Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 05

Part 28

Chapter 283,358 wordsPublic domain

_Te propter gelidis Aquilo de monte procellis_ _Obruit adversus acies, revolutaque tela_ _Vertit in auctores, et turbine repulit hastas,_ _O nimium dilecte Deo, cui fundit ab antris_ _Aeolus armatas hyemes, cui militat aether,_ _Et conjurati veniunt ad classica venti!_

Questi famosi versi di Claudiano (_in III. Cons. Hono. 93. an. 396_) son riferiti dai suoi contemporanei Agostino ed Orosio, che sopprimono la Pagana Divinità d'Eolo; ed aggiungono alcune circostanze, che avevan sapute dai testimoni di veduta. Dentro i quattro mesi dopo la vittoria, fu essa paragonata da Ambrogio alle vittorie miracolose di Mosè e di Giosuè.

[561] Hanno raccolto gli avvenimenti di questa guerra civile Ambrogio (Tom. II. ep. 62 p. 1022), Paolino (_in vit. Ambros._ c. 26-34), Agostino (_De Civ. Dei_ V. 26), Orosio (l. VII. c. 35), Sozomeno (l. VII. c. 24). Teodoreto (l. V. c. 24), Zosimo (l. IV. p. 281 ec.), Claudiano (_in III. Con. Hon. 63-105. in IV. Cons. Honor. 70-117_) e le Croniche pubblicate dallo Scaligero.

[562] Questa malattia, da Socrate (l. V. c. 26) attribuita alle fatiche della guerra, si rappresenta da Filostorgio (l. XI. c. 2) come un effetto di pigrizia e d'intemperanza; perlochè Fozio lo chiama uno sfacciato mentitore; (Gotofredo _Diss. p. 438_).

[563] Zosimo suppone, che il fanciullo Onorio accompagnasse suo padre (l. IV. p. 280). Pure l'espressione _quanto flagrabant pectora voto_, è tutto quello che l'adulazione potè permettere ad un poeta contemporaneo, il quale chiaramente descrive la negativa dell'Imperatore, ed il viaggio d'Onorio _dopo_ la vittoria (Claudiano _in III. Cons. 78-125_).

[564] Zosimo l. IV. p. 244.

[565] Veget. _de re milit._ l. I. c. 10. La serie delle calamità, che egli nota, ci costringe a credere, che l'Eroe a cui dedica il suo libro, sia l'ultimo ed il meno glorioso dei Valentiniani.

CAPITOLO XXVIII.

_Distruzione finale del Paganesimo. Introduzione del culto dei Santi, e delle reliquie fra i Cristiani._

La rovina del Paganesimo, seguita ai tempi di Teodosio, è forse l'unico esempio dell'intiero annientamento di un'antica e popolare superstizione; e può meritare per conseguenza di esser considerata come un evento singolare nell'istoria dello spirito umano. I Cristiani, e specialmente il Clero, avevan sofferto con impazienza le prudenti dilazioni di Costantino, e l'ugual tolleranza di Valentiniano il Vecchio; nè potevan creder perfetta o sicura la lor conquista, finattantochè fosse permesso agli avversari di esistere. Impiegossi l'autorità che Ambrogio ed i suoi fratelli aveano acquistato sopra la gioventù di Graziano e la pietà di Teodosio, per inspirare massime di persecuzione nei petti degl'Imperiali proseliti. Si stabilirono due speciosi principj di religiosa giurisprudenza, dai quali deducevasi un'immediata e rigorosa conseguenza contro i sudditi dell'Impero, che continuavano ad osservare le ceremonie dei loro maggiori: vale a dire, che il Magistrato in qualche modo si fa reo dei delitti che trascura di proibire o di gastigare, e che il culto idolatrico delle favolose Divinità e dei veri demonj è il delitto più abominevole contro la suprema Maestà del Creatore. S'applicavano senza riflessione, e forse erroneamente dal Clero le leggi di Mosè, e gli esempi della Storia Giudaica[566] all'universale e dolce regno del Cristianesimo[567]. Fu eccitato lo zelo degl'Imperatori a vendicare il proprio onore e quello di Dio; e circa sessant'anni dopo la conversione di Costantino, si rovesciarono i templi del Mondo Romano.

