Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 05

Part 30

Chapter 303,577 wordsPublic domain

II. Ma il progresso della superstizione sarebbe stato molto meno rapido e vittorioso, qualora la fede del popolo non fosse stata assistita dall'opportuno aiuto delle visioni e dei miracoli per assicurare l'autenticità e la virtù delle più sospette reliquie. Nel regno di Teodosio il Giovane, Luciano[641] Prete di Gerusalemme e ministro Ecclesiastico del villaggio di Cafargamala, circa venti miglia distante dalla città, riferì un sogno assai singolare, che per togliere i suoi dubbi era stato ripetuto per tre sabati continui. Gli appariva nel silenzio della notte una venerabile figura con una lunga barba, una veste bianca ed una verga d'oro, diceva, che il suo nome era Gamaliele, e dichiarava all'attonito Prete, che il suo corpo insieme con quelli d'Abida suo figlio, di Nicodemo suo amico e dell'illustre Stefano, primo martire della fede Cristiana, erano segretamente sepolti nel vicino campo. Aggiunse con qualche impazienza, ch'era ormai tempo di liberar lui ed i suoi compagni dall'oscura loro prigione; che la comparsa loro sarebbe stata salutare ad un Mondo angustiato; e ch'essi avevano scelto Luciano per informare il Vescovo di Gerusalemme della situazione e delle brame loro. Per mezzo di nuove visioni si tolsero l'un dopo l'altro i dubbi e le difficoltà, che tuttavia ritardavano questa importante scoperta; e finalmente fu scavata la terra dal Vescovo, alla presenza di una innumerabile moltitudine. Si trovarono per ordine le casse di Gamaliele, del figlio, e dell'amico; ma quando comparve alla luce la quarta cassa, che conteneva il corpo di Stefano, tremò la terra, e si sparse un odore come di paradiso, che immediatamente risanò le varie malattie di settantatre degli astanti. I compagni di Stefano restarono nella pacifica lor residenza di Cafargamala, ma le reliquie del primo martire si trasportarono con solenne processione ad una Chiesa, eretta in onor loro sul monte Sion; e si conobbe in quasi tutte le Province del Mondo Romano, che ogni piccola particella di quelle reliquie, come una goccia di sangue[642] o la raschiatura di un osso, godeva una divina e miracolosa virtù. Il grave e dotto Agostino[643], l'ingegno del quale appena può ammettere la scusa della credulità, ha riferito gl'innumerabili prodigi, che si fecero nell'Affrica dalle reliquie di S. Stefano; e questa maravigliosa narrazione è inserita nell'elaborata opera della Città di Dio, che il Vescovo d'Ippona produsse come una stabile ed immortal prova della verità della Religione Cristiana. Agostino solennemente dichiara d'avere scelto solo quei miracoli, che venivano pubblicamente assicurati dagl'individui, che furon gli oggetti o gli spettatori del potere del Martire. Molti ne furon omessi o dimenticati; ed Ippona era stata trattata meno favorevolmente delle altre città della Provincia. Eppure il Vescovo conta, nello spazio di due anni, e dentro i limiti della sua Diocesi[644], più di settanta miracoli, fra i quali erano tre morti risuscitati. Se vogliamo rivolgere lo sguardo a tutte le Diocesi ed a tutti i Santi del Mondo Cristiano, non sarà facile il calcolare le favole e gli errori, che nacquero da quest'inesauribil sorgente. Ma ci sarà sicuramente permesso d'osservare, che un miracolo, in quel tempo di credulità e di superstizione, perde tal nome e tutto il suo merito, mentre appena potrebbe adesso risguardarsi come una deviazione dalle ordinarie stabilite leggi della natura.

