Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 05
Part 31
[620] Non dovrebbe leggermente darsi un'accusa di tal sorta: ma può sicuramente giustificarsi coll'autorità di S. Agostino, il quale così parla ai Donatisti. _Quis nostrum, quis vestrum non laudat leges ab Imperatoribus datas adversus sacrificia Paganorum? Et certe longe ibi poena severior constituta est: illius quippe impietatis capitale supplicium est. Epist. 93. n. 10_. citata dal Leclerc, (_Bibl. Chois. Tom. VIII. p. 277_) il quale aggiunge alcune riflessioni sull'intolleranza de' vittoriosi Cristiani.
[621] Orosio _l. VII. c. 28. p. 537_. Agostino (_Enarr. in Ps._ 140. ap. Lardner _Testim. Pag. volum. IV. p. 458._) insulta la lor codardia; _Quis eorum comprehensus est in sacrificio (cum his legibus ista prohiberentur) et non negavit?_
[622] Libanio (_pro Templis. p. 17. 18._) fa menzione dell'accidentale conformità di quest'ipocriti, come d'una scena teatrale, senza censurarla.
[623] Libanio termina la sua apologia (p. 32.) con dichiarare all'Imperatore, che qualora egli espressamente non garantisca la distruzione dei tempj, i proprietari difenderanno se stessi e le leggi; ισθι του των αγρων δεσποτας καί αυτοις, καί τῳ νομω βοηθησοντας. _Sappi che i Signori delle campagne provederanno a se stessi ed alla legge._
[624] Paolin. _in. vit. Ambros. c. 26._ Agostino _de Civ. Dei l. V. c. 26._ Teodoret. l. V. c. 24.
[625] Libanio suggerisce la forma di un editto di persecuzione, che Teodosio avrebbe potuto fare (_pro Templis_ p. 32.); scherzo imprudente, ed esperienza pericolosa! Qualche altro Principe potrebbe aver preso il suo consiglio.
[626]
_Denique pro meritis terrestribus aeque rependens_ _Munera, sacricolis summos impertit honores_ · · · · · · · · · · · · · _Ipse magistratum tibi Consulis, ipse tribunal_ _Contulit._ (Prudent. _in Symmach._ I. 617. ec.)
[627] Libanio (_pro Templis_ c. 32) s'insuperbisce, che Teodosio distinguesse in tal modo uno, che anche alla sua _presenza_ giurasse per Giove. Pure questa presenza non sembra esser altro che una figura rettorica.
[628] Zosimo, che chiama se stesso Conte ed Ex-avvocato del Tesoro, con indecente e parzial bacchettoneria maltratta i Principi Cristiani, ed eziandio il padre del proprio Sovrano. L'opera di lui dev'essere andata in giro privatamente, poichè ha scansato le invettive degli Istorici Ecclesiastici anteriori ad Evagrio (l. III. c. 40. 42.) che visse verso il fine del sesto secolo.
[629] Ciò non ostante, i Pagani dell'Affrica si dolevano che i tempi non permettessero loro di risponder con libertà alla città di Dio: nè S. Agostino (V. 26.) contraddice all'accusa.
[630] I Mori della Spagna, che conservarono segretamente la religione Maomettana per più d'un secolo, onde evitare il rigore dell'inquisizione, avevano il Koran, coll'uso loro proprio della lingua Arabica. Vedasi la curiosa ed ingenua storia della loro espulsione appresso Geddes, _Miscell. vol. I. p. 1-198_.
[631] _Paganos, qui supersunt, quamquam jam nullos esse credamus. Cod. Theod. lib. XVI. Tit. X. leg. 22. an. 423._ Teodosio il Giovane restò in seguito persuaso che il suo giudizio era stato un poco immaturo.
[632] Vedi Eunapio nella vita del sofista Edesio; in quella d'Eustazio ei predice la rovina del Paganesimo, και τι μυθωδες και αειδες σκοτος τυραννησει τα επι γης καχλισα; _E carte favolose, ed oscure tenebre domineranno la miglior parte della terra._
[633] Cajo (ap. Euseb. _Hist. Eccl. l. II. c. 25._) Prete Romano, che visse al tempo di Zeffirino (an. 202-219.) è un antico testimone di questa superstiziosa costumanza.