Dai giorni di Numa fino al regno di Graziano, i Romani mantennero la regolar successione dei vari collegi dell'Ordine Sacerdotale[568]. Quindici Pontefici esercitavano la suprema loro giurisdizione su tutte le persone e le cose dedicate al servizio degli Dei, e le varie questioni, che continuamente nascevano in un sistema tradizionale e mal collegato, eran sottoposte al giudizio del sacro lor Tribunale. Quindici gravi ed eruditi Auguri osservavano l'aspetto dei Cieli, e determinavano le azioni degli Eroi, secondo il volo degli uccelli. Quindici Custodi dei libri Sibillini (che dal loro numero prendevano il nome di Quindecimviri) alle occasioni consultavan l'istoria del futuro, e per quanto sembra, delle cose contingenti. Sei Vestali consacravano la loro verginità alla guardia del fuoco sacro e degli ignoti pegni della durata di Roma, i quali a nessun mortale era stato permesso di rimirare impunemente[569]. Sette Epuloni preparavano la mensa degli Dei, dirigevano la solenne processione, e regolavan le cerimonie dell'annua solennità. I tre Flamini di Giove, di Marte e di Quirino si risguardavano come i particolari ministri delle tre più potenti Divinità, che vigilavano sul destino di Roma e dell'Universo. Il Re dei sacrifizi rappresentava la persona di Numa e dei suoi successori nelle religiose funzioni, che non si potevano eseguire se non da mani Reali. Le confraternite de' Salj, dei Lupercali ec. praticavano tali riti, che avrebbero eccitato riso e disprezzo in qualunque persona ragionevole, con la viva fiducia di attirarsi il favore degli Dei immortali. La autorità, che i Sacerdoti Romani avevano anticamente avuto nei consigli della Repubblica, fu appoco appoco abolita per lo stabilimento della Monarchia, e per la mutazione della sede Imperiale. Ma era tuttavia protetta dalle leggi e dai costumi del paese la dignità del sacro loro carattere; e sempre continuavano, specialmente il collegio dei Pontefici, ad esercitare nella capitale, ed alle volte nelle Province, i diritti della loro ecclesiastica e civile Giurisdizione. Le loro vesti di porpora, i cocchi di parata, ed i sontuosi loro trattamenti attraevano l'ammirazione del popolo; e dalle sacre terre non meno che dal pubblico erario tiravano un ampio stipendio, che abbondantemente serviva a sostenere lo splendore del Sacerdozio e tutte le spese del Culto religioso dello Stato. Siccome il servizio dell'altare non era incompatibile col comando degli eserciti, i Romani, dopo i lor consolati e trionfi, aspiravano ai posti di Pontefici o di Auguri; gli impieghi di Cicerone[570] e di Pompeo nel quarto secolo erano occupati dai membri più illustri del Senato; e la dignità della lor nascita rifletteva uno splendore più grande sul carattere Sacerdotale. I quindici Sacerdoti, che componevano il collegio dei Pontefici, avevano un grado più distinto come compagni del loro Sovrano; e gl'Imperatori Cristiani condiscesero ad accettare la veste e le insegne proprie del Sommo Pontificato. Ma quando salì sul trono Graziano, più scrupoloso o più illuminato egli rigettò vigorosamente quei simboli profani[571], applicò all'uso dello Stato o della Chiesa le rendite de' Sacerdoti e delle Vestali, abolì gli onori e le immunità loro, e sciolse l'antica fabbrica della superstizione Romana, che era sostenuta dalle opinioni e dall'abitudine di undici secoli. Il Paganesimo era sempre la religione costitutiva del Senato. La sala o il tempio, in cui si adunava, era ornato dalla statua e dall'altare della Vittoria[572], che rappresentava una maestosa donna collocata sopra un globo con larghe vesti, con ali stese e con una corona di alloro in mano[573]. I Senatori solevan giurare sull'altar della Dea d'osservare le leggi dell'Imperatore e dell'Impero; ed una solenne offerta di vino e d'incenso era l'ordinario principio dello loro pubbliche deliberazioni[574]. La remozione di questo antico monumento era l'unica ingiuria, che Costanzo avea fatto alla superstizione de' Romani. L'altare della Vittoria fu ristabilito da Giuliano, da Valentiniano tollerato, ed un'altra volta bandito dal Senato per lo zelo di Graziano[575]. Pure l'Imperatore avea risparmiato le statue degli Dei, che erano esposte alla pubblica venerazione: tuttavia sussistevano quattrocento ventiquattro tempj, o cappelle per soddisfare la devozione del popolo; ed in ogni quartiere di Roma era offesa la delicatezza dei Cristiani dal fumo dei sacrifizi idolatrici[576].

