Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 05
Part 24
Le leggi dell'Impero, alcune delle quali portavano in fronte il nome di Valentiniano, condannavano tuttavia l'eresia d'Arrio, e sembrava che scusassero la resistenza de' Cattolici. Giustina fece sì che fosse promulgato in tutte le Province, sottoposte alla Corte di Milano, un editto di tolleranza; fu concesso a tutti quelli che professavano la fede di Rimini, l'esercizio libero di lor religione; e l'Imperatore dichiarò, che tutti coloro, che avessero trasgredito questa sacra e salutare costituzione, sarebbero stati puniti di morte, come nemici della pubblica pace[505]. Il linguaggio ed il carattere dell'Arcivescovo di Milano possono giustificare il sospetto, che la sua condotta presto somministrasse un ragionevole fondamento, o almeno uno specioso pretesto ai ministri Arriani, che spiavano l'occasion di sorprenderlo in qualche atto di disubbidienza ad una legge, ch'ei stranamente rappresenta come una legge di sangue e di tirannide. Si emanò una sentenza di mite ed onorevol esilio, che ordinava ad Ambrogio di partir subito da Milano, mentre gli permetteva di scegliere il luogo di sua dimora ed il numero de' propri compagni. Ma l'autorità dei Santi, che hanno predicato ed eseguito le massime di una piena sommissione, parve ad Ambrogio di minor peso che l'estremo ed urgente pericolo della Chiesa. Egli arditamente ricusò d'obbedire, e tal passo fu sostenuto dall'unanime consenso del suo popolo[506]. Faceva esso a vicenda la guardia alla persona del proprio Arcivescovo; furono bene assicurate le porte della Cattedrale e del palazzo Vescovile; e le truppe dell'Imperatore, che ne avevan formato il blocco, non ardirono d'arrischiar l'attacco di quella inespugnabil fortezza. I numerosi poveri, che la liberalità d'Ambrogio avea sollevati, abbracciaron questa bella occasione di segnalare lo zelo la gratitudin loro; e siccome avrebbe potuto stancarsi la pazienza della moltitudine per la lunghezza ed uniformità delle notturne vigilie, egli prudentemente introdusse nella Chiesa di Milano l'utile instituzione di un'alta e regolar salmodia. Nel tempo che Ambrogio sosteneva quest'ardua contesa, fu avvertito in sogno a scavar la terra in un luogo, dove più di trecent'anni prima erano state depositate le spoglie dei due martiri, Gervasio e Protasio[507]. Si trovarono subito sotto il pavimento della Chiesa due perfetti scheletri[508] con le teste separate dai loro corpi ed un'abbondante copia di sangue. Con solenne pompa si esposero le sante reliquie alla venerazione del popolo; ed ogni circostanza di questa fortunata scoperta fu mirabilmente atta a promuovere i disegni d'Ambrogio. Si suppose che le ossa dei Martiri, il sangue e le vesti loro avessero le virtù di risanare dai mali, e tal soprannatural potenza si comunicasse ai più distanti oggetti senza perdere in minima cosa la primiera sua attività. Parve che la straordinaria cura di un cieco[509] e le forzate confessioni di varj ossessi giustificassero la fede e la santità dell'Arcivescovo; e la verità di questi miracoli viene attestata da Ambrogio medesimo, da Paolino suo segretario e dal celebre Agostino, di lui proselito, che in quel tempo professava rettorica in Milano. La ragionevolezza del nostro secolo può approvare per avventura l'incredulità di Giustina e dell'Arriana sua Corte, la quale derise le teatrali rappresentazioni, che si facevano per l'artifizio ed a spese dell'Arcivescovo[510]. L'effetto, per altro, ch'ebbero sull'animo del popolo, fu rapido ed invincibile; ed il debole Sovrano dell'Italia si trovò incapace di contendere col favorito del Cielo. Anche le potestà della terra s'interposero in difesa d'Ambrogio; il disinteressato avviso di Teodosio fu il genuino risultato della pietà e dell'amicizia, e la maschera dello zelo religioso coprì gli ostili ed ambiziosi disegni del tiranno della Gallia[511].