III. Gli innumerabili miracoli dei quali eran le tombe dei martiri un perpetuo teatro, manifestarono al pietoso credente lo stato e la costituzione attuale del Mondo invisibile, e parve che le sue religiose speculazioni fosser fondate sopra la stabile base del fatto e dell'esperienza. Qualunque si fosse la condizione delle anime volgari, nel lungo intervallo fra lo scioglimento e la resurrezione dei loro corpi, egli era evidente che gli spiriti superiori dei Santi e dei Martiri non passavano quella porzione di loro esistenza in tacito ed ignobile sonno[645]. Egli era evidente (senza pretender di determinare il luogo della loro abitazione o la natura della loro felicità) che essi godevano la viva ed attiva coscienza della lor beatitudine, della virtù e del potere che avevano; e che erano già sicuri del possesso dell'eterno lor premio. L'estensione delle intellettuali facoltà loro sorpassava la misura dell'umana immaginazione; mentre si provava coll'esperienza, ch'essi eran capaci di udire e d'intendere le varie domande dei numerosi loro devoti, che nell'istesso momento, ma nelle parti più lontane del Mondo, invocavano il nome e l'aiuto di Stefano o di Martino[646]. La fiducia dei loro supplicanti era fondata nella persuasione, che i Santi, mentre regnavan con Cristo, gettassero un occhio di compassione sopra la terra; che altamente s'interessassero alla prosperità della Chiesa Cattolica; e che gl'individui, che imitavan l'esempio della lor fede e pietà, fossero i particolari e favoriti oggetti del più tenero loro riguardo. Alle volte invero potevano influire nell'amicizia loro considerazioni di una specie meno sublime; essi rimiravano con parziale affetto i luoghi che erano stati santificati dalla nascita, dalla dimora, dalla morte, dalla sepoltura di se medesimi o dal possesso delle loro reliquie. Le più basse passioni d'orgoglio, d'avarizia e di vendetta, pare che siano indegne di un petto celeste: pure i Santi stessi condiscendevano a dimostrare la grata loro approvazione della generosità dei loro devoti; e si assegnavano i più aspri castighi a quegli empi, che violavano i magnifici lor Santuari, o non credevano al loro soprannaturale potere[647]. In fatti atroce doveva essere il delitto, e strano sarebbe stato lo scetticismo di quelli, che avesser ostinatamente resistito alle prove di una Divina potenza, a cui gli elementi, tutto l'ordine della creazione animale, e fino le sottili ed invisibili operazioni della mente umana eran costrette ad ubbidire[648]. Gl'immediati e quasi instantanei effetti, che si supponeva, seguissero la preghiera o l'offesa, persuasero i Cristiani dell'ampia dose di favore e di autorità, che i Santi godevano alla presenza del sommo Dio; e sembrò quasi superfluo il cercare se i medesimi erano continuamente obbligati ad intercedere avanti al trono della grazia, o se fosse loro permesso di esercitare, secondo i dettami della loro benevolenza e giustizia, il delegato potere del subordinato lor ministero. L'immaginazione, che erasi con penoso sforzo innalzata alla contemplazione ed al culto della Causa Universale, ardentemente abbracciò questi inferiori oggetti d'adorazione, come più proporzionati alle grossolane idee ed imperfette facoltà che essa aveva. A grado a grado corruppesi la sublime e semplice Teologia dei primitivi Cristiani; e la Monarchia celeste, già oscurata da metafisiche sottigliezze, restò degradata dall'introduzione di una popolare mitologia, che tendeva a ristabilire il regno del Politeismo[649].

