Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 05
Part 29
In questo ampio e vario prospetto di demolizioni può lo spettatore distinguere in Alessandria le rovine del tempio di Serapide[600]. Questo non pare che sia stato uno degli Dei naturali, o de' mostri che uscirono dal fertil suolo del superstizioso Egitto[601]. Il primo de' Tolomei aveva ricevuto ordine in sogno di portare in Egitto quel misterioso straniero dalla costa del Ponto, dov'era stato per lungo tempo adorato dagli abitanti di Sinope; ma si conoscevano tanto imperfettamente gli attributi ed il regno di esso, che divenne un soggetto di disputa, se rappresentasse il lucido globo del giorno o il tenebroso Monarca delle sotterranee regioni[602]. Gli Egizj, che erano attaccati ostinatamente alla religione dei loro padri, non vollero ammettere dentro le mura delle loro città questa divinità forestiera[603]. Ma gli ossequiosi Sacerdoti, che furon sedotti dalla liberalità de' Tolomei, si sottoposero senza resistenza al potere del Dio del Ponto: gli fu trovata un'onorevol domestica genealogia; e s'introdusse questo fortunato usurpatore nel trono e nel letto d'Osiride[604], marito d'Iside e celeste Monarca dell'Egitto. Alessandria che se ne attribuiva la special protezione, si gloriava del nome di città di Serapide. Il suo tempio[605], rivale della sublimità e magnificenza del Campidoglio, era stato eretto sulla spaziosa cima di un'artefatta montagna innalzata cento passi sopra il piano delle altre parti della città, e l'interiore cavità di essa veniva stabilmente sostenuta da archi, e divisa in volte ed in sotterranei quartieri. Era circondato il sacro edifizio da un portico quadrangolare; le magnifiche sale, e le squisite statue vi spiegavano il trionfo delle arti, e si conservavano i tesori dell'antica dottrina nella famosa libreria d'Alessandria, ch'era con nuovo splendore risorta dalle sue ceneri[606]. Poscia che gli editti di Teodosio ebbero severamente proibito i sacrifizi dei Pagani, essi erano tuttavia tollerati nella città e nel tempio di Serapide; e questa singolare condiscendenza fu imprudentemente attribuita a' superstiziosi terrori dei Cristiani medesimi, come se temessero d'abolire quegli antichi riti, che soli assicurar potevano le inondazioni del Nilo, le riccolte dell'Egitto e la sussistenza di Costantinopoli[607].
La sede Archiepiscopale d'Alessandria in quel tempo[608] era occupata da Teofilo[609], perpetuo nemico della pace e della virtù, uomo audace e cattivo, le mani del quale furono alternativamente macchiate dal sangue e dall'oro. Si eccitò il religioso sdegno di lui dagli onori di Serapide; e gli insulti, che ei fece ad un'antica cappella di Bacco, persuasero i Pagani, che meditava un'impresa più importante e pericolosa. Nella tumultuaria capitale dell'Egitto il più leggiero incitamento serviva ad accendere una guerra civile. I devoti di Serapide, ch'eran molto inferiori in forza ed in numero a' loro avversari, presero le armi, spinti dal filosofo Olimpio[610], che gli esortò a morire in difesa degli altari degli Dei. Si fortificarono questi Pagani fanatici nel tempio o per meglio dire nella fortezza di Serapide; rispinsero gli assedianti per mezzo di valorose sortite e d'una risoluta difesa; e con le inumane crudeltà, che esercitarono contro i Cristiani lor prigionieri, ottennero l'ultima consolazione dei disperati. Il prudente magistrato fece utili sforzi per istabilire una tregua, finattantochè la risposta di Teodosio determinasse il destino di Serapide. S'adunarono le due parti senz'armi nella piazza principale; e pubblicamente fu letto l'Imperiale rescritto. Ma quando si pronunziò contro gli idoli d'Alessandria una sentenza di distruzione, i Cristiani gettarono un grido di gioia e di giubilo, mentre gli infelici Pagani, al furore dei quali era succeduta la costernazione, si ritirarono in fretta e silenzio, e con la fuga ed oscurità loro delusero lo sdegno dei loro nemici. Teofilo passò a demolire il tempio di Serapide senz'altre difficoltà, che quelle ch'ei trovò nel peso e nella stabilità dei materiali; tali ostacoli però tanto riuscirono insuperabili, che fu costretto a lasciarvi i fondamenti; ed a contentarsi di ridur l'edifizio medesimo ad un mucchio di sassi, una parte dei quali poco tempo dopo si tolse per far luogo ad una Chiesa, che vi fu eretta in onore dei Martiri Cristiani. Fu saccheggiata o distrutta la