[A. 384]

Ma i Cristiani facevano la minor parte del Senato di Roma[577]; e non poterono esprimere che con la loro assenza la disapprovazione dei legittimi, quantunque profani, atti del maggior partito Pagano. In quell'assemblea le morte ceneri della libertà per un momento si ravvivarono, ed infiammate furono dal soffio del fanatismo. Si mandarono, l'una dopo l'altra, quattro rispettabili Deputazioni alla Corte Imperiale[578] per rappresentar le querele del Sacerdozio e del Senato, e per sollecitar la restaurazione dell'altare della Vittoria. S'affidò la condotta di quest'importante affare all'eloquente Simmaco[579], ricco e nobile Senatore, che univa il sacro carattere di Pontefice e d'Augure con le dignità civili di Proconsole dell'Affrica e di Prefetto di Roma. Era il petto di Simmaco animato dal più ardente zelo per la causa del Paganesimo spirante; ed i religiosi di lui antagonisti compiangevano in esso l'abuso dall'ingegno e l'inefficacia delle morali virtù[580]. L'oratore, la domanda del quale all'Imperatore Valentiniano tuttavia sussiste, sapeva le difficoltà ed il pericolo dell'uffizio che s'era addossato. Egli evitò con cautela ogni argomento, che potesse apparir relativo alla religione del suo Sovrano; umilmente dichiarò, che le uniche sue armi eran le preghiere e le suppliche; e trasse le sue ragioni artificiosamente dalle scuole della rettorica piuttosto che da quelle della filosofia. Simmaco procurò di sedurre l'immagine del giovane Principe con lo spiegar gli attributi della Dea della Vittoria; egli insinuò che la confiscazione delle rendite dedicate al servizio degli Dei, era un ordine indegno del generoso e disinteressato carattere dell'Imperatore; e sostenne, che i sacrifizi Romani sarebbero stati privi della forza ed energia loro, se non si fossero più celebrati a spese ed in nome della Repubblica. Anche lo scetticismo stesso potè somministrare un'apologia alla superstizione. Il grande ed incomprensibil _segreto_ dell'universo, egli diceva, elude le ricerche dell'uomo. Dove non può istruire la ragione, si può permettere che guidi l'uso; e sembra che ogni nazione segua i dettami della prudenza, mediante un fedele attaccamento a quei riti ed a quelle opinioni, che hanno ricevuto l'approvazione dei secoli. Se quei secoli si son veduti coronati di gloria e di prosperità, se il devoto popolo ha frequentemente ottenuto i benefizi, che ha domandato agli altari degli Dei, dee sembrare sempre più prudente consiglio quello di persistere nella medesima pratica salutare, senza correr gl'ignoti rischi, che posson seguire una precipitosa innovazione. Fu applicato il testimonio dell'antichità e del successo con singolar vantaggio alla Religione di Numa; e Roma stessa, qual celeste Genio, che presedeva al destino della città, fu introdotta dall'Oratore a difendere la propria causa avanti al Tribunale degli Imperatori. «Egregi Principi, (dice la venerabil Matrona) Padri della patria, abbiate compassione della mia età, che finora è passata in un continuo corso di opere pie. Poichè non ne son io malcontenta, permettetemi di continuar nella pratica degli antichi miei riti. Poichè son nata libera, concedetemi di godere i miei domestici instituti. Questa religione ha ridotto il Mondo sotto alle mie leggi. Questi riti hanno rispinto Annibale dalla città, ed i Galli dal Campidoglio. Era la mia canuta chioma riserbata a tal intollerabil disgrazia? Ignoro il nuovo sistema, che mi si vuol fare adottare; ma son bene sicura, che la correzione della vecchiezza è sempre un uffizio ingrato ed ignominioso[581]». I timori del popolo supplivano a quel che la discrezione dell'oratore avea soppresso; e le calamità che affliggevano e minacciavano il decadente Impero, venivano dai Pagani concordemente imputate alla nuova religione di Cristo e di Costantino.