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Avrebbe Massimo potuto finire il suo regno in pace e prosperamente, se avesse saputo contentarsi del possesso di quelle tre vaste regioni, che adesso formano i tre più floridi regni dell'Europa. Ma l'intraprendente usurpatore, la sordida ambizione del quale non era nobilitata dall'amor della gloria e delle armi, risguardò le attuali sue forze, come istrumenti soltanto di sua futura grandezza, ed il successo da lui ottenuto, divenne la causa immediata della sua distruzione. Furono impiegate le somme ch'egli estorse[512] dalle oppresse Province della Gallia, della Spagna e della Britannia, in arrolare e mantenere una formidabile armata di Barbari, presi per la maggior parte dalle più fiere nazioni della Germania. L'oggetto dei preparativi e delle speranze di esso era la conquista d'Italia; e segretamente meditava la rovina d'un innocente giovane, il governo del quale abborrivasi e disprezzavasi da' suoi Cattolici sudditi. Ma poichè Massimo desiderava d'occupare senza resistenza il passaggio delle alpi, accolse con perfide carezze Donnino della Siria, ambasciator di Valentiniano, e lo sollecitò ad accettare il soccorso d'un corpo considerabil di truppe per servire nella guerra Pannonica. La penetrazione d'Ambrogio aveva scoperto, sotto le proteste d'amicizia, le insidie d'un nemico[513]; ma Donnino della Siria fu corrotto o ingannato da' liberali favori della Corte di Treveri; ed il Consiglio di Milano rigettò pertinacemente il sospetto di pericolo, con una cieca fiducia ch'era un effetto non già di coraggio, ma di timore. L'ambasciatore medesimo servì di scorta alla marcia degli ausiliari; e senza diffidenza veruna questi furono ammessi nelle fortezze delle alpi. Ma l'astuto tiranno seguitonne con celeri e taciti passi la retroguardia; e siccome diligentemente impedì ogni cognizione dei suoi movimenti, lo splendore delle armi, e la polvere che s'innalzava dalla cavalleria, diedero il primo annunzio dell'ostile avvicinamento d'uno straniero alle porte di Milano. In tal estremità, Giustina ed il suo figlio potevano accusare la propria imprudenza, ed i perfidi artifizi di Massimo; ma loro mancavano il tempo, la risolutezza e la forza per opporsi a' Germani ed a' Galli, sì nella campagna che dentro le mura d'una vasta e disaffezionata città. La fuga fu l'unica loro speranza, ed Aquileia l'unico refugio loro; ed avendo Massimo allora spiegato il proprio genuino carattere, il fratello di Graziano aspettare poteva la medesima sorte dalle mani dell'assassino medesimo. Massimo entrò in Milano trionfante; e se il saggio Arcivescovo ricusò una pericolosa e rea connessione coll'usurpatore, potè almeno indirettamente contribuire al buon successo delle sue armi con inculcare dal pulpito il dovere della rassegnazione, piuttosto che quella della resistenza[514]. L'infelice Giustina giunse salva in Aquileia; ma non si fidò delle fortificazioni di quella città, temè l'evento d'un assedio, e risolvè d'implorare la protezione del Gran Teodosio, di cui la virtù e la forza eran celebri in ogni parte dell'Occidente. Fu segretamente preparato un vascello per trasportare l'Imperial famiglia, che precipitosamente imbarcossi in uno degli oscuri porti di Venezia o dell'Istria, traversò tutta l'estensione de' mari Adriatico e Jonico, girò attorno all'estremo promontorio del Peloponneso, e, dopo una lunga ma fortunata navigazione, si riposò nel porto di Tessalonica. Tutti i sudditi di Valentiniano abbandonarono la causa di un Principe che colla sua ritirata gli aveva assoluti dal dovere di fedeltà; e se la piccola città d'Emona in Italia non avesse preteso d'arrestare la non gloriosa vittoria di Massimo, egli avrebbe ottenuto senza verun contrasto l'intero possesso dell'Impero d'Occidente.