[634] Chrysost. _Quod Christus sit Deus. Tom. I. nov. Edit._ n. 9. Io son debitore di questa citazione alla lettera pastorale di Benedetto XIV. in occasione del giubbileo del 1750. Vedi le piacevoli e curiose lettere di M. Chais; Tom. 3.
[635] _Male fecit ergo Romanus Episcopus? qui super mortuorum hominum, Petri et Pauli, secundum nos ossa veneranda...... offert Domino sacrificia, et tumulos eorum Christi arbitratur altaria._ Girol. _Tom. II. adv. Vigilant._ p. 153.
[636] Girolamo (_Tom. II. p. 122._) fa fede di tali traslazioni, che son trascurate dagli Istorici Ecclesiastici. La passione di S. Andrea a Patra vien descritta in una lettera dal Clero dell'Acaia, che il Baronio (_Annal. Eccl. an. 60._ n. 34.) desidera d'ammettere, e il Tillemont è costretto a rigettare. S. Andrea fu adottato per fondatore spirituale di Costantinopoli (_Mem. Eccl. Tom. II. p. 317-325. 188-594_).
[637] Girolamo (_T. II. p. 122._) pomposamente riferisce la traslazione di Samuel, di cui si fa menzione in tutte le croniche di quei tempi.
[638] Il Prete Vigilanzio, che fu il protestante del suo secolo, fortemente, quantunque senza effetto, s'oppose alla introduzione de' Monaci, delle reliquie dei santi, dei digiuni ec.; per lo che Girolamo lo paragona all'Idra, al Cerbero, a' Centauri ec.; e lo considera solo come l'organo del demonio (_Tom. II. p. 120-126_). Chiunque leggerà la controversia fra S. Girolamo e Vigilanzio, e la narrazione che fa S. Agostino dei miracoli di S. Stefano, può prendere in breve qualche idea dello spirito dei Padri.
[639] Il Beausobre (_Hist. du Manich. Tom II. p. 648._) applicò un senso mondano alla pia osservazione del Clero di Smirne, che diligentemente conservò le reliquie di S. Policarpio martire.
[640] Martino di Tours (vedi la sua vita c. 8. scritta da Sulpicio Severo) ne trasse la confessione dalla bocca del morto. Si accorda che l'errore sia naturale; la scoperta di esso è supposta miracolosa. Quale di queste due cose è verisimile che sia seguita più frequentemente?
[641] Luciano compose in Greco la sua narrazione originale, che fu tradotta da Avito, e pubblicata dal Baronio (_An. Eccl. An. 325. n. 7-16._). Gli Editori Benedettini di S. Agostino ne hanno dato (al fin dell'opera _de Civitate Dei_) due diverse copie con molte varianti. Il carattere della falsità è la sconnessione e l'incoerenza. Le parti più incredibili della leggenda son mitigate, e rese più probabili dal Tillemont _Mem. Eccl. Tom. II. p. 9_ ec.
[642] A Napoli si liquefaceva ogni anno una boccetta del sangue di S. Stefano, fintantochè non gli successe quello di S. Gennaro: Ruinart _Hist. Pers. Vandal. p. 529._
[643] Agostino compose i ventidue libri _de Civitate Dei_ nello spazio di tredici anni, dal 413 al 426. (Tillemont _Mem. Eccl. Tom. XIV. p. 608._ ec.) Ei troppo spesso prende da altri la sua erudizione, e da se stesso i suoi argomenti: ma tutta l'opera ha il merito di un magnifico disegno, vigorosamente ed abilmente eseguito.
[644] Vedi Agostino (_de Civ. Dei. l. XXII. c. 22._) e l'appendice che contiene due libri de' miracoli di S. Stefano, fatta da Evodio Vescovo d'Uzalis. Freculso (ap. Basnag. _Hist. des Juifs Tom. VIII. p. 249._) ci ha conservato un proverbio Gallico o Spagnuolo: _chi pretende d'aver letto tutti i miracoli di S. Stefano è bugiardo_.
[645] Burnet (_de statu mortuor. p. 56-85._) raccoglie le opinioni dei Padri, che sostenevano il sonno o riposo delle anime umane sino al giorno del giudizio. In seguito espone (p. 91.) gli inconvenienti, che dovrebbero nascere, se avessero un'esistenza più attiva e sensibile.