IV. Siccome gli oggetti della religione furono appoco appoco ridotti alla misura dell'immaginazione, si introdussero i riti e le cerimonie, che parevano operar più potentemente sui sensi del volgo. Se al principio del quinto secolo[650] fossero ad un tratto resuscitati Tertulliano, o Lattanzio[651], e veduto avessero la festa di qualche Santo o Martire popolare[652], avrebber guardato con sorpresa e con isdegno il profano spettacolo, ch'era succeduto al puro e spiritual culto di una congregazione Cristiana. All'aprirsi delle porte della Chiesa sarebbero essi restati offesi dal fumo dell'incenso, dall'odor dei fiori, e dalla luce delle fiaccole e delle lampade, che sul mezzogiorno spargevano un affettato, superfluo, e, secondo loro, sacrilego lume. Se avvicinati si fossero alla balaustrata dell'altare, avrebbero incontrato una folla prostrata, composta per la massima parte di stranieri e di pellegrini, che la vigilia della festa si portavano alla città; e già sentivano il forte trasporto del fanatismo, e forse del vino. S'imprimevan devoti baci sulle mura e sul pavimento del sacro edifizio, e qualunque si fosse il linguaggio della Chiesa, le ferventi lor preci eran dirette all'ossa, al sangue, o alle ceneri del Santo, che ordinariamente veniva nascosto da un velo di lino o di seta agli occhi del volgo. I Cristiani frequentavano le tombe dei Martiri con la speranza d'ottenere dalla potente loro intercessione ogni sorta di spirituali, ma più specialmente, di temporali vantaggi. Imploravano essi la conservazione della salute, la cura delle infermità, la fecondità delle sterili mogli, o la salvezza e felicità dei lor figli. Quando intraprendevano qualche distante o pericoloso viaggio, supplicavano i santi Martiri ad esser loro protettori e lor guide; e se tornavano senza disgrazie, di nuovo correvano ai sepolcri dei Martiri per celebrare con grati ringraziamenti le obbligazioni che avevano alla memoria ed alle reliquie dei celesti lor Patroni. Le mura eran piene all'intorno dei simboli de' favori, ch'essi avean ricevuti; occhi, mani, piedi d'oro e d'argento, ed edificanti pitture, che non potevan lungamente evitare l'abuso di una indiscreta o idolatrica devozione, rappresentavano l'immagine, gli attributi ed i miracoli del Santo tutelare. Uno stesso originale ed uniforme spirito di superstizione potè suggerire nei paesi o nei secoli più distanti fra loro gli stessi metodi d'ingannar la credulità, e d'agire sui sensi del genere umano[653], ma bisogna ingenuamente confessare, che i ministri della Chiesa Cattolica imitarono quel profano modello, ch'erano impazienti di distruggere. I Vescovi più rispettabili s'erano persuasi, che gl'ignoranti volgari più volentieri avrebbero rinunziato alla superstizione del Paganesimo, se avessero trovato qualche rassomiglianza o compensazione nel seno del Cristianesimo. La religione di Costantino terminò, in meno di un secolo, la definitiva conquista dell'Imperio Romano; ma i vincitori medesimi furono insensibilmente soggiogati dalle arti dei loro vinti rivali[654].

NOTE:

[566] S. Ambrogio (_Tom. II. de obit. Theod. p. 1208_) loda espressamente e raccomanda lo zelo di Giosia nel distruggere l'idolatria. Il linguaggio di Giulio Firmico Materno sul medesimo soggetto (_de error. profan. relig. p. 467. Edit. Gronov._) è piamente inumano: _Nec filio jubet_ (_lex Mosaica_) _parci, nec fratri, et per amatam coniugem gladium vindicem ducit etc._

[567] Bayle (Tom. II. p. 406 _nel suo Comment. Filos._) giustifica e limita queste leggi d'intolleranza nel regno temporale di Jehovah sopra gli Ebrei. Il tentativo è lodevole.

[568] Si vedano i tratti della Gerarchia Romana in Cicerone (_De legib. II. 7, 8_), in Livio (l. 20), in Dionisio d'Alicarnasso (_l. II. p. 119-129. Edit. Hudson_), in Beaufort (_Republ. Rom. T. I. p. 1-90_) ed in Moyle (_Vol. I. p. 10. 55_). Quest'ultima è l'opera d'un Inglese repubblicano, non meno che di un Romano antiquario.