[A. 387]
In luogo d'invitare i reali suoi ospiti nel palazzo di Costantinopoli, Teodosio ebbe delle ignote ragioni di farli restare a Tessalonica; queste ragioni però non provenivano da disprezzo nè da indifferenza, poichè andò immediatamente a visitarli in quella città accompagnato dalla maggior parte della sua corte e del Senato. Dopo le prime tenere espressioni di amicizia e di condoglianza, il pio Imperatore dell'Oriente ammonì gentilmente Giustina, che alle volte il delitto d'eresia veniva punito in questo Mondo e nell'altro; e che il passo più efficace a promuovere lo ristabilimento del Figlio sarebbe stata la pubblica professione della Fede Nicena, per la soddisfazione che avrebbe dato quest'atto sì alla terra che al Cielo. Fu da Teodosio rimessa l'importante questione della guerra o della pace alla deliberazione del suo Consiglio; e gli argomenti che potevano addursi per la parte dell'onore e della giustizia, dopo la morte di Graziano avevano acquistato un grado considerabile di maggior peso. La persecuzione della famiglia Imperiale, a cui Teodosio stesso era debitore della sua fortuna, veniva in tal occasione aggravata da fresche e replicate ingiurie. Nè giuramenti, nè trattati frenar potevano l'insaziabile ambizione di Massimo; e la dilazione di vigorosi e decisivi partiti, invece di prolungare il ben della pace, avrebbe esposto l'Impero orientale al pericolo d'una ostile invasione. I Barbari, che aveano passato il Danubio, avevano finalmente assunto il carattere di soldati e di sudditi, ma era tuttavia indomita la nativa loro fierezza; e le operazioni d'una guerra, ch'esercitato ne avrebbe il valore, e diminuitone il numero, poteva ottenere il fine di sollevar le Province da un'intollerabile oppressione. Nonostanti queste sode e speziose ragioni, ch'erano approvate dalla maggior parte del Consiglio, Teodosio pendeva sempre dubbioso, se trar doveva la spada in una contesa, che dopo tal atto non avrebbe più ammesso termine alcuno di riconciliazione; nè s'avviliva il magnanimo di lui carattere dai timori, che aveva per la salute dei piccoli suoi figli e pel bene dell'esausto suo popolo. In tal momento d'ansiosa dubbiezza, mentre il destino del Mondo Romano dipendeva dalla risoluzione d'un solo uomo, le grazie della Principessa Galla patrocinaron con la massima efficacia la causa di Valentiniano fratello di lei[515]. Restò ammollito il cuor di Teodosio dalle lacrime della beltà; furono insensibilmente legati i suoi affetti dalle grazie della gioventù e dell'innocenza; l'arte di Giustina maneggiò e diresse l'impulso della passione, e la celebrazione delle nozze reali fu la sicurezza ed il segno della guerra civile. Gl'insensibili critici, che risguardano qualunque amorosa debolezza come una macchia indelebile alla memoria del grande ed ortodosso Imperatore, in quest'occasione sono inclinati a porre in dubbio la sospetta autorità dell'istorico Zosimo. Quanto a me, confesserò francamente, che mi dà piacere il trovare ed anche l'andar ricercando nelle rivoluzioni del Mondo qualche traccia dei dolci e teneri sentimenti della vita domestica; ed in mezzo ad una folla di fieri ed ambiziosi conquistatori io provo una particolar compiacenza a distinguere un gentile eroe, che vi sia motivo di supporre, che ricevuto abbia le armi dalle mani d'amore. La fede de' trattati assicurava la pace col Re della Persia; i bellicosi Barbari si lasciavan persuadere a seguir lo stendardo o a rispettar le frontiere d'un attivo e generoso Monarca; e gli stati di Teodosio, dall'Eufrate sino all'Adriatico, risuonavano sì per terra che per mare de' preparativi di guerra. Parve che la buona disposizione delle forze orientali ne moltiplicasse il numero, e distraesse l'attenzione di Massimo. Aveva egli ragion di temere, che uno scelto corpo di truppe sotto il comando dell'intrepido Arbogaste dirigesse la marcia lungo le rive del Danubio, ed arditamente penetrasse per le Province della Rezia nel centro della Gallia. Fu equipaggiata nei porti della Grecia e dell'Epiro una potente flotta coll'apparente disegno che, dopo di avere aperto il passo con una vittoria navale, Valentiniano e sua madre sbarcassero nell'Italia, senza dilazione passassero a Roma, ed occupassero la sede maestosa della Religione e dell'Impero. Intanto Teodosio medesimo alla testa d'un valoroso e disciplinato esercito s'avanzava incontro al suo indegno rivale, che dopo l'assedio d'Emona aveva piantato il suo campo nelle vicinanze di Scizia, città della Pannonia ben fortificata dal largo e rapido corso del Savo.
