Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 05
Part 3
Ma nei tranquilli momenti della riflessione, allorchè lo spirito di Valente non era agitato dal timore, o quello di Valentiniano dall'ira, i tiranni riassumevano i sentimenti o almeno la condotta di padri della patria. Lo spassionato giudizio dell'Imperator d'Occidente era in grado di conoscer chiaramente e di procurar con ardore il bene proprio e del pubblico; ed il Sovrano d'Oriente, che imitava con ugual docilità i varj esempi, che riceveva dal suo fratello maggiore, veniva alle volte guidato dalla saviezza e virtù del Prefetto Sallustio. Ambidue i Principi invariabilmente ritennero nella porpora la modesta e regolata semplicità, che adornato avevano la privata lor vita; e sotto il regno di essi i piaceri della Corte non costarono mai al popolo rossore o sospiri. Essi appoco appoco riformarono molti abusi dei tempi di Costanzo; adottarono giudiziosamente e migliorarono i disegni di Giuliano e del suo Successore; e spiegarono uno stile ed uno spirito di legislazione, che può risvegliare nella posterità l'opinione più favorevole del carattere e del governo loro. Non si sarebbe aspettato mai dal padrone d'_Innocenza_ quella tenera cura pel bene dei sudditi, che mosse Valentiniano a condannare l'esposizione dei bambini nati di fresco[60], ed a stabilire con stipendi e privilegi quattordici abili Medici nei quattordici quartieri di Roma. Il buon senso di un ignorante soldato immaginò un utile e liberale Instituto per l'educazione della gioventù e pel sostegno delle scienze allor decadenti[61]. Era sua intenzione che s'insegnassero le arti della rettorica e della grammatica in lingua Greca e Latina nelle Metropoli di ogni Provincia; e poichè ordinariamente la grandezza e la dignità della scuola era proporzionata a quella della città in cui si trovava, le Accademie di Roma e di Costantinopoli vantavano una giusta e singolar preeminenza. I frammenti degli editti letterari di Valentiniano rappresentano imperfettamente la scuola di Costantinopoli, che fu a grado a grado perfezionata dai successivi regolamenti. Era essa composta di trent'uno Professori, distribuiti in diversi rami di scienze; vale a dire un filosofo e due legali, cinque sofisti e dieci grammatici per la lingua Greca, tre oratori ed altri dieci grammatici per la Latina, oltre sette scrivani, o come in quel tempo si chiamavano antiquari, le laboriose penne dei quali provvedevano le pubbliche Biblioteche di buone e corrette copie dei classici Autori. La regola di condotta, che fu allora prescritta agli studenti, è tanto più curiosa che somministra i primi sbozzi della forma e della disciplina di una moderna Università. Si richiedeva, che essi portassero gli opportuni attestati dei Magistrati delle native loro Province. Regolarmente si notavano in pubblici registri i nomi, le professioni e le abitazioni loro. Era severamente proibito alla studiosa gioventù di perdere il tempo in conviti o nei teatri, ed era limitato il termine della loro educazione all'età di vent'anni. Il Prefetto della città poteva gastigar gli oziosi ed i refrattari con le verghe e coll'espulsione; ed aveva ordine di riferire ogni anno al Maestro degli Uffizi, quali scolari per le cognizioni ed abilità loro si potessero utilmente impiegare in servizio pubblico. Gli instituti di Valentiniano contribuirono ad assicurare i vantaggi della pace e dell'abbondanza; e servì a guardar le città lo stabilimento dei _Difensori_[62], eletti liberamente come Tribuni ed Avvocati del popolo per sostenere i diritti, ed esporre gli aggravj di esso avanti ai Tribunali dei Magistrati civili, o anche al piè del Trono Imperiale. Si amministravano diligentemente le finanze da due Principi, che per tanto tempo erano stati assuefatti alla rigorosa economia di una condizione privata; ma nell'incassamento e nell'impiego della pubblica entrata un occhio discernitore potrebbe osservare qualche differenza fra il governo d'Oriente e quel d'Occidente. Valente era persuaso che non si potesse sostenere la liberalità reale per mezzo della pubblica oppressione; e non ebbe mai l'ambizione di aspirare ad assicurare, mediante le presenti angustie, la futura forza e prosperità del suo popolo. Invece di accrescere il peso delle tasse, che nello spazio di quaranta anni a grado a grado si erano raddoppiate, nei primi quattro anni del suo regno diminuì la quarta parte del tributo dell'Oriente[63]. Sembra che Valentiniano fosse meno attento ed ansioso di sollevare i pesi del suo popolo. Potè in vero riformare gli abusi dell'amministrazione fiscale, ma esigeva senza scrupolo una gran parte dei beni dei privati, essendo convinto, che le rendite, le quali sostenevano il lusso degl'individui, si sarebbero con molto maggior vantaggio impiegate nel difendere e migliorare lo Stato. I sudditi Orientali, che abitualmente godevano il benefizio della condotta del loro Principe, applaudivano alla beneficenza di esso, e la seguente generazione sentì e riconobbe il solido, quantunque meno splendido, merito di Valentiniano[64].