[569] Questi mistici e forse immaginari simboli hanno dato motivo a varie favole e congetture. Sembra probabile, che il Palladio fosse una piccola statua di Minerva (alta tre cubiti e mezzo) con una lancia ed una conocchia; che fosse ordinariamente inclusa in una _seria_ o barile, e che tal barile fosse collocato in modo da eludere la curiosità o il sacrilegio. Vedi Meziriac. _Comment. sur les Epitr. d'Ovid. T. I. p. 60. 66, e Lipsio Tom. III. p. 610. de Vesta ec. c. 10._

[570] Cicerone francamente (_ad Attic. l. II. epist. 5_) o indirettamente (_ad Famil. l. 15 ep. 4_) confessa che l'Augurato è il principale oggetto dei suoi desiderj. Plinio ambisce di camminare sulle vestigia di Cicerone, (l. IV. ep. 8) e potrebbe continuarsi la catena della tradizione per mezzo dell'istoria e dei marmi.

[571] Zosimo l. IV. p. 249, 250. Ho soppresso le stolte sottigliezze sopra le parole _Pontifex e Maximus_.

[572] Quella statua da Taranto erasi trasferita a Roma, posta da Cesare nella Curia Giulia, e decorata da Augusto con le spoglie dell'Egitto.

[573] Prudenzio (_l. II. in princ._) ha delineato un ritratto molto sgraziato della Vittoria; ma il lettore curioso resterà più soddisfatto dalle antichità del Montfaucon (T. I. p. 341).

[574] Vedi Svetonio (_in August. c. 35_) e l'esordio del panegirico di Plinio.

[575] Questi fatti sono vicendevolmente concessi dai due avvocati, Simmaco e Ambrogio.

[576] La _Notitia Urbis_, più recente di Costantino, non trova fra gli edifizi della città veruna Chiesa Cristiana degna di essere nominata. Ambrogio (Tom. II. ep. 17. p. 825) deplora i pubblici scandali di Roma, che continuamente offendevano gli occhi, gli orecchi, ed il naso del fedele.

[577] Ambrogio afferma più volte, contro il sentimento comune (_Moyle Oper. vol. II. p. 147_), che i Cristiani avevano una superiorità di partito nel Senato.

[578] La prima dell'anno 382 a Graziano, che non le volle dare udienza: la seconda, nel 384 a Valentiniano, allorchè disputavasi il campo fra Simmaco ed Ambrogio: la terza nel 388 a Teodosio: e la quarta nel 392 a Valentiniano. Lardner (_Testimonianze Pagane ec. Vol. IV. p. 372, 399_) rappresenta bene tutto questo fatto.

[579] Simmaco il quale era investito di tutti gli onori Sacerdotali e Civili, rappresentava l'Imperatore sotto i due caratteri di _Pontefice Massimo_ e di _Principe del Senato_. Vedesi la superba inscrizione alla testa delle sue opere.

[580] Come se uno dice Prudenzio, (_in Symmach_. I. 639), scavasse la terra con un istrumento d'oro e d'avorio. Anche i Santi, e i Santi polemici, trattan questo nemico con rispetto e civiltà.

[581] Vedasi l'Epistola 54 del Lib. X di Simmaco. Nella forma e nella disposizione dei suoi dieci libri di lettere, esso imitò Plinio il Giovane, del quale supponevano i suoi amici che uguagliasse o superasse il ricco e florido stile (Macrob. _Saturnal_. l. V. c. 1). Ma Simmaco è soltanto lussureggiante in vane foglie senza frutti e senza fiori. Pochi fatti e pochi sentimenti si possono trarre dal suo verboso carteggio.

[582] Vedi Ambrogio Tom. II. ep. 17. 18. p. 825-833. La prima di queste lettere è una breve precauzione; la seconda è una replica formale alla domanda o al libello di Simmaco. Le stesse idee sono espresse più copiosamente nella poesia, seppure può meritar questo nome, di Prudenzio, il quale compose i due suoi libri contro Simmaco (nell'anno 404) mentre viveva ancora quel Senatore. Egli è molto stravagante, che Montesquieu (_Considerat_. c. 19. T. III p. 487. ec.) trascurasse i due nemici dichiarati di Simmaco, e si divertisse a spaziare nelle più distanti e indirette confutazioni di Orosio, di S. Agostino e Salviano.