ricca libreria di Alessandria; e circa vent'anni dopo, la vista degli scaffali voti eccitò il dispiacere e lo sdegno di uno spettatore, la mente del quale non era totalmente oscurata da religiosi pregiudizi[611]. Si potevano senza dubbio salvare dal naufragio dell'idolatria pel piacere e per l'istruzione dei posteri le composizioni degli antichi, tante delle quali sono irreparabilmente perite; e poteva lo zelo, o l'avarizia dell'Arcivescovo[612] essersi saziata con le ricche spoglie, che furono il premio della sua vittoria. Mentre si fondevano diligentemente le immagini ed i vasi d'oro e d'argento, e quelli del metallo meno stimabile si rompevano con disprezzo, e gettavansi per le strade, Teofilo si affaticava ad esporre le frodi ed i vizi dei ministri degl'idoli; la lor destrezza nel maneggiare la calamita; le segrete loro maniere di introdurre un uomo nella cavità della statua, e lo scandaloso abuso, ch'essi facevano della fiducia dei devoti mariti e delle mogli non sospettose[613]. Può sembrare che accuse di tal sorta meritino qualche fede, non essendo contrarie all'artificioso ed interessato spirito della superstizione. Ma il medesimo spirito è ugualmente inclinato al vil costume d'insultare e di calunniare un abbattuto nemico; e naturalmente viene scossa la nostra credenza dalla riflessione, ch'è molto meno difficile inventare una storia falsa, che sostenere una pratica frode. La colossale statua di Serapide[614] restò involta nella rovina del tempio e della religione di esso. Un gran numero di lamine di vari metalli, ingegnosamente unite fra loro, componeva la maestosa figura della Divinità, che toccava da ogni parte le mura del santuario. L'aspetto di Serapide, la sua positura sedente, e lo scettro, che teneva nella mano sinistra, erano molto simili alle rappresentazioni ordinarie di Giove. Esso era distinto da Giove nel corbello o moggio, che aveva sul capo; e nell'emblematico mostro, che teneva nella mano destra, il capo ed il corpo del quale era di un serpente che si divideva in tre code, le quali terminavano in tre capi, di cane, di leone e di lupo. Asserivasi con sicurezza, che se un'empia mano avesse ardito di violare la maestà di quel Dio, i cieli e la terra sarebbero immediatamente tornati al primiero lor caos. Un intrepido soldato, animato dallo zelo, ed armato di una pesante scure militare, salì sulla scala; ed il popolo Cristiano medesimo aspettava con qualche ansietà di veder l'evento della battaglia[615]. Egli vibrò un vigoroso colpo sulla guancia di Serapide; la guancia cadde a terra; non sentissi alcun tuono, e tanto i cieli quanto la terra continuarono a mantenere la tranquillità e l'ordine solito. Replicò il vittorioso soldato i suoi colpi: fu rovesciato e fatto in pezzi l'enorme idolo; e le membra di Serapide furono ignominiosamente trascinate per le strade di Alessandria. Si bruciò nell'anfiteatro, in mezzo ai clamori della plebe, il suo lacero corpo, e molti attribuirono la lor conversione a questa scoperta dell'impotenza della loro tutelare Divinità. Le popolari specie di religione, che propongono dei materiali e visibili oggetti di culto, hanno il vantaggio di adattarsi e famigliarizzarsi ai sensi degli uomini; ma questo vantaggio è contrabbilanciato da' vari ed inevitabili accidenti, a' quali s'espone la fede dell'idolatra. Appena è possibile ch'esso in ogni disposizione di mente conservi l'implicita sua riverenza per gl'idoli o le reliquie, il cui semplice occhio o la mano profana non son capaci di distinguere dalle più comuni produzioni della natura o dell'arte; e se nel tempo del pericolo la segreta e miracolosa loro virtù non opera per la propria conservazione, il devoto sprezza le vane apologie de' suoi sacerdoti, e giustamente deride l'oggetto e la follia del superstizioso suo attaccamento. Dopo la caduta di Serapide, i Pagani tuttavia nutrivano speranza, che il Nilo avrebbe negato l'annuo suo tributo agli empi dominatori dell'Egitto; e lo straordinario indugio dell'inondazione pareva che indicasse il corruccio del Nume. Ma tale dilazione fu tosto compensata dal rapido gonfiamento delle acque. Ad un tratto queste s'alzarono a tal insolita altezza, che servì a consolare il malcontento partito con la piacevole speranza d'un diluvio, finattantochè il pacifico fiume di nuovo si ritirò al ben noto e fertilizzante livello di sedici cubiti, o di circa trenta piedi Inglesi[616].