[A. D. 364-375]
Ma la più onorevol particolarità del carattere di Valentiniano è quella costante e moderata imparzialità, che egli sempre mantenne in un tempo di religiose contese. Il suo buon senso, non illuminato in vero, ma neppure corrotto dallo studio, evitava con rispettosa indifferenza le sottili questioni Teologiche. Il governo della _Terra_ esigeva la sua vigilanza, e soddisfaceane l'ambizione; e nel tempo che si rammentava d'esser discepolo della Chiesa, non si dimenticò mai che era Sovrano del Clero. Nel regno d'un Apostata, egli avea segnalato il suo zelo per l'onore del Cristianesimo; concesse dunque ai suoi sudditi il privilegio che aveva assunto per se medesimo; ed essi accettar potevano con gratitudine e con fiducia la general tolleranza, permessa da un Principe dominato dalle passioni, ma incapace di timore o di simulazione[65]. I Pagani, gli Ebrei e tutte le varie Sette, che ammettevano l'autorità divina di Cristo, eran protetti, dalle leggi contro il potere arbitrario o il popolare insulto; nè ci aveva specie alcuna di culto che fosse proibita da Valentiniano, eccettuate quelle segrete e ree pratiche, le quali abusavano del nome di religione per cuoprir gli oscuri disegni del vizio e del disordine. L'arte magica, siccome si puniva più crudelmente, così veniva proscritta con più rigore; ma l'Imperatore adottò una formal distinzione per protegger gli antichi metodi di divinazione approvati dal Senato, ed esercitati dagli Aruspici Toscani. Col consenso dei Pagani più ragionevoli avea condannato la licenza dei sacrifizi notturni; ma immediatamente ammesso l'istanza di Pretestato Proconsole dell'Acaia, il quale rappresentò che la vita dei Greci sarebbe divenuta misera e disgustosa, qualora fossero essi restati privi dell'inestimabil vantaggio dei misteri Eleusini. La sola filosofia può vantarsi (e forse non è più che un semplice vanto della filosofia) che la gentile sua mano è capace di sradicare dalla mente umana i segreti e fatali principj del fanatismo. Ma questa tregua di dodici anni, che acquistò maggior forza dal saggio e vigoroso governo di Valentiniano, sospendendo la ripetizione delle vicendevoli ingiurie, contribuì ad addolcire i costumi, e ad abbattere i pregiudizi delle religiose fazioni.