[583] Vedi Prudent. _in Symmach_. l. I. 545 ec. I Cristiani convengono col Pagano Zosimo (l. IV. p. 283) nel collocar questa visita di Teodosio dopo la seconda guerra civile: _gemini bis victor caede tyranni_ (l. 1. 410). Ma il tempo e le circostanze meglio s'adattano al suo primo trionfo.

[584] Prudenzio, poi che provato che si dichiarò il sentimento del Senato per mezzo d'una legittima superiorità di voti, prosegue a dire. 609. ecc.

_Adspice quam pleno subsellia nostra. Senatu_ _Decernant infame Jovis pulvinar, et omne_ _Idolium longe purgata ab urbe fugandum._ _Qua vocat egregii sententia Principis, illuc_ _Libera cum pedibus, tum corde frequentia transit._

Zosimo attribuisce ai Padri Conscritti un coraggio pel Paganesimo, che si trovò solo in pochi di loro.

[585] Girolamo porta l'esempio del Pontefice Albino, che era circondato da tal famiglia di figli e di nipoti tutti fedeli, che sarebbero stati sufficienti a convertire anche Giove medesimo: che straordinario proselito! (Tom. I. _ad Laetam_ p. 54).

[586]

_Exsultare Patres videas, pulcherrima mundi_ _Lumina, conciliumque senum gestire Catonum_ _Candidiore toga niveum pietatis amictum_ _Sumere; et exuvias deponere Pontificales._

La fantasia di Prudenzio è riscaldata ed elevata dalla vittoria.

[587] Prudenzio, dopo d'aver descritto la conversione del Senato e del popolo, domanda con qualche verità e fiducia:

_Et dubitamus adhuc Romam tibi, Christe, dicatam_ _In leges transisse tuas?_

[588] Girolamo esulta nella desolazione del Campidoglio e degli altri tempj di Roma (Tom. I. p. 54. Tom. II. p. 95).

[589] Libanio (_Orat. pro Templis p. 10. Genev. 1634_ pubblicata da Giacomo Gotofredo, e adesso molto rara) accusa Valentiniano e Valente d'aver proibito i sacrifizi. Può l'Imperatore orientale aver dato qualche ordine particolare: ma vien contraddetta l'idea di qualunque legge generale dal silenzio del Codice e dalla testimonianza dell'Istoria ecclesiastica.

[590] Vedansi le sue leggi nel _Codice Teodosiano lib. XVI. Tit. X. leg. 7-11_.

[591] I sacrifizi d'Omero non sono accompagnati da alcuna investigazione di viscere (Vedi Feithius _Antiq. Homers_ l. I. c. 26): I Toscani, che produssero i primi Aruspici, soggiogarono tanto i Greci, quanto i Romani (Cicer. _de Divinat_. 2. 23).

[592] Zosimo l. IV. p. 245, 249. Teodoret. l. V. c. 21. Idazio _in Chron_. Prosper. Aquitan. l. III. c. 38 appresso il Baronio _Annal Eccl_. an. 389. n. 52. Libanio (_pro Templis p. 10_) si sforza di provare, che gli ordini di Teodosio non furono diretti e positivi.

[593] Cod. Teodos. l. XVI. Tit. X. leg. 8. 18. Vi è luogo di credere, che quel tempio d'Edessa, che Teodosio bramava di salvare per gli usi civili, divenisse poco tempo dopo un mucchio di sassi. Libanio _pro Templis_ p. 26. 27 e not. del Gotofred. p. 59.

