Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 05

Part 26

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La prudenza d'Arbogaste aveva preparato il successo dei suoi ambiziosi disegni; ed i Provinciali, nei petti dei quali era già estinto qualunque sentimento di patriottismo o di fedeltà, con mansueta rassegnazione aspettavano l'ignoto Signore, che la scelta di un Franco avrebbe posto sul trono Imperiale. Ma qualche residuo di orgoglio e di pregiudizio tuttavia s'opponeva all'elevazione d'Arbogaste medesimo; ed il giudizioso Barbaro stimò consiglio migliore quello di regnare sotto il nome di qualche dipendente Romano. Ei diede la porpora al Retore Eugenio[549], ch'esso aveva già promosso dal posto di suo Segretario domestico, a quello di Maestro degli Uffizi. Nel corso dei privati e dei pubblici impieghi, il Conte aveva sempre approvato l'attaccamento e l'abilità di Eugenio; la sua dottrina ed eloquenza, sostenuta dalla gravità dei costumi, gli conciliava la stima del popolo; e la ripugnanza, con cui parve salire sul trono, può inspirare una favorevole prevenzione della virtù e moderazione di esso. Furono immediatamente spediti alla Corte di Teodosio gli Ambasciatori del nuovo Imperatore, per fargli sapere con affettata mestizia l'infelice accidente della morte di Valentiniano, e per chiedere, senza rammentare il nome d'Arbogaste, che il Monarca Orientale abbracciasse per suo legittimo collega il rispettabile cittadino, che aveva ottenuto l'unanime suffragio degli eserciti e delle Province occidentali[550]. Teodosio fu giustamente irritato, che la perfidia d'un Barbaro avesse in un momento distrutto le fatiche ed il frutto delle sue precedenti vittorie; e fu eccitato dalle lacrime dell'amata sua moglie[551] a vendicare la morte dello sfortunato fratello di lei, ed a sostenere un'altra volta con le armi la violata Maestà del Trono. Ma siccome una seconda conquista dell'Occidente era un'impresa pericolosa e difficile, rimandò con splendidi doni e con ambigua risposta gli Ambasciatori di Eugenio, e furono impiegati quasi due anni nei preparativi della guerra civile.

Avanti di appigliarsi ad alcun decisivo partito, il pietoso Imperatore bramava di sapere la volontà del Cielo, e poichè il progresso del Cristianesimo aveva fatto tacere gli oracoli di Delfo e di Dodona, consultò un Monaco Egiziano il quale secondo l'opinione d'allora, godeva del dono dei miracoli e della cognizion del futuro. Eutropio, uno degli Eunuchi favoriti del palazzo di Costantinopoli, s'imbarcò per Alessandria, di dove navigò su pel Nilo fino alla città di Licopoli o dei Lupi, situata nella remota provincia della Tebaide[552]. Nelle vicinanze di quella città e sulla cima di un alto monte, il Santo Giovanni[553], aveva fabbricato con le sue proprie mani un'umil cella, nella quale era dimorato più di cinquant'anni senz'aprire la porta, senza veder la faccia di alcuna donna, e senza gustar cibo, che si fosse preparato per mezzo del fuoco o qualche arte umana. Egli consumava cinque giorni della settimana in preghiere e meditazioni; ma il sabbato e la domenica ordinariamente apriva una piccola finestra, e dava udienza alla folla dei supplicanti, che continuamente vi concorrevano da tutte le parti del Mondo. S'accostò alla finestra in rispettoso portamento l'Eunuco di Teodosio, propose le sue dimande intorno all'evento della guerra civile, ed in breve tornò con un favorevole oracolo, che animò il coraggio dell'Imperatore con la sicurezza d'una sanguinosa ma infallibil vittoria[554]. Fu preceduto l'adempimento della predizione da tutti quei mezzi, che somministrar poteva l'umana prudenza. Si scelse l'industria dei due generali, Stilicone e Timasio, per compire il numero, e ristabilir la disciplina delle legioni Romane. Marciarono le formidabili truppe dei Barbari, sotto le insegne dei nativi lor Capitani. Erano arrolati al servizio del medesimo Principe l'Ibero, l'Arabo, e il Goto, che si miravan l'un l'altro con vicendevol sorpresa; ed il famoso Alarico acquistò nella scuola di Teodosio quella cognizione dell'arte della guerra, che poi esercitò con tanta fatalità per la distruzione di Roma[555].