[A.D. 363-378]
L'amico della tolleranza trovavasi per disgrazia distante dal teatro delle più fiere controversie. Appena i Cristiani dell'Occidente si furon distrigati dai lacci della formola di Rimini, felicemente ricaddero nel letargo dell'ortodossia; ed i piccoli residui del partito Arriano, che tuttavia sussistevano in Milano e in Sirmio, potevano risguardarsi come oggetti piuttosto di disprezzo che di sdegno. Ma nelle province Orientali, dall'Eussino fino all'estremità della Tebaide, la forza ed il numero delle ostili fazioni si bilanciava con maggiore uguaglianza; e questa, invece di secondare i consigli di pace, non serviva che a perpetuar gli orrori della guerra di religione. I Monaci ed i Vescovi sostenevano i loro argomenti con invettive; e le loro invettive alle volte venivano accompagnate dalle percosse. Atanasio dominava sempre in Alessandria; le Sedi di Costantinopoli e d'Antiochia erano occupate dai Prelati Arriani, ed ogni vacanza di Vescovato era l'occasione di un tumulto popolare. Gli _Homousiani_ furon fortificati dalla riconciliazione di cinquantanove Vescovi Macedoniani o Semiarriani; la segreta ripugnanza, che avevano d'abbracciare la divinità dello Spirito Santo, oscurava lo splendore di tal trionfo; e la dichiarazion di Valente, che nei primi anni del suo regno aveva imitato l'imparzial condotta del fratello, fu un importante vittoria dalla parte dell'Arrianismo. I due fratelli avean passata la privata lor vita nello stato di catecumeni; ma la pietà di Valente lo mosse a chiedere il Sacramento del Battesimo avanti d'esporsi ai pericoli della guerra Gotica. Egli si rivolse naturalmente ad Eudosso[66] Vescovo della città Imperiale; e se l'ignorante Monarca fu istruito da quell'Arriano Pastore nei principj della Teologia eterodossa, l'inevitabile conseguenza dell'erronea sua scelta dee in lui risguardarsi piuttosto come una disgrazia che come un delitto. Qualunque fosse stata la determinazione dell'Imperatore, dovea sempre disgustare una gran parte dei Cristiani suoi sudditi; giacchè i Capi tanto degli Homousiani che degli Arriani credevano, che se non si lasciavano dominare, si facesse loro una crudele ingiuria ed oppressione. Dopo aver fatto questo decisivo passo, era molto difficile per esso il conservare la virtù o la riputazione d'imparziale. Veramente non aspirò mai, come Costanzo, alla fama di profondo Teologo; ma siccome avea ricevuto con semplicità e rispetto le opinioni di Eudosso, Valente rimise la sua coscienza alla direzione dell'Ecclesiastiche sue guide, e coll'influenza della propria autorità promosse la riunione degli eretici _Atanasiani_ al corpo della Chiesa Cattolica. Da principio ebbe compassione di lor cecità; in seguito appoco appoco fu provocato dalla loro ostinazione; ed insensibilmente incominciò ad odiar quei Settari, pei quali era egli stesso un argomento di odio[67]. Era sempre dominato il debole spirito di Valente dalle persone, colle quali famigliarmente conversava; e l'esilio o la prigionia d'un privato son favori che facilissimamente si accordano in una Corte dispotica. Si davano tali pene frequentemente ai Capi del partito _Homousiano_; e la disgrazia di ottanta Ecclesiastici di Costantinopoli, che forse per accidente bruciarono sopra una nave, imputossi alla crudele e premeditata malizia dell'Imperatore e de' suoi Arriani ministri. In ogni contesa i Cattolici (se ci è permesso di anticipar questo nome) eran costretti a pagar la pena delle mancanze loro e di quelle degli avversari. In ogni elezione il Candidato Arriano aveva la preferenza; e se gli si opponeva il maggior partito del popolo, era comunemente sostenuto dall'autorità del Magistrato civile, o anche dai terrori di una forza militare. I nemici d'Atanasio tentarono di turbar gli ultimi anni della venerabil vecchiezza di lui; ed il suo breve ritirarsi al sepolcro del proprio padre si celebrò come un quinto esilio. Ma lo zelo di un gran popolo, che immediatamente corse alle armi, pose in timore il Prefetto, ed all'Arcivescovo si lasciò finir la vita in pace ed in gloria dopo quarantasette anni di Vescovato. La morte d'Atanasio fu il segnale della persecuzione dell'Egitto; ed il ministro Pagano di Valente, che a forza collocò l'indegno Lucio nella sede Archiepiscopale, si procacciò il favore del partito dominante per mezzo del sangue e dei patimenti dei Cristiani loro fratelli. Amaramente dolevansi questi della libera tolleranza in favore del Culto Pagano e Giudaico, come d'una circostanza aggravante la miseria dei Cattolici e la reità dell'empio Tiranno dell'Oriente[68].