[646] Vigilanzio poneva le anime dei Profeti e dei Martiri o nel seno d'Abramo (_in loco refrigerii_) o anche sotto l'altare di Dio, _nec posse suis tumulis, et ubi voluerunt adesse praesentes_. Ma Girolamo (Tom. II. p. 122.) fortemente confuta questa bestemmia: _Tu Deo legem pones? Tu Apostolis vincula injices, ut usque ad Diem judicii teneantur custodia, nec sint cum Domino suo, de quibus scriptum est;_ sequuntur agnum quocumque vadit. _Si agnus ubique, ergo et hi, qui cum agno sunt, ubique esse credendi sunt. Et cum diabolus et daemones toto vagentur in orbe etc._
[647] Fleury, _Disc. sur l'Ist. Eccl. III p. 80_.
[648] In Minorca, le reliquie di S. Stefano convertirono in otto giorni 540 Ebrei, coll'aiuto in vero di qualche severità, come di bruciare la Sinagoga, di cacciare gli ostinati a soffrir la fame fra scogli ec. Vedasi la lettera originale di Severo Vescovo di Minorca (_ad calc. 3. Augustin. de Civ. Dei_), e le giudiziose osservazioni del Basnagio (T. VIII. p. 245-251).
[649] David Hume (_Sagg. vol. 3 p. 474_) osserva, come filosofo, il natural flusso e riflusso del Politeismo e del Teismo.
[650] D'Aubignè (Vedi _le sue Memorie p. 156-160_) francamente offerì, col consenso dei ministri Ugonotti, d'accordare i primi 400 anni per servir di regola della fede. Il Cardinal du Perron chiese quarant'anni di più, che imprudentemente furon concessi. Nessuno però dei due partiti si sarebbe trovato contento di questo folle accordo.
[651] Il culto praticato ed inculcato da Tertulliano e da Lattanzio, è tanto puro e spirituale, che le loro declamazioni contro le cerimonie Pagane alle volte attaccano anche le Giudaiche.
[652] Fausto Manicheo accusa i Cattolici d'idolatria; _Vertitis idola in Martyres..... quos votis similibus colitis._ Il Beausobre (_Hist. Crit. du Manich. Tom. II. p. 629. 700_) Protestante, ma filosofo, ha rappresentato con candore e dottrina l'introduzione della _Cristiana idolatria_ nel quarto e nel quinto secolo.
[653] Può vedersi la somiglianza della superstizione, che non potrebbe ascriversi all'imitazione, dal Giappone al Messico. Warburton ha fatt'uso di quest'idea, ch'egli contorce per volerla rendere troppo generale ed assoluta (_Div. Legaz. V. IV p. 126. ec._).
[654] L'imitazione del Paganesimo forma il soggetto di una piacevol lettera, che il Dot. Middleton scrisse da Roma. Le osservazioni di Warburton l'obbligarono ad unire (Vol. III. p. 120-152) l'istoria delle due religioni, ed a provare l'antichità della copia Cristiana.
RIFLESSIONI D'IGNOTO AUTORE SOPRA I CAPITOLI XXVI, XXVII E XXVIII DELLA STORIA DELLA DECADENZA E ROVINA DELL'IMPERO ROMANO
DI
EDOARDO GIBBON
DIVISE IN TRE LETTERE
DIRETTE AI SIGG. FOOTHEAD E KIRK
INGLESI CATTOLICI
LETTERA I.
L'amorevolezza, con cui accoglieste le brevi e semplici mie riflessioni sul VI. e VII. Tomo della Storia del Sig. Gibbon della traduzione Pisana, le quali v'indirizzai sì per rendervi cauti nella lettura di un'opera pericolosa, che per varj titoli doveva sollecitare la vostra letteraria curiosità, come ancora per animarvi a far uso in difesa della Religione Cattolica del vostro raro talento e sapere: ed inoltre il compatimento, che elleno meritarono presso il dotto ed illustre Prelato della vostra nazione, Monsignor Stonor,[655] mi rendono coraggioso ad indirizzarvene, unicamente pei fini medesimi, alcune altre poche, le quali mi son presentate alla mente in leggendo l'ottavo Tomo uscito ora alla luce. Ma in questo ancora sono tanto gli abbagli del Sig. Gibbon e tanto varj, che senza nojarvi, censurandoli ad uno ad uno, vi mostrerò soltanto l'Autore sempre coerente a se stesso nel pungere ed avvilire il partito Cattolico; non accorgendosi egli per avventura, quanto, così adoperando, ponga in diritto i suoi leggitori di applicare ai suoi libri i giudiziosi canoni fissati da Plutarco nel suo aureo Opuscolo _de Malignitate Herodoti_, per giudicare del merito di uno Storico.