L'Imperatore Occidentale, o per dir meglio il suo Generale Arbogaste era stato istruito dalla mala condotta e dalla disgrazia di Massimo di quanto poteva riuscir pericoloso l'estender la linea di difesa contro un abil nemico, il quale era in libertà di spignere o di sospendere, di ristringere o di moltiplicare i suoi diversi modi d'attacco[556]. Arbogaste piantò il suo quartiere nei confini dell'Italia; lasciò senza resistenza occupare alle truppe di Teodosio le province della Pannonia fino a piè delle alpi Giulie; ed anche i passaggi delle montagne negligentemente, o forse ad arte furono abbandonati all'audace invasore. Questi discese dai monti, ed osservò con qualche sorpresa il formidabile campo dei Galli e dei Germani, che occupava con le armi e con le tende l'aperta campagna, che si estende fino alle mura d'Aquileia, ed alle rive del Frigido[557] o del fiume freddo[558]. Questo angusto teatro della guerra, circoscritto dalle Alpi e dall'Adriatico, non dava molto luogo alle operazioni della militare perizia; lo spirito d'Arbogaste avrebbe sdegnato un perdono; la sua colpa toglieva ogni speranza di negoziazione; e Teodosio era impaziente di soddisfare la propria gloria e vendetta col punir gli assassini di Valentiniano. Senza considerare gli ostacoli, che la natura e l'arte opponevano ai suoi sforzi, l'Imperatore d'Oriente attaccò subito le fortificazioni dei rivali, assegnò ai Goti il posto d'un onorevol pericolo, e nutriva un segreto desiderio, che la sanguinosa battaglia diminuisse l'orgoglio ed il numero dei vincitori. Diecimila di quegli ausiliari, e Bacurio, Generale degl'Iberi, valorosamente restaron morti sul campo. Ma il loro sangue non servì a comprar la vittoria: i Galli mantennero il vantaggio che avevano, e la sopravvegnente notte protesse la disordinata fuga o ritirata delle truppe di Teodosio. L'Imperatore si riparò sui monti vicini, dove passò una trista notte senza dormire, senza provvisioni, e senza speranze[559]; eccettuata quella forte sicurezza, che nelle circostanze più disperate un animo indipendente può trarre dal disprezzo della fortuna e della vita. Si celebrava il trionfo d'Eugenio dall'insolente e dissoluta gioia del suo campo, mentre l'attivo e vigilante Arbogaste segretamente distaccava un corpo considerabil di truppe ad oggetto d'occupare i passi dei monti, e circondare la retroguardia dell'esercito Orientale. Allo spuntare del giorno, Teodosio vide la grandezza e l'estremità del pericolo: ma ne furon tosto dissipati i timori da un amichevol messaggio, spedito dai condottieri di quelle truppe, che gli espose l'inclinazione che avevano d'abbandonare lo stendardo del Tiranno. Furono senza esitare accordati gli onorevoli e lucrosi premi che essi richiesero in prezzo del lor tradimento; e siccome non si poteva facilmente aver foglio ed inchiostro, l'Imperatore sottoscrisse sul suo medesimo libretto de' ricordi la ratifica del trattato. Si ravvivò da quest'opportuno rinforzo lo spirito dei suoi soldati; e con nuovo coraggio marciarono a sorprendere il campo di un Tiranno, i primi Uffiziali del quale pareva che diffidassero o della giustizia o del buon successo delle sue armi. Nel calor della pugna, ad un tratto, come suole spesso accadere fra le alpi, si suscitò dall'Oriente una furiosa tempesta. L'esercito di Teodosio era difeso per la sua situazione dall'impetuosità del vento, che gettò un nuvol di polvere in faccia ai nemici, disordinò le loro file, fece cadere loro i dardi di mano, e rispinse o diresse altrove gli inefficaci lor giavellotti. Si trasse abilmente profitto di quest'accidental vantaggio: la violenza della tempesta fu magnificata dai superstiziosi terrori dei Galli, i quali cederono senza vergogna all'invisibil potere del Cielo, che sembrava militare dalla parte del pio Imperatore[560]. La sua vittoria fu intera; ed i suoi rivali non si distinsero nella morte che per la differenza dei loro caratteri. Il Rettore Eugenio, che aveva quasi acquistato il dominio del Mondo, si ridusse ad implorar la misericordia del vincitore; e gli impazienti soldati, nel tempo che ei stava prostrato ai piè di Teodosio, gli tagliaron la testa. Arbogaste, dopo aver perduto una battaglia, in cui adempiuto aveva i doveri di soldato e di generale, andò vagando più giorni fra le montagne. Ma quando restò convinto, che il caso era disperato, ed impraticabile la fuga, l'intrepido Barbaro imitò l'esempio degli antichi Romani, e rivolse contro il proprio petto la spada. Fu deciso il destino dell'Impero in un angusto canto dell'Italia; ed il legittimo successore della casa di Valentiniano abbracciò l'Arcivescovo di Milano, e ricevè graziosamente la sommissione delle Province occidentali. Erano queste restate involte nella colpa della ribellione; mentre l'inflessibil coraggio dell'unico Ambrogio avea resistito alle pretensioni d'una felice usurpazione. L'Arcivescovo con una viril libertà, che avrebbe potuto esser fatale ad ogni altro suddito, rigettò i doni d'Eugenio, evitò la sua corrispondenza, e si ritirò da Milano per fuggire l'odiosa presenza d'un Tiranno, di cui predisse in ambiguo e discreto linguaggio la perdita. Fu applaudito il merito d'Ambrogio dal vincitore, che si assicurò l'affetto del popolo mediante la sua union con la Chiesa: e s'attribuisce la clemenza di Teodosio alla pietosa intercessione dell'Arcivescovo di Milano[561].