Il trionfo del partito ortodosso ha lasciato sopra la memoria di Valente una profonda macchia di persecuzione; ed il carattere di un Principe, che traeva le sue virtù ed i suoi vizi da un debole intelletto e da un'indole pusillanime, appena merita che ci prendiamo la pena di farne l'apologia. Ciò nonostante, il candore può scoprire motivi di sospettare, che i Ministri Ecclesiastici di Valente spesso eccedessero gli ordini o anche le intenzioni del loro Signore; e che la verità dei fatti siasi molto magnificata dalla veemente declamazione e dalla facile credulità dei suoi antagonisti[69]. In primo luogo, il silenzio di Valentiniano può suggerire un probabile argomento, che i parziali rigori, esercitati nelle Province ed in nome del suo collega, soltanto si riducessero ad alcune oscure ed inconsiderabili deviazioni dallo stabilito sistema di tolleranza religiosa; e quel giudizioso Istorico, che ha lodato la temperata natura del fratello maggiore, non si è creduto in dovere di porre a contrasto la tranquillità dell'Occidente con la crudele persecuzione dell'Oriente[70]. Secondariamente, per quanto vogliam prestar fede alle incerte e lontane relazioni, si può distintamente conoscere il carattere o almeno la condotta di Valente negli affari che trattò personalmente coll'eloquente Basilio Arcivescovo di Cesarea, che era succeduto ad Atanasio nel maneggio della causa spettante alla Trinità[71]. Se ne fece la circostanziata narrazione dagli amici ed ammiratori di Basilio; e spogliata che sia da un grossolano abbigliamento di rettorica e di miracoli, resteremo sorpresi dall'inaspettata dolcezza del tiranno Arriano, che ammirò la fermezza del suo animo, o temè, facendogli violenza, una rivoluzione generale nella provincia della Cappadocia. L'Arcivescovo, che sosteneva con inflessibile alterigia[72] la verità delle sue opinioni e la dignità del suo posto, fu lasciato nel libero possesso della sua coscienza e della sua sede. L'Imperatore devotamente assistè nella Cattedrale alla messa solenne: ed in luogo di una Sentenza di esilio, sottoscrisse la donazione di considerabili beni per uso di uno spedale, che Basilio aveva ultimamente fondato nelle vicinanze di Cesarea[73]. In terzo luogo, non ho potuto trovare, che da Valente fosse fatta contro gli Atanasiani alcuna legge, come quella che in seguito fece Teodosio contro gli Arriani; e l'editto, che suscitò i più violenti clamori, non sembra poi tanto degno di riprensione. L'Imperatore aveva osservato, che molti dei suoi sudditi, seguitando la pigra loro inclinazione, si erano associati, sotto pretesto di religione, ai Monaci dell'Egitto; e diede ordine al Conte dell'Oriente di trarli fuori della lor solitudine, e costringere quei disertori della società ad accettare la giusta alternativa, o di rinunziare ai temporali lor beni, o di adempire i pubblici doveri degli uomini e dei cittadini[74]. Sembra che i Ministri di Valente estendessero il senso di questo penale statuto, giacchè si arrogarono il diritto di arrolare nelle armate Imperiali i Monaci giovani e di forte corporatura. Fu spedito da Alessandria nel vicino deserto di Nitria[75], popolato da cinquemila Monaci, un distaccamento di cavalleria e d'infanteria consistente in tremila soldati. Erano essi guidati da Preti Arriani, e si racconta, che fu fatta una considerabile strage nei Monasteri, nei quali non si ubbidiva ai comandi del Principe[76].