[594] Vedasi la curiosa orazione di Libanio _pro Templis_, pronunziata, o piuttosto composta circa l'anno 390. Io ho consultato con vantaggio la versione e le note del dottor Lardner (_Testim. Pagan. Vol. IV. p. 135. 163_).

[595] Vedi la vita di Martino fatta da Sulpicio Severo (c. 9-14). Il Santo prese una volta (come avrebbe fatto Don Chisciotte) un innocente funerale pur una processione idolatrica, ed imprudentemente commise un miracolo.

[596] Si confronti Sozomeno (l. 7. c. 15) con Teodoreto (l. V. c. 21). Fra tutti due riferiscono la crociata e la morte di Marcello.

[597] Libanio (_pro Templis. p. 10-13_) scherza intorno a quegli uomini vestiti di nero, cioè a' Monaci Cristiani, che mangiano più degli elefanti. Poveri elefanti! Essi sono animali moderati.

[598] Prosper. Aquit. l. III. c. 38. _ap. Baron. Annal. Eccles._ an. 389. 258. Quel tempio restò chiuso per qualche tempo, e n'era stato impedito l'accesso con pruni.

[599] Donat. _Roma antiq. et nova l. IV. c. 4._ pag. 468. Fu fatta questa consagrazione dal Pontefice Bonifazio IV. Io non so quali favorevoli circostanze avessero conservato il Panteon più di dugento anni dopo il regno di Teodosio.

[600] Sofronio ne compose una recente storia a parte (Girol. _in Script. Eccles. Tom. I. p. 303_) che ha somministrato i materiali a Socrate (l. V. c. 16), a Teodoreto (l. I. V. c. 22) e a Ruffino (l. II. c. 22). Pure quest'ultimo, che si trovò in Alessandria avanti e dopo il fatto, può meritar la fede di testimone originale.

[601] Gerardo Vossio (_Oper. Tom. V. p. 80 e de Idol. I. c. 29_) tenta di sostenere la strana opinione dei Padri, che in Egitto sotto la forma del loro Api, e del Dio Serapide si adorasse il Patriarca Giuseppe.

[602] _Origo Dei nondum nostris celebrata. Aegyptiorum Antistites sic memorant._ Tacit. _Hist._ IV. 83. I Greci, che avevan viaggiato in Egitto, parimente ignoravano questa nuova Divinità.

[603] Macrob. _Saturnal. l. I. c. 7._ Un fatto sì forte prova decisivamente la sua origine straniera.

[604] A Roma furono uniti nel medesimo tempio Iside e Serapide. La precedenza, che avea la Regina, può servire a dimostrare la sua disugual congiunzione con lo straniero del Ponto. Ma era stabilita in Egitto la superiorità del sesso femminile, come una instituzion civile e religiosa (Diodor. Sicul. Tom. I. l. I. p. 31. _edit. Wessel._), ed il medesimo ordine si osserva nel trattato di Plutarco d'Iside e d'Osiride, che esso identifica con Serapide.

[605] Ammiano XXII. 26. L'_Expositio totius mundi_ (_p. 8. in Geog. Minor. d'Hudson. Tom. III_), e Ruffino (l. II. c. 22) celebrano il _Serapeo_ come una delle maraviglie del mondo.

[606] Vedi _Memoir. de l'Acad. des Inscr. Tom. IX p. 197-416_. La vecchia libreria de' Tolomei fu totalmente consumata nella guerra Alessandrina di Cesare. Marc'Antonio diede tutta la collezione di Pergamo (200000 volumi) a Cleopatra per servir di fondamento alla nuova libreria d'Alessandria.

[607] Libanio (_pro Templis p. 21._) imprudentemente provoca i Cristiani, suoi Signori, con questa insultante osservazione.

[608] Noi possiamo scegliere fra la data di Marcellino, anno 389, e quella di Prospero anno 391. Il Tillemont (_Hist. des Emp. Tom. V. p. 310. 756._) preferisce la prima, ed il Pagi la seconda.

