti dai fortunati loro rivali; e gli Scoti, dopo d'aver conservato per più secoli la dignità d'un regno indipendente, hanno, mercè di un'uguale e volontaria unione, accresciuto l'onore del nome Inglese. La mano della natura aveva contribuito a fissare l'antica distinzione degli Scoti e dei Pitti. I primi abitavan nei monti, ed i secondi nel piano. La costa orientale della Caledonia può risguardarsi come un uguale e fertile paese, che anche in un rozzo stato d'agricoltura poteva produrre una quantità considerabile di grano; e l'epiteto di _cruitnich_, o mangiatori di frumento, esprimeva il disprezzo o l'invidia dei carnivori montanini. Può la cultura della terra introdurre una separazione più esatta di beni, e l'abitudine di una vita sedentaria; ma la passion dominante dei Pitti era sempre l'amore delle armi e della rapina; ed i loro guerrieri, che nel tempo della battaglia solevan nudarsi, eran distinti agli occhi dei Romani per uno strano costume che avevano, di colorire i lor corpi con vivi colori e con capricciose figure. La parte occidentale della Caledonia s'innalza irregolarmente in selvagge e nude montagne, che scarsamente compensano il travaglio dell'agricoltore, e sono con maggiore vantaggio impiegate nella pastura dei greggi. I montanari si diedero dunque alle occupazioni di pastori e di cacciatori; e siccome rade volte si fissavano in alcuna stabile abitazione, acquistarono l'espressivo nome di Scoti, che nella lingua Celtica dicesi equivalere a quello di ambulatori vagabondi. Gli abitanti di uno steril terreno furon costretti a cercare un altro sussidio di cibo nell'acqua. I profondi laghi, e le baie, che intersecano il loro paese, sono abbondantemente provvedute di pesce; ed appoco appoco s'arrischiarono a gettar le reti nell'Oceano. La vicinanza dell'Ebridi, sparse in tanta copia lungo la costa occidentale della Scozia, tentò la curiosità e migliorò la perizia loro; ed a grado a grado appresero l'arte o piuttosto l'abitudine di maneggiare le loro barche in un mar tempestoso, e di regolare il notturno loro corso col lume delle stelle ben note. I due acuti promontori della Caledonia quasi toccano i lidi di una spaziosa isola, a cui per la sua lussureggiante vegetazione fu dato il nome di _verde_, ed ha conservato con una piccola differenza lo denominazione d'_Erin_ o _Jerne_, o _Irlanda_. Egli è _probabile_, che in qualche distante periodo d'antichità le fertili pianure d'Ulster ricevessero una colonia di affamati Scoti, e che gli stranieri del Norte, che avevano ardito d'affrontare le armi delle legioni, dilatassero le loro conquiste sopra i selvaggi e non guerrieri abitanti d'un'isola solitaria. Egli è certo, che nella decadenza del Romano Impero, la Caledonia, l'Irlanda e l'isola di Man erano abitate dagli Scoti, e che quelle congiunte Tribù, spesso associate fra loro nelle imprese militari, erano altamente impegnate nei vari accidenti della respettiva loro fortuna. Essi tennero lungamente cara la viva tradizione del comune lor nome ed origine; ed i Missionari dell'isola de' Santi, che sparser la luce del Cristianesimo nella Britannia Settentrionale, stabilirono la vana opinione, che gli Irlandesi lor nazionali fossero i padri naturali non meno che spirituali della stirpe Scozzese. Ci è stata conservata questa incerta ed oscura tradizione dal venerabile Beda, che sparse qualche raggio di luce fra le tenebre dell'ottavo secolo. Su questo debole fondamento a grado a grado s'eresse una grossa fabbrica di favole dai Bardi e dai Monaci; due specie di persone, che ugualmente abusarono del privilegio di fingere. La nazione Scozzese, con orgoglio male inteso, adottò la sua Irlandese genealogia; e si sono adornati gli annali di una lunga serie di Re immaginari dalla fantasia di Boezio, e dalla classica eleganza di Bucanano[111].
[A. D. 343-366]