Dopo la disfatta d'Eugenio, tutti gli abitanti del Mondo Romano di buona voglia riconobbero il merito non meno che l'autorità di Teodosio. L'esperienza della sua condotta passata favoriva le più lusinghiere speranze del futuro suo regno; e l'età dell'Imperatore, che non passava cinquant'anni, pareva che allargasse il prospetto della pubblica felicità. La sua morte, che seguì non più di quattro mesi dopo l'esposta vittoria, fu riguardata dal popolo come un evento non preveduto e fatale, che in un momento distruggeva le speranze della nascente generazione. Ma l'amore del comodo e del lusso aveva segretamente nutrito i principj della malattia[562]. La forza di Teodosio non fu capace di sostenere il subitaneo, e violento passaggio dal palazzo al campo; ed i sintomi di una idropisia, che andavan sempre crescendo, annunziarono la pronta fine dell'Imperatore. L'opinione e forse l'interesse del pubblico avea confermato la divisione degli Imperi d'Oriente e d'Occidente; e i due reali giovani, Arcadio ed Onorio, che avevano già ottenuto dalla tenerezza del genitore il titolo di Augusti, furon destinati ad occupare i troni di Costantinopoli e di Roma. Non fu permesso a questi Principi di esser partecipi del pericolo e della gloria della guerra civile[563], ma tosto che Teodosio ebbe trionfato degli indegni suoi rivali, chiamò Onorio, suo figlio minore, a godere i frutti della vittoria, ed a ricever lo scettro dell'Occidente dalle mani dello spirante suo padre. Si celebrò l'arrivo d'Onorio a Milano con una splendida rappresentazione di giuochi nel Circo, e l'Imperatore, quantunque oppresso dal peso del male, contribuì con la sua presenza alla pubblica gioia. Ma si esaurì la forza, che gli restava, dai penosi sforzi che fece per assistere agli spettacoli della mattina. Onorio, nel rimanente del giorno, tenne il luogo del padre; ed il Gran Teodosio spirò nella notte seguente. Nonostante le recenti animosità d'una guerra civile, la sua morte fu generalmente compianta. I Barbari ch'egli avea vinti, e gli Ecclesiastici, dai quali era stato vinto egli stesso, celebrarono con alto e sincero applauso le qualità del morto Imperatore, che più sembravano valutabili ai lor occhi. I Romani si spaventarono all'imminente pericolo d'una debole e divisa amministrazione, ed ogni disgraziato accidente degli infelici regni d'Arcadio e d'Onorio ravvivò la memoria della loro irreparabil perdita.