[A. 370]
Gli stretti regolamenti, che la saviezza dei moderni Legislatori ha fatti per frenare la ricchezza e l'avarizia del Clero, in origine si posson dedurre dall'esempio dell'Imperatore Valentiniano. Il suo editto[77], indirizzato a Damaso Vescovo di Roma, fu pubblicamente letto nelle Chiese della città. Egli ammoniva gli Ecclesiastici ed i Monaci a non frequentare le case delle vedove e delle vergini, e ne minacciava la disubbidienza con pene civili. Al Direttore non fu più permesso di ricevere alcun donativo, legato, o eredità dalle figlie spirituali; ogni testamento contrario a quest'editto fu dichiarato nullo, e ciò che si fosse illegittimamente donato, dovea confiscarsi in benefizio del tesoro pubblico. Sembra che con una successiva costituzione fossero estesi gli stessi provvedimenti alle Monache e ai Vescovi, e che tutte le persone dell'ordine Ecclesiastico si rendessero incapaci di ricevere alcuna donazione testamentaria, e rigorosamente fossero limitate ai naturali e legittimi diritti della successione. Valentiniano, come custode della domestica felicità e virtù, applicò al male nascente questo rigoroso rimedio. Nella Capitale dell'Impero le donne di case nobili e ricche possedevano vastissimi e indipendenti patrimonj: e molte di quelle devote femmine avevano abbracciato le dottrine del Cristianesimo, non solamente col freddo assenso dell'intelletto, ma eziandio col calore dell'affezione, e forse coll'ardor della moda. Sacrificavano esse i piaceri della pompa e del lusso; e rinunziavano per amor della castità alle dolci lusinghe della società conjugale. Si deputava qualche Ecclesiastico, di reale o di apparente santità, per diriger la timorosa loro coscienza, e per occupare la tenerezza vacante del loro cuore; e spesso qualche furbo o entusiasta, che dall'estremità dell'Oriente correva a godere in uno splendido teatro i privilegj della professione Monastica, si abusava dell'illimitata confidenza che esse precipitosamente accordavangli. Mediante il disprezzo, che questi avevan del Mondo, insensibilmente acquistavano i più desiderabili vantaggi di esso, come il vivo attaccamento di una forse giovane e bella donna, la delicata abbondanza d'una casa opulenta, ed il rispettoso omaggio degli schiavi, dei liberti e dei clienti d'una Senatoria famiglia. Le immense ricchezze delle Dame Romane appoco appoco si consumavano in prodighe elemosine e in dispendiosi pellegrinaggi; e l'artificioso Monaco, che aveva assegnato a se stesso il primo e, se era possibile, il solo posto nel testamento della spirituale sua figlia, pretendeva sempre di dichiarare, con la dolce apparenza dell'ipocrisia, che egli era il solo strumento della carità, e l'amministratore dei beni dei poveri. Quel lucroso ma disonorevol commercio[78], che si esercitava dal Clero per defraudare l'espettazione degli eredi naturali, avea provocato fino lo sdegno d'un secolo superstizioso; e due dei più rispettabili Padri Latini molto ingenuamente confessano, che l'ignominioso editto di Valentiniano fu giusto e necessario; e che i Sacerdoti Cristiani avean meritato di perdere un privilegio, che tuttavia si godeva dai commedianti, dai cocchieri e dai ministri degli idoli. Ma la saviezza e l'autorità del legislatore di rado son vittoriose, quando combattono la vigilante destrezza dell'interesse privato; e Girolamo o Ambrogio potevano con pazienza acquietarsi nella giustizia di una legge salutare, ma inefficace. Se raffrenavansi gli Ecclesiastici negli acquisti di personali emolumenti, essi non lasciavano d'esercitare una più lodevole industria in accrescere la ricchezza comune della Chiesa, ed in decorare la loro avidità coi nomi speciosi di pietà e di patriottismo[79].
