Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 05
Part 32
Ma che si pretende dal Sig. Gibbon, potrebbe dirmi un lettore poco avveduto, mentre egli confessa che _Gregorio era uno dei più eloquenti e pii Vescovi di quel tempo, un Santo, un Dottor della Chiesa, la sferza dell'Arrianesimo, la colonna della Fede ortodossa, un membro distinto del Concilio di Costantinopoli, in cui dopo la morte di Melezio esercitò l'uffizio di Presidente?_ Si pretende, per dirlo in breve, meno ironia, e più buona fede. Ed infatti se un tal elogio fosse sincero, come oserebbe, oltre il già divisato, di porre in ridicolo il Nazianzeno per aver raccontato _come uno stupendo prodigio, che nella nuvolosa mattina della sua istallazione, quando la processione entrò in Chiesa, comparve il sole_; mentre egli dichiarasi[685] di narrarlo soltanto per esser sembrato a molte persone un tratto di Provvidenza, avendo tanto contribuito a tranquillare gli animi dei Cattolici, ed a sedare il tumulto? E come potrebbe conchiudere la storia che riguarda Gregorio medesimo, dicendo che _la tenerezza del cuore e l'eleganza del genio riflette un più brillante splendore sulla memoria di lui, che il titol di Santo, che si è aggiunto al suo nome_[686]. Ma il fine che il Sig. Gibbon si è proposto con quel cumulo di titoli luminosi dati in quel luogo a Gregorio, ei medesimo lo manifesta, ed è per _impor silenzio all'importante bisbiglio della superstizione e del bigottismo_, argomentando _ad hominem_, come suol dirsi, sull'autorità delle adunanze del Clero[687] derise dal Santo e specialmente dal Concilio di Costantinopoli, _che ora trionfa nel Vaticano_, ma _su di cui i Papi lungamente avevano esitato_, di modo che _la loro dubbiezza rende perplesso, e quasi vacillante l'umile Tillemont_. E qui appunto è dove trionfa la malignità dello Storico. Imperciocchè se _la sobria testimonianza della storia dee accordare alla personale autorità dei Padri_, adunati in un Sinodo, un peso proporzionato al merito loro, leggete Teodoreto[688], e il Baronio[689], e vedrete che non vi è forse stato Concilio composto di un numero maggiore di Santi e di Confessori, quanto quello, di cui si ragiona. Ve ne furono certamente di qualità assai differenti, onde venne trattato con tal disprezzo dal Nazianzeno «jusqu'à l'appeller une assemblée d'oisons, et de grues, qui se bottoient, et se dechiroient sans discretion, une troupe de geais, et un essaim des guespes, qui sautoient au visage dés qu'on s'opposoit à eux». Cito la versione del testo fatta dal Tillemont[690], affinchè in secondo luogo osserviate, che egli _leggermente_, ma _ingenuamente_ al pari di _le Clerc_, ma però con minore impudenza, _indica tali passi_. E finalmente era pur necessario ad uno storico ingenuo l'avvertire, che quella lunga dubbiezza dei Papi intorno alle decisioni di quel Concilio è stata unicamente in rapporto alla disciplina ed alla polizia della Chiesa, e non intorno alla Fede: distinzione essenzialissima e già fatta dal S. Pontefice Gregorio M.[691]. Che poi il simbolo Costantinopolitano sia stato costantemente fin dalla più remota antichità riguardato dalla Chiesa universale siccome Regola inconcussa di Fede, dimostrasi ad evidenza coll'autorità del Concilio ecumenico Calcedonese celebrato soli ottant'anni dopo, di Gelasio Pontefice del V. secolo[692], di S. Gregorio M. che si protesta di venerare i quattro primi Concilj, numerando il Costantinopolitano in secondo luogo, come i quattro Evangelj[693], del V. Concilio ecumenico, in cui ciascuno dei Padri così professò: _suscipio Sanctas quatuor Synodos, et quae ab ipsis de una eademque fide definita sunt_; e per tacere le molte altre testimonianze arrecate da Lupo e Natale Alessandro[694], con quella di Fozio, il quale dice nel Libro _de Synod._ delle decisioni drammatiche del Concilio Costantinopolitano: _Quibus haud multo post et Damasius Episcopus Romae_ (allora vivente) _eadem confirmans, atque eadem sentiens accessit_.