Nella fedel pittura delle virtù di Teodosio, non si sono dissimulate le sue imperfezioni, l'atto di crudeltà e l'abitudine dell'indolenza, che oscurarono la gloria d'uno dei più grandi fra i Principi Romani. Un istorico, perpetuo nemico della fama di Teodosio, ha esagerato i suoi vizi ed i lor perniciosi effetti; egli audacemente asserisce, che i sudditi di ogni ceto imitavano gli effemminati costumi del loro Sovrano, che ogni specie di corruzione macchiava il corso della vita sì pubblica che privata; e che i deboli freni dell'ordine e della decenza non eran sufficienti ad impedire il progresso di quello spirito depravato, che sacrifica senza rossore la considerazione del dovere e dell'utile alla vile soddisfazione dell'ozio e dell'appetito[564]. Le querele degli Scrittori contemporanei, che deplorano l'accrescimento del lusso, e la depravazione dei costumi, ordinariamente indicano la particolare loro indole e situazione. Vi sono pochi osservatori, che abbiano una chiara ed estesa veduta delle rivoluzioni di una società; e che sieno capaci di scuoprire i tenui e segreti motivi d'agire, che spingono ad un'istessa uniforme direzione le capricciose e cieche passioni d'una moltitudine d'individui. Se può affermarsi con qualche grado di verità, che la lussuria dei Romani fosse più vergognosa o dissoluta nel regno di Teodosio, che al tempo di Costantino, o forse d'Augusto, non può attribuirsi tale alterazione ad alcuna vantaggiosa circostanza, che avesse accresciuto la copia delle nazionali ricchezze. Un lungo periodo di calamità o di decadenza dovè opporsi alla industria, e diminuir l'opulenza del popolo; ed il profuso lusso deve essere stato l'effetto di quella indolente disperazione, che gode il bene presente, e scaccia i pensieri del futuro. L'incerta condizione del loro stato disanimava i sudditi di Teodosio dall'impegnarsi in quelle utili e laboriose imprese, che richiedono una spesa immediata, e promettono un lento e lontano vantaggio. I frequenti esempi di desolazione e rovina li tentavano a non risparmiare gli avanzi di un patrimonio, che ad ogni momento potea divenire la preda dei rapaci Goti. E la pazza prodigalità, che prevale nella confusione d'un naufragio o d'un assedio, può servire a spiegare il progresso del lusso fra le disgrazie ed i terrori d'una cadente nazione.

Il lusso effemminato, che infestava i costumi delle Corti e delle città, aveva instillato un veleno distruttivo e segreto nei corpi delle legioni; e si è notata la degenerazione di esse dalla penna d'uno scrittore militare, che aveva diligentemente studiato i genuini ed antichi principj della disciplina Romana. È una giusta ed importante osservazione di Vegezio, che la infanteria fu invariabilmente coperta con armi difensive, dalla fondazione della città fino al regno dell'Imperator Graziano. Il rilassamento della disciplina e la mancanza d'esercizio rendè i soldati meno atti e meno disposti a sostener le fatiche militari: si dolevano essi del peso dell'armatura, che di rado portavano; ed ottennero in seguito la permissione di deporre le corazze e gli elmetti. I pesanti dardi dei loro maggiori, la spada corta, ed il formidabile pilo, che avea soggiogato il Mondo, caddero insensibilmente dalle lor deboli destre. Siccome non è compatibile l'uso dello scudo con quello dell'arco, essi marciavano mal volentieri nel campo; condannati a soffrire o il dolore delle ferite o l'ignominia della fuga, erano sempre disposti a preferire l'alternativa più vergognosa. La cavalleria dei Goti, degli Unni e degli Alani aveva sentito il benefizio, ed adottato l'uso delle armi difensive; ed essendo eccellenti nel maneggiare le armi da scagliare, facilmente opprimevano le tremanti e nude legioni, che avevan le teste ed i petti esposti senza difesa alle frecce dei Barbari. La perdita degli eserciti, la distruzione delle città, ed il disonore del nome Romano indussero dipoi inutilmente i successori di Graziano a ristabilir l'uso degli elmi e delle corazze nell'infanteria. Gli snervati soldati abbandonarono la propria e la pubblica difesa; e la pusillanime loro indolenza può risguardarsi come l'immediata cagione della caduta dell'Impero[565].

NOTE:

[441] Valentiniano fu meno sollecito della religion del suo figlio, poichè affidò l'educazion di Graziano ad Ausonio, dichiarato Pagano (_Mem. de l'Academ. des Inscr. T. XV. p. 125-138_). La fama poetica d'Ausonio condanna il gusto del suo secolo.

[442] Ausonio fu gradatamente promosso alla Prefettura del Pretorio dell'Italia (nell'anno 377) e della Gallia (nell'anno 378) ed in fine fu insignito del Consolato (l'anno 379). Egli espresse la sua gratitudine con un servile ed insipido tratto d'adulazione (_Actio gratiarum p. 699-736_), che è sopravvissuto ad altre produzioni più degne.

[443] _Disputare de principali judicio non opportet: sacrilegii enim instar est dubitare, an is dignus sit, quem elegerit Imperator: Cod. Justin. l. IX. Tit. XXIX. leg. 3_. Questa legge sì ragionevole fu confermata e pubblicata dopo la morte di Graziano dalla debole Corte di Milano.