I tempj del Romano Impero erano abbandonati o distrutti; ma l'ingegnosa superstizione dei Pagani tentava d'eludere le leggi di Teodosio, dalle quali era severamente punito qualunque sacrifizio. Gli abitanti della campagna, la condotta dei quali era meno esposta agli occhi della maliziosa curiosità, coprivano le religiose loro adunanze colle apparenze di conviti. Nei giorni delle feste solenni, s'univano in gran copia sotto l'estesa ombra di alcuni alberi sacri; si uccidevano ed arrostivan bovi e pecore, e questo rurale convito era santificato dall'uso dell'incenso e dagl'inni, che si cantavano in onor degli Dei. Ma si adduceva, che siccome non s'offeriva bruciando alcuna parte dell'animale, nè v'era l'altare per ricevere il sangue, e s'aveva cura d'ommetter la precedente oblazione delle torte salate, e la final ceremonia delle libazioni, queste festive adunanze non inducevan nei convitati la colpa nè la pena d'un illegittimo sacrifizio[617]. Qualunque si fosse la verità dei fatti, o il merito della distinzione[618] furon tolti di mezzo questi vani pretesti dall'ultimo editto di Teodosio, che mortalmente ferì la superstizion dei Pagani[619]. Questa legge proibitiva s'esprime nei termini più assoluti ed estesi. «È nostra volontà e piacere (dice l'Imperatore) che nessuno dei nostri sudditi, o sieno magistrati o privati cittadini, comunque sublime o basso esser possa lo stato e condizion loro, ardisca in qualunque città o in qualunque luogo venerare un idolo inanimato col sagrifizio d'innocenti vittime». L'atto di sacrificare e la pratica della divinazione per mezzo delle viscere della vittima si dichiarano (senz'alcun riguardo all'oggetto di tali ricerche) delitti di tradimento contro lo Stato, che non si possono espiare, se non con la morte del reo. I riti della superstizione Pagana, che potevano sembrar meno sanguinosi ed atroci, sono aboliti come altamente ingiuriosi alla verità ed all'onore della religione; vengono specialmente enunciati e condannati i lumi, l'incenso, le ghirlande, e le libazioni di vino; e sono inclusi in questa rigorosa condanna gl'innocenti diritti del Genio domestico, e degli Dei Penati. L'uso di alcuna di queste profane ed illegittime ceremonie sottopone il delinquente alla confiscazione della casa, o del fondo, in cui si è fatta; e se maliziosamente ha scelto il luogo d'un altro pel teatro della sua empietà, è condannato a pagare senza dilazione, una grave pena di venticinque libbre d'oro, che sono più di mille lire sterline. Viene imposta una pena non meno considerabile alla connivenza di quei segreti nemici della religione, che trascureranno il dovere dei loro rispettivi uffizi, di rivelare cioè o di punire il delitto d'idolatria. Tale fu lo spirito persecutore delle leggi di Teodosio che furono più volte confermate dai suoi figli e nipoti, con alto ed unanime applauso del Mondo Cristiano[620].