Una somigliante misura di lodi e d'ingiurie possiam rilevarla eziandio relativamente ad Ambrogio, S. Arcivescovo di Milano. Poichè in un luogo asserisce il Sig. Gibbon che _l'attività del suo genio presto lo pose in istato di esercitare con zelo e con prudenza i doveri dell'Ecclesiastica potestà_: in un altro confessa che _egli nel più eminente grado riuniva in sè tutte le virtù Episcopali_, ed intanto ora il dileggia per aver encomiato il S. Vescovo Ascolio coi titoli di _murus fidei, gratiae, et sanctitatis,_ osservando con insulso e puerile motteggio, che _la prontezza e la diligenza di lui in correre a Costantinopoli, in Italia ec. non è virtù che convenga nè ad un muro, nè ad un Vescovo_; quasi che disdicesse ad un Vescovo l'intervenire ai Concilj, l'opporsi con intrepidezza Apostolica al furor degli Eretici, ed il non risparmiar fatiche e disagi per la tranquillità della Chiesa Universale[695]. Ora l'accusa per essersi _contraddetto ed avere sconvolto il suo sistema_ _teologico; assicurando_ che Valentiniano, quantunque non battezzato, _era stato introdotto senza difficoltà nelle sedi della beatitudine eterna: _ ora con la _sua ragionevolezza incredulo al par di Giustina sulla_ illuminazione del cieco Severo _deride le teatrali rappresentazioni, che si facevano per l'artifizio ed a spese dell'Arcivescovo_: ed ora infine pretende, che, insieme con gli altri Vescovi, Ambrogio fosse animato da uno spirito di persecuzione così crudele da procurare un _editto Imperiale per punire come capital delitto la violazione, la negligenza e anche l'ignoranza della divina legge_. Fermiamoci brevemente sopra ciascuno di questi articoli.
E primieramente qual contraddizione vi è mai a negare che senza il lavacro battesimale si dia la rigenerazione, e la remission dei peccati negl'infanti ed eziandio negli adulti, i quali quantunque credano, e facciano buone opere o senza cagione legittima lo differiscono o mancano di quella carità, che si domanda perfetta; e per lo contrario ad affermarlo di quelli, i quali, ardendo di carità, hanno un desiderio vivissimo di battezzarsi, ed in tale disposizione son colti da una morte non aspettata? Così conciliasi _senza stento_ S. Ambrogio con se medesimo da Chardon, e dagli altri Teologi, come sapete[696]. Aveva pertanto[697] ragione il S. Arcivescovo di consolare le Principesse Giusta e Grata, le quali erano dolentissime, che il loro fratello Valentiniano fosse morto senza battesimo, perchè ei conosceva a fondo la carità di quel Principe, il quale aveva esposta la propria vita per la salvezza degli uffiziali, contro i quali aveva macchinato il Conte Arbogaste: _Quid illud quod mori non timuit? Imo pro omnibus se obtulit... occidit itaque pro omnibus, quos diligebat_[698]; e sapeva altresì quanto ardentemente egli avesse bramato di battezzarsi: _Atqui etiam dudum hoc voti habuit, ut et antequam in Italiam venisset, initiaretur, et proxime baptizari a se velle significavit, et ideo prae ceteris causis me accersendum putavit_[699]. Del resto il linguaggio del Santo non è quello di uno che sia sicuro, che _Valentiniano fosse stato introdotto senza difficoltà nelle sedi della beatitudine eterna_, ma di uno che spera soltanto, benchè con fiducia, della salute di quel Sovrano: altrimenti sarebbe stato inutile il celebrare i sacri misterj per esso, ed il pregare dì e notte per lui e pel fratello, com'ei promette dicendo[700]. _Nulla nox non donatos aliqua precum mearum contextione transcurret, omnibus vos oblationibus frequentabo_. Ma siccome questo è un luminoso testo per provare la pratica già introdotta nel IV. secolo di pregare e di offerire il sacrifizio pei defunti; così conveniva o dissimularlo, o maliziosamente stravolgerlo.