[A. 388]
I veterani che tuttavia si ricordavano della lunga resistenza e del successivo risorgere del tiranno Magnenzio, si preparavano forse a' travagli di tre sanguinose campagne. Ma la contesa col successore di esso, che come egli aveva usurpato il trono dell'Occidente, restò facilmente decisa nel termine di due mesi[516], e dentro lo spazio di dugento miglia. Il superior genio dell'Imperatore orientale potè prevalere sul debole Massimo, che in questa importante crisi dimostrossi privo di abilità militare o di personale coraggio; ma la perizia di Teodosio fu secondata dal vantaggio che aveva d'un'attiva e numerosa cavalleria. Si erano formati degli Unni, degli Alani, e, dietro il loro esempio, degli stessi Goti, tanti squadroni di arcieri che combattevano a cavallo e confondeano il costante valore de' Galli e de' Germani, mediante i rapidi movimenti d'una tartara maniera di guerreggiare. Dopo la fatica d'una lunga marcia nel colmo della state, spronarono i focosi loro cavalli nelle acque del Savo, passarono il fiume a nuoto in presenza del nemico, ed immediatamente attaccarono, e posero in rotta le truppe che dominavano il lido dall'altra parte. Marcellino, fratello del Tiranno, avanzossi per sostenerle con le più scelte coorti, che si consideravano come la speranza e la forza dell'esercito. L'azione, che s'era interrotta per l'avvicinarsi della notte, si rinnovò la mattina seguente; e dopo una sanguinosa battaglia i residui dei più bravi soldati di Massimo, che sopravvissero, deposero le armi a' piedi del vincitore. Senza sospendere la sua marcia a ricevere le leali acclamazioni dei cittadini d'Emona, Teodosio inoltrossi avanti per finir la guerra, mediante la morte o la presa del suo rivale, che fuggiva d'avanti a lui con la diligenza che inspira il timore. Dalla sommità delle Alpi Giulie discese con tale incredibil prestezza nelle pianure dell'Italia, che egli giunse ad Aquileia la sera medesima del primo giorno; e Massimo, che si trovò circondato da tutte le parti, appena ebbe tempo di chiuder le porte della città. Queste però non poteron lungamente resistere agli sforzi d'un vittorioso nemico, e la disperazione, il disamore e l'indifferenza de' soldati e del popolo accelerarono la caduta del misero Massimo. Fu egli tratto giù dal trono, violentemente spogliato degli ornamenti Imperiali, del manto, del diadema e dei calcetti purpurei; e come un malfattore condotto al campo ed alla presenza di Teodosio in un luogo distante circa tre miglia da Aquileia. La condotta dell'Imperatore non fu insultante, e dimostrò qualche disposizione a compatire ed a perdonare al Tiranno dell'Occidente, che non era mai stato suo personale nemico, ed era divenuto allora l'oggetto del suo disprezzo. Si eccita in noi con gran forza la compassione per le disgrazie, alle quali siam sottoposti noi stessi; e lo spettacolo d'un altiero competitore, prostrato ai suoi piedi, non poteva mancar di produrre pensieri molto gravi ed importanti nell'animo del vittorioso Imperatore. Ma fu frenata la debole commozione d'una involontaria pietà dal riguardo che ebbe alla pubblica giustizia ed alla memoria di Graziano; ed abbandonò quella vittima al pietoso zelo dei soldati che la trassero dalla presenza Imperiale, ed immediatamente le spiccarono il capo dal busto. La notizia della disfatta e della morte di Massimo fu ricevuta con sincero, o ben simulato piacere. Vittore, suo figlio, al quale avea conferito il titolo d'Augusto, morì per ordine e forse per mano del feroce Arbogaste; e tutti i disegni militari di Teodosio furono felicemente eseguiti. Dopo d'aver terminato in tal modo la guerra civile, con minor difficoltà e strage di quello che naturalmente avrebbe aspettato, impiegò i mesi dell'invernal sua residenza in Milano a ristabilire lo stato delle afflitte Province; e sul principio della primavera, ad esempio di Costantino e di Costanzo, fece il suo trionfale ingresso nell'antica Capitale del Romano Impero[517].