Nei crudeli regni di Decio e di Diocleziano era stato proscritto il Cristianesimo, come un'apostasia, dall'ereditaria ed antica religion dell'Impero; e gl'ingiusti sospetti, che si avevano d'un'oscura e pericolosa fazione, venivano in qualche modo favoriti dall'inseparabile unione, e dalle rapide conquiste della Chiesa Cattolica. Ma non si possono applicare le medesime scuse d'ignoranza e di timore agl'Imperatori Cristiani, che violavano i precetti dell'umanità e del Vangelo. L'esperienza dei tempi avea dimostrato la debolezza e la follia del Paganesimo; il lume della ragione e della fede aveva già esposto alla maggior parte del genere umano la vanità degl'idoli, e la decadente setta, che era tuttavia attaccata al lor culto, si poteva lasciar esercitare in pace e nell'oscurità i religiosi riti dei suoi maggiori. Se i Pagani fossero stati animati dall'indomito zelo, che occupava lo spirito dei primi credenti, il trionfo della Chiesa sarebbe stato macchiato di sangue; ed i martiri di Giove o d'Apollo abbracciato avrebbero la gloriosa occasione di sacrificare le proprie vite e sostanze a piè dei loro altari. Ma zelo così ostinato non era conforme alla libera e negligente natura del politeismo. I violenti e replicati colpi de' Principi ortodossi perderonsi nella molle e cedente materia, contro la quale eran diretti; e la pronta obbedienza dei Pagani li difese dalle pene e dalle multe del Codice Teodosiano[621]. Invece di sostenere, che l'autorità degli Dei era superiore a quella dell'Imperatore, essi desisterono con un lamentevole mormorio, dall'uso di quei sacri riti, che il loro Principe avea condannato. Se qualche volta furon tentati da un impeto di passione o dalla speranza di non esser scoperti a secondare la favorita superstizione, l'umile pentimento loro disarmava la severità del Magistrato Cristiano, e rade volte ricusavano di purgare la propria temerità col sottomettersi, con qualche segreta ripugnanza, al giogo dell'Evangelio. Eran piene le Chiese d'una sempre crescente moltitudine di quest'indegni proseliti, che per motivi temporali s'erano uniformati alla religion dominante; e nel tempo, che devotamente imitavano la positura, e recitavan le preci dei Fedeli, soddisfacevano la lor coscienza mediante la tacita e sincera invocazione degli Dei dell'antichità[622]. Se i Pagani non avevan pazienza di sofferire, mancava loro anche il coraggio di resistere, e le disperse migliaia di essi, che deploravano la rovina dei tempj, cederono senza contrasto alla fortuna dei loro avversari. Alla tumultuaria opposizione[623], che fecero i villani della Siria, e la plebaglia d'Alessandria al furore del fanatismo privato, fu imposto silenzio dall'autorità e dal nome dell'Imperatore. I Pagani dell'Occidente, senza contribuire all'innalzamento d'Eugenio, disonorarono col parziale attaccamento loro la causa ed il carattere dell'usurpatore. Il Clero ardentemente esclamava, ch'egli aggravava il delitto della ribellione con quello dell'apostasia; che per licenza di lui erasi ristabilito l'altare della Vittoria; e che si spiegavano in campo gli idolatrici simboli d'Ercole e di Giove contro l'invincibil stendardo della Croce. Ma presto furon distrutte le vane speranze dei Pagani con la disfatta d'Eugenio; ed essi restarono esposti allo sdegno del vincitore, che si sforzava di meritare il favore celeste coll'estirpazione dell'Idolatria[624].