[609] Tillemont, _Mem. Eccl. Tom. XI. p. 441-500_. L'ambigua situazione di Teofilo, ch'è un Santo, risguardato come amico di Girolamo, ed è un diavolo, come nemico di Grisostomo, produce una specie d'imparzialità; pure esaminato il tutto, la bilancia pende giustamente contro di lui.

[610] Lardner (_Pagan. Tevimon. vol. IV. p. 411_), ha addotto un bel passo di Suida, o piuttosto di Damasio, che presenta il devoto e virtuoso Olimpio non già in aspetto di guerriero, ma di profeta.

[611] _Nos vidimus armaria librorum, quibus direptis, exinanita ea a nostris hominibus nostris temporibus memorant._ Orosio l. VI. c. 15 p. 421. Edit. Haverc. Sembra che Orosio, quantunque pinzochero e controversista ne abbia rossore.

[612] Eunapio, nelle vite d'Antonino e d'Edesio, detesta la sacrilega rapina di Teofilo. Il Tillemont (_Mem. Eccl. T._ XIII. p. 453) cita una lettera d'Isidoro di Pelusio, che accusa il Primate del culto _idolatrico_ dell'oro, dell'_auri sacra fames_.

[613] Ruffino nomina un Sacerdote di Saturno, che sotto la forma di quel Dio conversava famigliarmente con molte pie donne di qualità, finattantochè si tradì da se stesso in un momento di trasporto, in cui non potè mascherare il tuono della sua voce. L'autentica ed imparziale narrazione d'Eschine (Vedi Bayle _Diction. Cri. Scamandre_) e l'avventure di Mondo (Gioseff. _Ant. Giud. l._ XVIII. c. 3. p. 877. _Edit. Haverc._) possono provare che tali amorose frodi si son praticate con buon successo.

[614] Si vedano le immagini di Serapide appresso Montfaucon (_Tom_. II. p. 296), ma la descrizione di Macrobio (_Saturnal_. l. I. c. 20.) è molto più pittoresca e soddisfacente.

[615]

_Sed fortes tremuere manus, motique verenda_ _Majestate loci, si robora sacra ferirent,_ _In sua credebant redituras membra secures_.

(Lucan. III. 429). È vero, disse Augusto ad un veterano di Italia, in casa del quale cenava, _che quello, che diede il primo colpo alla statua d'oro d'Anaitide, restò immediatamente privo degli occhi e della vita? Io fui quello_, rispose l'illuminato veterano, _e voi presentemente cenate sopra una gamba della Dea_. Plin. _Hist. Nat. XXXIII. 24_.

[616] Sozomeno lib. VII. c. 20. Io ho supplito la misura. La stessa misura dell'inondazione, e per conseguenza del cubito, è durata uniforme fino dal tempo d'Erodoto. Vedi Freret nelle _Mem. de l'Acad. des Inscr. Tom_. XVI. 344-353. Greaves _Oper. miscellan. vol. I. p. 233_. Il cubito Egiziano è circa ventidue pollici del piede Inglese.

[617] Libanio, (_pro Templis_ p. 15. 16. 17) difende la loro causa con delicata ed insinuante rettorica. Fino dai più antichi tempi avevano tali feste ravvivato la campagna; e quelle di Bacco (_Georg_. II. 380) avevan prodotto il teatro d'Atene. Vedi Gotofredo _ad Liban. e Cod. Teod_. VI. p. 284.

[618] Onorio tollerò queste rustiche feste, an. 309. _Absque ullo sacrificio, atque ulla superstitione damnabili_. Ma nove anni dopo credè necessario di rinnovare ed invigorire la stessa costituzione. _Cod. Teod. l. XVI. tit. X. leg. 17. 19_.

[619] _Cod. Teod. l. XVI. Tit. X. leg. 12_. Jortin (_Osserv. sull'Istor. Eccl. vol. IV. p. 134_) censura con asprezza lo stile ed i sentimenti di questa intollerante legge.