Siccome un adulatore artificioso ed astuto frammischia talora tra molte e lunghe lodi qualche ombra di biasimo[656], così la malignità ai delitti medesimi accoppia la lode, affinchè quelli ritrovino più agevolmente credenza. Vediamo se il Sig. Gibbon usa un cotal modo tanto coi Padri Greci che coi Latini. «_Basilio e Gregorio Nazianzeno_ (egli dice) _eran distinti sopra tutti i loro contemporanei per la rara unione di profana eloquenza e di ortodossa pietà. Essi avevano coltivato i medesimi studj liberali nelle scuole di Atene, si erano ritirati con egual divozione alla solitudine... e pareva totalmente spenta ogni scintilla di emulazione e d'invidia nei santi ed ingenui petti di Gregorio e Basilio_». Ma che? _l'esaltazion di Basilio alla sede Archiepiscopale di Cesarea scuoprì al Mondo, e forse a lui medesimo l'orgoglio del suo carattere. Il primo favore, che Basilio fece all'amico, fu preso per un insulto, e s'ebbe forse l'intenzione di farlo. Invece d'impiegare i sublimi talenti di Gregorio in qualche utile e cospicuo posto, l'altiero Prelato_ (Basilio) _diè il Vescovado del miserabil villaggio di Sasima_ al Nazianzeno: _e questi dopo di essersi sottomesso con ripugnanza a tale umiliante esilio, e_ dopo di aver ajutato il proprio padre _nel governo della nativa sua Chiesa, conoscendo bene di meritare un'altra udienza ed altro teatro, accettò con lodevole ambizione l'onorevole invito, che gli fu fatto dal partito ortodosso di Costantinopoli._ L'istesso Gregorio _sotto il modesto_ velo d'un sogno _descrive il proprio buon successo nella predicazione,_ che ivi ebbe, _con qualche umana compiacenza; ivi il Santo, che non avea superate le imperfezioni dell'umana virtù, fu profondamente sensibile al mortificante riflesso, che l'entrar che fece nell'ovile era piuttosto da lupo che da pastore:_ ivi infine dopo molto _l'orgoglio o l'umiltà gli fece evitare una contesa, che avrebbe potuto imputarsi ad ambizione ed avarizia, e propose pubblicamente, non senza qualche dose di sdegno, di rinunziare al governo di una Chiesa, che era risorta, e quasi creata per le sue fatiche; e fu accettata la rinunzia dal Sinodo e dall'Imperatore più facilmente di quello, che sembra che ei si aspettasse in quel tempo, nel quale egli avea forse sperato di godere i frutti della vittoria._ Ecco dove vanno a finire le lodi del Sig. Gibbon! _Nei santi ed ingenui petti_ di Gregorio e Basilio ascondevasi la radice di tutti i mali, la superbia, ed il più abbominevol del vizi, l'ipocrisia. Si può egli mai con più sottile scaltrimento attaccare la santità di due tra i più illustri Dottori della Chiesa, e come tali riconosciuti dalla medesima[657] per lo spazio non interrotto di quattordici secoli?
Nè io vo' già negare, che il Nazianzeno adoperasse dei modi non plausibili per sottrarsi alle cure del litigioso Vescovado di Sasima, nè che egli giungesse perfino sul primo fervore a rampognare Basilio, che l'eminenza della sua sede lo avesse reso orgoglioso; ma non per questo Basilio era tale, come lo afferma francamente il Sig. Gibbon, nè tale in realtà reputavasi da Gregorio. Imperocchè questi medesimo giustificò di poi bastevolmente Basilio[658] dicendo, che egli in quella occasione avea preferito, senza riguardo agl'interessi dell'amicizia, tutto ciò, che a suo avviso poteva contribuire al divino servigio; ed in un'arringa fatta nell'adunanza dei Vescovi[659] intervenuti alla sua consacrazione tessè un elogio eccellente a quel grande Arcivescovo, ragionando delle virtù episcopali, che egli poteva apprender da esso; tra le quali e' parrebbe che l'alterezza, l'invidia, l'emulazione e l'orgoglio tanto meno si potessero annoverare, quanto più debbono i Vescovi rassomigliarsi al divino Pastore e Maestro mansuetissimo ed umil di cuore.