[A. 390-420]
Un popolo di schiavi è sempre pronto ad applaudire alla clemenza del suo Signore, che nell'abuso del potere assoluto non deviene all'ultime estremità dell'ingiustizia e dell'oppressione. Teodosio poteva senza dubbio aver proposto ai Pagani suoi sudditi l'alternativa del battesimo o della morte; e l'eloquente Libanio ha lodato la moderazione di un Principe, che non obbligò mai con legge positiva tutti i suoi sudditi ad immediatamente abbracciare e praticar la religione del proprio Sovrano[625]. Non era divenuta la professione del Cristianesimo una qualità essenziale per godere i diritti civili della società; nè s'era imposto alcun peso particolare ai Settarj, che creduli ammettevano le favole d'Ovidio, e rigettavano ostinati i miracoli del Vangelo. Il palazzo, le scuole, l'esercito ed il senato eran pieni di devoti e dichiarati Pagani; essi ottenevano senza distinzione gli onori civili e militari dell'Impero. Teodosio distinse il suo generoso riguardo per la virtù e pei talenti, con impartire a Simmaco la dignità consolare[626], e con esprimere la sua personal amicizia per Libanio[627]; e i due più eloquenti apologisti del Paganesimo non furon mai sollecitati o a mutare o a dissimular le religiose lor opinioni. Era permessa ai Pagani la più licenziosa libertà di parlare e di scrivere; gli istorici e filosofici avanzi d'Eunapio, di Zosimo[628] e dei fanatici dottori della scuola Platonica dimostrano le animosità più furiose, e contengono le più aspre invettive contro i sentimenti e la condotta dei vittoriosi loro avversari. Se questi audaci libelli erano pubblicamente noti, noi dobbiamo applaudire il buon senso dei Principi Cristiani, che riguardavano con riso e disprezzo gli ultimi sforzi della superstizione e della disperazione[629]. Ma rigorosamente s'eseguivano le leggi Imperiali, che proibivano i sacrifizi e le ceremonie del Paganesimo, ed ogni momento contribuiva a distruggere l'autorità d'una religione, ch'era sostenuta dall'uso piuttosto che dalle prove. Può segretamente nutrirsi la devozione del poeta o del filosofo per mezzo delle preghiere, della meditazione e dello studio; ma sembra che l'esercizio del Culto pubblico sia l'unico solido fondamento delle opinioni religiose del popolo, che traggono la loro forza dall'imitazione e dall'abito. L'interrompimento di tal pubblico esercizio può nel corso di pochi anni condurre a fine l'importante opera di una rivoluzion nazionale. Non può lungamente conservarsi la memoria delle opinioni teologiche senza l'artificiale aiuto dei Sacerdoti, dei tempj e dei libri[630]. Il volgo ignorante, il cui animo è sempre agitato dalle cieche speranze, e dai terrori della superstizione, verrà ben presto persuaso da' suoi superiori a dirigere i propri voti alle dominanti Divinità del suo secolo, ed appoco appoco s'imbeverà d'un ardente zelo pel sostegno e la propagazione di quella nuova dottrina, che a principio la fame spirituale l'obbligò ad accettare. La generazione, venuta dopo la promulgazion delle leggi Imperiali, fu tratta nel seno della Chiesa cattolica; e la caduta del Paganesimo, quantunque sì dolce, fu tanto rapida, che non più di ventott'anni dopo la morte di Teodosio, dall'occhio del Legislatore non se ne scorgevano più i deboli e minuti vestigi[631].
La rovina della religione Pagana vien descritta dai Sofisti, come un terribile e sorprendente prodigio, che coprì la terra di tenebre, e ristabilì l'antico dominio della notte e del caos. Essi riferiscono in alto e patetico tuono, che i tempj eran convertiti in sepolcri, e che i luoghi sacri che prima splendevano adornati di statue degli Dei, erano vilmente contaminati dalle reliquie dei martiri Cristiani. «I Monaci (specie d'immondi animali, ai quali Eunapio è tentato di negar fino il nome di uomini) sono gli autori del nuovo culto, il quale in luogo di quelle Divinità, che si concepiscono coll'intelletto, ha sostituito i più abbietti e dispregevoli schiavi. Le teste salate ed imbalsamate di quegl'infami malfattori, che pei loro delitti han sofferto una giusta ed ignominiosa morte; i loro corpi tuttavia marcati dall'impressione delle verghe e dalle cicatrici, lasciatevi da