[444] Ambrogio compose per istruzione di lui un trattato teologico sulla fede della Trinità: e Tillemont (_Hist. des Emper. Tom. V. p. 158. 169_) attribuisce all'Arcivescovo il merito delle intolleranti leggi di Graziano.

[445] _Qui divinae legis sanctitatem nesciendo omittunt, aut negligendo violant et offendunt, sacrilegium committunt: Cod. Just. l. IX. Tit. XXIX. leg_. Teodosio invero può pretender la sua parte nel merito di questa estesa legge.

[446] Ammiano (XXXI. 10) e Vittore il Giovane riconoscono le virtù di Graziano, ed accusano o piuttosto deplorano il depravato suo gusto. L'odioso paralello di Commodo è addolcito dall'espressione: _licet incruentus_, e forse Filostorgio (l. X. c. 10. _col Gotofred. pag. 412_) ha mitigato con qualche riserva simile la comparazion di Nerone.

[447] Zosimo (l. IV. p. 247) e Vittore il Giovane attribuiscono la rivoluzione al favor degli Alani ed al disgusto delle truppe Romane. _Dum exercitum negligeret, et paucos ex Alanis, quos ingenti auro ad se transtulerat, anteferret veteri ac Romano militi._

[448] _Britannia fertilis provincia tyrannorum:_ È una memorabile espressione adoperata da Girolamo nella controversia Pelagiana, e variamente interpretata nelle dispute dei nazionali nostri Antiquari. Pare che le rivoluzioni del secolo passato giustifichino l'immagine del sublime Bossuet: «Cette isle plus orageuse que les mers qui l'environnent».

[449] Zosimo dice dei soldati Britannici: των αλλων απαντων πλεον αυθαδεια και θυμῳ: _son molto superiori a tutti gli altri in arroganza ed in ardire._

[450] Elena figlia d'Eudda. Può vedersi ancora la sua cappella a Caer-Segont, ora Caer-Noarvon (_Carte Istor. d'Inghil. Vol. I. p. 168_ dalla Mona antiqua di Rowland). Il prudente lettore non sarà probabilmente soddisfatto di tal testimonianza Gallese.

[451] Cambden (_Vol. I. Introd._ p. 101) lo caratterizza governatore della Britannia, ed il padre delle nostre antichità vien seguitato, com'è solito, dai ciechi suoi figli. Pacato e Zosimo avean preso qualche cura per impedir quest'errore o favola; ed io mi difenderò con le decisive loro testimonianze. _Regali habitu exulem suum, illi exules orbis induerunt (in Paneg. vet. XII. 23_) e l'Istorico Greco con molto minor equivoco, αυτοϛ (Maximus) δε ουδου εις αρχην εντιμον ετυχη προελθων (_lib. IV. p. 248) esso poi non era costituito in onorevol comando_.

[452] Sulpic. Sever. _Dial_. II. 7. Orosio l. VII. c. 34. p. 556. Ambidue riconoscono (Sulpicio era stato suo suddito) l'innocenza ed il merito d'esso. Egli è ben singolare, che Massimo sia stato trattato meno favorevolmente da Zosimo, parziale avversario del suo rivale.

[453] L'Arcivescovo Usserio (_Antiq. Britann. Eccl. p. 107, 108_) ha diligentemente raccolto le leggende dell'Isola e del Continente. Tutta l'emigrazione consisteva in 30000 soldati e 100000 plebei, che si stabilirono nella Brettagna. Le spose loro destinate, cioè S. Orsola con 11000 nobili Vergini, e 60000 plebee, sbagliarono la strada, preser terra a Colonia, e furono crudelissimamente trucidate dagli Unni. Ma le sorelle plebee vennero defraudate di tal onore: e quel che è più strano, Giovanni Tritemio pretende di far menzione dei _figli_ di queste Vergini Britanniche.

[454] Zosimo (l. IV. p. 248. 249) ha trasferito la morte di Graziano da _Lugdunum_ (Lione) nella Gallia a _Singidunum_ nella Mesia. Possono rilevarsi alcuni cenni dalle Croniche, e scuoprirsi alcune falsità in Sozomeno (l. VII. c. 13) ed in Socrate (l. V. c. 11). Ambrogio è la nostra guida più autentica (Tom. I. _Enarrat. in Psalm._ 61. p. 961. Tom. II. Epist. 24. p. 888, ec. _et de Obitu. Valent. Consol._ n. 28. p. 1182).