Secondariamente io protesto di rinunziare _alla ragionevolezza del nostro secolo_ quand'io debba credere, ciò che raccontasi del cieco illuminato, nella scoperta dei corpi de' SS. Gervasio e Protasio _una teatrale rappresentazione che si faceva per l'artifizio, ed a spese dell'Arcivescovo_, e per conseguenza unirmi con gli Arriani a deriderla[701]. Sia pure testimone del fatto _Ambrogio medesimo_. Ma qui si trattava di una persona notissima: era noto il suo nome, nota la professione, note le sue vicende, noti coloro, che lo avevan soccorso nella sua cecità. Lo sia Paolino _Segretario_ di Ambrogio. Non avrà dunque la vita di S. Ambrogio scritta da esso il pregio _di una testimonianza originale_ accordatole liberamente dal Sig. Gibbon solo perchè un tal _miracolo proverebbe il culto delle Reliquie ugualmente che la fede Nicena?_ Di grazia permettetemi di esclamare con esso ad altro proposito: _oh! l'ammirabil regola di Critica!_ Lo sia per fine Agostino _proselito_ del medesimo. Sarà per questo la testimonianza di lui tanto sospetta da dover credere Ambrogio un impostore solenne? Eppure egli parla di un tal prodigio non solo nelle sue confessioni[702], ma ancora nella grand'Opera _de Civitate Dei_[703]; ed ivi ne parla come di un fatto avvenuto _immenso populo teste_, e nuovamente in un sermone recitato in Affrica lo ratifica come testimone _oculato_[704].
Nè vi deste a credere, che io pretendessi di sostener questo fatto come un articol di Fede[705]: esigo solo, che si ponga in bilancia tuttociò che lo rende credibile come quello che ad esso si oppone, e mi lusingo, che la ragionevolezza di qualunque lettore, non prevenuto contro i miracoli[706], avrà una conferma, che nella storia del Sig. Gibbon vi è il quarto tra i segni di malignità divinati di sopra[707].
Passiamo ora all'editto Imperiale rappresentatoci da questo novello Demade come una legge di Dracone vergata _non atramento sed sanguine_. Comprende forse quella porzione di legge generalmente tutti i sudditi dell'Impero, come li comprende il principio della celebre Costituzione _cunctos populos_, a cui ella appartiene, od almeno tutti i Cristiani? No certamente. Ella non altri riguarda, che i soli Vescovi, uffizio de' quali è, secondo l'Apostolo, _exhortari in doctrina sana, et eos qui contradicunt arguere_: e ciò deducesi dall'esser posta nel Codice Teodosiano[708] sotto il titolo = _de munere seu officio Episcoporum in praedicando verbo Dei_ =, ed è confermato dall'espressioni d'_ignoranza_ e di _negligenza_, le quali risguardano chi è destinato alla pubblica istruzione. Imperocchè i veri termini della legge non son già quelli del Codice di Giustiniano[709] contro la fede dei manoscritti, e del testo Greco allegati dal Sig. Gibbon, ma sono i seguenti = Qui divinae legis sanctitatem aut _nesciendo_ confundunt, aut _negligendo_ violant et offendunt, sacrilegium committunt =. Siccome poi il ministero dei Vescovi è sacrosanto, così gl'ignoranti, ed i trascurati ονομα Ψιλὸν περιφεροντες secondo l'espressione di S. Basilio, son dichiarati saviamente sacrileghi, cioè profanatori, ed indegni del lor ministero. Questa, e non altra, è la pena capitale minacciata dai Cesari in quell'editto. E poichè tra le quattro leggi, che son sotto il titolo _de crimine sacrilegii_ nel Codice di Giustiniano, appena una se ne ravvisa, che tratti del vero e proprio capital delitto del sacrilegio, rifletteremo col Ch. Gotofredo nel Comentario alla nostra = _Quo etiam exemplo liquet de erroribus dicam ne an fraudibus Triboniani?_ e noi diremo del Sig. Gibbon[710].