L'oratore che può tacere senza pericolo, può anche lodare senza difficoltà e ripugnanza[518]; ed i posteri confessarono che il carattere di Teodosio potè somministrare il soggetto d'un ampio e sincero panegirico[519]. La saviezza delle leggi ed il buon successo delle armi di lui, ne rendettero il governo rispettabile agli occhi tanto de' sudditi che de' nemici. Egli amò e rispettò le virtù della vita domestica, che di rado soggiornano nei palazzi de' Principi. Teodosio fu casto e temperato; godè senza eccesso i delicati e sociali piaceri della mensa, ed il calore delle sue passioni amorose non fu mai diretto che ad oggetti legittimi. Venivano adornati i sublimi titoli della grandezza Imperiale da' teneri nomi di marito fedele e di padre indulgente; e dall'affettuosa sua stima fu innalzato lo zio al grado di secondo padre. Teodosio abbracciò come suoi i figli del fratello e della sorella; ed estese l'espressioni del suo riguardo fino ai più oscuri e distanti rami della numerosa sua parentela. Sceglieva i suoi famigliari amici giudiziosamente fra quelle persone, che nell'ugual commercio della vita privata gli eran comparse d'avanti senza maschera; la propria coscienza di un personale superior merito lo pose in grado di sprezzare l'accidental distinzione della porpora; e provò con la sua condotta, che aveva dimenticato tutte le ingiurie, nel tempo che con la maggior gratitudine si rammentava di tutti i favori e servigi, che avea ricevuto prima di salire sul trono dell'Impero Romano. Il tuono serio o vivace della sua conversazione era adattato all'età, al grado, o al carattere dei sudditi, che vi ammetteva; e l'affabilità delle maniere spiegava l'immagine della sua mente. Teodosio rispettava la semplicità dei buoni e dei virtuosi; ogni arte, ogni talento d'un utile o anche indifferente natura veniva premiato dalla sua giudiziosa liberalità; ed eccettuati gli eretici, ch'ei perseguitò con implacabile odio, il vasto cerchio della sua benevolenza non fu circoscritto che da' limiti della specie umana. Il governo d'un potente Impero può sicuramente servire ad occupare il tempo e l'abilità d'un uomo; pure il diligente Principe, senz'aspirare alla fama, ad esso non conveniente, di profondo erudito, riserbava sempre qualche momento d'ozio per l'istruttivo divertimento della lettura. Il suo studio favorito era l'Istoria, che ne dilatò l'esperienza. Gli annali di Roma, nel lungo periodo di undici secoli, presentavano ad esso una varia e splendida pittura della vita umana; ed è stato particolarmente osservato, che quando leggeva i crudeli fatti di Cinna, di Mario, o di Silla, esprimeva con gran forza l'odio generoso che aveva per quei nemici dell'umanità e della libertà. Egli si serviva utilmente della propria spassionata opinione intorno agli avvenimenti passati, come di regola per le sue azioni; ed ha meritato questa singolar lode, che pare che le sue virtù siansi allargate con la sua fortuna: il tempo della prosperità era per lui quello della moderazione, ed apparve più cospicua la sua clemenza dopo il pericolo ed il buon successo della guerra civile. Nel primo calore della vittoria, si trucidarono le guardie Mauritane del Tiranno, ed un piccol numero dei più colpevoli soggiacque alla pena della legge. Ma l'Imperatore si dimostrò molto più attento a sollevar l'innocente, che a gastigare il reo. I sudditi oppressi dell'Occidente, che si sarebbero stimati felici al solo ricuperare le proprie terre, furon sorpresi al ricever che fecero una somma di denaro equivalente alle loro perdite; e la generosità del vincitore protesse la vecchia madre, ed educò le orfane figlie di Massimo[520]. Un carattere così virtuoso potrebbe quasi scusare la stravagante supposizione dell'Oratore Pacato, che se al vecchio Bruto fosse stato permesso di tornare sulla terra avrebbe quel rigido Repubblicano deposto a' piè di Teodosio l'odio che nutriva pei Re; ed avrebbe ingenuamente confessato, che tal Monarca era il custode più fedele della felicità e della dignità del popolo Romano[521].
Pure l'occhio penetrante del fondatore della Repubblica avrebbe dovuto discernere due imperfezioni essenziali, che avrebber forse diminuito il recente suo amore pel dispotismo. Il virtuoso animo di Teodosio spesse volte si rilassava per indolenza[522], e qualche volta infiammavasi dalla passione[523]. L'attivo coraggio di lui era capace degli sforzi più vigorosi, quando si trattava d'ottenere un oggetto importante; ma tosto che avea eseguito il suo disegno, o superato il pericolo, l'eroe s'abbandonava ad un non glorioso riposo, e dimenticatosi che il tempo d'un Principe è dovuto al suo popolo, si dava tutto al godimento degl'innocenti, ma vani piaceri d'una lussuriosa Corte. La natural disposizione di Teodosio era precipitosa e collerica; ed in uno stato, in cui nessuno poteva resistere alle fatali conseguenze dell'ira sua, e pochi sapevano avvertirlo, l'umano Monarca era con ragione agitato dalla coscienza della propria debolezza e della sua forza. Si studiò sempre di sopprimere o di moderare gl'impeti sregolati della passione; ed il buon successo dei suoi sforzi accrebbe il merito della sua clemenza. Ma una difficil virtù, che pretende al merito della vittoria, giace esposta al pericolo di essere vinta; ed il regno d'un savio e misericordioso Principe fu macchiato da un atto di crudeltà, che avrebbe infamato gli Annali di Nerone o di Domiziano. Dentro lo spazio di tre anni l'incostante Istorico di Teodosio è costretto a riferire il generoso perdono dei cittadini d'Antiochia, e la barbara strage del popolo di Tessalonica.
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