Ma le speranze di Simmaco restaron più volte deluse dalla ferma e destra opposizione dell'Arcivescovo di Milano, che fortificò gli Imperatori contro la fallace eloquenza dell'Avvocato di Roma. In questa controversia, Ambrogio condiscende a parlar da filosofo, e a domandare con qualche disprezzo, perchè si credesse necessario d'introdurre un'immaginaria ed invisibile potestà, come causa di quelle vittorie, che sufficientemente si poteano spiegare col valore e con la disciplina delle legioni? Giustamente deride l'assurda reverenza per l'antichità, che non poteva produrre altro effetto che quello di scoraggiare i progressi delle arti, e far ricadere il genere umano nella sua originaria barbarie. Quindi a grado a grado innalzandosi ad un più sublime e teologico tuono, pronunzia che il solo Cristianesimo contiene la dottrina di verità e di salute, e che ogni sorta di politeismo conduce i suoi delusi seguaci per la via dell'errore all'abisso della eterna perdizione[582]. Argomenti di tal sorta, suggeriti da un Vescovo favorito, avean forza d'impedire la restaurazione dell'altare della Vittoria; ma i medesimi argomenti cadevano con molto maggior energia ed effetto dalla bocca d'un conquistatore, e gli Dei dell'antichità furon tratti in trionfo dietro al cocchio di Teodosio[583]. In una piena adunanza del Senato, l'Imperatore, secondo le formalità della Repubblica, propose l'importante questione, se il culto di Giove, o quello di Cristo formar dovesse la Religione dei Romani. La libertà dei voti, che egli affettava di concedere, fu tolta dalle speranze e dai timori, che inspirava la sua presenza; e l'arbitrario esilio di Simmaco era una recente ammonizione, che poteva essere pericoloso l'opporsi ai desiderj del Monarca. Fattasi una regolar divisione del Senato, Giove restò condannato e degradato pel parere d'una pluralità di voti; ed è piuttosto sorprendente, che vi si trovassero alcuni membri tanto arditi da dichiarare, coi loro discorsi e suffragi, che essi eran sempre attaccati agli interessi d'una ripudiata Divinità[584]. La precipitosa conversione del Senato si deve attribuire a motivi o soprannaturali o sordidi, e molti di questi ripugnanti proseliti dimostrarono, ad ogni favorevole occasione, la segreta loro tendenza a gettar via la maschera dell'odiosa dissimulazione. Ma si confermarono essi appoco appoco nella nuova religione, a misura che la causa dell'antica diveniva più disperata; e cederono all'autorità dell'Imperatore, all'uso dei tempi, alle preghiere delle mogli e dei figli[585], che erano instigati e diretti dal Clero di Roma e dai Monaci dell'Oriente. L'esempio edificante della famiglia Anicia fu tosto imitato dal resto della nobiltà: i Bassi, i Paolini, i Gracchi abbracciarono la religion Cristiana; ed «i luminari del Mondo, la venerabile assemblea dei Catoni» (tali sono le ampollose espressioni di Prudenzio) «erano impazienti di spogliarsi degli ornamenti Pontificali, di gettar via la spoglia del vecchio serpente, di assumere le candide vesti della battesimale innocenza, e d'umiliare l'orgoglio dei Fasci Consolari avanti alle tombe dei Martiri[586]». I cittadini, che sussistevano con la propria industria, e la plebe, che era sostenuta dalla pubblica liberalità, empivan le Chiese del Laterano e del Vaticano con una continua folla di devoti proseliti. I decreti del Senato, che condannavano il culto degli idoli, ratificati furono dal general consenso dei Romani[587]; s'oscurò lo splendore del Campidoglio; ed i tempj solitari furono abbandonati alla rovina e al disprezzo[588]. Roma si sottopose al giogo dell'evangelio; ed il suo esempio trasse le soggiogate Province che non avevano ancor perduta la reverenza per l'autorità ed il nome di Roma.