[A. 366-384]
Damaso, Vescovo di Roma, che dovè svergognare l'avarizia del suo Clero pubblicando la legge di Valentiniano, ebbe il buon senso o la buona fortuna di impegnare in suo servizio lo zelo e l'abilità del dotto Girolamo; e questo grato Santo ha celebrato il merito e la purità d'un carattere molto ambiguo[80]. Ma curiosamente ha osservato gli splendidi vizj della Chiesa Romana sotto il regno di Valentiniano e di Damaso l'istorico Ammiano, che indica l'imparziale suo sentimento in queste espressive parole. «La Prefettura di Juvenzio godeva il vantaggio della pace e dell'abbondanza; ma presto fu disturbata la tranquillità del suo governo da una sanguinosa sedizione del diviso popolo. L'ardore di Damaso e di Orsino, per occupare la sede Episcopale, sorpassò l'ordinaria misura dell'ambizione umana. Essi contendevano col furor di parte; era sostenuta la disputa con le ferite o con la morte dei loro seguaci; ed il Prefetto, incapace d'impedire o d'acquietare il tumulto, fu costretto dalla forza maggiore a ritirarsi nei sobborghi. Damaso prevalse: la vittoria, molto contrastata, finalmente rimase dalla parte della fazione di lui; furon trovati nella Basilica di Sicinino[81], dove i Cristiani tenevano le religiose loro adunanze, centotrentasette corpi morti[82]; e passò molto tempo avanti che gli animi riscaldati del popolo riprendessero la solita loro tranquillità. Considerando lo splendore della Capitale, non mi fa maraviglia, che un premio sì valutabile accendesse le brame di uomini ambiziosi, e producesse le più fiere ed ostinate contese. Il candidato, che ottiene l'intento, è sicuro d'esser arricchito dalle offerte delle matrone[83]; e vestito con decente cura ed eleganza può passeggiar nel suo cocchio per le strade di Roma[84]; e la sontuosità della mensa Imperiale non uguaglierà i copiosi e delicati conviti apparecchiati dal gusto ed a spese dei Romani Pontefici. Con quanto più di ragione (continua il buon Pagano) provvederebbero questi Pontefici alla vera loro felicità, se invece d'allegare la grandezza della città come una scusa dei loro costumi, imitasser la vita esemplare di alcuni Vescovi delle province, nei quali la sobrietà e temperanza, il moderato equipaggio, e gli umili sguardi rendono la modesta e pura loro virtù commendabile alla Divinità ed ai veri adoratori di essa[85]». Fu estinto lo scisma di Damaso e di Orsino mediante l'esilio di questo ultimo; e la saviezza del Prefetto Pretestato[86] restituì la calma alla città. Pretestato era un Pagano filosofo, un uomo erudito, di buon gusto e culto, che cuoprì sotto l'aria di scherzo un rimprovero, allorchè assicurò Damaso, che avrebbe subito abbracciato egli stesso la religione Cristiana, se avesse ottenuto il Vescovato di Roma[87]. Questa viva pittura della ricchezza e del lusso dei Papi nel quarto secolo, tanto più riesce curiosa, in quanto che ci rappresenta il grado medio fra l'umile povertà del pescatore Apostolico, e la regia condizione d'un Principe temporale, i dominj del quale s'estendono dai confini di Napoli fino alle rive del Po.
[A. 364-375]
Quando il voto dei Generali e dell'esercito pose nelle mani di Valentiniano lo scettro del Romano Impero, la sua riputazione nelle armi, la militar perizia ed esperienza che aveva, ed il rigido suo attaccamento ai costumi, ugualmente che allo spirito dell'antica disciplina, furono i principali motivi della giudiziosa loro elezione. L'ardor delle truppe, che lo costrinsero a nominare un collega, fu giustificato dalla pericolosa situazione dei pubblici affari; e Valentiniano medesimo sapeva, che le forze di uno spirito anche il più attivo non servivano per difendere le remote frontiere di una Monarchia sottoposta alle invasioni. Appena la morte di Giuliano ebbe liberato i Barbari dal terrore del suo nome, che le più vive speranze di rapine e di conquiste eccitarono le nazioni dell'Oriente, del Settentrione e del Mezzogiorno.
[A. 364-375]
Le loro scorrerie furono spesso moleste ed alle volte formidabili; ma nei dodici anni del regno di Valentiniano, la sua fermezza e vigilanza difese i proprj Stati, e parve che il vigoroso genio di lui inspirasse e dirigesse i deboli consigli del fratello. Il metodo in forma di annali esprimerebbe con più forza le urgenti e divise cure dei due Imperatori; ma l'attenzione del lettore sarebbe ugualmente distratta da una tediosa ed incostante narrazione. Un separato prospetto dei cinque gran teatri di guerra, cioè della Germania, della Britannia, dell'Affrica, dell'Oriente e del Danubio, darà un'idea più distinta dello stato militare dell'Impero nei regni di Valentiniano e di Valente.
[A. 365]