Fin qui possiam dire che il Sig. Gibbon denigra la fama dei Santi con qualche arte ed astuzia; ma nella causa dei Priscillianisti _Agostino e Leone_ spacciano intorno ad essi _scandalose calunnie, e il Tillemont, l'utile spazzino! che su questo punto ha ammucchiato tutta la spazzatura dei Padri, le ingoia come un fanciullo_. Or che sarà mai di Agostino, il quale ripete sì _scandalose calunnie_ e nella risposta al _Commonitorio_ di Orosio[711], e nell'Epistola al Vescovo Cerezio[712] e nel Libro _de Haeresibus_[713], ed in quello _ad Consentium_[714]; e non solo non le ritratta, ma nelle _Ritrattazioni_ medesime le rinnova[715]? Siamo ben da compiangere noi _Papisti_, i quali decantiamo per luminari di S. Chiesa uomini di tal carattere! Si cancellino adunque dai nostri fasti i nomi di Agostino e Leone, e non si alleghi mai più nelle cattedre l'autorità di _calunniatori sì scandalosi_. Ma insieme con essi cancellisi quello di S. Filastrio Vescovo di Brescia; giacchè nel suo libro _de Haeresibus_ sotto il nome di _occulti_, ed _astinenti Manichei_[716] affermò che i Priscillianisti = _resurrectionem negantes, sub figura confessionis Christianae multorum animas mendacio, ac pecudiali turpidine non desinunt captivare_: e cancellisi insieme con S. Delfino, che Priscilliano e due suoi seguaci ebber contrario a _Bordeaux_, con S. Ambrogio, che lor si oppose a Milano, e con il S. Pontefice Damaso, il quale essendo stati già condannati dal Sinodo di Saragozza ricusò per fin di vederli[717], cancellisi, io dico, con tutti questi ancor S. Girolamo. Ma perchè? dee soggiungere il Sig. Gibbon con Beausobre, di cui adotta la critica su questo fatto[718]. «Quel témoignage que celui de S. Jèrome, écrivant de sang froid, et en Historien! Priscillien, dit il, fut opprimè par la _faction_, par les _machinations_ d'Ithace, et d'Idace. Parle-t-on ainsi d'un homme coupable de prophaner la Religion par les plus infames cérémonies, et d'enseigner la perfidie, et les parjures?»[719]. Attenzione miei Signori: Itacio fu sin d'allora ripreso da tutti i Santi, ai quali dispiacquero egualmente gli accusatori che i rei[720], e fu ancora severamente punito per aver preso le parti di accusatore, contro il mansuetissimo spirito della Chiesa[721], ed il carattere Episcopale, non tanto per zelo di Religione quanto per odio, e forse anche per interesse in un giudizio di morte. Il linguaggio adunque di S. Girolamo, che disapprova in quel luogo la condotta della fazione Itaciana non giustifica Priscilliano per verun conto; tanto più che in quel luogo medesimo siamo avvertiti da lui, che Priscilliano veniva accusato da alcuni come sostenitore dell'eresia delli Gnostici, e da altri difeso: parole, che dai nostri Avversarj prudentemente si omettono. Quindi è che noi dubiteremmo tuttora ciò che S. Girolamo abbia creduto di Priscilliano, se dopo qualche tempo non avesse scritto così a Ctesifonte = _Priscillianus pars Manichaei, de turpitudine cujus te discipuli diligunt plurimum... soli cum solis clauduntur mulierculis, et illud inter coitum, amplexumque decantant_[722].