La filiale pietà degli Imperatori medesimi gli indusse a procedere con qualche cautela e tenerezza nella riforma dell'eterna città. Quegli assoluti Monarchi agirono con minor riguardo verso i pregiudizi dei Provinciali. Il pio lavoro, che dalla morte di Costanzo[589] era stato sospeso quasi venti anni, fu vigorosamente riassunto, e finalmente condotto a termine dallo zelo di Teodosio. Mentre questo bellicoso Principe combatteva ancora co' Goti non per la gloria, ma per la salvezza della Repubblica, s'arrischiò ad offendere una considerabile parte di sudditi con certi atti, che potevano forse assicurare la protezione del Cielo, ma che dovevano sembrar temerari ed inopportuni agli occhi dell'umana prudenza. Il buon successo dei suoi primi tentativi contro i Pagani diede coraggio al pio Imperatore di rinnovare ed invigorire gli editti di proscrizione: le medesime leggi che si erano avanti pubblicate nelle Province Orientali, furono applicate, dopo la morte di Massimo, a tutta l'estensione dell'Impero d'Occidente; ed ogni vittoria dell'ortodosso Teodosio contribuì al trionfo della Cristiana e Cattolica fede[590]. Egli attaccò la superstizione nella più vitale sua parte, col proibir l'uso dei sacrifizi, ch'ei dichiarò illeciti ed infami: e sebbene i termini de' suoi editti, più strettamente presi, condannassero l'empia curiosità, che esaminava le viscere delle vittime[591], ogni successiva spiegazione tendeva ad involgere nel medesimo delitto la general pratica d'immolare, che essenzialmente costituiva la religione dei Pagani. Siccome i tempj erano stati eretti a causa dei sacrifizi, era dovere d'un benefico Principe quello d'allontanare dai sudditi la pericolosa tentazione di trasgredire le leggi che avea stabilite. Fu data una spezial commissione a Cinegio, Prefetto del Pretorio d'Oriente, ed in seguito ai Conti Giovio e Gaudenzio, due riguardevoli Uffiziali nell'Occidente, in forza di cui fu ordinato loro di chiudere i tempj, di togliere o distrugger gl'istromenti d'idolatria, d'abolire i privilegi dei Sacerdoti, e di confiscare i patrimoni sacri a benefizio dell'Imperatore, della Chiesa o dell'esercito[592]. Qui avrebbe potuto aver termine la desolazione, ed i nudi edifizi, che non erano più impiegati al servizio dell'idolatria, si sarebber potuti difendere dalla distruttiva rabbia del fanatismo. Molti di quei tempj erano i più belli e splendidi monumenti della Greca Architettura; e l'Imperatore medesimo avea interesse di non oscurar lo splendore delle sue città, nè diminuire il valore dei suoi propri beni. Si potea permettere che sussistessero quei magnifici edifizi, come tanti durevoli trofei della vittoria di Cristo. Nella decadenza, in cui si trovavan le arti, si potevano utilmente convertire in magazzini, in luoghi di manifatture o di pubbliche adunanze, e forse anche, qualora si fossero coi sacri riti sufficientemente purificate le mura dei tempj, si poteva concedere che il culto del vero Dio espiasse l'antico delitto della idolatria. Ma finattantochè sussistevano, i Pagani nutrivano una forte e segreta speranza, che una felice rivoluzione, un secondo Giuliano potesse di nuovo ristabilire gli altari degli Dei; e l'ardore, col quale porgevano al trono le inefficaci loro preghiere[593], accrebbe nei riformatori Cristiani lo zelo d'estirpare senza misericordia la radice della superstizione. Le leggi degl'Imperatori dimostrano qualche sintomo di una disposizione più