Sarà poi almen vero, che Gregorio per l'alto concetto, che avea di se stesso, ricusasse il governo di Sasima e di Nazianzo, ed accettasse quello della nuova Capital dell'Impero? Per verità fino ai dì nostri si era creduto, che il Nazianzeno avesse cercato mai sempre di ascondersi agli occhi degli uomini, a segno tale da venirgli imputato da taluno a delitto[660] un soverchio amore per la solitudine. Da questo amore si ripetevano unicamente le acerbe querele fatte all'amico sul Vescovado di Sasima, a cui aveva sovente[661] manifestato il suo disegno di ritirarsi totalmente dal Mondo, morti che fossero i suoi genitori, e da cui ne aveva riscossi dei segni di approvazione. Ci confermava in tale opinione il leggere nella mentovata Orazione[662], che Gregorio, quanto maggiori lumi acquistava, tanto più si alienava coll'animo dalle dignità della Chiesa, che tutte riputava sublimi per timore di esserne indegno, o di addivenirne superbo, e cadere come Saulle: ben persuasi di non poter ritrovare miglior testimone dei sentimenti del Nazianzeno, tranne colui ch'è il solo scrutatore dei cuori umani, del Nazianzeno medesimo[663]. Ma quelle, mi si dirà, son parole. Son parole, egli è vero, ma dimostrate per sincerissime da una serie costante di azioni, che son quei frutti, dai quali siamo istruiti a discernere la santità dall'ipocrisia. Non vi volle forse tutta la violenza e la tenerezza di un genitore cadente per trar Gregorio dalla sua solitudine, ed indurlo[664] a divider con esso il governo della nativa sua diocesi? E non protestossi, nell'occasione di arrendersi a tai premure, di non volergli succedere in conto alcuno dopo la morte, protesta che ei rinnovò alla presenza dei Vescovi, i quali assisterono ai funerali del padre defunto, contestandone l'ingenuità e colle replicate suppliche per far eleggere il nuovo Pastore a Nazianzo[665], e colla sua ritirata nel Monastero di S. Tecla e Seleucia?
Ma che forse non accettò l'onorevole invito, che gli fu fatto dal partito ortodosso di Costantinopoli? Sì lo accettò; ma fu di mestiero svellerlo a forza dal suo ritiro, dov'ei ritrovava le sue delizie[666]. Sì lo accettò; ma per terger le lagrime di tanti fedeli[667], che si dolevano della sua renitenza: lo accettò finalmente, ma non già prima che molti tra i suoi amici medesimi[668] lo riprendessero e lo condannassero come poco curante del ben della Chiesa[669].
E qual città era ella mai a quei giorni Costantinopoli da stimolar l'ambizione di Gregorio già vecchio, mal sano, ed infievolito dalle austerità della penitenza[670]? I Macedoniani, gli Apollinaristi, gli Eunomiani, e gli Arriani principalmente vi trionfavano: nè ciò è attestato dal solo Gregorio, il quale insolentemente da Gibbon vien paragonato ad _un medico sempre disposto ad esagerare l'inveterata malattia, che egli ha curata_, ma da Sozomeno, da Ruffino, e da Filostorgio medesimo[671]. Ivi i Cattolici omai ridotti ad un piccol drappello erano divenuti soli il bersaglio della più fiera persecuzione, di cui Gregorio stesso provò ben tosto il furore, essendo lapidato villanamente[672]: ed ivi pure nel tempo di _Eudosso e Demofilo godeva_ (son parole del Sig. Gibbon) _una libera introduzione il vizio e l'errore da ogni Provincia dell'Impero_[673]. E questa poteva esser l'_udienza_, questo il _teatro_, questo l'_utile e cospicuo posto_ da soddisfare _la vanità e l'ambizione?_
Ma volete ancor meglio conoscere quanto codesto spirito dominasse Gregorio? Il Cinico Massimo colle arti più inique si fa ordinar Vescovo di Costantinopoli, e Gregorio risolvè tosto di ritirarsi da quella città; nè per distorlo dal suo disegno vi volle meno, che un popolo si confinasse nella Chiesa, ove egli era adunato, per un'intiera giornata a pregarlo e scongiurarlo, e protestasse di volergli impedir la partenza a costo ancor della vita[674]. Espulso Demofilo, e condannato dal Sinodo di Costantinopoli il perfido usurpatore, Teodosio[675], giusto estimatore del merito di Gregorio, lo chiede per Vescovo di quella Capitale, e Melezio e gli altri Prelati dell'Oriente violentano replicatamente la sua modestia, e lo collocano sul trono Arcivescovile altra volta da lui rifiutato[676], malgrado i suoi gemiti e le sue grida[677]. L'Imperatore, il quale ebbe parte alla sua istallazione, fu altresì testimone della sua resistenza[678]; la quale sarebbe anche stata maggiore, se Gregorio non avesse sperato di contribuire alla pace di Antiochia e del Mondo Cristiano nel grado di Vescovo d'una città situata tra l'Oriente e l'Occaso.