«Tum pater omnipotens, foecundis imbribus aether etc.... _qui quidem partem habent Gnosticae haereseos de Basilidis impietate venientem etc._ Quel témoignage que celui de Jèrome, che parla meglio informato con questo tuono di sicurezza! _Quid loquar de Priscilliano et saeculi gladio, et TOTIUS ORBIS auctoritate damnatus_[723]? Si parla forse così di un uomo, che credasi messo a morte più per le _cabale_ altrui, che per i proprj delitti? E qual testimonianza non è mai quella di Sulpizio Severo contemporaneo, _scrittore corretto ed originale_, il quale _parla da Storico, e a sangue freddo_ per modo da non defraudar Priscilliano di quelle lodi, che a lui si dovevano? Ora egli attesta[724] che la causa di quell'eretico essendo stata commessa ad Evodio uomo ardente e severo, ma giusto al sommo, _quo nihil umquam justius fuit[725], egli Priscillianum gemino judicio auditum, convictumque maleficii, nec diffitentem obscoenis se studuisse doctrinis, nocturnos etiam turpium foeminarum egisse conventus, nudumque orare solitum, nocentem pronuntiavit_. Notaste? Priscilliano, non in giudizio tumultuario, ma in _due formali giudizj ascoltato da un giustissimo giudice_ fu dichiarato reo e perchè così fu _convinto_, e perchè tale si _confessò_. Si parla così di chi è condannato per _confessioni estorte dal timore, o dalla pena, o per vaghe narrazioni figlie della malizia, e della credulità_? E perchè non osservare, giacchè il Sig. Gibbon _inciderat in locum, qui ad historiam pertinet_[726], che fu ripetuto il terzo giudizio, e non più sostenendo le parti di querelante l'indegno Vescovo Itacio, ma l'Avvocato del Fisco Patricio, in esso l'eretico subì la condanna? Perchè non far avvertire, che colui che parla di tortura in quell'occasione è Pacato, cioè a dire _un ignorante, quantunque umano Politeista_ (per confessione fatta dal Sig. Gibbon senza tormenti), e che esso ne parla da Oratore ed in termini molto vaghi[727]; e per lo contrario Sulpizio rispetto alla confessione di Priscilliano, già _pienamente convinto_ non ne fa motto: anzi scrive che tre persone, benchè più vili _ante quaestionem_[728] manifestarono i proprj delitti, e quei dei compagni? Poteva ancora, e doveva avvertire scrivendo senza malizia, che Massimo stesso, inviando, per quanto sembra, il processo dei Manichei, com'egli chiama i Priscillianisti[729], al Papa Siricio, senza parlar di tormenti, dà tanto peso alle lor confessioni, che non le stima soggette ad eccezione veruna[730]: e poteva e doveva finalmente osservare, che Leone Papa non fece uso sicuramente della tortura nei suoi diligentissimi esami: eppure non esitò di asserire pubblicamente nei suoi sermoni[731] dei Manichei dei suoi tempi = Prosit universae Ecclesiae, quod multi ipsorum ... in quibus sacrilegiis viverent eorumdem confessione patefactum est =. Sicut proxima eorum confessione patefactum est ut animi, ita et corporis pollutione laetantur[732], = e per imporre un eterno silenzio all'importante bisbiglio della malignità, ne fece spargere gli atti per tutti i Vescovadi d'Italia[733]. Onde quando noi non avessimo altra testimonianza che quella di S. Leone intorno agli errori, ed alla condotta dei Priscillianisti, e fosse del tutto improbabile, che sotto il nome di Manichei quelli ancora