Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 05

Part 2

Chapter 22,948 wordsPublic domain

Presto fu disturbata la tranquillità dell'Oriente dalla ribellione; e fu minacciato il trono di Valente dagli audaci attentati di un rivale, che non aveva altro merito che una parentela coll'Imperator Giuliano[34], e questa era stata l'unico suo delitto. Procopio era stato ad un tratto promosso dall'oscuro posto di Tribuno o di Notaro, al comando di tutto l'esercito della Mesopotamia; la pubblica opinione lo dichiarava già successore di un Principe privo di eredi naturali; ed i suoi amici o avversari propagavano un vano romore, che Giuliano avanti l'altar della Luna a Carre avea privatamente investito Procopio della porpora Imperiale[35]. Egli procurò, mediante la sua leale e sommessa condotta, di disarmare la gelosia di Gioviano: senza ostacolo dimesse il comando militare; e con la sua moglie e famiglia si ritirò a coltivare l'ampio patrimonio, che possedeva nella provincia della Cappadocia. Furono interrotte queste utili ed innocenti occupazioni dall'arrivo di un uffiziale, che a nome dei nuovi Sovrani Valentiniano e Valente fu spedito con una truppa di soldati per condurre l'infelice Procopio o ad una prigione perpetua o ad una ignominiosa morte. La sua presenza di spirito gli procurò una maggior dilazione, ed un fato più splendido. Senza mostrare di porre in dubbio il mandato reale, chiese la grazia di pochi momenti per abbracciare la sua dolente famiglia; e mentre una lauta mensa tratteneva la vigilanza delle sue guardie, esso destramente si rifuggì nelle coste marittime dell'Eussino, dalle quali passò nella regione del Bosforo. In quel remoto paese dimorò molti mesi esposto ai travagli dell'esilio, della solitudine e del bisogno; mentre il malinconico temperamento di lui fomentava le sue disgrazie, ed agitata era la sua mente dal giusto timore, che se qualche accidente scoperto avesse il suo nome, i Barbari senza grande scrupolo avrebbero infedelmente violate le leggi dell'ospitalità. In un punto d'impazienza e di disperazione, Procopio s'imbarcò sopra un vascello mercantile che facea vela per Costantinopoli; ed aspirò arditamente al grado di Sovrano, giacchè non gli era permesso di godere con sicurezza quello di suddito. Da principio si nascose nei villaggi della Bitinia, continuamente cangiando d'abitazione e di vesti[36]. Appoco appoco si arrischiò ad entrare nella Capitale affidò la propria vita e fortuna alla fedeltà di due amici, uno Senatore e l'altro eunuco, e concepì qualche speranza di buon successo dalla notizia ch'ebbe dello stato attuale de' pubblici affari. Il Corpo del popolo era infetto da uno spirito di malcontentezza, che gli faceva desiderar la giustizia e l'abilità di Sallustio, che era stato imprudentemente dimesso dalla Prefettura dell'Oriente. Si disprezzava il carattere di Valente, rozzo senza vigore, e debole senza dolcezza. Temevasi l'influenza del patrizio Petronio suo suocero, crudele e rapace ministro, che rigorosamente esigeva i tributi rimasti arretrati fin dal regno dell'Imperatore Aureliano. Le circostanze eran propizie ai disegni di un usurpatore. La condotta ostile dei Persiani richiedeva la presenza di Valente nella Siria; dal Danubio all'Eufrate le truppe erano in moto; e la Capitale in tale occasione era piena di soldati che passavano e ripassavano il Bosforo Tracio. Furono indotte due coorti di Galli a dare orecchio alle segrete proposizioni dei cospiratori, sostenute