dolce[594]: ma i loro freddi e languidi sforzi non furono sufficienti ad arrestare il corso dell'entusiasmo e della rapina, che era diretta o piuttosto mossa dai Regolatori spirituali della Chiesa. Nella Gallia il Santo Martino, Vescovo di Tours[595], marciava alla testa dei fedeli suoi Monaci a distrugger gl'idoli, i tempj, e gli alberi sacri della estesa sua Diocesi; e nell'esecuzione di questa difficile impresa il prudente lettore giudicherà, se Martino era sostenuto dal soccorso di miracolosa potenza, o dalle armi corporali. Nella Siria il divino ed eccellente Marcello[596], come l'appella Teodoreto, Vescovo animato da fervore Apostolico, risolvè di gettare a terra i magnifici tempj, ch'erano tuttavia nella Diocesi d'Apamea. L'arte e la solidità, con cui era stato fabbricato il tempio di Giove, resistè all'attacco. Era situata quella fabbrica sopra un'eminenza; da ciascheduno dei quattro lati di essa era sostenuto il sublime tetto da quindici grosse colonne, che avevano la circonferenza di sedici piedi: e le gran pietre, delle quali venivan composte, erano stabilmente collegate fra loro con piombo e ferro. Invano erasi adoperata l'opera dei più forti ed acuti strumenti. Bisognò ricorrere all'opera di distruggere i fondamenti delle colonne, che caddero a terra subito che furono consumati dal fuoco i pali di legno, che per un tempo vi si eran posti; e ne vengono descritte le difficoltà sotto l'allegoria d'un nero demonio, che ritardava, quantunque non potesse disfare, le operazioni dei macchinisti Cristiani. Superbo della vittoria, Marcello si portò in persona sul campo contro la Potestà delle tenebre; marciava una copiosa truppa di soldati e di gladiatori sotto l'Episcopale stendardo; e l'un dopo l'altro s'attaccarono i villaggi ed i tempj di campagna della Diocesi d'Apamea. Dovunque temevasi qualche resistenza o pericolo, il Campion della fede, che per essere storpiato non potea fuggire, nè combattere, si poneva ad una conveniente distanza, oltre la portata dei dardi. Ma questa prudenza divenne cagione della sua morte: fu egli sorpreso ed ucciso da un corpo di esacerbati villani; ed il Sinodo della Provincia senza esitare pronunziò, che il santo Marcello aveva sacrificato la propria vita per la causa di Dio. Nel sostener questa causa si distinsero per la diligenza e lo zelo i Monaci, che uscirono con precipitosa furia del deserto. Meritarono essi l'inimicizia dei Pagani; e ad alcuni di loro poterono applicarsi i rimproveri d'avarizia e d'intemperanza: d'avarizia, che soddisfacevano col sacro saccheggio, e d'intemperanza, alla quale si abbandonavano a spese del popolo, che follemente ammirava in essi i laceri panni, la sonora salmodia e l'artificial pallidezza[597]. Un piccol numero di tempj fu protetto dai timori della venalità, dal buon gusto, o dalla prudenza dei civili ed ecclesiastici Governatori. A Cartagine il tempio della Venere Celeste, il sacro recinto del quale formava una circonferenza di due miglia, fu giudiziosamente convertito in una Chiesa Cristiana[598]; ed una simile consacrazione ha conservata intatta la maestosa cupola del Panteon a Roma[599]. Ma in quasi tutte le Province del Mondo Romano, un esercito di fanatici, senza autorità e senza disciplina, invase i pacifici abitatori; e la rovina delle più belle fabbriche della antichità tuttavia spiega le devastazioni di quei Barbari, che ebbero il tempo e la voglia di eseguire tale faticosa distruzione.