si comprendessero, ragion vorrebbe tuttavolta, che noi giudicassimo, non aver lui senza esame diligentissimo accusato i Priscillianisti, come non osò di accusare i Manichei. Ma poichè una congettura sì forte viene autenticata dal fatto, siccome è evidente dalla lettera di quel S. Pontefice a Turibio di Astorga intorno ai Priscillianisti propriamente detti[734]; cesseranno, a mio credere, le meraviglie che _Tillemont abbia ingojate come un fanciullo le scandalose calunnie d'Agostino, e Leone_, tanto più che le osservo ingojate con pari facilità, non vi dirò dal Baronio[735], da Graveson[736], da Natale Alessandro[737], da Fleury[738], da Racine[739], dall'Orsi[740] forse _superstiziosi e bigotti_; ma da un Alberto Fabricio[741], da un Cave[742], da un Spanemio[743], da un Erasmo[744], dai Centuriatori di Magdeburgo[745], e perfin da Basnage[746]. O vedete quanti fanciulli và indiscretamente a percuotere la rigida sferza del Sig. Gibbon. Conchiudiamo pertanto col nostro Plutarco, che egli «=Quid ni? Homo est scribendi gnarus, oratio jucunda, venustate et vi quadam praedita, et narrationibus inest elegantia, ac
_Sermonem veluti cantor._
non quidem scite, sed tamen suaviter proposuit. Verum sicut in rosa cantharides, ita hic cavendae sunt CALUMNIAE ejus, et INVIDENTIA sub laevibus, et teneris latentes figuris verborum: ne per imprudentiam absurdas, et falsas de praestantissimis (Ecclesiae) viris opiniones concipiamus».
FINE DEL VOLUME QUINTO.
NOTE:
[655] Il Sig. Giovanni Kirk in data di Roma dei 12 Giugno 1784 scrisse all'Autore delle Riflessioni in questi termini. Monsig. Stonor is Wholly of your mind, that Gibbon of all other Libertines or Deists is the most dangerous, as he has disguised himself under the cloak of authority...... Hence it is that he approves of your having published a precaution, that heedless readers may not be deceived with his fluid and nervous style, and with the fame, that he has acquired. He was pleased with... and desired me, if you should send any thing else of that nature to give him the satisfaction of the perusal of it. ec. ec.
[656] Plut. Ex versione Xylandri Itasil. 1570. Sicut..... qui ex arte et callide adulantur aliquando multis et longis laudationibus vituperationes admiscent leviculas..... ita _malignitas_; ut fidem criminibus faciat, laudem simul ponit.
[657] V. Tillem. Mem. Eccl. T. IX. p. 132. e 134. Bolland. 9. May p. 370.
[658] S. Greg. Naz. Orat. V. p. 135. «_spiritum_ amicitiae posthabere minime sustinuisti, quandoquidem pluris nos fortasse, quam alios omnes ducis: ita rursum _spiritum_ nobis longe anteponis». Parlò anche più chiaro nell'Orazione funebre 20. p. 357. Vedi la Vita di S. Basilio Tom. III. Ediz. de Bened. p. 112.
[659] S. Greg. Naz. Orat. 7.
[660] Tillem. Mem. Eccl. T. IX. p. 558. Du Pin. 656.
[661] Carm. I. p. 7.
[662] Or. VII. p. 142-43. etc.
[663] Leggete di grazia la sua Oraz. Apologetica. Tom. I. Orat. I.
[664] Carm. I. p. 8. 9. Carm. VI. p. 74. Orat. 8. p. 147-48.
[665] Carm. I. p. 9. Epist. 65. p. 824. Epist. 222. p. 900.
[666] Orat. 25. p. 439.
[667] Ep. 222 p. 910.
[668] Ep. 14 p. 777.
[669] Tillem. Mem. Ecclesiastic. Tom. IX. p. 412 T. IV.
[670] Vedi l'Oraz. 27 de se ipso et ad eos, qui ipsum Cathedram Constantinopol. affectare dicebant.