dalla promessa d'un liberal donativo; e siccome veneravano ancora la memoria di Giuliano, facilmente acconsentirono a difender l'ereditaria pretensione del proscritto parente di lui. Allo spuntar del giorno vennero esse schierate vicino ai Bagni d'Anastasia; e Procopio, vestito di un abito di porpora più conveniente ad un commediante che a un Principe, comparve come se fosse risuscitato da morte in mezzo a Costantinopoli. I soldati, ch'erano preparati a riceverlo, salutarono il tremante lor Principe con acclamazioni di gioia e con voti di fedeltà. Fu tosto accresciuto il lor numero da un'insolente truppa di villani raccolti nella adiacente campagna; e Procopio, difeso dalle armi dei suoi aderenti, venne successivamente condotto al Tribunale, al Senato ed al Palazzo. Nei primi momenti del tumultuario suo regno egli rimase attonito e spaventato dal cupo silenzio del popolo, che o non sapeva la causa di tal novità o temea dell'evento. Ma la sua forza militare era superiore ad ogni attuale resistenza; i malcontenti correvano in folla allo stendardo della ribellione; i poveri erano eccitati dalle speranze, ed i ricchi intimoriti dal pericolo di un saccheggio universale; e l'ostinata credulità della moltitudine fu ingannata un'altra volta dai promessi vantaggi della ribellione. S'arrestarono i Magistrati; si aprirono con diligenza le porte della città e l'ingresso del porto; ed in poche ore Procopio divenne assoluto, quantunque precario, padrone della Imperiale città. L'usurpatore sostenne quest'inaspettato successo con qualche specie di coraggio e di destrezza. Egli propagò ad arte i rumori e le opinioni più favorevoli al suo interesse, nel tempo che deludeva la plebe col dare udienza ai frequenti, ma immaginari ambasciatori delle remote nazioni. Restarono appoco appoco involti nella colpa della ribellione i grossi Corpi di truppe, che si trovavano nelle città della Tracia e nelle fortezze del basso Danubio; ed i Principi Goti acconsentirono d'aiutare il Sovrano di Costantinopoli con la formidabile forza di più migliaia di ausiliari. I Generali di esso passarono il Bosforo e sottomisero senza fatica le disarmate, ma ricche Province della Bitinia e dell'Asia. La città e l'isola di Cizico, dopo una onorevol difesa, cedè al suo potere; le famose legioni dei Gioviani e degli Erculei abbracciaron la causa dell'usurpatore, ch'essi avevano avuto ordine d'opprimere; e perchè i veterani venivano continuamente aumentati da nuove leve, in poco tempo ei si vide alla testa d'un esercito, il valore ed il numero del quale corrispondeva all'importanza della contesa. Il figlio d'Ormisda[37], giovane intelligente ed animoso, si condusse a trarre la spada contro il legittimo Imperatore dell'Oriente, ed il Principe Persiano fu immediatamente investito dell'antico e straordinario potere di Romano Proconsole. La parentela di Faustina, vedova dell'Imperator Costanzo, che pose nelle mani dell'usurpatore se stessa e la propria figlia, aggiunse alla causa di lui dignità e reputazione. La Principessa Costanza, che allora aveva circa cinque anni, accompagnava in una lettiga la marcia dell'esercito. Essa veniva mostrata al popolo nelle braccia dell'adottivo suo padre; ed ogni volta che passava per le file, accendevasi la tenerezza dei soldati in furore marziale[38]; si rammentavano essi le glorie della casa di Costantino, e dichiaravano con sincere acclamazioni, che avrebbero sparso l'ultima goccia del loro sangue in difesa della fanciulla reale[39].