[455] Pacato (XII. 68) celebra la fedeltà di Mellobaude, mentre nella Cronica di Prospero si nota il suo tradimento come la causa della rovina di Graziano. Ambrogio, che ha motivo di pensare a scolpare se stesso, non condanna che la morte di Vallio, servo fedele di Graziano (Tom. II. ep. 24 p. 891. _Ed. Benedict._)

[456] Egli si protesta, _nullum ex adversariis nisi in acie occubuisse_: Sulpic. Sever. _in vit. B. Martin, a. 23._ L'orator di Teodosio accorda una ripugnante, e pure autorevol lode alla clemenza di Massimo: _si cui ille, pro ceteris sceleribus suis, minus crudelis fuisse videtur. Paneg. vet. XII. 28._

[457] Ambrogio fa menzione di quelle leggi di Graziano, _quas non abrogavit hostis: Tom._ II. _epist._ 17. _p._ 827.

[458] Zosimo l. IV. p. 251. 252. Noi possiamo ben disapprovare questi odiosi sospetti; ma non possiamo tralasciare il trattato di pace, che gli amici di Teodosio hanno assolutamente dimenticato, o ne han fatta leggiera menzione.

[459] L'Arcivescovo di Milano, oracolo del Clero, assegnò al suo discepolo Graziano un sublime e rispettabile posto nel Cielo. Tom. II. _de Obit. Val. Consol. p._ 1193.

[460] Pel Battesimo di Teodosio vedansi Sozomeno (l. VII c. 4) Socrate (l. V. c. 6) e Tillemont (_Hist. des Emper. Tom._ V. _p._ 728).

[461] Ascolio o Acolio fu onorato dall'amicizia e dalle lodi d'Ambrogio, che lo chiama: _murus fidei atque sanctitatis_ (Tom. II. ep. 15 p. 820), e quindi celebra la sua prontezza e diligenza in correre da Costantinopoli in Italia, ec. (_epist._ 16. _p._ 822) virtù, che non conviene nè ad un _muro_ nè ad un _Vescovo_.

[462] _Cod. Teod. lib._ XVI. _Tit._ I. _leg._ 2. _col Comment. del_ Gotofredo _Tom._ VI. _p._ 5-9. Tale editto meritava le più alte lodi del Baronio: _auream sanctionem, edictum pium et salutare. Sic itur ad astra_.

[463] Sozomeno l. VII. c. 6. Teodoreto l. V. c. 16. Al Tillemont (_Mem. Eccles. Tom._ VI. _p._ 627, 628) dispiacciono i termini di _rozzo Vescovo, e d'oscura città_. Pure bisogna che mi si permetta di credere, che Anfilochio ed Icone fosser oggetti d'inconsiderabil grandezza nell'Impero Romano.

[464] Sozomeno l. VII. c. 5. Socrat. l. V. c. 7. Marcellin. _in Chron._ Bisogna cominciare il computo dei quarant'anni dall'elezione o intrusione d'Eusebio, che saggiamente cambiò il Vescovato di Nicomedia con la sede di Costantinopoli.

[465] Vedi Jortin _Osservaz. sull'Istor. Eccl. Vol. IV. p._ 71. L'Orazione trentesimaterza di Gregorio Nazianzeno somministra invero qualche idea simile, ed alcune anche più ridicole; ma io non ho potuto trovar le parole di questo notabile passo, che adduco sulla fede d'un esatto ed ingenuo erudito.

[466] Vedi l'Orazione 32 di Gregorio Nazianzeno, ed il racconto ch'egli ha fatto della sua vita in 1800 versi jambici. Pure ogni Medico è disposto ad esagerare l'inveterata natura della malattia ch'egli ha curata.

[467] Io mi confesso altamente obbligato alle due vite di Gregorio Nazianzeno, composte, con molto diverse mire dal Tillemont (_Mem. Eccles. Tom._ IX. _p._ 305-560, 695-741) e dal Le Clerc. (_Bibliot. Univ. Tom._ XVII. _p._ 1. 128).

[468] A meno che Gregorio Nazianzeno non abbia fatto l'error di trent'anni nella sua propria età, egli era nato, ugualmente che Basilio, suo amico, circa l'anno 329. L'anticipata cronologia di Suida si è ricevuta favorevolmente, perchè toglie lo scandalo, che il padre di Gregorio, ancor egli santo, generasse figli dopo d'esser divenuto Vescovo (Tillemont _Mem. Eccles. Tom._ IX. _p._ 693-769).