Ed infatti presentatasi in breve l'occasion favorevole di stabilirla per la morte del Patriarca Melezio, vedendo Gregorio riuscire inutili tutti i suoi sforzi, e defraudate le sue speranze, non esitò punto ad abbandonare l'abitazion vescovile, ed a proporre di lasciar la sua sede. Accettata la proposizione dal Sinodo, restava l'assenso Imperiale. Le preghiere del Santo furono così vive e pressanti, che Teodosio si arrese, ma non già volentieri, nè _più facilmente di quel che egli credeva_. Questa è una voce maligna, che sparsero allora i nemici del Nazianzeno[679]
_Imperator... cedit ac votis meis_ _Ille haud libenter_, ut ferunt, cedit tamen, la quale riproducendosi ora dal Sig. de Gibbon non recherà maraviglia s'ei tace, e che i personaggi più riguardevoli della città, portatisi da Gregorio a scongiurarlo, piangendo, di non abbandonare il suo popolo, lo intenerirono con le loro lacrime, ma non lo piegarono[680]; e che i più gravi membri del Sinodo non tanto _per il disordinato procedere contro Paolino_, quanto per non udire la proposizion di rinunzia del Nazianzeno, si chiuser le orecchie, batteron le mani, e si separaron dagli altri; e qual giudizio per fine formi un istorico (da lui sovente allegato, ma non già in un tal fatto) di quest'azione, la quale fu certamente una delle più eroiche in tutta la Storia Ecclesiastica[681]. Ma se il Sig. Gibbon avesse indicati tai fatti, io avrei molto men ragione di asserire, che egli si trova delineato in Plutarco.
Lo scrittore di cui parla quel Savio, debbe intrudere nella sua storia, benchè poco a proposito (e qui rammentatevi, che il Sig. Gibbon si propone di far la storia della decadenza e rovina dell'Impero Romano) le disavventure, le azioni vituperevoli, e le scelleraggini delle persone[682], e per lo contrario dee omettere ciò che avvi di buono, quantunque abbia relazione al racconto già incominciato: anzi egli dee attribuire le belle e notabili azioni ad una cagione viziosa, interpretarne sinistramente i disegni, e sempre crederne il peggio, od almen sospettarlo[683]. Per questo appunto l'A. attribuisce ad alterezza ed orgoglio in S. Basilio l'elezione che fece di Gregorio al Vescovado di Sasima, e la ripugnanza di questo per Sasima e per Nazianzo ad _emulazione_ ed _invidia_, ed _alla cognizione, che aveva di meritare altra udienza ed altro teatro_: perciò vuol che Gregorio stesso _descriva il proprio buon successo nella predicazione con qualche umana compiacenza_, tuttochè nel medesimo luogo ei protesti[684] di non insuperbirsene neppur in sogno; nè sa decidere se l'_orgoglio_ o _l'umiltà_ lo inducesse a ceder la cattedra di Costantinopoli e per questo istesso, invece di osservare, che _generalmente_ fu accettata la rinunzia più agevolmente di quello che si doveva da un'adunanza di Vescovi, gli piace di dire _più facilmente di quello che sembra, che ei s'aspettasse_.