Frattanto Valentiniano trovavasi agitato e perplesso per la dubbiosa notizia della ribellione dell'Oriente. Le difficoltà d'una guerra nella Germania lo costringevano ad impiegar le immediate sue cure nella salvezza dei proprj Stati; e siccome veniva impedito o corrotto ogni canale di comunicazione, egli dava orecchio con dubbiosa ansietà ai romori che si andavano artificiosamente spargendo, che la disfatta e la morte di Valente avesse lasciato Procopio solo Signore delle Province Orientali. Valente non era morto; ma alla nuova della ribellione, ch'ei ricevè in Cesarea, disperò vilmente della sua vita e dello Stato; propose d'entrare in trattato coll'usurpatore, e scuoprì una segreta inclinazione a deporre la porpora Imperiale. La fermezza de' suoi Ministri salvò il timido Monarca dal disonore e dalla rovina, e l'abilità loro tosto decise in suo favore l'evento della guerra civile. In un tempo di tranquillità, Sallustio si era dimesso dal suo posto senza parlare; ma appena fu attaccata la sicurezza pubblica, egli ambiziosamente sollecitò la preminenza nella fatica e nel pericolo; e la restituzione della Prefettura dell'Oriente a quel virtuoso ministro fu il primo passo, che indicò il pentimento di Valente, e soddisfece gli animi del popolo. Il regno di Procopio in apparenza era sostenuto da poderose armate e da ubbidienti Province; ma molti dei primi uffiziali, sì militari che civili, si erano indotti o per motivi di dovere, o d'interesse a sottrarsi da quella rea scena, o a spiare l'occasione di tradire o di abbandonare la causa dell'usurpatore. Lupicino con marcie affrettate s'avanzò a condurre le legioni della Siria in aiuto di Valente. Arinteo, che in forza, in beltà, ed in valore superava tutti gli Eroi di quel tempo, con una piccola truppa attaccò un corpo superiore di ribelli. Quando egli si vide a fronte di quei soldati, che avevano militato sotto le sue bandiere, ad alta voce comandò loro d'arrestare e consegnargli nelle mani il preteso lor condottiere; e tale fu l'ascendente del suo genio, che un ordine sì straordinario fu immediatamente obbedito[40]. Arbezione, rispettabile veterano di Costantino Magno, che era stato distinto con gli onori del Consolato, fu persuaso a lasciare il suo ritiro, ed a condurre un'altra volta l'esercito in campo. Nel calor dell'azione, trattosi l'elmo tranquillamente di capo, mostrò la canizie ed il suo venerabile aspetto; salutò i soldati di Procopio coi teneri nomi di figli e di compagni; e gli esortò a non più sostenere la causa disperata di un disprezzabil tiranno, ma seguir piuttosto il vecchio loro capitano, che gli avea tante volte condotti alla vittoria e all'onore. Nelle due battaglie di Tiatira[41] e di Nicosia, l'infelice Procopio fu abbandonato dalle sue truppe, che restaron sedotte dalle istruzioni e dall'esempio dei perfidi loro uffiziali. Dopo d'aver vagato per qualche tempo nei boschi e nelle montagne della Frigia, fu tradito dai timidi suoi seguaci, condotto al campo Imperiale, ed immediatamente decapitato. Egli ebbe la sorte ordinaria degli usurpatori, a cui mal succedono lo loro imprese; ma gli atti di crudeltà, esercitati dal vincitore sotto l'orma di legittima giustizia, eccitarono la compassione e lo sdegno dell'universo[42].

In vero tali sono i frutti comuni e naturali del dispotismo e della ribellione. Ma l'inquisizione contro il delitto di magia, che nel regno dei due fratelli fu sì rigorosamente perseguitato sì in Roma che in Antiochia, s'interpetrò come un fatal sintomo o dell'ira del cielo o della depravazione degli uomini[43]. Non dubitiamo di generosamente applaudirci, che nel secolo presente la parte più illuminata dell'Europa ha tolto di mezzo[44] un odioso e crudele pregiudizio, che regnava in ogni clima del globo, ed era inerente ad ogni sistema di religiose opinioni[45]. Le nazioni e le Sette del Mondo Romano ammettevano con ugual credulità e abborrimento l'esistenza di quell'arte infernale[46], che si credeva