que' tormenti che dati furono per sentenza del magistrato: questi sono (prosegue Eunapio) gli Dei che la terra produce ai nostri giorni; questi sono i martiri, gli arbitri supremi delle nostre suppliche e domande a Dio, le tombe dei quali vengono adesso consacrate come gli oggetti della venerazione del popolo»[632]. Senz'approvarne la malizia, egli è molto naturale il partecipare della sorpresa del Sofista, spettatore d'una rivoluzione che innalzò quelle oscure vittime della Romana legge, al grado di celesti ed invisibili protettori dell'Imperio Romano. Il grato rispetto, che avevano i Cristiani pei martiri della fede, fu elevato dal tempo e dalla vittoria ad una religiosa adorazione, ed i più illustri fra i Santi e Profeti furono meritamente associati agli onori dei martiri. Cento cinquant'anni dopo la gloriosa morte di S. Pietro e di S. Paolo, si distinsero il Vaticano e la via Ostiense pei sepolcri, o piuttosto pei trofei di quegli spirituali Eroi[633]. Nel secolo dopo la conversione di Costantino, gl'Imperatori, i Consoli, ed i Generali degli eserciti devotamente vigilavano i sepolcri di un facitor di tende e d'un pescatore[634]: e furon depositate le lor venerabili ossa sotto gli altari di Cristo, sui quali continuamente i Vescovi della città reale offerivano l'incruento sacrifizio[635]. La nuova capitale dell'Oriente, incapace di produrre alcun antico e domestico trofeo, fu arricchita delle spoglie delle dipendenti Province. I corpi di S. Andrea, di S. Luca, e di S. Timoteo quasi per trecent'anni avevan riposato in oscuri sepolcri, dai quali furono trasportati con solenne pompa alla chiesa degli Apostoli, che la magnificenza di Costantino aveva fondato sulle rive del Bosforo Tracio[636]. Circa cinquant'anni dopo le medesime rive onorate furono dalla presenza di Samuele, Profeta e Giudice del popolo Israelita. Le sue ceneri, depositate in un vaso d'oro e coperte d'un velo di seta, passarono dalle mani d'un Vescovo a quelle d'un altro. Si riceveron dal popolo le reliquie di Samuele con la medesima gioia e reverenza, che si sarebbe dimostrata al Profeta medesimo vivente; le pubbliche strade, dalla Palestina fino alle porte di Costantinopoli, eran occupate da una continua processione; e l'istesso Imperatore Arcadio alla testa dei più illustri membri del Clero e del Senato, s'avanzò incontro allo straordinario suo ospite, che aveva sempre meritato e voluto l'omaggio dei Re[637]. L'esempio di Roma e di Costantinopoli confermò la fede e la disciplina del Mondo Cattolico. Gli onori de' Santi e dei Martiri, dopo un debole ed inefficace susurro della profana ragione[638], si stabilirono generalmente; ed al tempo d'Ambrogio e di Girolamo stimavasi, che sempre mancasse qualche cosa alla santità d'una Chiesa Cristiana, finattantochè non fosse stata santificata da qualche parte di sacre reliquie che determinassero ed infiammassero la devozione del Fedele.
Nel lungo periodo di dodici secoli, che scorsero fra il regno di Costantino, e la riforma di Lutero, il culto dei Santi e delle reliquie corruppe la pura e perfetta semplicità del cristiano sistema; e si posson osservare sintomi di tralignamento anche nelle prime generazioni che adottarono e favorirono questa perniciosa innovazione.
I. La soddisfacente esperienza, che le reliquie dei Santi eran più valutabili dell'oro e delle pietre preziose[639], stimolò il Clero a moltiplicare i tesori della Chiesa. Senza molto riguardo alla verità od alla probabilità, s'inventavan dei nomi per gli scheletri, e delle azioni pei nomi. La fama degli Apostoli e dei santi uomini, che avevano imitato la loro virtù, fu oscurata da religiose finzioni. All'invincibil drappello dei genuini e primitivi martiri, essi aggiunsero molte migliaia di eroi immaginari, che non eran mai stati se non nella fantasia di artificiosi e crudeli autori di leggende; ed havvi motivo di sospettare, che Tours non fosse la sola Diocesi, in cui le ossa d'un malfattore fossero adorate invece di quelle di un Santo[640]. Una pratica superstiziosa, che tendeva ad accrescere le tentazioni della frode e della credulità, appoco appoco estinse nel Mondo Cristiano il lume dell'istoria e della ragione.