[671] Soz. l. 4. C. 2. 7. Ruff. L. 1. c. 25. Philost. l. 8 c. 2, Greg. Carm. 1 p. 10. Orat. 32 pag. 525.
[672] Tillem. Mem. Eccles. T. IX. pag. 407 e pag. 431.
[673] Sozom. l. VII. c. V. Suida in V. Δημοφιλος Niceph. L. 12 c. 8.
[674] Carm. I. p. 17. 18. Orat. 28 p. 483.
[675] Soz. L. 7. C. 7.
[676] Vedi l'Oraz. 27 sopracc.
[677] Carm. I. p. 24.
[678] d. Carm. p. 30.
[679] Carm. I. p. 30.
[680] Carm. I. p. 30.
[681] Sozom. L. 7. c. 7 ex Vales. Ac mihi quidem sapientissimum hunc virum tum ob alia multa, cum maxime in hoc negotio mirari subit. _Nam neque fasta elatus propter facundiam, nec inanis gloriae studio_ ei Ecclesiae praesidere concupivit, quam pene extinctam ac mortuam ipse regendam susceperat. Sed reposcentibus Episcopis depositum reddidit, nihil de multis laboribus conquestus, nihil de periculis, quae adversus haereses decertans subierat etc. V. Tillem. Tom. I. Mem. Eccl. p. 479. e Basnage Annal. V. III p. 76. ec.
[682] Jam quod ab altera parte huic respondet, nemo non videt, bonum scilicet aliquod videri impune posse omitti. Sed tamen malitiose hoc fit, quando quod omittitur in locum incidit, qui ad historiam pertinet. Illibenter enim laudare non est, quam libenter vituperare, honestius, fortasse etiam turpius. Plutar. de Herod. Malignit.
[683] Id ibid. Quartum ergo signum est ingenii in historia scribenda parum aequi, cum duo sunt aut plures una de re sermones, deteriorem amplecti... Ac de rebus, quas gestas fuisse constat, caussa autem et institutum actionis in obscuro est; _malignus est_, qui in deteriorem partem conjecturas facit ... tum qui praeclaris factis caussam subjiciunt vitiosam, calumniandoque in sinistras abducunt suspiciones de latente ejus, qui rem gessit, consilio; quando ipsum factum palam vituperare non possunt.... hos liquet _ad summam invidentiam et nequitiam_ nihil sibi fecisse reliquum.
[684] Orat. 19. p. 78.
[685] Carm. I. de V. S. p. 22. 21.
[686] Neppur questo elogio è senza eccezione. Nel N. 1. intende di dir solamente, che tal'era _l'indole naturale di Gregorio, quando non era infiammata o indurita dallo zelo religioso_. Il fondamento dell'eccezione è l'_esortazione fatta a Nettadio di perseguitare gli Eretici di Costantinopoli_. Perchè dunque non citare nè le parole, nè il luogo? La ragione è patente. Perchè tutta la persecuzione doveva consistere in pregare l'Imperatore a non permettere, che gli Apollinaristi colla loro libertà di predicare, e con la loro licenza rovesciassero un domma fondamentale. Vedi la Lett. a Nettar. indic. col tit. di Orazione 46. La mansuetudine di S. Gregorio verso gli Eretici è sorprendente. Vedi la sua Ep. 81. e Tillem. nella sua vita art. 67.
[687] Il disprezzo dell'A. pe' Sinodi quantunque legittimi ed ecumenici è già manifesto dal Cap. 20. della sua Stor. T. IV. in f. Vedi _la Confutazione_ del Ch. Sig. Ab. Spedalieri P. 1. Sez. 5 c. 4.
[688] L. V. C. 7 e 8.
[689] Ad. an. 381. §. 22. V. Basnage Annal. Vol. III. p. 76.
[690] T. IX. M. Eccl. V. de S. Gregoire de Naz. art. 69. p. 473.
[691] Lib. VI. Ep. 31.