capace di sovvertire l'ordine eterno dei pianeti e le volontarie operazioni dello spirito umano. Temevano il misterioso potere dei caratteri magici e delle incantazioni, di potenti erbe e di esecrabili riti, che potevan togliere o richiamare la vita, infiammar, le passioni dell'animo, guastar le opere della creazione, ed estorcere dai ripugnanti demoni i segreti del futuro. Credevano, con la più strana incoerenza, che questo soprannatural dominio dell'aria, della terra e dell'inferno si esercitasse pei bassi motivi di malizia o di lucro da grinzose vecchie, o da vagabondi stregoni, che passavano le oscure lor vite nella miseria e nel disprezzo[47]. Le arti della magia eran condannate ugualmente dalla pubblica opinione e dalle leggi di Roma; ma siccome tendevano a soddisfare le più imperiose passioni del cuore umano, così erano continuamente proscritte e continuamente praticate[48]. Una causa immaginaria è capace di produrre i più serj e dannosi effetti. Le oscure predizioni della morte d'un Imperatore o del buon successo d'una cospirazione non erano dirette che a stimolar le speranze dell'ambizione o a sciogliere i vincoli della fedeltà; ed il delitto, che in se stessa conteneva la magia, veniva aggravato dagli attuali reati del tradimento e del sacrilegio[49]. Questi vani terrori disturbavano la pace della società e la felicità degli individui; e l'innocente fiamma, che appoco appoco struggeva un'immagin di cera, dalla spaventata fantasia della persona, che si voleva maliziosamente rappresentare, potea trarre una potente e perniciosa energia[50]. Dall'infusione di quell'erbe, che si supponeva avessero una forza soprannaturale, si potea facilmente passare all'uso di veleni più sostanziali; e la follìa degli uomini divenne alle volte l'istrumento e la maschera dei più atroci delitti. Poichè dai Ministri di Valentiniano e di Valente fu incoraggiato lo zelo degli accusatori, non poterono essi ricusare di prestare orecchio ad un'altra accusa, che troppo spesso avea parte nelle scene di domestiche colpe; accusa d'una più mite e meno cattiva natura, per la quale il pio, ma eccessivo rigore di Costantino avea recentemente stabilita la pena di morte[51]. Questa fatale ed incoerente mescolanza di tradimento e di magia, di veleno e di adulterio somministrava infiniti gradi di delitto e d'innocenza, di scusa e di aggravio, che in queste processure pare che fossero confusi dalle ardenti o corrotte passioni dei giudici. Essi facilmente s'accorsero, che tanto più si stimava dalla Corte Imperiale l'industria ed il discernimento loro, quanto maggiore era il numero delle esecuzioni che si facevano pe' decreti dei respettivi loro Tribunali. Non senza un'estrema ripugnanza pronunziavano qualche sentenza d'assoluzione, ma con ardore ammettevano testimonianze anche macchiate da spergiuri ed estorte per via di tormenti a provare le più improbabili accuse contra le persone più rispettabili. Il progresso dell'inquisizione apriva sempre nuova materia di processi criminali; l'audace delatore, di cui si fosse scoperta la falsità, si ritirava impunemente; ma alla misera vittima, che palesava dei reali o supposti complici, rade volte accordavasi premio della sua infamia. Dall'estremità dell'Italia e dell'Asia erano tratti giovani e vecchi in catene ai tribunali di Roma e d'Antiochia. Senatori, Matrone e Filosofi spirarono in mezzo ad ignominiosi e crudeli tormenti. I soldati, destinati alla guardia delle prigioni, dichiararono con voci di compassione e di sdegno, che il loro numero non era sufficiente ad impedire la fuga o la resistenza della moltitudine dei prigionieri. Le famiglie più ricche erano rovinate dalle confiscazioni ed ammende; i più innocenti cittadini tremavano per la loro salute; e possiam formare qualche idea dell'estensione del male dalla stravagante asserzione d'un antico Scrittore, che nelle soggette Province i prigionieri, gli esuli ed i fuggitivi formavano la maggior parte degli abitanti[52].

[A. D. 364-375]

Quando Tacito descrive le morti degli innocenti ed illustri Romani, che furon sacrificati alla crudeltà dei primi Cesari, l'arte dell'Istorico o il merito dei pazienti eccita nei nostri petti i più vivi sentimenti di terrore, d'ammirazione e di pietà. Il volgare ed indistinto pennello d'Ammiano ha dipinto queste sanguinose scene con tediosa e non piacevole esattezza. Ma siccome non è più impegnata la nostra attenzione dal contrasto di libertà e di servitù, di recente grandezza e di attual miseria, dovremmo con orrore torcer lo sguardo dalle frequenti esecuzioni, che disonorarono in Roma ed Antiochia il regno dei due fratelli[53]. Valente era timido[54] di naturale, e Valentiniano collerico[55]. Il principio dominante dell'amministrazione del primo era un ansioso riguardo per la sua personal sicurezza. Da privato egli avea con tremante rispetto baciato la mano dell'oppressore; e quando salì sul trono, con ragione aspettava che gli stessi timori, di cui egli avea portato il giogo, dovessero assicurargli la paziente sommissione del popolo. I favoriti di Valente ottennero, mediante il privilegio della rapacità e della confiscazione, quella ricchezza che non avrebber potuto ottenere dalla sua economia[56]. Gli insinuavano essi con persuadente eloquenza, che in ogni caso di ribellione il sospetto equivale alla prova; che il potere suppone l'intenzione del delitto; che l'intenzione non è meno colpevole dell'atto; e che un suddito non dee più vivere, qualora la sua vita può minacciare la salute, o turbare il riposo del suo Sovrano. Fu alle volte ingannato il giudizio di Valentiniano, e si abusò della sua confidenza; ma egli avrebbe con uno sprezzante sorriso imposto silenzio ai delatori, se avessero preteso di porre in agitazione la sua fortezza con rappresentargli il pericolo. Essi lodavano l'inflessibile amore che aveva per la giustizia; e nell'esercizio di essa era l'Imperatore facilmente indotto a risguardar la clemenza come una debolezza, e la passione come una virtù. Finattanto che non ebbe a contendere che con gli uguali nei fieri incontri di una vita attiva ed ambiziosa, Valentiniano fu rare volte ingiuriato, e non insultato mai impunemente: se attaccavasi la sua prudenza, s'applaudiva il suo spirito; ed i più altieri e potenti Generali temevano di provocar lo sdegno di un soldato imperterrito. Dopo esser divenuto Signore del Mondo, gli uscì per disgrazia di mente, che dove non ha luogo la resistenza, non può esercitarsi il coraggio; ed invece di consultare i dettami della ragione, secondava i furiosi moti del suo temperamento, in un tempo in cui erano essi vergognosi per lui, e fatali pe' miseri oggetti dell'ira sua. Tanto nel governo della propria casa che dell'Impero, piccole o anche immaginarie mancanze, una parola inconsiderata, un'accidentale ommissione, un indugio involontario si punivano con immediate sentenze di morte. L'espressioni che più comunemente uscivano di bocca all'Imperator dell'Occidente, eran queste: «Gli si tagli la testa: sia bruciato vivo: sia battuto con verghe fino alla morte[57]»: ed i più favoriti Ministri presto impararono, che col temerariamente procurar di sospendere o d'esaminare l'esecuzione dei sanguinarj comandi di lui, potevano essi medesimi restare involti nella colpa o nel gastigo della disubbidienza. Le replicate soddisfazioni di questa rozza giustizia indurirono il cuore di Valentiniano contro la compassione ed il rimorso; ed i trasporti della passione vennero confermati dall'abitudine della crudeltà[58]. Poteva egli mirare con fredda soddisfazione le convulsive agonie della tortura e della morte; donava la sua amicizia a quei servi fedeli, l'indole dei quali era più coerente alla propria. Il merito di Massimino, che avea fatto strage delle più nobili famiglie di Roma fu premiato con la real approvazione e con la Prefettura della Gallia. Non poterono aver la sorte di partecipare del favore di Massimino, che due feroci ed enormi orsi distinti coi nomi d'_Innocenza_, e di _Mica aurea_. Eran sempre vicine alla camera di Valentiniano le gabbie di tali favorite guardie; e spesso egli si dilettava del grato spettacolo di vedere sbranare e divorar da loro le palpitanti membra dei malfattori abbandonati alla furia di esse. Il Romano Imperatore prendevasi gran cura del loro cibo e dei loro esercizi; e quando _Innocenza_ ebbe adempito con una lunga serie di meritevoli servigi il suo uffizio, al fedele animale fu restituita la libertà dei nativi suoi boschi[59].